JOYCE CAROL OATES.
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Epopea americana 4.
Il paese delle meraviglie.
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Titolo originale: Wonderland. 1971.
Traduzione di: Francesca Crescentini.
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2017. Editrice il Saggiatore, MILANO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Il piccolo Jesse apre la porta di casa. Alle sue spalle, il padre apre il bagagliaio dell'auto da cui sono scesi: forse c' un regalo dentro, pensa Jesse, forse un albero di Natale. Apre la porta e un odore dolciastro, di carne, lo investe. Poi vede gli schizzi rossi a terra. Vede suo fratello Bobby, la testa girata da un lato, gli occhi aperti ma spenti. Poi alza lo sguardo e li vede tutti: sua sorella Jean, riversa accanto a una lampada rotta; Shirley con le braccia strette al ventre; la madre in poltrona, con la testa rovesciata indietro, la gola squarciata. E il sangue, il sangue dappertutto, a terra, sotto le suole, sulle pareti. E il rumore della porta che si apre di nuovo, i passi del padre, il clic del fucile, e Jesse che inizia a correre, attraverso il sangue, e poi fuori, nel buio della notte, inseguito dagli spari...
Salvo per miracolo dal massacro che ha sterminato la sua famiglia, oggi Jesse Vogel  un neurochirurgo di fama, uno scienziato dall'intelligenza acuminata e dalla curiosit morbosamente deforme, attirata da tutto ci che  strano, inquietante, mostruoso. Come la comune hippie in cui fugge sua figlia Michelle, attratta in quel bizzarro inferno di droga e deliri lisergici da un carismatico, vampiresco guru della controcultura, Noel, fratello spirituale dei telepredicatori infervorati di loro. Jesse, moderno cavaliere in armatura sfavillante, far di tutto per riprendersi Michelle, ma non c' consolazione che attenda la giovane fanciulla in pericolo, e la sua salvezza assomiglier a una dannazione...
Nel quarto e ultimo volume della sua Epopea americana, Joyce Carol Oates si rivolge alla tradizione del romanzo gotico per raccontare la definitiva, postrema trasformazione del sogno americano in incubo: le ataviche colpe familiari che avvelenavano gli interni di Nathaniel Hawthorne sono, qui, quelle di un'intera nazione, che ha smarrito ogni innocenza, ogni grazia originaria. Il giardino edenico delle delizie  sfiorito, e al suo posto si aggroviglia un soffocante paese delle meraviglie da cui nessuna Alice pu fuggire.  il paradiso perduto. L'America di oggi.
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L'AUTRICE.
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Joyce Carol Oates  nata a Lockport, vicino a New York, Stati Uniti, il 16 giugno 1938. Dopo essersi laureata comincia la sua fertilissima attivit di autrice e si stabilisce con il marito a Detroit. Insegna quindi all'Universit di Windsor in Canada e dal 1978 al 2014 all'Universit di Princeton. Dal 1978  anche membro dell'American Academy of Arts and Letters nonch Professor Emerita in the Humanities col corso di Scrittura Creativa. Successivamente  professore alla University of California di Berkeley, dove insegna "short fiction".
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Gi nel 1970 venne consacrata come una delle massime scrittrici del suo paese con il National Book Award, il pi importante premio letterario degli Stati Uniti ed ha vinto anche numerosi altri premi letterari, inclusi due O. Henry Award, la National Humanities Medal e il Jerusalem Prize;  stata inoltre finalista del Premio Pulitzer.
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Autrice e intellettuale americana eclettica, tra le pi prolifiche della letteratura americana. Ha frequentato ogni genere letterario in prosa e in versi: romanzi, racconti, narrativa per l'infanzia, poesie, drammaturgie, saggi; ha pubblicato nell'arco di sessant'anni oltre cento libri. Come ha osservato lo scrittore John Barth "L'opera di Joyce Carol Oates copre ogni angolo della mappa estetica". Oggi  unanimemente annoverata tra i pi importanti autori mondiali.
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Il paese delle meraviglie.
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Sommario.
Nota dell'autrice.
LIBRO PRIMO. Variazioni su un inno americano.
LIBRO SECONDO. Il passare finito di una passione infinita.
LIBRO TERZO. Il sogno dell'America.
Postfazione. Ritorno al Paese delle meraviglie.
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Questo libro  dedicato a tutti noi che perseguiamo la fantasmagoria della personalit.
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le sfere volteggiano silenziose dentro sfere.
leste come avorio.
code vertebrali si raccordano.
dure come avorio e ghiaccio.
 una conca solare ghiacciata in miniatura.
code come i migliori corpi.
fossili.
congiunte fra loro.
sotto la porosa superficie della pelle.
mentre le superfici ruotano attorno alla loro superficie.
globo d'aria che ruota su se stesso.
lentamente tranciando l'aria nel suo roteare.
la luce del giorno emerge come foro.
un occhio che ottiene un'iride.
il duttile spazio inizia a respirare.
le vertebre si distendono in vita.
quest'etere privo di sole  silente.
in ogni dimensione.
la sfera gira.
mi faccio strada per strati d'osso antico.
il fossile d'avorio del sangue antico.
pugni stretti di bambini fiaccati e non nati.
grezze spire piroettano.
il caldo e fluorescente centro del globo vibra.
il muto muscolo cerebrale ruota lento.
tranciando l'aria.
forme di continenti affiorano come lividi.
sulla pelle.
lo spazio fra le costole riluce iridescente.
caldo come la pi intima mucosit.
dell'anima.
l'occhio si spalanca.
l'iride si fa occhio.
gli intestini lisci come seta.
mi faccio strada per il midollo.
per il mio stesso pesante sangue.
occhi intenti come pollici.
solcano la mia storia come una lacrima.
in bilico sull'estremo orlo.
della palpebra.
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T.W. MONK

Noi [...] abbiamo sognato il mondo. L'abbiamo sognato resistente, misterioso, visibile, onnipresente nello spazio e fisso nel tempo; ma abbiamo consentito nella sua architettura tenui ed eterni interstizi di assurdo per sapere che  falso.
J.L. BORGES, Metamorfosi della tartaruga.

La conoscenza accresce l'irrealt.
W.B. YEATS, Le statue
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Nota dell'autrice.
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Alcuni dei personaggi di questo romanzo sono immaginari, molti degli eventi sono fittizi, e tutte le ambientazioni - e in modo particolare Lockport (New York), Ann Arbor (Michigan) e Toronto (Ontario) - sono inventate. Qualsivoglia verosimiglianza  da considerarsi accidentale e andrebbe osteggiata.
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LIBRO PRIMO.

Variazioni su un inno americano.
1

Jesse si sveglia, impaurito.

Qualcuno  passato vicino al suo letto...? E in soggiorno, dei passi verso la cucina, verso la porta...?

Il padre di Jesse, insonne. Per tutto l'autunno e l'inverno non era riuscito a dormire gran parte della notte. Si mette la giacca, esce, cammina, cammina... Jesse va alla finestra che affaccia sul retro: s,  suo padre, infila un braccio in una manica senza fermarsi, di fretta, il capo leggermente chinato, come colto da una rabbia cieca e confusa, come un cacciatore...

Il cuore di Jesse batte forte per la paura. Ha gi visto suo padre in quelle condizioni, in passato, ma si avvicina il Natale, c' un'atmosfera lieve e dinamica, i volti sono carichi di un'attesa sconosciuta a suo padre, che trasgredisce...

Jesse torna a letto, ma nemmeno lui riesce a dormire.

Piove, in quelle campagne.

Pi di trent'anni fa e piovono gocce fredde, feroci e sferzanti, pioggia che fluisce lungo le strade della cittadina - Yewville, New York - sgorgando da un cielo dicembrino massiccio e gorgogliante. Nonostante le intemperie, la strada principale stamattina  piuttosto affollata.  la met del mese e la met della settimana. Macchine sporche di fango rinsecchito fanno manovra attorniate da altre macchine in attesa di parcheggiare nella stradina; camioncini che procedono a rilento; un pullman, il suo esausto ondeggiare, si ferma davanti alla stazione degli autobus, che un giorno era stata un distributore di benzina e che ora  verniciata di bianco. In questo giorno bizzarro il bianco  troppo bianco: riflette una luce accecante e fa tremolare gli occhi... Le persone camminano avanti e indietro per la strada, vanno tutti di corsa sfidando la pioggia. Mentre loro si affrettano, gli ombrelli tesi sulle teste chine, le gocce di pioggia si fanno frammenti di ghiaccio. Un mutamento magico e repentino. I puntini di ghiaccio colpiscono i volti, i parabrezza delle macchine, le vetrine dei negozi... Sulla superficie accidentata della strada, bagnata e rilucente, precipitano e rimbalzano un milione di pezzettini di ghiaccio. L'insegna del Montgomery Ward  bombardata dalla grandine ed emette suoni tambureggianti. Il ghiaccio percuote un festone natalizio, con le campanelle di plastica e le ghirlande, che sussulta nel vento, sembra sul punto di spezzarsi nel mezzo...

La maggior parte di Yewville si dispiega lungo i due lati della strada, Main Street: negozi di scarpe, di vestiti, di articoli sportivi, la stazione degli autobus, il cinema, l'ufficio postale e il suo edificio simile a una fortezza, qualche taverna, un distributore di benzina, qualche ristorante. E poi un vasto spazio vuoto, poi la biblioteca, che condivide un anonimo palazzo con la stazione di polizia, poi la scuola, una complicata struttura a tre piani in mattoni grezzi e scuri, le finestre alte e strette, il tetto coperto di scandole nere e putrescenti. La grandine si scaglia contro l'ampio marciapiede davanti alla scuola, sino alle doppie porte dell'ingresso. Colpisce i vetri delle finestre, quasi a cercare di spaccarli. Le finestre non dimostrano alcuna sorpresa, dietro di esse non vi  alcun volto.

 come se l'aria andasse in pezzi, brandelli di molecole di sabbia o ghiaia.  il 14 dicembre 1939.

 l'ultimo giorno di scuola prima delle vacanze di Natale. I ragazzi usciranno alla fine dell'assemblea dell'una. Gli studenti si mettono in fila lungo gli stretti, squallidi corridoi verso l'aula magna e i suoi sedili bitorzoluti e la sua aria surriscaldata, animata e accogliente. Fanno un rumore d'inferno sulle scale, mentre scendono dal secondo piano, i ragazzi pi grandi fanno gli stupidi, quasi fuori controllo. Hanno gambe lunghe, visi accesi e sfocati, come ebbri. Al gesto stizzito di uno degli insegnanti, una donna di mezz'et, si voltano dall'altra parte, ridono fra loro. Ovunque c' odore di lana bagnata. Mentre attraversano i corridoi gli studenti battono i pugni sugli armadietti a un ritmo folle, l'esaltazione sta superando ogni limite. L'atmosfera  carica di un'urgenza esuberante, cupa, martellante. Jesse se la ricorder. Sebbene abbiano costruito un'ala aggiuntiva solo quindici anni prima, quella scuola superiore  gi stracolma. Ragazzi di campagna, impetuosi e maldestri nelle loro salopette, camminano lungo i corridoi a passi pesanti come animali da allevamento, battendo i pugni contro il muro. Le ragazze procedono spedite in piccoli gruppi, quasi spaventate dai maschi. Ognuna di loro ha un velo di rossetto rosso sgargiante sulle labbra. Le muovono, sono rossissime. Poich  l'ultimo giorno di scuola prima della pausa natalizia sono tutte ben vestite con abiti di lana, calze e tacchi alti. Nevica? Sta nevicando? si chiedono l'un l'altra, le voci che si levano squillanti, come a voler mettere alla prova la resistenza dell'aria, i colli protesi sotto gli occhi dei ragazzi.

Alle porte dell'auditorium vi  qualche insegnante appostato. Gli studenti passano loro accanto, chinando docili la testa con un riflesso automatico, anche i ragazzoni di campagna, che ora assumono un'aria da animale sottomesso. Che folla svelta e accaldata! Sono tutti concitati, accalorati. L'atmosfera  percossa dai loro piedi grandi e dal loro fremere. L'odore familiare di lana umida si mischia all'inconsueto profumo delle ragazze, dovunque si sente lo scalpitio dei loro tacchi. Una di loro strilla di sorpresa: qualcuno le ha bruscamente fatto scorrere un dito lungo le vertebre che sporgono sotto la lana rosa del suo vestito. Lei si volta, con finta irritazione. Uno degli insegnanti sbotta: Non badargli, cammina!.

Si sistemano ai loro posti, spintonandosi l'un l'altro, ridendo sotto i baffi. Per dar loro il benvenuto, sul palco il coro sta gi cantando. Alla destra del palco c' un grande albero di Natale donato dai vigili del fuoco di Yewville e illuminato da file di lucine natalizie, e anch'esse danno loro il benvenuto. Il coro intona Hark the Herald Angels Sing inducendoli a marciare verso i loro posti. Un ritmo energico e vivace. Le ragazze sono attente, hanno il viso arrossato. Gli occhi seri. I ragazzi stanno tutti insieme, raggruppati; in alcuni punti un ragazzo deve sedere di fianco a una ragazza, e allora i due gruppi si ricongiungono. Il coro  formato da una ventina di studenti, per lo pi ragazze, ed  guidato da una donna minuta, cauta, dai ricci grigi, la schiena rivolta al pubblico, le braccia mosse in cerchi brevi, precisi, pignoli. Le voci si innalzano e calano in un canto che fa marciare ognuno ai propri posti. Hark the Herald Angels Sing... e l'ultima parola ha due sillabe, entrambe egualmente enfatizzate.

L'animo degli studenti muta gradualmente, adesso non  pi cos scalmanato. Una volta seduti, i ragazzi di campagna sono meno impazienti. Hanno gli occhi puntati sul coro e sull'albero di Natale. Le mani restano posate sulle ginocchia o pi formalmente in grembo, un gesto automatico.

Il sipario dietro il coro  in velluto magenta scuro, il colore del liceo. Le iniziali YHS, color crema sul magenta. In file ordinate in base all'altezza, il coro canta sullo sfondo dell'imponente sipario e i canti di Natale si fondono alle iniziali, alle facce arrossate per l'emozione dei cantanti, ai movimenti delle braccia fasciate da maniche vaporose della direttrice del coro... Qualcosa sta per accadere:  un'assemblea speciale, un giorno speciale.

L'aula magna non ha finestre. Uno dei ragazzi, seduto dal lato del corridoio, non smette di lanciare occhiate verso le porte, come fosse ansioso per la grandine o sul punto di andar via. La terza volta che si guarda attorno, il ragazzo seduto proprio dietro di lui picchietta sullo schienale e gli chiede: Ehi, che cerchi?.

Nessuno. Niente gli risponde.

Il ragazzo che si guardava attorno si raddrizza, si sforza di guardare dritto davanti a s. Ha capelli chiari, rossicci. Non ha la carnagione da rosso, per: ha la pelle pi scura, come se addosso avesse ancora tracce dell'abbronzatura estiva. Ha un volto largo e intelligente, ma che sembra solcato da troppi pensieri, dalla preoccupazione; ormai  proprio nervoso. Per la quarta volta si guarda intorno: stanno chiudendo le porte dell'auditorium! Non potr pi uscire. Il ragazzino guarda su per lo stretto corridoio, verso le porte sul punto di chiudersi, ignorando gli scherni del ragazzo dietro di lui e la preoccupazione della sua insegnante.  una donna sulla quarantina, tarchiata, gioviale e saggia, con un debole per Jesse, ma lui oggi non ha occhi n per lei n per nessun altro. Il coro attacca un altro canto.  un testo dolce e carezzevole come neve. Parole allettanti e rasserenanti - O Little Town of Bethlehem -, ma Jesse non ha tempo di prestare loro attenzione. Deve andarsene da quel corridoio, da quell'auditorium affollato e torrido, deve tornare a casa...

Suo padre era uscito prima dell'alba. A passi pesanti aveva percorso il sentiero sul retro, verso la boscaglia, a testa bassa...

D'improvviso Jesse si alza, confuso.

Sente di essere arrossito persino sul collo. Si affretta a percorrere il corridoio leggermente inclinato, ha l'impressione di risalire un'invisibile collina, un lieve ostacolo testardo che non fa altro che tormentarlo. Qualcuno fischia e lo chiama: Ehi, Jesse!.  suo cugino Fritz, un largo sorriso stampato in volto. Non fa alcun segno a Fritz. In fondo all'aula magna c' sua sorella Jean e i suoi occhi avviliti volano immediatamente verso di lei, verso la sua espressione austera. Ha sedici anni, due pi di lui, ha un corpo tornito e scattante, una bocca rossa e attraente. Ma in quel momento sembra arrabbiata perch Jesse l'ha messa in imbarazzo. La sua fronte  leggermente aggrottata dalla rabbia.

A cena quella sera avrebbe detto:  ovvio, Jesse non poteva andare in bagno prima dell'assemblea, certo che no, ha dovuto aspettare che cominciasse e poi ha chiesto il permesso.... E Jesse sarebbe rimasto seduto al tavolo morso dalla vergogna e dall'odio, incapace di difendersi, desiderando che sua sorella fosse morta.

Il preside della scuola, il signor Fuller,  in piedi davanti alle porte. Jesse gli sussurra che non si sente bene, pu uscire? Ma il signor Fuller non lo sente e quindi deve ripetere pi forte, con voce rauca, stridente, spaventata: Non mi sento molto bene... posso uscire...?.

Il preside Fuller annuisce con fare greve, sospettoso. Ma non lascia che Jesse apra le porte da s. Lo fa lui, spalancandole, cos che Jesse deve passargli vicino, quasi incagliandosi sotto il suo braccio.

Jesse si affretta lungo il corridoio. Il cuore gli batte ancora forte,  ancora rosso in volto. La pelle del viso gli fa quasi male da quanto  arrossito. Dietro di lui il coro canta di una cittadina che si copre di soffice neve, la musica  brumosa e irreale, svanisce dietro le porte chiuse; fuori cade la grandine, neve vera, violenta e selvaggia. Jesse guarda fuori da una finestra. Il marciapiede  calpestato da migliaia di piedi irosi, piedi invisibili; uno squillo rauco permea l'aria e, alle orecchie di Jesse, sommerge la canzone del coro. Betlemme. Natale. I suoi pensieri compiono un balzo dalla scuola e da Yewville alla statale, a casa sua, al distributore di benzina di suo padre e alla casa un centinaio di metri pi indietro, a una delle uscite della strada, insulsa e scarna nella tempesta. Adesso il distributore  chiuso. Chiuso per sempre. Era passato solo un giorno da quando il padre di Jesse l'aveva chiuso, da quando aveva bloccato le finestre con assi di legno.

Chiuso: l'aveva scritto proprio il padre di Jesse con della vernice nera avanzata.

Jesse l'aveva aiutato a inchiodare le assi senza bisogno che lui glielo chiedesse. Avrebbe voluto dire alla schiena furiosa e silente di suo padre: Perch martelli cos forte? Perch fai tutto questo rumore?. I chiodi erano piantati in profondit nel legno, chiodi conficcati di traverso e piegati, irrimediabilmente ritorti... chiodi caduti e persi nell'erba alta... Ma Jesse non aveva fiatato. Aveva aiutato il padre a inchiodare le assi al piccolo distributore di benzina con la legna proveniente dalla vecchia legnaia dietro casa, e il padre disponeva le assi, prima in fila, poi incrociate, come se davvero ci fossero dei ladri che avrebbero voluto entrare in quel posto, ladri astuti che forse gi allora li tenevano d'occhio e tramavano contro di loro. Jesse avrebbe voluto dire a suo padre, con dolcezza: Nessuno cercher di entrare qua dentro.... Avrebbe voluto chiedergli, mentre martellava con tutta quella forza: Perch oggi sei cos... perch sei cos strano, oggi?.

Perch sei cos strano? pensa adesso.

La scuola superiore  a circa dieci chilometri da casa. L fuori, all'incrocio tra la statale e Moran Creek Road, il distributore di benzina  tutto sbarrato, chiuso per sempre, e dietro c' la vecchia accozzaglia di rottami di macchine e motociclette e legname e pneumatici, e dietro ancora la piccola struttura della casa riluce di un improvviso, bizzarro raggio di sole, la grandine rimbalza sul tetto...

Deve andarsene dalla scuola e tornare a casa. Se la immagina, a occhi chiusi: il tetto lucente, i chicchi di grandine, la pila di legna marcescente. Suo padre aveva comprato la stazione di servizio, ma la casa l'aveva costruita lui nel corso degli anni. Frutto del suo duro lavoro. C'era qualche capanno e un giardino logorato dal finire dell'autunno, pochi alberi. Cespugli spontanei. Poi il recinto di fil di ferro arrugginito e il confine con i terreni di Mike Brennan... ma quelli non appartenevano pi a Brennan, erano stati venduti a qualcun altro, uno straniero, che non viveva in zona e nemmeno a Yewville. Uno straniero. Per un po' di tempo tutti avevano parlato di lui, chiedendosi se si sarebbe mai fatto vedere. La madre di Jesse aveva detto: Dev'essere uno che ha soldi da buttare, questo  sicuro. Cosa ci far mai con quella fattoria abbandonata!. Sua madre parlava sempre delle fattorie e delle attivit degli altri con fare altezzoso, derisorio.

Jesse sente la sua voce con chiarezza.

Lei si trova a dieci chilometri di distanza.

Manca un'ora all'uscita, ma Jesse non andr diretto a casa. Deve andare al lavoro da Harder, poi alle cinque si far dare un passaggio da un vicino. Mancano ancora quattro ore. Il cuore gli batte forte, sembra volergli uscire dal petto... Pensa a sua madre: i suoi capelli chiari, che tendono al rossiccio, i suoi occhi a mandorla intelligenti e sinceri. Somiglia pi a lei, dicono, che a suo padre. Ma Jesse  pi magro di entrambi.  magrissimo, ha piedi lunghi e sottili.  piuttosto alto per la sua et, un metro e settanta, pi alto di quanto non lo sia ora sua madre. Lei l'aveva sentito che suo padre era uscito cos presto al mattino? Dalla porta sul retro, verso i boschi, da solo? Se qualcuno parla del padre di Jesse lei sorride e distoglie lo sguardo, il viso oscurato da un'ombra veloce, scaltra, per poi restare in silenzio. Canticchia sottovoce. Canta a squarciagola, un mucchio di parole senza senso. Ha i capelli ricci che le scendono tutti in disordine sulle spalle. A volte  bella, e Jesse e sua sorella sono fieri di lei. Altre volte, quando vanno a fare una passeggiata a Yewville,  trascurata e critica tutto quello che vede in vetrina, parla a voce troppo alta e Jesse e sua sorella se ne vergognano e pensano che sarebbe stato meglio se fosse rimasta a casa.

Il settembre appena passato, poco dopo l'inizio della scuola, sua sorella Jean gli aveva confidato un segreto. Tu che dici? Secondo te  incinta?

Chi?

Non fare il finto tonto, mamma,  ovvio! Ma'  incinta!

Jesse la guard. Non riusciva a pensare a niente da dirle.

Jean batteva le mani. Per ora  un segreto, ma lei me l'ha detto... non avrei dovuto dirlo a nessuno...

... incinta?

Jesse sent montare il panico. Un bambino? Un altro?

Bob, quello di cinque anni, corse verso di lui e Jesse si spavent: per un istante aveva pensato fosse il nuovo fratellino. Jean prese Bob in braccio e si mise a cullarlo. La carne del suo braccio era solida e calda. C' una sorpresa in arrivo, c' una sorpresa in arrivo canticchiava. Fece l'occhiolino a Jesse sopra la spalla tesa del bambino. Ma ricorda,  un segreto aveva aggiunto.

La felicit di lei lo aveva punto nel vivo. Sua madre avrebbe avuto un altro figlio. In quella casa gi piccola, tutti loro stipati l dentro...

E tu come lo sai? chiese con rabbia. Credi di sapere sempre tutto!

Lo so perch me l'ha detto ma' rispose Jean.

E perch proprio a te?

Perch di me si fida. Perch sono femmina.

E quindi l'ha detto anche a Shirley?

No, a Shirley no. Shirley non tiene mai la bocca chiusa. Jean mise gi Bob e Jesse not che quella notizia le aveva dipinto in volto un'espressione di frenesia, quasi fosse lei quella incinta. Prov una stretta di gelosia alla vista della sua espressione, quell'attonito riserbo femminile; e come se avesse captato quella sensazione, Jean sollev il mento cos che, per giungere a Jesse, il suo sguardo doveva percorrere tutta la curva degli zigomi, penetrando fra le sue ciglia brune e folte. Senti un po', bamboccio, per ora non parlarne con nessuno. Pa' non sa che ma' me l'ha detto.  fuori di testa.

Perch?

Perch lui non vuole un altro figlio.

Jesse la fiss. Voleva andarsene, colto dal panico e dal disgusto, come se Jean l'avesse esposto a qualcosa di terribile, come se gli avesse aperto una porta che dava su un segreto dell'essere donna di cui lui non avrebbe voluto venire a conoscenza.

Abbiamo problemi di soldi. Di nuovo bisbigli Jean.

Che problemi?

Be', pagare il dottore, sai, l'ospedale... comprare il cibo e tutto quanto... rispose Jean, restando sul vago. Sai com' fatto pa'...

Sai com' fatto pa'.

Jesse si era preso la testa fra le mani. Confuso. Spaventato. Poteva sentire la durezza del cranio sotto i capelli ondulati. Ricordava ancora il cranio delicato e morbido del suo fratellino, quando Bob era solo un neonato... cos effimero, cos pericoloso... E adesso ne sarebbe arrivato un altro. E perch, poi? Perch sua madre doveva avere un altro bambino? Jesse sapeva gi cosa aspettarsi, se lo ricordava dall'ultima volta: sua madre avrebbe ciabattato per tutta la casa, enorme, colma di autocommiserazione e dolorante, gli occhi velati di amore e dolore, le mani abbandonate in grembo nell'atto di accarezzarsi il pancione. Quel bambino si era rivelato essere Bob. Robert Harte. Lui si chiamava Jesse Harte. Aveva due sorelle, Jean e Shirley, e presto avrebbe avuto un'altra sorella o fratello, tutti loro stipati in quella casa, in quella baracca con due camere sul retro, il soggiorno e la cucina. Jesse avrebbe voluto mettersi a urlare in faccia alla sorella, quella rosea, lieta faccia, che erano tutti pazzi e...

Invece abbozz un sorriso.

Gi, non  grandioso? aveva detto Jean d'un fiato. I bambini non mi dispiacciono. Ho detto a ma' che le dar una mano, sai, per fare pratica...

Lei si era messa a ridacchiare e Jesse si un a lei, senza fiato.

Arriver il prossimo marzo sussurr Jean. Voglio saltare la scuola per tutta quella settimana. Mi prender cura della casa e cuciner tutti i pasti.

Il prossimo marzo...

Non fare quella faccia disse Jean, dandogli un colpetto.

Jesse sorrise, percorso da un tremito. C'era ancora qualcosa di allarmante sul viso di Jean, nella sua espressione. La punta della lingua fece capolino tra le labbra umide e rosate. Segreti. Voci di corridoio. Talvolta Jean e sua madre parlavano sottovoce e, se Jesse passava loro vicino, si zittivano. Voci, segreti, poi il silenzio. Allora era di quel bambino che parlavano, o anche d'altro...? Voleva chiedere a Jean del bambino. Voleva saperne di pi. E perch loro padre era infelice, che problemi avevano con i soldi? Si parlava sempre di soldi, del non averne abbastanza. Il distributore di benzina non fruttava a sufficienza, c'era ancora il mutuo da pagare, e prima di quello c'erano state altre imprese: si era messo in societ per aprire una segheria, un'altra volta era una tavola calda su Five Bridges Road. Jesse aveva sentito spesso la parola mutuo. Pagamenti di interessi. Societ. Se suo padre e sua madre bisbigliavano tra di loro, spesso il discorso verteva su quegli argomenti e Jesse ne era tenuto all'oscuro.

E adesso, questo mercoled, il giorno prima delle vacanze di Natale, Jesse  nel corridoio della scuola, a chilometri da casa, e sente ancora quella conversazione. Risuona talmente limpida alle sue orecchie, cos stranamente limpida. Potr mai dimenticarle? Le secche parole che Jean aveva bisbigliato: perch lui non vuole un altro figlio.

Non dimenticher mai. Non dimenticher mai quel mercoled.

Cammina a passo svelto nel corridoio. Era strano vederlo cos vuoto. Lungo entrambi i muri ci sono gli armadietti, ammaccati e arrugginiti, e dovunque l'odore di lana umida. Per terra ci sono delle calosce sparse. Qualcuno deve averne calciata una pila. Il pavimento  leggermente incurvato, ma ha un aspetto uniforme, piacevole e trasognato, come fosse vecchio di cent'anni. Molto pi in alto il soffitto  crepato in pi di un punto. Ragnatele di crepe. Anche loro hanno del fascino, quel genere di fragile schema formale suggerito dai sogni. Un articolo sul Yewville Journal lamentava che, in caso d'incendio, la scuola sarebbe diventata una trappola mortale. Jesse aveva pensato che quella era un'espressione interessante: trappola mortale. Ogni settimana facevano una prova, l'allarme antincendio suonava agli orari pi strani e gli studenti riempivano ordinatamente i corridoi, scendevano gi per le scale e uscivano in strada. Era emozionante, una mezz'ora turbolenta. Ma non c'era mai stato nessun incendio.

Molte delle ragazze per Natale avevano decorato l'armadietto. Ritagli di giornali raffiguranti Babbo Natale, ritagli di alberi di Natale e angeli... L'armadietto di Jean, in un angolo del corridoio, era decorato con fiocchi verdi e rossi incollati all'armadietto a formare la sagoma di un abete. Quando Jesse incrociava sua sorella a scuola ne provava timore; quella sua aria da adulta, l'autorit emanata delle sue gambe corte e ben piantate e i capelli rossi e crespi, le labbra, gli occhi, quel modo di andare sempre di fretta, essere sempre allegra, sempre in compagnia di altre ragazze. Se dopo le lezioni andava in giro con un ragazzo, gli altri lo prendevano in giro, stavano loro fra i piedi, ma Jean non prestava attenzione a queste cose. Jesse aveva sentito dei ragazzi fischiarle dietro in strada, ma Jean non vi prestava attenzione. Si voltava con fare solenne e guardava qualcosa in lontananza, lo osservava lungo tutta la curva degli zigomi.

In lontananza il coro continua a cantare. Un brano che Jesse non riconosce, perch le parole giungono ovattate, gli arriva solo l'ipnotico e lieve suono della musica.

Corre al bagno dei maschi. L'odore di quel posto gli provoca dei conati e all'improvviso sa che si sentir male.

S, sta male.

Altri conati e si sente soffocare, chiude gli occhi dai cui angoli sgorgano lacrime. Caldo,  tutto caldo, e puzza... Sputa nel gabinetto, cercando di rifarsi la bocca. Il water non  pulitissimo. Oh, puzza tutto, tutto  squallido e gli si stringe attorno, deformandogli il cranio... Quella mattina sua madre era stata male. Aveva vomitato nel lavabo. L'odore acre e pungente: ora  lui a vomitare. Sputa ancora e ancora, fa scorrere la lingua per tutta la bocca, sulle dure corone dei denti. Minuscoli frammenti di vomito, come pezzetti di cibo. Viscidi, attaccati ai denti come una pellicola che gli copre tutto l'interno della bocca... Una volta finito, scosso da tremori, afferra la catena e l'acqua comincia a scorrere pigramente, rumorosamente. Per un attimo  colto dal panico al pensiero che il vomito non andr gi.

Jesse  sconcertato, sono anni che non si sente male. La nausea: il tremolio interno, la debolezza, il panico. Un panico che preme sullo stomaco. Non ricorda di essere stato mai cos male, mai nella vita si era sentito cos impotente e spaventato. Shirley ha spesso dolori di stomaco e sua madre si prende cura di lei in cucina, al lavabo. Fa troppo freddo per andare a vomitare fuori.  tremendo, l fuori.

Quella mattina, per sbaglio, Jesse si era imbattuto in sua madre che vomitava. Era piegata in due e, colta di sorpresa, si era voltata verso di lui, il viso pallido, le sopracciglia sottili e inarcate, troppo severe per i suoi tratti delicati; non la riconosceva in quella bellezza disperata e stregonesca, ne fu colpito. La sua bellezza. I tratti del viso. L'odore di vomito, un filamento di vomito sull'accappatoio. Erano entrambi imbarazzati. Lei aveva detto sbrigativamente: Avrei avuto pi privacy se fossi andata nella stalla delle mucche!.

Era un'espressione della sua giovent. Stalle e mucche. Suo padre era proprietario di una fattoria.

Mi dispiace aveva detto Jesse, indietreggiando.

Era successo alle sette e trenta del mattino. Suo padre era ancora fuori. Non lo sai, non lo vuoi sapere dov' andato? Perch non riesce pi a dormire? Ma invece non aveva detto nulla e si era scostato per lasciarla passare, per poi seguirla in cucina. E l ancora altri bisticci, tra Jean e Shirley. Jesse si era seduto al tavolo. Bob tirava su col naso, gli occhi lucidi. La conversazione a tavola era tesa, musicale, canzonatoria. Jean si prendeva sempre gioco di qualcuno. Il suo prendere in giro aveva un ritmo tutto suo, una crudelt seguita a ruota da una tenerezza. Aveva una risata repentina, simile a un guaito, che stonava con il resto della sua persona mascolina e brusca. Ma il suo sorriso era lento, canzonatorio. Bob chiedeva quando avrebbero addobbato l'albero e Jean aveva risposto che forse non ci sarebbe stato nessun albero. Niente albero se fai il cattivo aveva detto Jean. Solo lui? aveva chiesto Shirley. Perch lui? Non conta solo lui! Sta' zitta, piccolina le aveva fatto Jean. Jesse aveva bei ricordi legati all'albero di Natale. Suo padre lo portava a casa, legato al paraurti dell'auto. Lo mettevano nel soggiorno e lo fissavano su un treppiede metallico con sotto una bacinella d'acqua e poi lo decoravano con tutto quello che c'era nei due scatoloni di cartone che conservavano in soffitta: globi di vetro sottilissimo, spirali simili a ghiaccioli, festoni argentati, fiocchi colorati e decorazioni di carta, e statuine del presepe. Due o tre uccellini con piume che sembravano vere. Un angelo. Una stella dorata e ossidata. Candele disegnate sul cartone e colorate a matita, fatte da Jesse anni prima. E sotto l'albero mettevano i regali che si sarebbero scambiati.

La madre aveva preparato la colazione per loro. Era ancora pallida, tremava. Jesse si chiese se le ragazze se n'erano accorte. L'accappatoio era umido nel punto in cui lo aveva ripulito dal vomito, una grossa macchia umida sul tessuto blu. Ma nessuno ci faceva caso. Aveva messo i piatti a tavola e versato qualche cucchiaiata di fiocchi d'avena. Evitava di incrociare lo sguardo di Jesse. Si odiava per aver visto troppo, vedeva sempre troppo. Non poteva farci niente. Vivevano in una casa cos piccola, non riusciva a non notare le spalline che a volte scivolano dalle spalle di Jean oppure la carne arrossata e screziata del petto di sua madre quando l'accappatoio si apriva leggermente. A volte fissava suo padre, la sua faccia forte e ampia, le mascelle forti, il moto instancabile della masticazione quando mangiava. Voleva vedere, eppure non voleva vedere. Voleva vedere la biancheria che Jean riponeva nella cassettiera, nel cassetto in alto a sinistra, eppure non voleva vedere... Non riusciva a non notare i seni di sua sorella. Le sue gambe sode, gli accenni di cosce. A scuola si accorgeva di come la guardavano gli altri ragazzi. I ragazzi notavano persino sua madre quando veniva in citt d'estate, con indosso i jeans, a volte con i capelli raccolti in una bandana, con un aspetto da zingara. I suoi occhi accoglievano queste visioni cautamente, caldamente. La parte esterna e umida dei suoi occhi bruciava di queste visioni. Suo padre che usciva per andare nei boschi ore prima dell'alba... Una volta nel bosco di Brennan aveva trovato un cumulo di cicche di sigarette e cenere, e aveva capito che era l che suo padre andava a rintanarsi quando non riusciva a restare in casa o a letto. Insonne. Aveva dato un calcio a quel mucchietto, quasi fosse un segreto imbarazzante.

Sua madre si mise a sedere. Pul il naso di Bob. Shirley aveva bisogno di qualcosa, faceva le sue solite lagne. Jean era inciampata nel piede di Jesse mentre andava alla dispensa. Il piede pi lungo del mondo aveva brontolato. Jesse tir il piede sotto la sedia con rabbia. Sta' attenta disse. Smettetela, voi due disse sua madre in un sospiro. Il tavolo era stracolmo di roba. Sua madre aveva bisogno di star seduta con la sua ciotola di fiocchi d'avena, un cucchiaio, un bicchiere, una tazza di caff. Tutto era ricoperto da cose. Jesse avrebbe voluto buttare gi tutto, aprirsi un sentiero; avrebbe voluto urlare a Jean di lasciarlo in pace. Chi credeva di essere? Invece aveva continuato a mangiare in silenzio, imbronciato, di fretta. Troppo zucchero sui fiocchi d'avena, in un punto gliene era caduto un cucchiaino intero. Era nauseante. Alz lo sguardo per vedere Bob che si puliva il naso con il dorso della mano. Se suo padre fosse entrato in quel momento, avrebbero dovuto fargli spazio. Un'altra sedia. Un altro posto a tavola. Non c'era modo di nascondersi. I grossi denti scoloriti di suo padre, il movimento ritmico del suo masticare, il suo ingoiare. Jesse ne era ipnotizzato. Lo sguardo di Jesse, la sua abitudine di fissare la gente, sarebbe stato quello a metterlo nei guai. Non guardare. Non notare. L'accappatoio di sua madre mal legato attorno alla vita. Poteva sentire sua madre che parlava con Jean e Shirley del Natale. Dell'albero di Natale. Regali per nonno Vogel. Le tre voci si mischiavano fra loro, si mescevano e si scontravano, si allontanavano, si ricongiungevano. Dissentivano. Erano d'accordo. Cambiavano idea. Era come musica. La radio era accesa e c'erano le notizie del mattino, ma la stazione doveva essere cambiata, si udiva pi che altro un ronzio. Perch la madre di Jesse non se ne accorgeva e non la sistemava? Jesse mangi di corsa, ingollando il cibo. Da quando aveva assistito al malore di sua madre, si sentiva male anche lui. E cosa nascondeva quel fruscio metallico, quel rumore che facevano la radio e sua madre e le sue sorelle? Era qualcosa che avrebbe dovuto ascoltare?

D'improvviso disse: Dov' pa'?.

Sua madre non lo guard.

 gi uscito gli fece Jean.

Perch? disse Jesse.

E che ne so? rispose Jean.

Dov' andato? chiese Jesse alla madre.

Cercava di scrostare qualcosa dal bordo del tavolo, dalla tovaglia cerata e scolorita.

Non riusciva a dormire ed  uscito a fare una passeggiata disse infine.

Fuori fa troppo freddo per camminare osserv lui con fare anomalo, lo sguardo fisso sulla madre.

Non riusciva a dormire disse la madre.

Scese il silenzio. Shirley suggeva il suo latte, ignara, non poteva capire. Jesse e Jean erano talmente vicini alla madre che i loro volti sembravano palloni sospesi uno vicino all'altro, sul punto di sfiorarsi. Le finestre erano velate di ghiaccio dalla parte interna dei vetri, uno strato sottile che seguiva schemi bizzarri. Jesse guard la finestra dietro i fornelli. Cosa sarebbe successo se suo padre fosse comparso dietro ai vetri all'improvviso e fosse rimasto l a guardarli? Doveva essere affamato dopo aver camminato al freddo per tutto quel tempo. Forse espirava nuvole di vapore. Il respiro fumante a contornargli la bocca. Lo vedeva camminare a testa bassa, chino, i capelli scuri tutti in disordine, selvaggi, spettinati, gli occhi protesi dalle orbite per vedere, per assicurarsi che niente gli fosse tenuto nascosto, che non fosse all'oscuro di niente: questo era Willard Harte. Tutti conoscevano Willard Harte. Era di Yewville e tutta la citt lo conosceva.

Jesse percep la presenza del padre, come se davvero il suo volto fosse oltre la finestra, come se li stesse spiando. Dunque disse con voce rauca, ma audace: Cosa far adesso? Dobbiamo trasferirci?.

Chiediglielo tu fu rapida a rispondergli Jean.

La madre non disse nulla. Ripuliva la bocca di Bob.

Ma' ripet Jesse ci trasferiamo di nuovo?

Ci trasferiamo? chiese Shirley, colta di sorpresa. Ma come, quando?

Zitta le fece Jean. Stanne fuori.

Dove andiamo? domand Shirley. Aveva un viso pieno come una luna, punteggiato di lentiggini. Guard Jean a bocca aperta. Jean era il membro della famiglia che spesso faceva da custode dei loro segreti: quel che succedeva tra la madre e il padre e che restava inespresso riusciva a venire a galla grazie a Jean.

Chieder a qualcuno... chieder in giro, forse... disse la madre con fare evasivo.

Chiedere in giro cosa? disse Jesse.

Se si pu vendere rispose la madre.

C' scritto solo chiuso. Non in vendita le fece Jesse.

Sua madre alz lo sguardo verso di lui. Pallido, trasparente, nutrito di minuscole vene luminescenti, il suo viso affront quello sguardo con coraggio. Gli occhi di lei erano di un grigio sbiadito, appena tendenziosi, a forma di mandorla, la scherzosit insita in loro si era spenta.

Se vuoi saperlo, Jesse, va' a chiederglielo tu si intromise Jean, con rabbia. Va' fuori se sei cos sveglio, linguacciuto che non sei altro!

Jean intervenne sua madre.

Non dirmi Jean, ma'. Te lo ripeto, non dirmi Jean scatt lei. Non sono una maledettissima bambina come questi due. Non guardarmi di traverso a quel modo. Oggi c' l'assemblea natalizia, lui cerca rogne gi da ora e lui si comporta da pazzo come al solito, l fuori in giro, e se qualcuno lo vedesse! Stanotte ho sentito che beveva. Incespicava per casa al buio. Perch deve uscire sempre in quelle condizioni, fuori fino a tardi e in piedi all'alba, a vagabondare come un fannullone? I miei amici mi chiedono di lui, dicono che lo vedono in citt, a piedi e adesso mette quel diamine di cartello e inchioda assi e gli altri ragazzi mi chiedono che vuol dire, proprio prima dell'assemblea natalizia...

Non usare questo tono con me disse sua madre.

Vorrei essere morta! sbott Jean.

Si mise a piangere. Il cane corse nell'altra stanza, abbaiando. Bob fissava Jean, strabiliato, e tentava di sfuggire dal grembo di sua madre.

Mi odiate tutti! Vorrei essere morta! strill Jean, scattando in piedi.

Mettiti seduta e calmati. Chi  che ti odia? Chi diamine  che ti odia? disse la madre con voce acuta, rovente, indisponente. Spazzolava la parte davanti del suo accappatoio. Dei movimenti brevi e palpitanti delle mani, come spazzolasse via delle briciole. Guard Jean di traverso voltando il viso con fare rigido, scostandolo severamente. Jesse not il modo in cui i suoi occhi si stringevano negli angoli.

Smettila di piagnucolare, non fai che peggiorare la situazione fece la madre.

Il viso di Jean, solcato dalle lacrime, non era pi cos grazioso.

Vuoi finire nei guai? le fece la madre.

Ha iniziato Jesse rispose Jean.

Ho solo chiesto se ci trasferiamo. Se vuole vendere il distributore di benzina disse Jesse. Si sentiva incerto, insicuro. La tensione nella stanza era palpabile fra la madre e Jean e pareva escluderlo. Alzando la voce, evitando i loro sguardi, riusc a imbattercisi, a catturarne un po' per s. Disse avventatamente: Certo, stamattina gli altri vedranno il cartello, passando con l'autobus, e perch ha dovuto mettercelo, poi? E ci prenderanno in giro, vorranno sapere che cosa  successo....

Di' loro di andare al diavolo rispose sua madre.

Ma lui cosa far?

Non lo so. Chiediglielo quando torna. Chiediglielo tu.

Quella confessione, che sua madre non ne sapeva pi di Jesse, lo folgor. La fiss. Era perplesso, risentito, si sentiva tradito. Il cibo che aveva davanti era diventato freddo. Quello che aveva gi mangiato era una pallina dura e fredda nel suo stomaco. Al diavolo il cibo. Al diavolo la colazione, il tavolo della colazione, quelle persone sedute a tavola a fissarsi l'un l'altra, le loro facce arrossate e spaventate.

Bene disse Jesse lo far.

Maledetta lingua lunga! sfuri Jean.

Piano con le parole intervenne la madre. Il suo viso era affaticato, eppure luminoso, radioso quanto quello di Jean. Era come se danzasse sempre pi vicino a una fonte di calore furioso, centrale, un nucleo di brillantezza che non osava sfiorare. Una volta o due si guard alle spalle, verso la finestra che Jesse gi guardava da un bel po'. Anche lei si aspettava di trovarci la faccia del marito...? Ma quando si volt, era Jean che stava guardando. Sempre Jean. Jean, pi grande di due anni, i lineamenti di una giovane donna matura, le labbra colorate di un rosso troppo accesso, i seni che sporgevano troppo aggressivi sul davanti del vestito. Jesse si sentiva escluso dalla madre e dalla sorella. Odiava Jean. Odiava anche la madre quando si comportava cos, quando entrava in quella feroce, cupa sintonia silenziosa con Jean, loro due egoisticamente separate da tutti gli altri.

Su, va' fuori, vattene lo schern Jean.

Jesse scatt in piedi.

Spero ti tagli quella linguaccia che ti ritrovi aggiunse Jean fra i denti.

Jesse disse sua madre.

Che c'?

Siediti.

Rest in piedi, le gambe discoste. Fissava la madre dritto negli occhi.

Siediti e finisci la colazione.

Perch?

Ti ho detto di sederti.

Ho finito, non ne voglio pi.

Non disturbare tuo padre, non stamattina. Toglitelo dalla testa. Vuole stare da solo.

Glielo chieder io.

Ho detto di lasciarlo stare.

Jesse era talmente arrabbiato, talmente agitato, che gli sembr che la testa gli andasse a fuoco. Gli sembr di vedere il volto del padre, l con loro al tavolo, un pasto come tanti altri e il suo volto arrossato, muscoloso, le guance gonfie di cibo, le fauci mosse dallo sforzo di triturare il cibo, che masticavano, masticavano, mangiavano famelicamente, mangiavano di fretta, non ce n'era mai abbastanza, il collo sporco, segnato di grasso dal lavoro nel garage, i muscoli del collo tesi, forte e affamato.

Perch?

Attorno al tavolo della cucina, erano tutti spaventati. Fuori, l'aria era talmente fredda da far male. Dentro, i loro respiri si mescolavano, caldi, e Jesse torreggiava sopra di loro, li fissava, guardava ogni viso a turno, da uno all'altro, con occhi potenti, come protesi lievemente dalle orbite, spinti in avanti da un enorme dolore rabbioso... Era sceso il silenzio. Anche Bob stava zitto. Anche il cane. Jesse avrebbe voluto chiudere gli occhi e andarsene da l. Al diavolo tutto, tutto. Ma c'era qualcosa che gli pizzicava la gola, il principio di un singulto. Non riusciva a parlare. Li amava e non riusciva a parlare. Non voleva vedere con cos tanta chiarezza il volto stanco e spaventato di sua madre, il modo con cui la testa si levava sul collo, simile a un uccello, netta e cauta, come se per tutto il tempo fosse stata ad ascoltare il suono celato dal segnale disturbato della radio, il rumore degli stivali di qualcuno che calpestavano le zolle di terra l fuori... Non voleva vedere il volto di suo fratello, i suoi capelli setosi, non voleva incrociare lo sguardo di Jean, che sapeva sempre pi di quanto non sapesse lui, e il cui viso truccato, intimorito e sfrontato, diceva pi di quanto lui non volesse sapere. Non voleva vedere nemmeno Shirley, l'espressione instupidita sul volto coperto di lentiggini, i suoi capelli scuri e arruffati, lo sconcerto causato dalla piega che aveva preso la colazione.

Bene, allora andr a vivere con il nonno! url Jesse.

Non era cosciente che stava per dirlo. Non ci aveva mai nemmeno davvero pensato.

Ma sua madre accett quelle parole, il suo strillo tremendo, e a sua volta con un tremendo strillo sbatt forte il palmo della mano sul tavolo.

Va' al diavolo, allora, se la pensi cos, va' al diavolo e vattene via! grid.

Jesse corse fuori dalla stanza.

And al capanno della legna e si affrett a infilarsi gli stivali. Il cuore gli batteva con violenza. Il pizzicore in gola si fece doloroso. Si era messo a piangere senza emettere alcun suono. In cucina sua madre diceva qualcosa, la voce mista a quella di Jean, esasperata e rabbiosa. Perch aveva detto quelle cose? Ma non poteva tornare e scusarsi. Non sarebbe tornato. No. Sarebbe andato a scuola e se ne sarebbe andato da quel posto. La puzza dei fornelli a gas! La puzza del capanno, stipato di robaccia, scatole e casse piene di robaccia che probabilmente celava cadaveri di piccoli animali che erano strisciati l dentro in cerca di calore ed erano morti! E la rabbia di sua madre, la paura di sua madre... Gli era insopportabile.

Era corso fuori, ad aspettare il pulmino della scuola.

Tremava. Piovigginava. Qualche minuto pi tardi Jean e Shirley lo raggiunsero con passo affaticato. Jean gli porse il pranzo.

Stronzetto bisbigli.

Tremava e non riusciva a smettere. Si pul il naso con il dorso della mano. Non avrebbe permesso che lo vedessero piangere, che andassero a quel paese. Il gatto pass di l. Jesse non lo not. Shirley si abbass per prenderlo, canticchiandogli qualcosa. Jesse si volt verso il distributore di benzina, laggi, le finestre sbarrate, il cartello che diceva Chiuso, un piccolo edificio stuccato con due pompe di benzina all'angolo tra Yewville Road e Moran Creek Road. Dietro di esso vi era un piccolo appezzamento, lasciato in pasto ai mucchi di rottami di moto e auto, in parte smontate, qualche carretta su blocchi di cemento, un mucchio di gomma e metallo e metri di fil di ferro. E dietro ancora un canale ghiacciato, la casa stessa, la casa. La legnaia attigua alla casa. Dietro di essa una vecchia stia. Nel vialetto c'era la macchina del padre, una Ford del 1930. Ancora oltre una macchia di alberi che segnava il confine tra le loro terre e quelle di Brennan, che dal loro lato era pi che altro arbusti e cespugli.

Suo padre andava a nascondersi nel boschetto di Brennan? Stava l, seduto su un tronco, a fumare, buttando i mozziconi e pestandoli con il tacco?

Jean non disse nulla a Jesse. Lui sentiva l'odio nel suo sguardo altero, arrabbiato, gli causava un formicolio su un lato del volto, e non rivolse lo sguardo verso di lei. L'aria era freddissima. Sembrava perforare i polmoni, intorpidirli. Il sole irradiava luci pallide e indistinte e non riusciva a fendere il manto delle nubi. Jesse continuava a socchiudere gli occhi, sentiva che Jean lo guardava. Strizzava gli angoli degli occhi come a schermarsi da qualcosa che non avrebbe dovuto vedere. All'orizzonte, in fondo alla strada da dove sarebbe sbucato il pulmino, si era formato uno spesso strato di nuvole scure. Jesse poteva scommetterci che quel giorno avrebbe nevicato.

Linguacciuto che non sei altro gli bisbigli Jean.

Era arrivato il pulmino, si era fermato, li aveva portati a Yewville; e ora Jesse si trova a scuola, al sicuro nel bagno soffocante e puzzolente, debole e al sicuro. Pensa ancora alla colazione e all'odore del latte e dell'avena. Pensa al viso di sua madre. Perch aveva detto una cosa del genere? Perch quelle precise parole? Andr a vivere con il nonno. A lui non piace nonno Vogel, lo conosce appena, perch tra lui e suo padre c' dell'astio. Una discussione riguardo a del denaro che il nonno gli aveva prestato e a una corsa di moto che una volta il padre di Jesse aveva organizzato alla fattoria del vecchio. Lui sta dalla parte di suo padre, ovviamente. Suo nonno per lui  uno sconosciuto. Suo padre gli  cos prossimo che il suo viso potrebbe esplodere nella testa di Jesse, terrorizzandolo per la forza della loro intimit, per il suo potere. Vede quel volto. Il sangue che lo attraversa, rendendolo animato. A volte, seduto in garage con gli amici, suo padre scherza, passano il tempo sul retro, poggiati alle moto, a gambe aperte, pigramente, come se a loro bastasse star l seduti per ore, a parlare, a ridere con le loro risate corte e stizzose. A Jesse piace molto ascoltare il padre parlare con altri uomini. Fare battute. Scherzare. Raccontare storie. La voce del padre si innalza fra quelle degli uomini, fa la lotta con le loro, le sconfigge. Scherzano tutti. Ridono un sacco, con tono di scherno. Jesse  l vicino, non esattamente con loro e non del tutto escluso. Suo padre gli lancia sguardi con la coda dell'occhio per controllare che stia ascoltando. Le sue storie si snodano rapidamente: e poi io... e poi io... Storie di scazzottate durante picnic in campagna, fiere, escursioni dei pompieri; al lago Ontario, alle taverne sulla statale. Storie di corse, corse di stock car e di moto... E Jesse percepisce in suo padre e nei suoi amici, questi uomini dalla barba incolta, le gambe grosse e muscolose, le pance mollicce, i capelli diradati, un'eccitazione che c'entra poco con quel cortile sul retro pieno di robaccia, dell'odore di gomma in perpetua e invisibile combustione, un entusiasmo che si rivela pi prorompente sul volto del padre di Jesse, sul quale tutti gli occhi sono puntati. Anche se  seduto sulla sella lurida e scorticata di una moto, i tacchi degli stivali ben piantati nel terreno,  rivolto verso il sole, verso il vento rovente di una corsa, gli occhi stretti come a sondare i modi di venir fuori da una curva, di sconfiggere qualcun altro. Quel volto non  piatto o dolce come quelli degli altri uomini.  massiccio, in qualche modo: il lungo naso che protende dalla base bluastra, gli occhi scaltri e stretti nelle orbite e cos veloci a spostarsi da un punto all'altro per il bisogno di vedere ogni cosa. Un bizzarro chiarore gli colora il bianco degli occhi. La parte scura  sfrontata, abbagliante. Si percepisce un'urgenza nel suo fare il resoconto di un combattimento o di una corsa, parla svelto, a voce un po' troppo alta. Gli altri si sporgono verso di lui per ascoltarlo meglio. Lui li attira a s, i loro occhi, il loro sangue freddo, la sua voce che continua a implorare attenzioni, calda e dura, mentre i capelli ondulati si sollevano sulla fronte come una cresta di gallo, dritta dall'eccitazione. Ha le braccia nude sino alle spalle, dove le maniche sono state tagliate via. Braccia grosse, bicipiti, spalle ampie. La sua camicia, sbottonata in cima, lascia intravedere ciuffi di peli scuri e ricci. Controlla continuamente un orologio dal cinturino di pelle nera, come se il tempo per lui fosse importante, e talvolta lo scuote per assicurarsi che funzioni, quasi avesse altro da fare, altri posti dove andare, e i suoi giorni non fossero solo lunghi pomeriggi fatti di chiacchierate e birre...

La vicinanza di suo padre lo disorienta. Quel viso impresso nella sua mente, un viso che si approssima a quello di Jesse. Quasi riesce a sentire l'afrore di tabacco del respiro di suo padre. Quasi sente la sua risata da falco. Scuote il capo per schiarirsi le idee. Esamina le pareti del bagno: parole scarabocchiate ovunque, alcune di fresco, altre barrate, cancellate. Un disegno attira la sua attenzione, un disegno intricato e dettagliato e misterioso: un corpo di donna visto dal basso, le gambe lunghe e muscolose, spalancate, la testa in fondo al corpo piccola come un cece, ma con occhi e ciglia disegnate con estrema cura, tanto da sembrare vere. Qualcuno era intervenuto con una matita smussata a rendere il corpo pi squadrato, lo spazio fra le gambe riempito in un netto rettangolo nero, simile a una porta. Era intervenuto anche sulle braccia, mutate in muri su cui si suggeriva anche la trama dei mattoni...  un disegno misterioso, due disegni misteriosi, uno sull'altro come un sogno che si dissolve in un altro, un incubo sovrastato da un altro! Jesse lo guarda con attenzione. Probabilmente l'ha gi visto altre volte ma non si  mai preso la briga di esaminarlo.  bizzarro, a tratti inquietante. Meglio non guardare... Ma perch il secondo ragazzo aveva trasmutato il corpo in casa, con muri e un'entrata? Una casa, oppure una stalla o un magazzino.  un luogo in cui entrare e perdersi, tutta quella vuota oscurit... e in cima a esso la testa, in lontananza, la piccola testa tonda, che osserva paziente.

D'improvviso Jesse pensa a sua madre, alla sua rabbia. Perch le aveva detto quelle cose?  uno sciocco, un bastardo. Un bastardo dalla lingua lunga, ecco. Andr a vivere con il nonno. E lei gli aveva urlato di andarsene, andarsene... A volte, nel cuore della notte, urlava anche contro suo padre. Lui usciva e al ritorno era possibile litigassero. E Jesse stava a letto, rigido come una statua, in ascolto. Sapeva che anche Jean e Shirley erano sveglie e in ascolto, anche Bob, nella camera dei loro genitori, era sveglio, si faceva piccolo nel letto per la paura e frignava. Jesse non cercava nemmeno di capire il senso di quelle litigate. La tempesta sembrava cessare, ma poi faceva dietrofront e ricominciava tutto da capo. Era proprio come se nella casa si generasse una tempesta, raffiche di vento che turbinavano e roteavano freneticamente. Una volta Jesse aveva visto sua madre dare uno schiaffo al marito, uno schiaffo forte scagliato contro il viso. Gli scuoteva una sua camicia sotto il naso, tremante come una psicopatica, urlando... e suo padre si era fatto indietro, uno stupido ghigno dipinto in volto, come se per lui fosse solo uno scherzo. Ma poi quel colpo in volto che aveva costretto il bel viso avvampato di suo padre a girarsi, reso i suoi occhi due fessure, la fronte aggrottata, i capelli neri e folti ritti come una cresta! No, quello non era uno scherzo, affatto. Nessuno scherzo.

Quelle sere restava steso, rigido come una statua. Immaginava di essere la polena sulla prua di una nave, ripensava alle immagini dei libri di storia che raffiguravano navi decorate da sculture, figure di donna levigate dalle carezze di secoli d'acque gelide, i volti vuoti e calmi e neutrali rivolti verso mari tempestosi. Immutate. Jesse restava a letto, le mani incrociate in petto, le ginocchia distese. Sentiva tutto. Non sentiva nulla.

Ascoltava.

Non ascoltava.

Oggi osserva come il giorno si riempie di frammenti di ghiaccio. Guarda fuori dalla finestra, che pi di cos non si apre. Il bagno ha un cattivo odore, l'aria  surriscaldata, viziata. I radiatori continuano a far rumore. Jesse grugnisce, prova a forzare la finestra. Gli infissi sono bloccati. Sul davanzale c' un sottile strato di ghiaccio, un lieve accumulo ghiacciato. Un soffio d'aria fredda sfiora le guance di Jesse.  un gran sollievo, quell'aria... aria che muta i suoi polmoni in ghiaccio... forse dovrebbe tornare in aula magna. Si accorgeranno tutti che non c'. Se qualcuno sta male e resta fuori troppo a lungo, di solito mandano qualcuno a cercarlo. Un professore. O il signor Fuller in persona. Dovrebbe tornare in aula magna, ma si sente troppo debole. Dovrebbe andare a casa. Dovrebbe andare a casa.

Prima che sia troppo tardi.

Sta impalato a respirare aria fredda.  pulita, rinfrescante. Sputa nel lavandino. Lascia scorrere l'acqua dal rubinetto arrugginito e cerca di sciacquarsi la bocca. Sente ancora il sapore del vomito. Il lavandino diventa il lavabo di casa loro, col suo fondo eroso e segnato. Graffi marroni di ruggine che si insinuano nel bianco. In un angolo remoto della sua testa c' la musica, il suono delle voci dei bambini, voci angeliche, il loro canto. Cantano parole che non riesce a distinguere. Il giorno avanza a passo piuttosto ritmato. I suoi occhi si socchiudono, come se cercasse di concentrarsi sulle parole, di carpire il mistero di quelle note, la relazione che intercorre fra loro, il suono martellante del ritmo. Ma non sa niente di musica, non sa cosa sia, percepisce solo il suo riserbo calmante, carezzevole, il suo potere ipnotico, il modo in cui spegne la mente.

La porta del bagno si apre di colpo.

 il signor Fuller.

Jesse...?

Jesse si volta di scatto, trasalendo. Sente come se qualcuno fosse stato l a spiarlo per tutto il tempo

Ero... Dovevo... Dovevo vomitare dice.

Il signor Fuller annuisce imbarazzato.

Sto bene, adesso.

Il signor Fuller lo guarda dubbioso. Non  che hai l'influenza?

No, adesso sto meglio.

Qualcuno dei tuoi familiari ha l'influenza?

Quest'uomo, il signor Fuller,  irritabile e imbarazzato. Non si sente a suo agio a guardare Jesse negli occhi.

No. Stanno tutti bene, nessuno di malato dice Jesse d'un fiato.

Non sembri proprio... non sembri in forma... Sembra tu abbia la febbre.

Jesse si tocca il viso. S,  proprio caldo.

Mi scusi borbotta, senza sapere bene quel che sta dicendo.

Forse  meglio se torni a casa dice il signor Fuller.

Dopo la scuola devo andare a lavoro risponde Jesse.

Si chiede se non ha usato parole troppo brusche, se il signor Fuller non penser che sta mettendo in discussione la sua autorit. Jesse abbozza un sorriso. Pensa a quanto sia pi alto, forte, quanto sia migliore suo padre se paragonato al signor Fuller. Suo padre  meglio di lui, anche se tutto gli va storto. Il distributore di benzina. Prima di quello, la segheria. Prima ancora, la tavola calda sulla statale. Quando Jesse ero piccolo suo padre aveva provato ad allevare polli e maiali in una fattoria dimessa che un tempo possedevano. A quei tempi vivevano in una campagna sperduta, la vera campagna, in fondo a una strada sterrata, senza elettricit n vicini, senza niente, come diceva sua madre, quando rammentava quei giorni con amarezza. Il signor Fuller viveva a Yewville, da qualche parte nei pressi della scuola. Nessuno parlava di lui se non per prendersene gioco. Lo prendevano in giro alle sue spalle. Ma quando se lo trovavano davanti lo temevano, anche i ragazzi pi grandi ne avevano paura. Aveva una rabbia severa, livida e smorta dentro s, la rabbia di un debole, che faceva presto a scattare. La sua voce, quando la alzava, era acuta e allarmante. Si trovava bene a Yewville, perch aveva un lavoro e lo conoscevano tutti. Tutti conoscevano anche Willard Harte, ma su di lui non osavano fare battute e lui non si trovava bene. Aveva qualcosa di sbagliato. Qualcosa di sbagliato. Difficile dire cosa distinguesse quei due uomini. Ma una differenza doveva pur esserci. Se Willard Harte fosse entrato nella stanza, i capelli ritti e ondulati, un passo da far tremare il pavimento, il signor Fuller si sarebbe dovuto fare da parte: non ci sarebbe stato spazio per entrambi. Se Willard Harte avesse fatto una delle sue battute, ridendo e gesticolando con le sue mani grandi, tracciando invisibili forme a mezz'aria, il signor Fuller avrebbe dovuto ritrarsi, indietreggiare... Quel suo sorriso nervoso non poteva competere con il ghigno di Willard Harte. Willard Harte era alto un metro e novantacinque e le sue spalle erano ampie e avevano un aspetto irrequieto, scattante, lo si capiva anche da sotto i vestiti, e le fasce muscolari e le vene del collo avevano anch'esse un'aria irrequieta, impaziente quando cadeva il silenzio o stava fermo troppo a lungo nello stesso posto. C'era bisogno di muoversi! Andare avanti! Quando andava a caccia, Willard Harte era sempre in testa al gruppo. I cani dei suoi amici lo seguivano di soppiatto, chinavano la testa innanzi a lui, ansimavano per farsi accarezzare da lui ed erano grati quando strofinava il calcio del fucile sulle loro teste. Il signor Fuller, che aveva passato tutta la vita a Yewville, che non andava a caccia e probabilmente aveva paura delle armi, avrebbe dovuto farsi piccolo dalla vergogna al cospetto di Willard Harte. Non era forse qualcosa di cui andare fieri?

Ma non ne va fiero. Affatto. Si sente squallido e rachitico agli occhi di quell'uomo, solo un ragazzo di campagna nella sua salopette, figlio di Willard Harte.

Non c' bisogno che tu torni all'assemblea dice il signor Fuller.

Grazie risponde Jesse.

Una volta rimasto solo, si sente meglio; poi una peculiare separazione, un alleggerimento, si sente come abbandonato. Il volto scotta, forse per via della febbre.  malato? Quello sarebbe un sollievo, pensa, stare a letto e lasciare che sua madre si prenda cura di lui. Pensa alla colazione di quella mattina, ma ormai  andata, vomitata, non ne  rimasto niente, non c' pericolo di star male di nuovo. Teme di vomitare davanti ad altre persone, ma adesso sembra avere lo stomaco vuoto, cos torna in corridoio. Che strano essere l da solo. Il corridoio  deserto e pu fare quel che gli pare. Nessuno guarda. Lungo tutto il corridoio ci sono le decorazioni di Natale confezionate dalle ragazze, campane apribili fatte di carta crespa, Babbi Natale ritagliati nella carta lucida, angeli di alluminio, oscillano tutti davanti ai suoi occhi. Gli viene voglia di strapparli. Cammina veloce verso il suo armadietto, nell'angolo riservato a quelli del primo anno. L accanto c' un ritratto di Abraham Lincoln, appeso in alto sul muro, decorato di carta crespa verde e rossa. Pi in l l'elaborata cornice di George Washington ha decori dello stesso genere. Jesse s'infila il giaccone blu e sdrucito, pensando che forse si era sbagliato quando aveva creduto che nessuno lo osservasse: non aveva considerato gli uomini in quei vecchi quadri. Benevoli, astratti, avvolti da peluria o nuvole, quegli uomini morti contemplano Jesse con i loro occhi colmi di piet e sembrano riluttanti a lasciarlo andare. Indossa gli stivali con uno strattone e nota che cominciano a logorarsi sopra il tacco, dove fa pressione contro i gradini del portico per sfilarseli pi velocemente. Poco male. Al diavolo. Si mette le muffole che la madre gli ha fatto all'uncinetto l'anno prima, corre febbricitante verso la porta, gli stivali sbatacchianti. Non c' tempo per allacciarli. Non gli importa, non desidera altro che uscire da l, come se sentisse che con la scuola ha chiuso.

Fredda neve sferzante, non pi grandine, gli frusta il viso caldo,  come un pugno. Un ordine. Allontanandosi dalla scuola si sente galleggiare, libero, abbandonato, stranamente adulto. Corre per qualche isolato fino al negozio di Harder, dove c' gi un camion parcheggiato e Jimmy, un ragazzo di sedici anni che ha mollato la scuola, aiuta a scaricare. Jesse corre verso di lui. Sono uscito prima da scuola dice senza fiato. Vuoi che ti aiuti?

Jimmy lavora con una sigaretta che pende dall'angolo della bocca. Guarda Jesse come se avesse uno strano aspetto.

Certo. Va' a dirgli che sei arrivato.

Cos si mette a lavoro presto, non  sicuro di che ora sia. Lavora. Lavorer duro. Va da Harder dopo le lezioni tre giorni a settimana, da settembre, ed  fiero di riuscire a lavorare duro e a lungo quanto Jimmy. Scaricano casse di cibo in scatola. Cassa dopo cassa... gli fanno male le braccia, nella parte interna del gomito, le spalle sono punte da una sensazione di dolce fatica... finch lavora non deve pensare,  troppo concentrato sulle casse pesanti, troppo oppresso dal loro peso. La neve fluttua contro il suo volto e lo intorpidisce. Bene.  una bella sensazione. Ha bisogno di quel vacuo bianco della neve fredda sul viso per guarire.

Dentro lavorano con pi calma, riforniscono gli scaffali. Forse lavorano pi lentamente perch le mani sono gonfie per via del relativo tepore, le dita ingrossate e maldestre. Jesse crede che qualcuno lo stia osservando. Ma quando si guarda intorno non vede nessuno in particolare, solo una cliente in fondo al corridoio. Dov' il signor Harder? Alla cassa. Jesse lascia cadere una lattina e quella rotola verso il piede di Jimmy, che la calcia indietro.

Ehi, ma stai male o cosa? Sembri malato dice Jimmy.

 un ragazzo basso, tarchiato e muscoloso con un viso rubicondo.

Sto bene risponde Jesse.

S, stai da schifo.

Jesse si sorprende a fissare una lattina la cui etichetta si  staccata. Solo uno spazio vuoto, tutta superficie, un mistero.  caduta da una cassa di lattine di mais, quindi  probabile sia mais, ma la fissa comunque, facendola ruotare lentamente. Jimmy l'afferra, allontanandola da lui, e la mette sullo scaffale.

Alle tre Jesse ha finito di sistemare le casse; ora spazza il pavimento del retro. La scopa  molto grande, una scopa da uomo, non come quella piccola che sua madre usa a casa. Questa riesce a trascinarla lungo tutta la stanza, raccogliendo tutto lo sporco e le carte a tiro con potenti sferzate. Lavora veloce, nervoso. Di tanto in tanto un formicolio sulla nuca gli fa credere che qualcuno lo stia guardando, ma non si volta a controllare. Ci sono alcune clienti, in negozio, i loro figli corrono fra gli scaffali, ma nessuno lo sta osservando. Continua a vedere altro sporco, sporco sfuggito alla sua scopa. Si  raccolto negli angoli, negli interstizi sotto i banconi, in posti difficili da raggiungere. Entra una cugina di sua madre: una donna pesante con la faccia da peperone che gli fa un cenno. Quel ramo della famiglia non  molto affettuoso. C'era stata quella discussione sui soldi, quando avevano dovuto scegliere se stare dalla parte del padre di Jesse o da quella di nonno Vogel, quando la corsa di moto si era trasformata in scazzottata, e tutto il resto, tutti gli altri bisticci. Comunque neanche sua madre era poi tanto amichevole con i parenti. Ne abbiamo troppi, dice,  come vedersi riflessi in ogni angolo della casa.

Si volta di scatto e a guardarlo c' suo padre.

Entrambi trasaliscono, colti impreparati. Suo padre  nel mezzo del corridoio, tra due scaffali di lattine, i pugni affondati nelle tasche della giacca blu. Fissa Jesse dritto negli occhi. Ha la barba lunga di due o tre giorni. Gli occhi sembrano bianchissimi sull'ombra scura della barba, una ciocca di capelli afflosciata sulla fronte.

Prende la scopa dalle mani di Jesse, finisce ci che lui aveva iniziato e la mette da parte.
2

Prendi la giacca dice suo padre.

Ma...

Muoviti, prendi la giacca. Andiamo a casa.

Ma perch... perch sei venuto fin qui in macchina?

Dai, di' a Harder che te ne vai.

Ma pa'...

Suo padre riaffonda le mani nelle tasche della vecchia giacca, cos che le braccia spuntano disinvolte da entrambi i lati.  pallido in volto, i denti che quasi battono dal freddo. Il bianco degli occhi quasi luminescente. Jesse lo guarda e accenna una protesta, ma i suoi muscoli facciali si rilassano di colpo. Vorrebbe dire a suo padre che  tutto sbagliato, perch mai dovrebbe andarsene prima dal posto di lavoro? Perch?  confuso e imbarazzato perch il signor Harder li sta guardando e suo padre sta l impalato nella sua giacca consunta, i pantaloni sdruciti, lucidi e macchiati in alcuni punti, probabilmente di grasso, gli stivali sporchi di qualcosa di scuro e umido, forse olio di motore di cui la pelle  ormai intrisa. La parte inferiore del volto  in ombra, oscurata. La mascella  spostata da un lato, i denti che sfregano fra loro in silenzio. Jesse sente ancora il sapore di vomito in fondo al palato, come se vi fosse rimasta una macchia indelebile.

Ma pa', Walter Hill passa a prendermi alle cinque...

A quello ci penso io.

Ma perch sei venuto a prendermi? Che succede?

Niente.

La sua mascella si muove di nuovo, quasi impercettibilmente. A volte di notte Jesse sente che suo padre digrigna i denti: quel suono sinistro, lieve, come di ciondoli fatti roteare delicatamente sul palmo della mano, ciondoli di quelli che si trovano nei distributori a monete. Com' strano, intimo, sentire quel suono la notte e immaginarsi il padre infine addormentato, il suo grosso braccio a coprire la faccia quasi si vergognasse, anche nel sonno, di essere cos aperto, cos innocente! C' sempre della vergogna ben radicata nelle espressioni di suo padre, un alone rosso come il sangue che gli risale dalla gola.

Devo andarmene proprio adesso?

Esatto.

Suo padre non lo aspetta ed esce dal negozio. Jesse recupera la giacca, comunica al signor Harder che deve andare.

 successo qualcosa a casa? gli chiede.

No risponde Jesse.

Si affretta a raggiungere il padre. Lui gli cammina davanti, diretto alla macchina. Cammina veloce, a grandi passi, e c' qualcosa di spasmodico e meccanico nel suo incedere.  ubriaco? Jesse non ne  sicuro. La vecchia macchina ammaccata  parcheggiata davanti alla taverna Five Bridges, ma forse  solo una coincidenza. Il padre di Jesse ha un atteggiamento in qualche modo formale, quel pomeriggio, il figlio non vede quegli scatti arroganti, infantili e sprezzanti delle spalle che fa di solito quando beve. Quand' un po' ubriaco ondeggia da un lato, come a enfatizzare il suo fare giocoso; quando  davvero ubriaco  crudele, irascibile, ed  meglio stargli alla larga; quando  sobrio  se stesso, lo sguardo limpido e impaziente, sempre pronto a scherzare, sempre a battere le mani tra loro o sulle cosce, a canticchiare sotto voce, sprazzi di sillabe insensate sotto voce. Ma ora, oggi,  diverso, all'improvviso gli sembra diverso. Jesse gli corre dietro ed entra in macchina. Non c' modo di capire cosa succede, pensa fra s.

Ma' sta male? chiede.

Suo padre infila la chiave nel quadro dopo un primo tentativo fallito, si china sul volante e respira affannosamente. Una sottile nube di vapore gli si disegna attorno alla bocca. Le narici si dilatano per lo sforzo.

Sta male? domanda Jesse, spaventato.

Guarda fisso suo padre. Niente. Quel profilo aquilino, smussato, quel ciuffo di peli, gli occhi velati dalle palpebre mezze chiuse per concentrarsi, come se l'attenzione richiesta da quel compito le appesantisse... Jesse ricorda la notte in cui era nato Bob, quando suo padre aveva portato la madre all'ospedale di Yewville ed era stato fuori tutta la notte, e Jesse e Jean e Shirley erano rimasti svegli, insieme, seduti attorno alla radio ad ascoltare il suono di stazioni distanti e a ridacchiare come pazzi, pronti a saltare in avanti e spegnere la radio non appena i fari della macchina del padre avessero inondato di luce il vialetto. Erano stati svegli per tutta la notte, senza alcuna sorveglianza, la notte si era fatta giorno, ogni cosa al contrario, e al mattino Shirley, tornata lei stessa bambina, aveva preso a piangere. Jesse pensa alla pancia di sua madre, quella pancia gonfia, il bambino dentro di lei tutto attorcigliato e bagnaticcio... Non si era mai concesso di pensarlo prima, ma ora se lo figurava alla perfezione, una fredda immagine.

Ma' sta male per il bambino?

Sta bene.

Dov'?

Ho detto che sta bene.

 a casa?

S.  a casa.

Il padre di Jesse ha messo in moto la macchina ma aspetta ancora qualche secondo, gli occhi che indagano la strada e il marciapiede, come liberi dalla tensione percepibile nella macchina. Jesse cerca di capire cos' che attrae la sua attenzione. Niente? Non c' niente l fuori? Suo padre emana una strana rudezza, un'urgenza meccanica e infine una rilassatezza, un'alternanza tra tensione e quiete che Jesse non gli riconosce e che lo spaventa. No, suo padre non ha bevuto. Non sente il familiare, piacevole odore di birra o whiskey nel fiato di suo padre, non  quello. Sente un altro odore.  indefinibile, a Jesse ricorda quello del bagno della scuola, un odore pungente, asettico, metallico, un odore di paura...

Il pap aggrotta la fronte. La sua intera faccia pare contrarsi. Un uomo cammina sul marciapiede,  McPherson, che una volta gli ha prestato dei soldi, da quel che sa Jesse, e adesso, vestito di una tuta da lavoro, cammina verso la macchina con uno dei suoi figli pi grandi. Sembra stiano litigando. Non vedono la macchina degli Harte, entrambi hanno lo sguardo fisso sul marciapiede, litigano, e passano senza nemmeno alzarlo da terra.

Qualcuno si sta prendendo una bella strigliata dice Jesse, provando a sdrammatizzare.

Suo padre non risponde. Si  gi dimenticato dei McPherson e mette la prima, facendo forza sul cambio. Jesse incrocia le braccia e si appoggia contro lo schienale. Fa molto freddo, in macchina. I tergicristalli liberano pigramente il parabrezza da uno strato di fiocchi di neve bianchissima. Procedono a passo d'uomo. Altre macchine passano lente da Main Street e i loro tergicristalli, con moto sgraziato, avanti e indietro, cocciuti, disegnano la forma di un ventaglio. I volti in quelle macchine sono tutti familiari, volti senza nome che per anni Jesse aveva visto a Yewville. Lo guardano, ma non sembrano vederlo.

Il padre di Jesse  impaziente di partire, ma quando il fuoristrada di un contadino gli blocca la strada si rilassa, stranamente paziente, le mani nude strette sul volante, la presa salda sul coprivolante rosso. D un'occhiata all'orologio. In strada ci sono alcuni compagni di scuola. Si lanciano l'un l'altro palle di neve. Jesse prima spera non guardino da quella parte, poi che lo facciano:  orgoglioso di farsi vedere con suo padre. Suo padre possiede delle motociclette, le vende, le compra e le aggiusta, suo padre guida una moto e ha vinto delle gare. Ma gli altri ragazzi non gli badano. Il traffico comincia a sbloccarsi e Jesse si sente stordito, inebriato dalla neve roteante e dalle luci e dalle campane, dalle sagome di Babbo Natale che sbatacchiano al vento in ogni dove, il corpo rosso e grasso, il bordino bianco del vestito, la barba bianca, la faccia paffuta e rubiconda. Cosa significa, quella sagoma? Jesse la fissa in attesa di essere indotto al sorriso, alla fiducia. Babbo Natale sembra levitare nell'aria racchiusa dalle vetrine del negozio, con la renna e la slitta carica di regali, una mano alzata in segno di saluto. E in ogni dove c' neve vera, e in ogni dove neve finta e polverosa, rilucente e perfetta. La mattina di Natale comincia a farsi urgente, pensa Jesse. Tutti vanno di corsa nel vento tagliente del pomeriggio attendendo quel mattino:  sacro,  come se per giungervi bisognasse attraversare l'oscurit. Cupo, con ancora il sapore del vomito in fondo al palato, Jesse pensa a quel mattino e a come bisognasse arrivarci, bisognava arrivarci... Suo padre fa una cosa strana: parcheggia davanti a Montgomery Ward.

Andiamo a comprare dei regali? dice Jesse, illuminatosi in volto.

Resta in macchina.

Perch?

Resta qui.

Jesse aspetta che il padre entri nel negozio, quindi apre lo sportello ed esce. Si avvicina alle vetrine affollate da una galassia di pacchi regalo decorati da nastri, radio, biciclette, servizi da t, spazzole, lampade, fucili, scatole di caramelle aperte per esibirne le accese venature rosse e verdi, piccoli Babbi Natale di plastica con tanto di renne su una distesa bianca di decorazioni natalizie. Puoi anche comprare un paesino, piccole case di cartone su un cartoncino bianco, con una chiesa nel mezzo. La madre di Jesse ne avrebbe voluta una, ma costava troppo. Tutto costava troppo, quell'anno. E l'anno prima. E l'anno prima ancora: tutto troppo costoso. Non avevano soldi... Gli occhi di Jesse si inchiodano sull'equipaggiamento da caccia sul retro della vetrina. Vorrebbe un fucile, ma non ci spera nemmeno. No, non c' speranza. Non ci sono soldi.  strabiliato da quell'esibizione di oggetti, fucili, un cappello da caccia rosso, una canna da pesca, una cassetta aperta come la scatola di caramelle a esporre le piume sgargianti delle esche. Chi  che pu permettersi quelle cose? Dove sono le persone che possono permettersele?

Il padre di Jesse esce dopo qualche minuto. Jesse  gi tornato al sicuro in macchina, in attesa. Suo padre ha in mano un sacchetto di carta. Jesse si chiede cosa ci sia dentro. Ma suo padre dice soltanto: Adesso andiamo da Walter Hill. Controlla nuovamente l'orologio. Sembra su di corda, smanioso. Una sorta di astuzia gli tinge il viso di rosso, come se serbasse una sorpresa per Jesse. Il contenuto del sacchetto? Parla veloce, adesso: Io mi fermo qui e tu entri a dire a Walter che torni a casa con me. Digli che le tue vacanze di Natale sono iniziate in anticipo. Che diamine, dovrebbe uscire anche lui.  un pazzo a lavorare l dentro. Digli che l'ho detto io. Lavorare in officina! Pu tenersi quel lavoro,  un pazzo... Digli che non hai pi bisogno di un passaggio fino a casa, n stasera n le prossime sere. Digli che lasci il lavoro. Digli che dovrebbe licenziarsi anche lui, l'ho detto io, io l'ho detto, solo un cretino, solo un figlio di puttana continuerebbe a lavorare l dentro....

Jesse non pu entrare in fabbrica, cos lascia un messaggio per Walter alla guardia.

E adesso il viaggio verso casa.

Torna sempre a casa, al fianco di suo padre, in quella macchina. Una Ford del 1930. Macchiata di fango, arrugginita, crepitante. Una gran vecchia macchina. A volte  reale, a volte  una macchina fantasma, una macchina di sobbalzi e scricchiolii con la bolla d'aria stantia e gelida che si portava dentro, priva di riscaldamento, in cui lui e il padre sembravano essere seduti per restarci per sempre. Per sempre a qualche metro di distanza. Tornando a casa. Scivolando verso casa. Jesse si vede scivolare l fuori nei campi innevati, i piedi che sfiorano il prato, sulla strada di casa, correndo verso casa disperato, cercando di respirare, il volto pallido e fiacco e istupidito dal bisogno di tornare a casa, a casa... Viaggiano alla luce del tramonto, passano davanti a meleti e pereti, fattorie, fienili vecchi e in rovina e fienili nuovi, con il cartello giallo e nero del tabacco Mail Pouch che spunta da ogni dove, e silos spessi e indistinti nella nebbiolina, e i campi velati di neve e di tempo. Nei campi ci sono animali, cavalli smarriti che alzano la testa al rumore della macchina, grossi, lo sguardo ottuso, che non vede per davvero. Passano oltre la fabbrica di scatolame dove anni prima aveva lavorato la mamma di Jesse. D'inverno resta chiusa. Altri frutteti, altre fattorie. Su quella statale incrociano solo poche macchine; per via della tormenta in arrivo  gi abbastanza buio da accendere i fari e le luci delle macchine che vengono dalla direzione opposta abbagliano il padre di Jesse, costringendolo a socchiudere gli occhi.

Svoltano su Moran Creek Road, sono quasi a casa. Attorno a loro tutto si muove veloce e silente. Un groviglio di alberi, forme incontrollate, e poi un varco improvviso, una lacerazione nella boscaglia, ed ecco il pascolo attorno al serpeggiare di un corso d'acqua, dove durante la bella stagione gli allevatori portano le mucche, ottuse quanto i cavalli. Il fiumiciattolo si snoda a formare una serie di S, una legata all'altra, lo scarabocchio di un bambino. Dei ciocchi di legno spuntano fra le lastre di ghiaccio. Jesse aveva pescato in quel torrente e per molti anni l'aveva guadato, ma oggi sembra lontano, serpeggia verso il tramonto mentre suo padre lo riporta a casa, nella direzione opposta.

Suo padre d'improvviso tira su con il naso. Un suono rauco, rabbioso, mentre cerca di schiarirsi le idee.

E ora sono quasi a casa. Su uno dei ponti... lo sbatacchiare degli assi sotto le ruote... la fattoria degli Snyder, con la casa ben in vista sulla collina, scarna, malfatta... e poi il distributore di benzina entra all'improvviso nel loro campo visivo, ed  davvero tutto sbarrato. Chiuso. E lo spiazzo dei rottami di macchine e moto  proprio l dietro, come sempre. Sta portando Jesse a casa. Quale segreto nasconde questo scenario? Cosa c' dietro all'aspetto delle pompe di benzina e ai suoi tubi spessi come braccia, tutti attorcigliati? Dietro ogni cosa vi  il cielo annebbiato del pomeriggio, invernale e crudele, un cielo privo di qualsiasi elemento che possa dar forma al giorno, niente di permanente, niente su cui l'occhio possa concentrarsi. Tutto  sfocato, informe, una dimensione di nebbia e spazio, come  lo stesso futuro. Jesse lo osserva e, mentre guarda, il viaggio prosegue senza sosta.

Dio mio, pensa...

Suo padre svolta nel vialetto con qualche scossone. Spegne il motore.

Entra in casa dice.

Che cosa strana, da dire: ovvio che entrer in casa. Perch non dovrebbe?

Tu non vieni? gli chiede.

Tra un attimo.

Jesse esce e si dirige verso il portico. Sente suo padre uscire a sua volta dalla macchina, alle sue spalle. Ma lui va verso il bagagliaio. Con la coda dell'occhio vede che lo apre... forse dentro c' qualcosa, un alberello di Natale, un regalo, un segreto...? Si volta prima che il padre possa accorgersi che sta guardando.

Quando apre la porta sente subito il caldo dell'aria che gli brucia in volto e ne  grato.  l'odore di qualcosa di dolce, dev'essere cibo. La casa  silenziosa, tranne che per un rumore simile a quello di un litigio, quasi inudibile. Jesse va in cucina e le dita corrono subito alla zip della giacca. A quel punto vede la traccia di sangue sul pavimento.

Una traccia sbiadita. Sembra condurre verso il soggiorno.

Il volto di Jesse si apre al calore della casa. La bocca si spalanca in una domanda. Avanza su gambe che improvvisamente sono elastiche come molle.

C' qualcuno steso l a terra, sulla porta che conduce al soggiorno.  uno scherzo, pensa Jesse. Suo fratello si sta nascondendo da lui.  Bobby, steso di pancia. La faccia  girata da un lato, girata tutta da un lato, gli occhi aperti, una pozza di sangue sotto di lui. Jesse lo guarda dall'alto. Bobby dice. Ha gli occhi aperti.  strano che siano aperti, che stia l sdraiato sulla porta, in piena vista.

Bobby...?

Jesse alza lo sguardo, la testa si solleva di scatto, e ora li vede tutti: li vedeva anche prima, ma senza saperlo. C' un'accozzaglia di corpi, braccia e sangue, capelli ondeggianti come prati, intrisi di sangue. Accanto a sua sorella Jean c' qualcosa di rotto, forse una lampada, e il vetro bianco si inframmezza al sangue. Un paralume  macchiato di schizzi rossi. Il viso di Jean  girato; no,  coperto di sangue, per met affondato nel tappeto, per met non c' pi... e a sfiorarle le dita, come tesa ad allontanarsi dal suo tocco, c' Shirley, piegata in due con le braccia strette sulla pancia. Jesse avanza nel sangue. Sente un mugolio.  il cane, Duke, chiuso in una delle stanze...? Jesse vede del sangue sul tappeto. Riluce,  ancora fresco: da dove pu passare? E se ci passa sopra? Sua madre  seduta sulla poltrona, vicina alla radio, la testa rivoltata all'indietro, la gola e il mento e il petto squarciati dal rosso vivo, l'osso che in qualche modo  ben visibile in quel disastro di carne insanguinata. Su tutta la parte frontale del corpo c' del sangue, una cascata di sangue, sulla pancia tonda e in grembo, sulle gambe divaricate, sulla poltrona, sul pavimento... La radio  ancora accesa, il quadrante  illuminato, ma emette un suono troppo basso per essere udito, tranne che per l'irritante rumore di un litigio.

Jesse resta l, impalato.

L'odore del sangue  cos dolce, sa d'estate: risale verso di lui come una nuvola, gli vela gli occhi di rosso. Dolce  il mugolio proveniente dall'altra stanza, cos smorzato. Perch ha rinchiuso il cane? si chiede Jesse, alla leggera. E leggere come la neve sono le parole che gli turbinano in testa.

I passi di suo padre sul vialetto, passi veloci e scricchiolanti.

Jesse resta immobile, incapace di pensare. Ha il viso caldo per via dell'aria accogliente della casa. La sua mente si  disciolta in quel calore, in quella dolcezza, e si guarda attorno, verso quei cadaveri, come a cercare di capire:  uno scherzo, stanno giocando? Guarda Jean con pi attenzione, aspettandosi che balzi in piedi per spaventarlo. Ma sono tutti cos silenziosi!

Suo padre apre la porta della cucina.

Jesse improvvisamente fa un passo nel sangue. Attraversa il sangue. I suoi piedi glielo fanno calpestare e rovescia qualcosa, rumore di qualcosa che va in pezzi, e Jesse  davanti alla porta della camera da letto, armeggia con il pomello, ruotandolo fino ad aprire. Jesse non bada al cane mugolante accucciato in un angolo, ma si avventa contro la finestra, che esplode, gli cede il passo, va in pezzi come in un sogno. Jesse cade, le mani a coprirgli il volto, e poi si ritrova fuori dalla casa, corre.

Il colpo di fucile alle sue spalle.

Riconosce quel rumore e continua a correre con le mani in volto, le spalle curve. Corre, ed  come se fosse partito alla carica contro l'aria, come se stesse ancora precipitando da quella finestra ma fosse gi in corsa, mentre lo sparo del fucile fa vibrare l'aria tutt'attorno a lui. Qualcosa lo colpisce appena sopra la spalla. Un grumo di fango? Un sasso?  solido e caldo e pesante, la trascina verso il basso, ma lui non smette di correre.  diretto alla boscaglia. Un altro sparo, ora  fra i cespugli, senza fiato, le mani lavorano svelte per aprire un varco per il resto del corpo...

Corre. Sente come delle lame nei polmoni e nello stomaco e gli occhi sono bolle sporgenti nel cranio. Tutto  sul punto di esplodere! Sente la sua voce, che sfugge dalla gola come i mugolii di Duke, esalare fuori dal suo stesso corpo. Corre nella boscaglia fino a uscire dal lato opposto per poi avventarsi contro il recinto di filo spinato, si accorge solo in parte di come il recinto lo tenga impigliato, punga le sue mani, ma continua a correre, correre, contro il muro di neve...

Corre nel buio.
3

 quello laggi? Il primo letto?

Abbassa la voce, ti sente...

Si disgiunse dal suo udito rapidamente, colpevolmente.

Si addorment.

*

Ha dormito tutto il giorno? Forse  meglio svegliarlo...

 proprio un bel ragazzino. Ges, che pena...

Far finta di dormire cos che l'infermiera potesse svegliarlo. Svegliarsi garbatamente, un po' annebbiato. Si strofin gli occhi e sent gli innocenti granelli incastrati fra le ciglia. Buongiorno! disse l'infermiera, sorridente. La sua bocca si distese in un sorriso di risposta, una serie di parole distanti, formali. Si irrigid, in quel letto d'ospedale, per paura di fare qualche errore, di mostrare che non sapeva come comportarsi. Era sempre un trauma, trovarsi in un letto come quello e vedere una donna, una sconosciuta, in piedi al suo fianco.

Le palpebre gli si appesantirono dalla vergogna.

Dietro di lui, dentro di lui, c'era il luogo dov'era stato fino ad allora, parzialmente privo di sensi, sospeso tra la corsia d'ospedale e un'oscurit dai tratti informi. La corsia era uno stanzone lungo e ampio, due file di letti separati tra loro da molti metri dove passavano infermiere e inservienti e dottori, di solito a passo svelto. Alcuni oggetti venivano trasportati su carrelli scricchiolanti, i piatti usati per i pasti cozzavano fra loro. L fuori tutto era pubblico e aperto e rumoroso; l'oscurit era il posto privato di Jesse, un posto scavato come un pozzo nelle sue recondite profondit.

Come ti senti? chiedevano speranzosi i volti attorno a lui, sperando desse la risposta giusta, che loro conoscevano di gi. Allora si metteva a sedere, sorrideva, beveva succo d'arancia e latte. Un ragazzo in salute. Un ragazzo in salute, intaccato, ma ancora in salute e voglioso di tornare a essere un ragazzo normale, a essere rilasciato nuovamente nella sua giovent che si svolgeva non nell'ospedale, ma fuori.

I loro sguardi erano luminosi, rilucenti, e puntavano tutti al suo viso, solo al suo viso. Doveva stare seduto a letto e accettare quegli sguardi di buon grado. Non c'era via di fuga. Non poteva pi fingere di dormire, in pieno giorno. Cos guardava dritto negli occhi quelle persone, dritto nel punto accecante della loro attenzione, ed era piuttosto sorpreso di come riuscisse ad adattarsi a loro. Era diventato un ragazzo educato.

E cos'altro ricordi? gli chiese il poliziotto. Non indossava la divisa, ma un completo con la cravatta. Con lui c'era un giovane che prendeva appunti. E poi...? E poi...?

Quanti anni hai, quindici? gli chiese un'infermiera ciarliera durante il turno di notte.

Era arrivata la notte. Jesse si svegli per scoprire che era passato del tempo; aveva la gola e la bocca secchissime per via dei sonniferi che gli avevano dato.

Quattordici, rispose.

Ho un fratello della tua et. Una vera peste. Be', come ti senti?

Pronto a tornare a casa, fece lui, perch pensava fosse quello che tutti volessero sentirsi dire. Ma vide lo sguardo stupefatto della donna e seppe che aveva commesso un errore. Corresse leggermente il tiro: Pronto a uscire dall'ospedale.

Lei sorrise. Doveva aver risposto correttamente.

Da un lato, a molti metri di distanza, c'era il muro. Un muro intonacato e solcato da numerose crepe sottili. Dall'altro c'era un uomo di vent'anni che aveva subito un'operazione. Cistifellea. Jesse non sapeva cosa fosse. Dal dorso della mano spuntava un tubicino che faceva scorrere in lui dei liquidi provenienti da un aggeggio sospeso sopra il letto. Jesse cerc di non guardarlo perch sapeva quanto fosse imbarazzante la malattia, quanto si desiderasse solo nascondersi dalle espressioni curiose dei sani.

Suo nonno venne a fargli visita. Nonno Vogel in persona. Un vecchio con la testa tonda e calva, e il volto rasato, liscio e glabro, la pelle liscissima, quasi risplendente, intessuta da centinaia di minuscole rughe, quasi invisibili. A ogni suo movimento Jesse sentiva l'odore stantio che si portava dietro come una nuvola, un effluvio: l'odore di muffa dei ripostigli rimasti chiusi, di vestiti vecchi. Il completo che indossava in quei giorni di visita era scuro, sembrava avere una trentina d'anni, era troppo largo per il suo corpo leggermente rimpicciolito. La camicia bianca si era ingrigita. Niente cravatta. Le mani, posate sulle ginocchia spigolose, erano enormi, deformi, quasi bizzarre, le nocche poco pi che un mucchietto d'ossa rigonfie, ma la pelle che le ricopriva era liscissima, come ben tirata, dolorosamente tirata e fissata a quel modo quando il vecchio si afferrava le ginocchia e parlava di come Jesse sarebbe andato a vivere con lui.

C' gi il tuo cane, a casa mia, disse con lentezza, con lo sguardo sfuggente e cauto di un bugiardo.

Durante la visita di suo nonno, un dottore pass per il giro delle visite. Fece stendere Jesse cos da poter controllare le fasciature. Era giovane, scattante, con gli occhiali dalla montatura sottile che gli donavano un aspetto austero. Auscult il battito di Jesse e lui scrut ansioso il suo viso giovane e luminoso, senza rabbrividire per il metallo freddo del suo strumento. Bene, Jesse, disse il dottore, come stai oggi?

Bene. Pronto a tornare a casa, disse. Poi aggiunse subito: Voglio dire, pronto a uscire dall'ospedale... Ma il dottore non sembr farci caso. Annu. Sorrise abbassando lo sguardo verso Jesse come da una gigantesca altezza.

Stai migliorando, disse con gentilezza.

Jesse si mise a piangere.

Perch piangi? La vita inizia quando cessa il pianto...

Dopo un po' and via e Jesse gli sent chiedere, qualche letto pi in l, Come stai, Ed?

La ferita gli faceva male. Era nella parte alta della schiena, sulla spalla destra. Sarebbe guarita, certo, ma cosa sarebbe successo se da qualche parte, dentro di lui, fosse rimasta parte del proiettile, un frammento di veleno, un minuscolo, invisibile pezzo di metallo? Cosa sarebbe successo? Jesse non voleva chiederlo al dottore. Si sarebbe potuto arrabbiare. Era inutile invocare ulteriore piet, ulteriori sguardi pietosi... Cristo, ne aveva abbastanza di quegli sguardi! Nutriva ammirazione per il dottore perch era cos impegnato, perch era saggio e impersonale. Si chiamava Alvin Farley ed era il figlio di un dottore di Yewville. Jesse sentiva le infermiere parlare di lui. Il giovane dottor Farley e l'anziano dottor Farley. Jesse aveva colto che erano entrambi uomini importanti. Prov a immaginare il dottor Farley con suo padre. Un uomo simile a lui, ma pi robusto, tutti e due con indosso gli occhiali, con quel naso adunco, carnoso e deciso, quel sorriso sveglio, il corpo tozzo, ben piantato...

Gli occhi di Jesse si riempirono di lacrime.

Suo nonno forse l'aveva notato, ma non disse nulla.

Quella sera la signora Brennan pass a salutarlo. Era in citt per un pomeriggio di compere e indossava un cappotto elegante nero, con il collo scamosciato bordeaux e grosse pietre preziose a mo' di bottoni. Il suo viso era ruvido e come arrossato da un imbarazzo perpetuo. Teneva in grembo la sua grossa borsa in vernice. Sotto le calze marroni e spesse aveva gambe forti e muscolose. Sedeva con il cappotto ben chiuso in grembo, come si conviene, e i suoi occhi sfrecciavano lungo la corsia, timidamente, come se guardare chiunque altro oltre a Jesse non fosse affar suo.

Che cosa curiosa, tutti questi letti messi insieme, persone che dormono cos, tutte in fila, disse. Io non sono mai stata ricoverata. Tutti i miei figli li ho avuti a casa, senza problemi... Ah, Matt mi ha ricordato di chiederti se con il cibo  tutto ok.

Jesse sper che non ci fossero infermiere all'ascolto. S, disse.

Ti danno abbastanza latte? Uova tutti i giorni? Usano il burro fresco?

S.

Il sorriso di Jesse era incerto.

Bene...

La sua espressione si fece desolata, fu solcata da una sciocca preoccupazione. Cos'altro dirgli? Un vicino. Era solo un ragazzo che viveva accanto a casa sua e della sua famiglia, non un parente, nemmeno un ragazzino che conosceva bene. Non conosceva bene nessuno degli Harte. Se il ragazzo non voleva parlare del cibo, di cos'altro potevano parlare? Jesse comprendeva il suo disagio. Ma non riusciva a pensare a nulla da dirle. Se solo se ne fosse andata... Ma quando invece spost la borsa sul ginocchio, ebbe paura che se ne andasse davvero.

Jesse, sai che se mai dovessi aver bisogno... se... Abbass lo sguardo, dispiaciuta. Era una donna tarchiata e maldestra, con delle spalle mascoline, capelli corti, ingrigiti, crespi e privi di forma a contornarle il volto. Aveva la pelle prematuramente segnata dal sole e alcune venuzze si erano fatte strada sino alla superficie del naso e degli zigomi, donandole un aspetto paonazzo. Se hai bisogno di qualcuno che ti accolga...

Jesse ricord le sue urla, quella notte:  il figlio degli Harte, gli hanno sparato!

La sua voce non era pi un urlo, aveva un tono ordinario, galleggiava nell'informe spazio oscuro dentro di lui, uno spazio fluido che si inclinava e tentennava a ogni movimento. Sistem il suo corpo sudato nel letto. Il corpo era privato e caldo e agitato, ma il letto era pubblico. Non apparteneva a nessuno. Una parte della sua mente sentiva la voce di lei, che cercava di portare avanti la conversazione parlando della malattia delle loro mucche, di come Matt fosse stato fortunato a vendere la fattoria come aveva fatto, di come tutto avesse bisogno di essere aggiustato, di come si sarebbero trasferiti dopo qualche settimana. E a quel punto la sent esitare, pensare se fosse opportuno dire a Jesse quant'era stato fortunato che non si erano trasferiti prima... E con un'altra parte della mente sentiva l'altra voce, quel suo strillo poderoso e tremendo: Metti in moto la macchina! Parti, parti!

Gli avevano salvato la vita.

Abbiamo saputo che tuo nonno si prender cura di te, disse, molto gentile da parte sua... Un uomo della sua et non dovrebbe stare da solo, a ogni modo. Ma se mai dovessi aver bisogno d'aiuto o di un posto dove stare...

Jesse non riusciva a guardarla. I Brennan non possedevano nulla. Matt Brennan aveva dovuto vendere la fattoria, eppure lei gli offriva... Cosa? Una casa? L'opportunit di tornare a essere un figlio? I Brennan ne avevano gi cinque. Erano poverissimi. Eppure lei gli offriva accoglienza.

Quando si alz per andarsene, lui si sent sollevato. Aveva aspettato fino al termine dell'orario delle visite, come se andarsene prima significasse ferire i sentimenti di Jesse. Eccoti qualcosa, giusto... non so se vuoi qualche... sono solo dei brownie e... Parlava con tono deferente, il volto che andava arrossandosi. Gli porse una scatola e Jesse ringrazi.

Be'! Potr dirgli che almeno mangi bene. Matt era proprio curioso di questa cosa!

Jesse fece un sorriso di saluto. Salut. Quando lei se ne and, lui impallid.

Sperava di non vederla mai pi.

Fu dimesso la settimana seguente. Suo nonno and a prenderlo con un camioncino che crepitava e ballonzolava poich il cassone era vuoto tranne che per un po' di paglia. Di tanto in tanto il vecchio emetteva un suono nitido con la gola e con il naso, un suono di disapprovazione che induceva Jesse a guardarlo. Ma lui non se ne accorgeva nemmeno. Stava chino sul volante, gli occhi socchiusi per la stizza. Infine disse: Cos' che dice? Cos' quella roba grossa, laggi?.

Era un cartellone bianco che pubblicizzava automobili.

Vende auto disse Jesse.

Che?

Una pubblicit di macchine.

Il nonno di Jesse scosse rabbiosamente la testa. Non capiva cosa significasse quel cartellone, o perch fosse l. Sembr irritarlo e lo stesso valeva per altri cartelli che videro lungo la strada. Stavano per uscire da Yewville e c'erano tante cose da vedere, un affollarsi di cartelli e case e traffico. Era sabato pomeriggio: i contadini e le loro famiglie si dirigevano in citt. Jesse guardava le macchine che passavano, temendo di scorgere facce familiari, qualcuno della scuola, magari, e di vedere espressioni sorprese alla sua vista, dita puntate verso di lui. Si mantenne immobile, le braccia incrociate e premute contro le costole come fosse cosciente del suo dono, del dono di essere l, vivo. Non avrebbe dimenticato mai. Ascolt i suoi battiti, memore delle attenzioni pronte e professionali che il dottor Farley aveva avuto per il suo cuore, che sembrava dire sono qui, sono qui, continuo a battere. Cos gli passava la paura di vedere qualcuno che conosceva. Sarebbe successo, un giorno o l'altro. Un giorno o l'altro, le dita sarebbero state puntate verso di lui.

La signora Brennan l'aveva stretto fra le braccia, durante il viaggio in macchina... il viaggio sobbalzante, attraverso la tempesta di neve... l'aveva stretto fra le braccia, mentre lui le sanguinava addosso...

Strinse gli occhi con decisione per smettere di pensare. Non ci avrebbe pensato. Suo nonno borbottava qualcosa su Yewville, su tutta quella gente che si rendeva ridicola comprando cose e bighellonando, i ragazzini che correvano a briglia sciolta, le donne vestite sempre come se fossero dirette a una festa, gli uomini che accumulavano debiti da Montgomery Ward per acquistare cose di cui non avevano bisogno, e quando Jesse apr gli occhi di nuovo, erano circondati dalle campagne. Salvi. L'aria l era pi fredda e il sole pi luminoso. I campi erano coperti di neve: ogni cosa era selvaggia e ghiacciata, i canali erano frastagliati dal ghiaccio. Jesse apparteneva alle campagne, come suo nonno. La durezza del cielo e quella della terra piatta si armonizzavano con qualcosa che risiedeva dentro di lui.

Arrivare alla fattoria di suo nonno era un'esperienza simile al sonnambulismo: guidavi in una direzione, poi svoltavi e ne prendevi un'altra, come d'istinto, brancolando in un sogno, svoltavi da una stradina sterrata all'altra finch l'ultima era poco pi di un sentiero per il pascolo delle mucche che conduceva alla natura selvaggia. Alti steli di stiancia sbucavano dai canali ghiacciati a gruppi compatti, glaciali. Tutto l era silenzioso, niente macchine o camion, solo qualche casa dall'aria abbandonata, lontana dalla strada. Nessun palo del telefono in quelle campagne, e nemmeno elettricit. Distanza. Silenzio. C'era qualcosa che palpitava con forza nel profondo di Jesse: il pensiero di essere cos lontano dalla citt e dalla sua vecchia casa, da tutto ci che riusciva a ricordare... L fuori tutto era appiattito dal vento brutale che spazzava le campagne, neutralizzato dalla distanza.

Avrebbe dimenticato.

La spalla gli faceva male per via del lungo viaggio, ma aveva cura di tenersi fermo. Suo nonno era piombato in un silenzio cupo, come fosse solo, e Jesse fu grato di quel silenzio mentre guardava i campi cancellati dai boschi e i boschi che si dispiegavano nuovamente nei campi aperti, un avvicendarsi di campi e boschi e campi che aveva un che di pacifico, ipnotico. S, avrebbe dimenticato: sarebbe stato inghiottito da tutta quella distanza, quella natura selvaggia, l'elettrica ansia della sua anima neutralizzata dal silenzio di quel vecchio e dal pezzo di terra in cui viveva.

Aveva versato il suo sangue sulla signora Brennan...

I campi si aprivano e si richiudevano; la vegetazione si apriva e si richiudeva. L fuori tutto era silente, come precedente alla creazione, o all'immaginazione. Se non ci fosse stata la strada, si sarebbe potuto anche pensare che nessuno fosse mai passato di l prima di allora. I campi invernali sembravano schiacciati, completamente dimenticati, un'accozzaglia di vecchi stocchi di granturco, i solchi del sistema di irrigazione fattisi duri come metallo, pieni di pezzi di ghiaccio che brillavano alla calda luce del sole. Un paesaggio inumano. Un paesaggio di guarigione. Portato in pronto soccorso sulla barella... sfrecciare per tutto il piano su ruote scricchiolanti... l'odore di gomma e metallo ed etere... il battito del suo cuore che a ondate pompava il sangue fuori dal corpo... Suo nonno andava piano, ma la macchina sobbalzava comunque nei solchi e nelle buche della strada, provocando fitte di dolore alla ferita di Jesse. Non disse nulla. Solo una volta il vecchio l'aveva guardato, come se si fosse appena ricordato di lui. Disse: Ti fa male la spalla?.

Jesse scosse la testa in segno di diniego.

C'erano quasi. Ricordava quell'incrocio. Poteva infine vedere la vecchia fattoria che sarebbe stata la sua casa, a ottocento metri dalla strada, in fondo a un sentiero che passava in mezzo a due pascoli di mucche. Non c'era la cassetta delle lettere. Delle grosse querce bordeggiavano il sentiero. L'edificio in s sorprese Jesse, se lo ricordava molto pi grande. Non era verniciato e il legno sembrava scurissimo, infracidito, quasi pungente. Si era fatto l'idea che dovesse avere un odore pungente. In origine era stata una piccola capanna, ma poi erano state aggiunte altre stanze, nel corso degli anni, cos che adesso aveva un'aria irregolare, sbilanciata, sbilenca, come se le varie parti fossero state manualmente accalcate l'una contro l'altra. Seguendo un lieve pendio si arrivava a un edificio annesso, fatto dello stesso legno scuro e sverniciato. La porta era socchiusa. Il parafulmine in cima al tetto sembrava sottile come una pagliuzza, un ago. Non voglio vivere in questo posto, pens Jesse, colto dal panico. Faceva freddo. Un freddo penetrante. Il cuore gli batteva forte, come a cercare di riscaldare il sangue per sopravvivervi.

Suo nonno sembrava sul punto di dire qualcosa, poi ci ripens. Jesse disse, debolmente: Eccoci qua... e lui stesso si sorprese del suono infantile della sua voce. Guard la casa e i fienili. Perch tutto doveva sembrare cos increato, crudele? Sebbene ci fosse il sole, quel posto sembrava essere in ombra perenne, come se in qualche modo facesse parte del mondo sotterraneo, la sezione inferiore del mondo reale riflessa in una sostanza liquida. Era l che doveva vivere? Quando sua madre li aveva portati l a far visita ai nonni, molto tempo prima, la fattoria gli era sembrata grande, diversa... Forse adesso non aveva un bell'aspetto per via della stagione. Sua madre li aveva portati l d'estate, il clima era fresco e accogliente. Il grosso fienile non sembrava cos brutto e marcescente. Jesse rivolse lo sguardo verso le stalle pi piccole, il granaio cadente, la stia dei polli, la pompa dell'acqua sulla sua base in cemento, con la maniglia ancora sospesa a mezz'aria, come se il vecchio, venuto a conoscenza della notizia, l'avesse lasciata cos e fosse partito di corsa...

Un abbaiare improvviso. Un mugolio canino. Duke arrivo correndo dalla legnaia, il corpo rasoterra. Tremava come in preda a un terrore convulso. Le orecchie erano tirate indietro, sfioravano il cranio ossuto.

Duke! strill Jesse. Ehi, Duke, ehi!

Il cane si immobilizz, non sembrava averlo riconosciuto. Poi corse verso Jesse, abbaiando sonoramente. Il corpo ondeggiava trascinato dal suo violento scodinzolare.

Ehi, cagnaccio, non mi riconosci? Jesse si accovacci e lo strinse fra le braccia. Premette la faccia nel suo freddo pelo. Va tutto bene,  tutto ok, sono tornato... va tutto bene... Ancora accovacciato, Jesse vide il nonno avvicinarsi e cerc di interpretare la sua espressione dolente, scontrosa. Nonno Vogel era vestito di nero, un vecchio completo nero. Dietro di lui gli edifici che aveva costruito erano dello stesso colore; la neve era di un biancore doloroso, ma sotto di essa vi era il nero, un'oscura sostanza. Gli alberi e i cespugli erano neri, ornati di bianco, i loro scheletri decorati da un biancore duro e leggero. Quella visione paralizz Jesse. Il dimenarsi del cane fra le sue braccia lo riport in s.

Avvicinandosi, un po' curvo e con poco entusiasmo, il nonno diede una pacca sul capo a Duke.  diventato un po' fifone disse.

Jesse annu.

Prese la valigia dalla macchina e segu il nonno in casa. Dovette allontanare con dolcezza il cane: Duke era sulle zampe posteriori e si allungava verso il petto di Jesse. Mugolava istericamente. Che succede se ricomincio a sanguinare? pens Jesse, debolmente. Era una tale fatica, anche solo tenere a bada il cane. Ma fu lui a trasportare la valigia. Faceva freddo in cucina, non era riscaldata. Suo nonno evidentemente quella mattina era uscito prima di accendere il riscaldamento, cos da risparmiare un po'. Si mise ad accendere il fuoco in una grossa stufa di ferro e piegandosi aveva emesso un grugnito. Jesse si guard attorno, osserv i muri, che erano semplici assi, il tavolo di legno in mezzo alla stanza, il lavandino in alluminio e il rubinetto con la leva corta. Stette attento a non mostrare delusione. Quando il fuoco fu acceso, il nonno di Jesse si rifugi nell'altra stanza e si chiuse la porta alle spalle. Probabilmente era andato a cambiarsi, pens Jesse. Ma io cosa faccio adesso? Cosa faccio? Le poche volte che sua madre aveva portato lui, Jean, Shirley e Bob alla fattoria, il vecchio si era tenuto a debita distanza; era la nonna che voleva loro bene, che li riempiva di affetto. Ma lei era morta tre anni prima. Il vecchio era sempre rimasto nei campi, a lavorare. Era felice solo quando lavorava, questo dicevano di lui. Lavorava tutto il suo appezzamento senza bisogno di assumere nessuno, tranne che per il raccolto, quando usava due squadre di cavalli, una per il mattino e una per il pomeriggio. Jesse e le sorelle erano usciti a spiare il loro vecchio e acido nonno, ridevano sotto i baffi, e poi lo trovarono l, a poco meno di un chilometro con i cavalli, ad arare, arare senza fine, completamente solo, un vecchio dal volto ossuto con un cappello di paglia lercia calato sulla fronte, le spalle incurvate nella tuta da lavoro. A quella vista avevano smesso di ridere. Si muoveva nel silenzio pi totale, solo, una sorta di nullit nel mezzo del frumento ancora immaturo, si muoveva come in trance o immerso in un sogno e velava i loro occhi con l'asprezza del suo isolamento e della sua indifferenza... Com'era diverso dal loro padre, sempre cos solo, cos lento dietro ai cavalli da traino! Il loro pap aveva bisogno di parlare, ridere, di bere birra, di velocit, rumore, altri uomini, altre persone per essere completo...

Lavorer duro per te, pens Jesse. Ti far vedere.

*

Si alzava ogni mattina prima dell'alba. A volte si svegliava come se una mano lo scuotesse, la mano di sua madre. Poi si metteva a sedere e non ricordava dove fosse. A volte lo svegliavano i suoni del nonno provenienti dall'altra stanza. Il vecchio russava con un suono gracchiante e mugugnava nel sonno. Jesse restava sdraiato a godersi il calore del letto per un po', gi temendo il freddo fuori da esso, il canto degli uccelli nell'aria, il vento, il costante flusso di suoni inumani e rassicuranti. Poi si vestiva, si metteva la salopette, calzava gli stivali e andava in cucina. Il pavimento scricchiolava, ne sgorgavano sbuffi d'aria fredda. Duke dormiva dietro la stufa e si scuoteva per andare a piagnucolare presso le gambe di Jesse, come a chiedergli: perch siamo qui? Che genere di posto  questo?

Fuori gli uccelli cantavano una melodia ossessiva mentre il sole sorgeva. Sempre pi veloce, a volume sempre pi alto. Una frenesia di richiami. Jesse ascoltava, impietrito dalle loro note nitide e scandite. Gli uccelli quasi urlavano un linguaggio umano. Se ascoltava attentamente, molto attentamente, poteva forse discernerne le parole. Spingeva sulla pompa dell'acqua e se ne spruzzava un po' in volto, inspirando il freddo fra i denti. Si faceva il caff. Poco dopo avrebbe sentito il nonno alzarsi, il cigolare delle vecchie molle del letto, lo scricchiolare del pavimento. In campagna le persone si muovevano silenziose, senza emettere un fiato, su uno sfondo di suoni, il pigolio degli uccellini, i richiami dei corvi, dei gufi, il rumore del vento, l'abbaiare lontano di un cane. Il rombare di una macchina in strada giungeva loro come una sorpresa.

Un giorno un'auto aveva svoltato nel sentiero, erano un uomo e una donna venuti a trovare Jesse. Erano del Comitato Benessere della contea di Niagara, dipartimento servizi sociali. Chiesero a Jesse come procedeva la sua vita in quel posto, si guardarono attorno sorridenti, prudenti. Gli chiesero della scuola. Perch non ci andava? Gli faceva ancora male la ferita? Era solo in cucina, perch al loro arrivo suo nonno era uscito, senza scusarsi, semplicemente se n'era andato mostrando disappunto per quella visita. Jesse era molto nervoso, tutto solo. Non aveva mai parlato cos con degli adulti, persone che cercavano lui, che avevano qualcosa da dire a lui, piani per lui. Disse che la spalla gli faceva ancora male e che voleva restare a casa per un po'. Sarebbe tornato a scuola in autunno, promise. Era ragionevole, no?

Se ne andarono e suo nonno torn in casa. Non chiese mai a Jesse cosa gli avessero chiesto.

Per la maggior parte del tempo non parlavano.

Ma Jesse sentiva che nel silenzio erano uniti, con il passare di ogni giorno fluivano allo stesso ritmo, il tempo stesso era un elemento tangibile che li trascinava in avanti, sempre avanti, lontani dal passato. Assisteva il vecchio in ogni genere di faccenda. Le braccia e le spalle e il petto gli dolevano per il duro lavoro nei campi, ma era convinto che quel genere di dolore gli facesse bene. Lo aiutava a dormire facendolo sprofondare in un sonno profondo e senza sogni, che non poteva che essere terapeutico. Il tempo stesso era curativo. Si svegliava ogni mattina alle quattro e mezza o alle cinque, poi il giorno cominciava e non si poteva restare a letto o tornare a dormire. Cominciava con uno scossone che lo svegliava e con il cuore che iniziava a battergli forte come se avesse percepito un pericolo: qualcuno l'aveva svegliato afferrandogli la spalla e scuotendolo? Ma quel sonno pesante gli faceva bene, cos come svegliarsi, cos come lavorare duro.

Per c'erano due cose della fattoria che Jesse odiava: la stia dei polli e uno dei fienili. La stia era una struttura lunga e bassa, tenuta abbastanza bene, ma Jesse odiava i polli e il loro chiocciare e la loro puzza, l'orribile patina dei loro escrementi che incrostava ogni cosa, la terra, uno spesso strato sui loro posatoi e sul suolo della stia, dovunque. Erano esseri nervosi, disgustosi. Si muovevano come donne, donne minute, piumate, tracagnotte. Odiava i loro occhi rossi e appannati, che talvolta erano infetti o contornati da piccoli vermi simili a bruchi, odiava il loro passo veloce e furtivo, le piume sporche, la fame perpetua. Quando usciva a portar loro il cibo, gli correvano incontro, le ali svolazzanti, gli occhi impazziti, impazziti, le zampette scheletriche che li trascinavano all'interno, verso di lui, come se fosse il centro del loro mondo, come se esistesse solo per dar loro il mangime. Galline marroni. Galline bianche. Jesse le guardava con disgusto. Quando andava in qualsiasi posto, per sbrigare qualsiasi faccenda, i polli lo inseguivano chiocciando eccitati. I pi coraggiosi beccavano sui suoi stivali. A loro non importava se erano stati nutriti mezz'ora o molte ore prima. Via! Sci! Schifosi! bisbigliava Jesse. Aveva iniziato a parlare da solo, spesso bisbigliando. Sporchi. Sporchi. Sporchi, schifosi diceva, in preda all'odio. In particolare odiava raccogliere le uova. Ancora calde del calore dei corpi delle galline, alcune bagnate, sporche di piume o escrementi... Odiava quel compito a tal punto che non voleva pi mangiarne, gli veniva da vomitare a vederle nel piatto, anche se un tempo gli piacevano molto. Sua madre preparava le uova strapazzate, la domenica mattina. Polli... escrementi liquidi congelati sulla pietra... uova mezze nascoste dalla paglia... quelle teste impertinenti, i loro piccoli becchi, le zampe e gli artigli squamosi... Gli si accapponava la pelle ogni volta che doveva dar loro da mangiare.

I suoi animali preferiti erano i cavalli, i due cavalli attempati di suo nonno, che non gli badavano affatto. Erano animali grossi, docili e stupidi con occhi straordinari, occhi grandi quasi quanto il pugno di Jesse, neri e sporgenti. Jesse ne era affascinato: erano cos enormi, eppure vedevano cos poco. Come se ci fosse poco da osservare. Come se al mondo non esistesse altro da vedere che non fosse fieno, mangime, abbeveratoio. A Jesse piaceva dar da mangiare ai cavalli, indugiava spesso nella stalla, talvolta si accoccolava contro i loro fianchi, il volto caldo contro i loro fianchi lustri e freschi, gli occhi spalancati, senza pensare, senza vedere. I cavalli restavano talmente immobili che non bisognava pensare a nulla. Masticavano il fieno, le teste quasi perennemente abbassate, erano fermi, silenziosi, ogni tanto spostavano il peso sugli zoccoli erosi, ma non c'era nulla a cui pensare o ricordare, nulla. Cos pesanti, i cavalli erano come la vita fattasi carne, giganteschi cumuli di carne muscolosa, perfettamente obbedienti e indifferenti. Erano immutabili.

Ma sentiva anche la loro distanza, il loro isolamento. Non poteva farne parte. Ci che avevano di massiccio, la potente neutralit delle loro zampe e delle spalle e dei dorsi, era scisso da lui e lo sconcertava... Non serviva a nulla gettar loro le braccia al collo, strofinare il viso contro i colli frementi, la criniera asciutta, bella, pungente, anche parlare con loro, perch non si accorgevano di lui, non per davvero. Non c'era nulla in lui, nulla in Jesse che potesse risvegliare il loro interesse.

Attraversava a passo svelto il cortile, voltato dall'altra parte rispetto al pollame scorrazzante. Passava sempre meno tempo con Duke: quel cane era una scocciatura. Non faceva altro che trascinarlo indietro verso la sua infanzia, una fase della sua vita in cui era mosso e istupidito dall'energia che aveva in corpo, come il cane stesso, un Labrador nero e scheletrico che non era mai stato un granch come cacciatore. Una volta il padre di Jesse gli aveva sferrato un calcio, disgustato...

Dal giorno in cui aveva scoperto cosa c'era dentro, Jesse passava velocemente davanti a una delle stalle pi piccole. La porta era chiusa da un lucchetto. L dentro, tutti impilati, c'erano i mobili che erano appartenuti ai suoi genitori. Jesse aveva guardato attraverso gli spiragli per dare un'occhiata al divano, alle sedie, alla radio da pavimento, al tavolo della cucina, ad alcuni dei letti. Sul pavimento, avvolti con cura in carta di giornale, c'erano i piatti e l'argenteria e quelle che sembravano decorazioni natalizie, anche se Jesse non ne era sicuro. A rivedere quegli oggetti per la prima volta, Jesse non aveva provato nulla. Se n'era semplicemente andato. Ma in seguito, quando attraversava il cortile, non riusciva nemmeno a guardare da quella parte. La bocca gli si torceva in una smorfia al solo pensarci, al pensare a lui che guardava attraverso gli spiragli e che vedeva quello che aveva visto.

Di domenica lui e il nonno andavano a messa all'antica chiesa metodista di Benton, a quindici chilometri dalla fattoria. Jesse sedeva nei banchi di quella chiesa piena di spifferi e non degnava di uno sguardo le persone attorno a lui, poich avrebbero potuto incuriosirsi; Jesse Harte... non so se sai cosa gli  successo... Quasi sentiva i loro crepitanti pensieri, le loro domande insistenti e curiose. Teneva aperto sulle ginocchia un libro dei canti, anche se non vi si univa mai. Il volto gli si impigriva e si spegneva, quand'era in chiesa. Provava a pensare a Dio, ma non ci riusciva; vacillava e rabbrividiva se posto davanti a quei pensieri. Dio. Dio. Aveva bisogno di qualcosa di tangibile, che poteva rigirarsi fra le mani, a cui poteva aggrapparsi. Sentiva il bisogno di usare le mani. Riusciva a credere solo nelle cose che avevano un peso e una consistenza, che gli opponevano resistenza. Se pensava a Cristo, che per un po' era stato un uomo vero, i suoi pensieri balzavano subito al Natale, alle decorazioni e ai dolci, ai Babbi Natale di carta ritagliata, al presepe con il bambin Ges, alle campanelle e alle candele di carta crespa; poi pi nulla, la mente gli si svuotava, come una luce spenta all'improvviso.

Fra i membri di quella piccola congregazione c'erano i campagnoli con le loro mogli e i bambini, alcuni di loro ormai cresciuti, e Jesse si sentiva uno strano. Lui e il nonno erano diversi. La gente li guardava. Curiosa. Quello  il ragazzo il cui padre... ma il vecchio Vogel  sempre stato un po' strano. Dev'essere una cosa di famiglia. Jesse era grato che il nonno non si fermasse mai a parlare con nessuno che non fosse il pastore, che non avesse amici e che con il passare degli anni avesse tagliato i ponti con quasi tutti i parenti, uno screzio dopo l'altro, sempre sicuro di essere nella ragione e che tutti gli altri fossero nel torto, quelli non facevano altro che provare a fregarlo. Vi era dunque uno spazio tutto attorno a loro, uno spazio secco, sacro, che nessun altro osava varcare. Jesse aveva poco da dire al pastore, il reverendo Wilkinson, il quale gli chiedeva sempre come stessero lui e il nonno. Wilkinson era un compassionevole nato, con occhi da roditore che si arrossavano alla sola vista di Jesse, una vittima, qualcuno che potrebbe essere accostato a Cristo. Anche Cristo  stato una vittima aveva detto a Jesse una volta, dal nulla, come se dirglielo facesse parte dei suoi piani da molto tempo. Jesse non aveva risposto. Si teneva in disparte, zitto, pago. Tutti gli altri cantavano, le donne anziane ad alta voce nonostante fossero stonate, e l'organo a pedali era suonato da una ragazza della stessa et di Jesse che arrancava sugli inni, suonando note penetranti, le spalle chine sulla fredda tastiera come Jesse e il nonno stavano chini sul piatto durante i pasti. I colpi sui tasti, le note acute e penetranti dell'organo, le voci della gente attorno a lui che si innalzavano lente, i libri degli inni dalla copertina bordeaux e polverosa: Jesse assorbiva tutti questi elementi, ma non si lasciava toccare da essi. Non sentiva nulla, non la presenza di Dio n quella delle persone; non sentiva nulla, nessuna vicinanza, nessuna intimit. Nel professare la loro fede in Cristo, alcuni membri della congregazione scoppiavano a piangere e si inginocchiavano ai piedi del reverendo Wilkinson, ma Jesse li guardava con gli occhi mezzi chiusi, impaurito dalla loro estasi, dalla perdita di controllo. Era terrorizzato dalle persone, da quegli sconosciuti senza controllo davanti ai suoi occhi. Meglio i cavalli. S, i cavalli e la loro pesante, massiccia indifferenza, il loro sonno balordo.

Aveva il resto della domenica tutto per s. Lui e il nonno non lavoravano quel giorno, cos Jesse poteva uscire, passeggiare per i campi nella sospensione annebbiata della domenica, fare suo il silenzio della terra. Alla fine di marzo arriv il disgelo. Jesse camminava per chilometri, il cane che gli correva dietro entusiasta, facendo attenzione nei punti dei campi dove i rivoli si riversavano nei canali, con un senso di eccitazione addosso, quasi di costernazione, bagnati dalla luce del sole. Tutto tornava alla vita! Se si metteva in ascolto riusciva a sentire il respiro dell'umida terra, un sospiro che sembrava umano, un risucchio. Gli occhi di Jesse si inumidivano, perch non riusciva a guardare tutto come avrebbe dovuto. Doveva guardare attentamente, scrupolosamente. Era importante. L'odore del finire dell'inverno lo ipnotizzava: le fragranze del legno, della terra, della luce solare. Si imbatt nelle carcasse scongelate di piccoli animali morti durante l'inverno. I loro corpi malandati e inerti erano simili a vestiti dismessi. Erano cos definitivi, cos immobili; si ritrovava a fissarli mentre il cane li annusava con entusiasmo. Pi vicino a quegli animali morti che al cane vivo. Scacci Duke, irritato. Lasciali in pace! sbottava.

All'improvviso si fermava, senza fiato. Cos'era tutto quel rumore? Il continuo chiacchiericcio degli uccelli, gli strilli belligeranti dei corvi. Il vento. Rami che prendevano violentemente vita in una subitanea raffica di vento, che sfregavano l'uno contro l'altro, sbatacchiavano fra loro. Era un avvertimento? Che cosa significava?

Il suo corpo era esausto dal duro lavoro. Ma era anche compiaciuto da quella fatica persistente, inumana. Non era lo stesso ragazzo di qualche mese prima. Era cambiato in ogni suo aspetto. Quando si metteva a letto, poco dopo il tramonto, si assopiva di colpo, esausto, immediatamente il suo corpo si contraeva fino al momento in cui si addormentava per davvero e perdeva il controllo di se stesso. E il resto della sua vita sarebbe passato cos, pensava. Dormire, svegliarsi, lavorare; dormire, svegliarsi, lavorare. Jesse che dorme, Jesse che si sveglia, Jesse al lavoro, duro lavoro. Non avrebbe pi dovuto pensare alla sua vita perch sarebbe passata cos, un giorno dopo l'altro, trascinandolo in avanti. Quando camminava sentiva i muscoli indurirsi nei polpacci e nelle cosce. Provava una forte eccitazione al pensiero della crescita inumana subita dai suoi muscoli, quella forza bizzarra e neutrale del suo corpo che lo spingeva a proseguire verso il suo stesso futuro.

Cosa volevano comunicargli quei dolci rumori di risucchio emessi dalla terra, a parte che indossando gli stivali poteva camminare tranquillo nel fango ed essere libero da esso e da qualsiasi altra cosa che provasse a trattenerlo?

Una domenica d'inizio aprile and col cane lungo la riva del torrente che scorreva un chilometro e mezzo circa dalla casa del nonno. Il sottobosco era fitto, lungo la riva, e bisognava aprirsi una strada attraverso di esso. Gli uccelli spiccavano il volo attorno a lui, come a cercare di coglierlo di sorpresa. Pernici, fagiani che tentavano di terrorizzarlo con il frastuono del loro volo. Oltre il ruscello vide dei ragazzi, erano cinque o sei. Avevano la sua et? Non li vedeva bene. Si nascose per non farsi vedere. Erano a caccia, probabilmente di conigli. Jesse rimase nascosto a guardarli. Era una giornata diafana e luminosa: doveva schermarsi gli occhi per riuscire a vederli. All'improvviso gli balugin in mente l'idea che potessero sparare fra i cespugli e colpirlo... Sentiva le loro voci distanti, indistinte e acute come voci di ragazze. Si chiese di cosa parlassero. Con loro c'erano due cani e Jesse dovette rassicurare Duke, il quale aveva iniziato a mugolare. Tranquillo, va tutto bene. Nessuno ti far del male gli mormorava. Osserv i ragazzi risalire la ripida collina, lo sforzo dei muscoli delle gambe. Erano sul punto di uscire dal suo campo visivo. Jesse sent l'impulso di chiamarli, ma non disse nulla. Insoddisfatto di s, strinse i denti con rabbia, beffardo, e si alz in piedi affondando i tacchi degli stivali nella trappola fangosa. Non si mosse.

Quando i ragazzi svanirono, torn sulla riva del torrente. Slitt per qualche metro sul terriccio, scivol nel fango, quasi cadeva. Il braccio si protese automaticamente per permettergli di ritrovare l'equilibrio e sent un principio di dolore alla schiena. Diamine. Si scherm gli occhi per guardare al di l del ruscello, ma i ragazzi non c'erano pi. Una volta tornato sulla riva, quel posto gli sembr familiare. Chiaramente suo nonno aveva costruito uno sbarramento in quel punto del corso d'acqua, cos da deviare l'acqua in un rigagnolo per le mucche. S, si ricordava di quel vecchio sbarramento. Era quasi svanito, ormai, solo le rocce pi pesanti erano rimaste al loro posto. L'acqua spruzzava fra di esse, densa di fango e carica di detriti, e tra le rocce l'acqua filtrava libera, senza ostacoli... Jesse si tast la spalla. La ferita pulsava in modo strano. Cos'era quel posto, perch gli era cos familiare? Rimase sulla riva a rimuginare sulla possibilit di attraversare il fiumiciattolo camminando su ci che restava dello sbarramento. L'acqua non era molto profonda. Mise il piede sul primo sasso, pi largo della testa di un uomo. Non era molto stabile. Mise l'altro piede sulla roccia che seguiva ma era anch'essa precaria, si sarebbe sicuramente rovesciata se vi avesse poggiato tutto il suo peso. Si ferm. Duke lo stava seguendo. Si scherm gli occhi e guard ancora lungo il torrente, sapeva che quel posto gli era familiare ma non riusciva a ricordarne il motivo. Qualcuno lo stava tenendo d'occhio?

Poi ricord: sei o sette anni prima suo padre aveva invitato l fuori un gruppo di motociclisti, uomini da Yewville e Lockport e Ontario, e aveva organizzato una corsa lungo il torrente fino alla strada e indietro, seguendo un ampio e folle circuito... Jesse era andato a guardarli con qualche altro ragazzo. C'erano anche alcune donne. Era un giorno assolato di mezza estate e gli uomini avevano bevuto birra e a un certo punto era partita la scazzottata: il padre di Jesse urlava contro qualcuno, un improvviso scambio di colpi, il padre che dava una ginocchiata nello stomaco di qualcuno, urla allarmate e arrabbiate, alcune donne si erano messe a strillare. Nella mente di Jesse ogni cosa si confondeva con il ruggito delle motociclette e la velocit della corsa. Erba schiacciata, erba sradicata dalle ruote delle moto, incastrata nei cerchioni e strappata via come capelli: s, l era dove aveva organizzato la corsa. Lungo la riva, gi per il letto del torrente e su per la collina, alcune delle moto che si accasciavano su un lato, i centauri che saltavano dalla sella, le risate, le parolacce... Il padre di Jesse era tornato a casa con un dente in meno. Aveva la camicia coperta di sangue. La sorpresa e la rabbia di sua moglie l'avevano fatto ghignare. Guarda, guarda che ti sei fatto! Le aveva mostrato la cavit vuota, orgoglioso. Jesse aveva guardato nella bocca di suo padre, aveva sentito il suo respiro caldo, l'odore del sangue, l'odore umido, oscuro e caldo del sangue.

Era come se il sole si infrangesse sopra di lui per riflettersi repentinamente sull'acqua agitata. Frammenti di luce saettavano come insetti, come frammenti di pensieri che non riusciva a ricomporre. Rest paralizzato. Non riusciva a muoversi. Attorno a lui l'acqua dirompeva, alta poich era aprile, e in essa vi era la luce. Sent che si sarebbe perso in quel riverbero, nelle acque frammentate. E se non fosse riuscito a tornare a casa? Sarebbe potuto scivolare e cadere, la ferita si sarebbe potuta riaprire e il sangue ricominciare a sgorgare, a scorrere fuori da lui come l'acqua scorreva a valle. Premette le dita sulla spalla. Eccolo, il pulsare del sangue, quel battito smanioso che pronunciava il suo nome, il trionfo del suo sangue, in mutamento dentro di lui, che lo rendeva silenzioso e scisso e salvo da se stesso, come lo erano i cavalli del nonno. Si domand se la ferita fosse pulita, se non si fosse infettata.

La vita inizia quando cessa il pianto.

Il giorno attorno a lui si fece molteplice. L'acqua sembr ispessirsi scorrendo rapida attorno ai suoi piedi. Riluceva, s'infiammava, assumeva una forma e la spezzava e l'assumeva nuovamente, saettante come insetti o stelle o pensieri non ancora pensati. Avrebbe passato il resto della vita cos, in campagna, al sicuro in campagna, dove l'acqua e la luce e la vastit di campi vuoti potevano fungere da nascondiglio...

Quella sera, dopo cena, chiese a suo nonno: Posso dare un'occhiata alle cose che ci sono nel fienile? Alla roba dei miei?.

La lampada a cherosene gettava ombre deboli e lunghe sul volto del vecchio. Era impassibile, sembrava non aver nemmeno sentito.

Per favore disse Jesse, alzando il tono della voce. Posso dare un'occhiata?

Suo nonno distolse lo sguardo. Meglio se lasci stare.

Per favore...

Perch vuoi ficcare il naso l dentro?

Voglio solo guardare.

Non servirebbe a niente.

Il vecchio spinse indietro la sedia e si alz. Jesse si irrigid. Ud il respiro disturbato e rasposo del nonno e seppe di aver commesso un errore. Ma non gli importava. Prosegu con tono avventato: Nonno, per favore, non faccio nulla di male....

No.

Voglio solo guardare. Lo so che non posso usare la radio o chiss che altro. Questo lo so. Ma io voglio solo guardare.

Ho detto di no.

Perch?

Il viso glabro e altero di suo nonno si era fatto deciso, deciso nel suo rifiuto. No. E Jesse, alzatosi per fronteggiarlo, era deciso a opporsi a quella decisione. Voglio solo dare un'occhiata. Perch la porta  chiusa con il lucchetto?

Perch voglio che stia chiusa.

Ma perch?

 solo robaccia inutile, ed  l che rester. Sta bene dove sta e pu anche marcire, tanto nessuno la comprerebbe. Il fienile  chiuso e rimarr tale.

L dentro c' il mio letto, potrebbe essere utile disse Jesse.

Ce l'hai gi, un letto.

Voglio il mio.

Il fienile rimarr chiuso. Jesse percepiva un moto ondeggiante fra loro, uno spostamento d'aria. Lui e il vecchio si guardavano dritto negli occhi. Sent quanto era immune a tutto, come fosse ancora sul sasso in mezzo al torrente, tenuto a galla dalla forza delle acque. E suo nonno, con quel viso ruvido e arrossato, gli occhietti cattivi, era altrettanto immune: era severo e vecchio e annientato, fronteggiava Jesse dall'altro capo del tavolo.

Tu sei come lei disse all'improvviso il vecchio, sarcastico.

Come chi?

Hai capito.

Che? Chi intendi?

Come lei, uguale a lei! Non puoi farti i fatti tuoi, i guai devi proprio andarteli a cercare! Bene, sono guai tuoi, sposateli, vacci a letto, ma quando poi ti sveglierai tutto insudiciato non venire da me, te lo sarai meritato. Poi non venirmi a chiedere aiuto, che nessuno di voi poi venga a chiedermi aiuto!

Qualcosa si libr dentro Jesse, una sensazione di terrore. Era quasi vertiginosa, era come il bagliore frammentato delle acque che sovrastavano l'oscurit, che la contenevano. Guard fissamente la mascella fremente del nonno. Non poteva credere che gli avesse detto quelle parole dopo cos tanti mesi di silenzio, un silenzio arido e sacro, e poi quelle parole. Pens: Non osare aggiungere altro, nemmeno una parola!

Voi due siete fatti della stessa pasta disse il nonno. Voi i guai li volete, ve li andate proprio a cercare. Lo avevo detto al dottore e agli altri, gli avevo detto che sono vecchio e che ne ho abbastanza di tutto questo, della famiglia, di tutta la mia famiglia. Perch non mi lasciano in pace? La gente dovrebbe lasciarsi in pace! E invece mi sono messo in macchina e sono venuto a Yewville e tu eri in quel letto d'ospedale e a quel punto tuo padre era gi morto, e tu eri ancora in ospedale e mi hanno detto che saresti rimasto da solo, cos ho ceduto e ho detto che andava bene. Bene. Che ti avrei portato a casa con me. Benissimo. Ma sono un vecchio disse con accanimento e ne ho abbastanza, voglio arrivare alla fine delle cose, non cominciare tutto da capo con un bambino e un dannato cane nevrotico e rumoroso e chiss quali altri guai... Io lo sapevo che genere di persona era lui, s, tuo padre, l'ho saputo dal primo momento che l'ho visto. Lo sapevo. E quel giorno che sono venuti qui e hanno devastato le mie terre e ho dovuto chiamare la polizia, io lo sapevo che persona era, lo sapevano tutti...

Non... inizi a dire Jesse.

Sollev la mano come in segno di avvertimento: come poteva dire quelle cose, come poteva anche solo formularle? Per mesi aveva regnato un silenzio in cui certi eventi continuavano a essere accaduti, aspri e invisibili, e ora quel silenzio era stato insozzato dalle parole, dalla voce piagnucolante di un vecchio.

Per cinquant'anni ho lavorato quaggi, lo sai? Lo sai quanti sono cinquant'anni? No, non lo sai. Non puoi saperlo.

Voglio solo rivedere quelle cose. Sono mie disse Jesse.

Tue! Tue, dici! Non hai niente di tuo su questa Terra, niente di niente! Tue! Dovrei solo vendere quella robaccia per cinque dollari a un mercatino delle pulci e lasciare a loro il compito di disfarsene! sbott il vecchio con rabbia. Quanto credi io abbia pagato per l'ospedale? Chi pensi debba pagare per tutto quel sangue e le medicine e il dottore e il letto? Eh? Pensi che l'ospedale sia gratis? Quello stramaledettissimo bastardo di tuo padre  sopravvissuto per due giorni, non lo sapevi? Due giorni con la testa mezza aperta perch quel bastardo idiota non  nemmeno riuscito a prendere la mira, a spararsi dritto tra gli occhi.  sopravvissuto, ha succhiato sangue e denaro, e chi pensi abbia pagato? Bastardo, succhiasangue, mi  costato dei soldi pure per morire. E poi i funerali, quel bastardo figlio di puttana, e il becchino...

La faccia gli si contorse in una smorfia e sput. Sput sul pavimento, ma un po' di saliva gli si appiccic sul mento. Jesse era rimasto con la mano distesa di fronte a suo nonno.

Com'era possibile dire quelle parole ad alta voce?

Jesse corse in camera, si mise a letto.

Rimase sveglio e sdraiato per la maggior parte della notte. Non riusciva a credere alle sue orecchie. Il problema non era che suo nonno avesse detto qualcosa di sbagliato, ma il fatto stesso che avesse parlato. Era impossibile. Fra loro c'era stato un patto di silenzio, e Jesse pensava di aver imparato a comprenderlo, ma suo nonno l'aveva violato... E aveva sputato sul pavimento della sua stessa cucina, gli occhi che erano diventati due fessure d'odio... Alcuni rami sfregavano contro il tetto e contro i muri della casa, come un segnale rivolto a Jesse. Le finestre erano scurissime. Nere. Fuori c'era un luogo inumano, privo di parole, di tradimento. Niente parole. Guard la finestra passare dal nero al grigio, un grigio luminoso e indistinto, e la testa gli doleva per l'inevitabilit del mattino e del ritorno a se stesso, a Jesse, all'ineludibile battito del suo cuore: Jesse, Jesse, ecco Jesse, questo  Jesse. Quel battito lo strapp fuori dal letto, era forte, talmente superbo. Non poteva continuare a stare a letto. Aveva chiuso.

Cammin per chilometri prima di trovare un passaggio. Era un luned mattina e non c'era traffico. Il fattore che l'aveva caricato sul suo vecchio trabiccolo non aveva molto da dire a Jesse, non lo riconobbe, non gli fece domande. Lo lasci sulla statale. Jesse si mise in cammino verso Yewville, circondato da campi deserti. Un uomo alla guida di un camion carico di legna fresca si ferm e lo fece salire a bordo. Dove sei diretto, ragazzo? A Yewville? Jesse rispose di s. Si chiese se quell'uomo l'avesse riconosciuto. Ma no, probabilmente no; gli parl del suo lungo viaggio e di un incontro di boxe a cui aveva assistito a Buffalo. Ti piace la boxe? gli chiese. Jesse parve pensarci per qualche istante, poi rispose di no. L'uomo gli lanci uno sguardo seccato.

Si ferm a un bar vicino Yewville, uno che anche suo padre frequentava, e Jesse fece il resto della strada a piedi. L'aria era umidissima. Cammin lungo il ciglio della strada a passo svelto, le mani affondate nelle tasche della giacca. Era talmente vicino a casa, non voleva che nessuno lo riconoscesse. Camminava veloce, sempre pi veloce. Man mano che si avvicinava alla sua vecchia casa, sentiva la testa farsi stranamente leggera, come gli succedeva da piccolo nei giorni importanti - Natale, o il suo compleanno -, quando il giorno incombeva imponente e imprevedibile, un giorno incognito che avrebbe anche potuto sopraffarlo. Sentiva di avere la pelle radiosa. Si accorse di avere un radioso sorriso sulle labbra.

Ed eccoli l: il distributore di benzina, la casetta, la discarica. Erano l. Ma fuori c'era qualcosa di nuovo, un cartello VENDESI, lettere nere su sfondo giallo. VENDESI. Perch il cartello aveva un aspetto datato? Era ammaccato e scheggiato, intaccato dal clima. Presentava dei piccoli bozzi, come se dei ragazzini ci avessero lanciato contro le pietre o l'avessero preso di mira con le pistole a piombini. Il volto di Jesse era intorpidito, ma al di l della pelle, dove i nervi e i vasi sanguigni si snodavano come minuscoli cavi elettrici, tutto era vivo e sensibile.

Cosa sarebbe successo? Era quasi a casa. Era questione di minuti. Duke sarebbe arrivato di corsa, da un momento all'altro, abbaiando, lo avrebbe condotto in casa. Forse avrebbe intravisto un movimento della porta, sua madre che lo attendeva, chiedendosi come mai fosse tornato da scuola cos presto. Sono uscito e basta. Volevo tornare a casa. Pens all'assemblea natalizia e a come si era nascosto in bagno, impaurito all'idea di andarsene a casa, dove avevano bisogno di lui. Se fosse tornato, sarebbe stato tutto diverso... Sfior il cartello dell'agenzia immobiliare, fece scorrere le dita lungo i bordi. Non aveva mai sentito prima quel nome: Agenzia immobiliare Martin. Con che diritto avevano messo in vendita la casa? Percorse il vialetto, messo alla prova dal lungo inverno, la ghiaia sparsa in giro e corrosa. Fango, pi che altro. Gli sembr di fluttuare verso la porta. Era marchiata dalle tracce delle zampe fangose del cane. Jesse abbass la maniglia. La porta era chiusa. Si guard attorno per controllare che non ci fosse nessuno a osservarlo. Sentiva un formicolio sulla nuca. Ma era solo, la statale era sgombra, ogni cosa era immobile tranne che per gli uccelli. Uno stormo di corvi. Gli inviavano i loro richiami, lo schernivano dall'altro lato della staccionata, dal versante dei Brennan. Il suo cuore batteva lento, testardo, sono qui, sono qui, sono qui, Jesse Harte  qui, un sopravvissuto.

Una sparuta macchina pass in strada senza rallentare.

A chilometri di distanza suo nonno era solo, forse guardava verso il cielo, un'abitudine delle sue, proprio come il padre aveva avuto l'abitudine di guardare il suo orologio. Il nonno controllava il tempo. Controllava che tempo facesse quel giorno. Svolgeva le faccende nella fattoria e forse pensava a Jesse, di tanto in tanto. La sua vita sarebbe andata avanti - era un vecchio, inasprito e stanco, un fallimento, ma era pur sempre vivo - e Jesse avrebbe continuato a vivere la sua, lontani l'uno dall'altro, in dimensioni lontane fra loro. Per un periodo era stato suo compagno. Avevano lavorato insieme, vissuto nella stessa casa, avevano passato assieme dei mesi di silenzio... E poi era tutto finito, suo nonno aveva spezzato quel silenzio, aveva sputato. Era finita. Jesse sent l'amarezza pizzicargli gli occhi al pensiero del tradimento del vecchio. Lui gli aveva voluto bene e il nonno l'aveva tradito.

Infranse una finestrella sulla porta. Vi infil il braccio e abbass la maniglia, tagliandosi con una scheggia di vetro. Si asciug il sangue sulla giacca con fare assente ed entr.

Era fredda. La cucina era semivuota, restavano solo la stufa e il frigo, entrambi sporchissimi. Si guard attorno. Era la casa giusta? Era cos vuota, cos fredda... Il suo cuore rallent fin quasi a fermarsi. S, era nel posto giusto. Era un luogo riposante. Era entrato nella sua vera casa, lontano dalla portata degli strilli di sfida lanciategli dai corvi e del suono umido, grondante della terra.

Attraversava le stanze. A mezz'aria. Il soggiorno, le pareti spoglie, macchiate, la logora moquette sul pavimento, gli scatoloni in un angolo, lanicci di polvere, le veneziane mezze chiuse. Per un istante sent una fitta al palato. Su una delle finestre della stanza sul retro c'erano delle assi inchiodate. Inchiodate una in fila all'altra. Jesse riconobbe la stanza. Chi aveva inchiodato quelle assi? Suo nonno? La polizia?

In un angolo c'era una scatola, una vecchia cassa. Jesse ci si sedette sopra.

Sul muro innanzi a lui c'erano macchie di sole che tremolavano e sparivano e si irradiavano nuovamente. Da l vedeva l'interno dell'altra stanza, e l il sole era ancora pi luminoso. Un moto delle nubi, trame d'ombra sempre pi scure. La carta da parati era tutta stracciata. Eppure era affascinante. Lacerata, macchiata. Un peculiare disegno. Il suo cuore annunci a quel luogo: sono qui, eccomi... Jesse ridusse gli occhi a due fessure per concentrarsi sui suoni della sua famiglia - suo fratello, sua sorella, i suoi genitori - e quasi gli sembr che lo stessero guardando dalla porta, osservando la sua solitudine, l seduto su quella cassa. Lo avrebbero tormentato, perch era uscito prima da scuola. Volevo tornare a casa. Sono uscito e basta. Rest seduto, i nervi tesi, il volto acceso come da una febbre. Non sarebbe tornato a scuola. Non sarebbe tornato alla fattoria del nonno. Era finita. Non sarebbe tornato in ospedale perch stava bene. Era guarito. Un volto parve emergere dalla carta da parati, tagli e graffi e uno strappo profondo simile a una bocca, una falsa bocca, la bocca di suo padre, il volto di suo padre...

Non c'erano pi, erano sepolti in un cimitero fuori citt. Ma lo spiavano, erano sul punto di deridere la sua solitudine, il suo star seduto in quella camera. Perch non era a scuola? Perch era uscito a mezzogiorno? Ma non si mosse. Sent addosso lo sguardo di suo padre, ma non si mosse. Che Jean entrasse di corsa a prenderlo in giro, a ridergli in faccia in quel suo solito modo, a lui non importava. Lei avrebbe detto: Jesse non poteva andare in bagno prima dell'assemblea, certo che no, ha dovuto aspettare che cominciasse e poi ha chiesto il permesso... Che lo prendesse in giro, non gli importava pi.

Il buio scese lentamente sulla casa. Si sentiva ben mimetizzato, come un animale nei boschi, come una di quelle carcasse scoperte con il cane sul finire dell'inverno. Di tanto in tanto vedeva il bagliore dei fari di una macchina e, per un attimo, credeva fosse la sua famiglia che tornava a casa da un giro di compere tardivo. Ma la macchina non svoltava mai nel vialetto. Sedeva sulla cassa e la camera priva di oggetti gli sembrava molto pi piccola di come la ricordava, il pavimento gli pareva inclinato verso la parte posteriore della casa, verso la boscaglia l fuori, e lui doveva tenersi forte per resistere agli strattoni della gravit, con i piedi piantati nei suoi stivali infangati.

4

Per un po' Jesse visse a Yewville con la zia e lo zio. Avevano un figlio, Fritz, che aveva un anno pi di Jesse e lo aveva sempre trovato abbastanza simpatico. Ma adesso, messi nella stessa casa, i due ragazzi erano impacciati e maldestri: Jesse si accorgeva di come Fritz cercasse in ogni modo di far finta che non fosse successo niente di brutto. Tutti gli rivolgevano continuamente la parola, come terrorizzati dal silenzio. Fritz tornava a casa e gli raccontava le ultime dalla scuola, un chiacchiericcio svelto, nervoso riguardo a persone che ormai erano poco pi che nomi alle orecchie di Jesse, e lui annuiva subito, senza nemmeno ascoltare, il volto rilassato e pacifico, come perennemente sul ciglio del sonno. Aveva preso l'abitudine di star seduto immobile per lungo tempo. La sua mente operava lentamente, senza agitazione alcuna. Gli piaceva star seduto in cucina mentre la zia preparava da mangiare, e nemmeno chiacchierare con lei o la musica e i radiogiornali emessi dalla radio sopra il lavandino riuscivano a farlo emergere da quella sonnolenza buia e piacevole. Riusciva a percepire l'oscurit che si innalzava sul fondo del cranio, su per delle misteriose cavit nella sua gola. A volte, mentre la zia gli parlava, poggiava la testa sulle braccia e si addormentava. Suo zio tornava tardi dal lavoro - lavorava in una specie di segheria - si toglieva le scarpe, si apriva una bottiglia di birra e si rivolgeva a Jesse con voce alta e calorosa, con la turbolenza di un uomo non abituato a parlare ai bambini, e infine, come confuso dal silenzio di Jesse, inspirava l'aria e la risputava fuori, lentamente, pensosamente, cos che le guance si gonfiavano e gli occhi si muovevano cautamente osservando la sua stessa cucina, quasi senza riconoscerla. Jesse dormiva nella camera di Fritz, una piccola mansarda dal soffitto inclinato, e persino di notte il cugino cercava di parlargli al buio, facendogli domande con fare fraterno, il mormorio delicato che punteggiava la fresca oscurit della stanza: Ehi, Jesse, che ne pensi di Barbara Stanley, eh? E che ne pensi di Agnes Stanley?.

Ma quando lui non c'era poteva sentirli confabulare a bassa voce, a volte bisbigliando. Cauti. Prudenti. Esitava a entrare nella stessa stanza in cui c'erano loro per timore di interromperli: sua zia e suo zio si sarebbero allontanati l'uno dall'altro, un sorriso nervoso rivolto a Jesse, e persino Fritz, che un po' somigliava al cugino, con gli stessi capelli rossicci e ondulati e alto e magro quanto lui, si sarebbe scostato da sua madre come a dimostrare che non stavano parlando di nulla in particolare. Jesse percepiva il profondo cambiamento che aveva segnato nelle loro vite, lo spostamento d'aria che provocava al suo ingresso in ogni stanza. Percepiva la loro gentilezza, la piet negli occhi di sua zia, forse la stessa piet che avrebbe riservato a qualunque altro scherzo della natura e che in questo caso era Jesse, un ragazzo di quattordici anni, un orfano, un ragazzino che non andava a scuola e viveva immerso in una sorta di stordimento perenne... Una sera, in cucina, Fritz sbatt lo sportello del frigo e il rumore fece trasalire Jesse, che si era fatto suscettibile al trambusto, e allora sua zia si era rivolta al figlio con rabbia: Ma da dove vieni, Fritz, dalla stalla? Che fine hanno fatto le tue buone maniere?. Fritz l'aveva guardata, sconvolto. Jesse cap che aveva usato parole che non aveva mai pronunciato prima, prima che Jesse si trasferisse da loro. Parlava con una voce, guardava suo figlio in un modo che era frutto della presenza di Jesse. Che fine hanno fatto le tue buone maniere? Era qualcosa che normalmente non avrebbe detto, proprio come la sua defunta sorella, la madre di Jesse, non le avrebbe dette a suo figlio...

A maggio suo zio lo port all'Istituto per Orfani della contea di Niagara, appena fuori Lockport. Era un grande edificio in mattoni rosso scuro, discosto dalla strada e completamente recintato. Il cortile era accidentato, il prato e i ciuffi d'erba si intervallavano a nudi solchi di terra, come fosse stato percorso in lungo e in largo da camion e trattori. Vi era un vialetto circolare coperto di ceneri. La parte frontale dell'edificio era segnata dalle intemperie, i mattoni avevano iniziato a scheggiarsi, come quelli della sua vecchia scuola superiore a Yewville. Lo zio di Jesse aveva parlato con il soprintendente e con l'assistente sociale, la quale aveva un fascicolo aperto in grembo, fogli che parlavano di Jesse, Jesse Harte. Di tanto in tanto li consultava. Jesse non si cur di ascoltare gran parte di ci che si dicevano quei tre adulti che avevano in mano il suo destino. Stette seduto composto, vestito di un completo nuovo di un azzurro piuttosto acceso che gli avevano comprato da Montgomery Ward qualche giorno prima. Sua zia, che per tutta la settimana era stata nervosa, l'aveva accompagnato a comprarlo come regalo per la sua partenza. Quel mattino, mentre preparava loro la colazione, aveva pianto. Il suo volto era affranto, scarno, stregonesco, Jesse ne fu spaventato. Stava ai fornelli, le spalle basse, e l'odore della pancetta sfrigolante e delle uova e il modo in cui sua zia restava ai fornelli, in lacrime, gli ricord sua madre. Fu grato di andarsene. Doveva andarsene. Sua zia aveva pianto, ma non aveva accompagnato Jesse e suo marito a Lockport.

Si misero tutti in piedi. La discussione doveva essere arrivata alla sua conclusione. L'assistente sociale, di cui Jesse non ricordava il nome, lo salut stringendogli la mano. Il soprintendente, il signor Foley, condusse Jesse e lo zio ai dormitori al piano superiore, dove Jesse avrebbe dormito. Era uno stanzone lungo e dal soffitto alto. Due file di letti. Tutto vuoto, troppo silenzioso. Qui ci dormono solo i ragazzi in et scolare stava dicendo il signor Foley. Gli altri, sa, i pi giovani, li mandiamo all'istituto in Clinton Street. Jesse disfaceva la valigia e si muoveva impacciato, tirava fuori mutande e calzini. La valigia non era sua: suo zio se la sarebbe portata con s a Yewville. Sent che i due uomini lo guardavano, ma distrattamente, come se non ci fosse nient'altro da fare che osservarlo.

... e oltre al catechismo della domenica, il mercoled pomeriggio organizziamo un ulteriore incontro. Quel giorno le scuole pubbliche di Lockport fanno uscire i bambini prima del solito, cos che possano frequentarle. Jesse andr alla chiesa metodista...? Inoltre abbiamo un calendario fitto di attivit per questa primavera. C' la squadra di softball, e l'associazione episcopale femminile porter i ragazzi allo zoo di Buffalo...

Lo zio di Jesse non smetteva di annuire e dire: S, s, ah s? S. Non ne ero a conoscenza.

Non era a suo agio, in quel posto, nei suoi abiti da lavoro, non era abituato al genere di discorso che il signor Foley gli stava facendo. Sembrava stesse sudando. Jesse avrebbe voluto dirgli che andava tutto bene. Andava bene cos, lui doveva andarsene, non poteva restare per sempre con loro. Non glielo avrebbe rinfacciato. A ogni modo, una volta compiuti diciotto anni, avrebbe potuto andarsene da quel posto e da quella regione del paese.

Ma quando suo zio fu sul punto di andarsene, Jesse sent in bocca il sapore del panico.

Sar meglio che vada, Jesse disse lo zio, impacciato. La strada  lunga.

Strinse la mano di Jesse, una cosa che in condizioni normali non avrebbe mai fatto, e Jesse risent la contaminazione della sua stessa presenza, il modo in cui intaccava ogni cosa che toccava, come rendeva agitate e impacciate le persone.

Be'... sar meglio ripartire. Verremo a trovarti domenica, Jesse. E qualche volta potrai tornare assieme a noi, se al signor Foley sta bene, puoi dormire in camera di Fritz... a lui far un gran piacere...

Lo stava lasciando l?

Tornarono di sotto. Il signor Foley mostr a Jesse e suo zio un'altra stanza, un'ampia sala da pranzo. A quanto pare su di essa non c'era nulla da dire. Lo zio prov ad aggiungere qualcosa, un commento, ma non c'era nulla da dire. Molte file ordinate di tavoli un po' scheggiati, sedie ordinarie, finestre che davano sul sentiero cinereo. Un odore di sciacquatura dei piatti. E fu l che suo zio gli strinse la mano una seconda volta, con fare greve e sconsolato. La strada  lunga, sar meglio che riparta disse.

Alle quattro meno un quarto circa il pulmino del collegio riport a casa gli altri ragazzi da scuola. Jesse fu colto dal panico alla vista di quei ragazzi che scendevano con foga da uno scuolabus tendente all'arancione, un gruppetto rumoroso, non il genere di ragazzi che Jesse si era immaginato. Aveva sempre pensato agli orfani come a bambini deboli, gracili, malaticci. Invece si era trovato davanti dei normali ragazzi. Normali urla, normali zuffe. Non sarebbe stato un loro pari.

Che cosa aveva a che fare con quella gente?

L'anno scolastico era cominciato da troppo, cos Jesse non pot tornare a scuola e dovette restare per tutti i giorni feriali all'orfanotrofio mentre gli altri ragazzi andavano a lezione. Altri due ragazzi restavano l con lui: erano gemelli, grandi e grossi, due ragazzotti curvi con le facce butterate, pi vecchi di Jesse ma affetti da un ritardo evidente. Tutti e tre lavoravano nei possedimenti dell'orfanotrofio assieme al tuttofare, oppure ripulivano il giardino e il frutteto dalle erbacce, o ancora davano una mano a scaricare le scorte di cibo dal camioncino delle consegne. A Jesse piaceva lavorare, era stancante e gli teneva la mente occupata. Quando non aveva nulla da fare continuava a pensare, progettava modi per tornare a Yewville, seguendo le statali e le strade che conducevano a Yewville fino a quell'incrocio, fino al distributore, alla casa, al cartello VENDESI. Jesse si lasciava scivolare dentro e fuori da quelle fantasie, risvegliato da qualcuno che lo pungolava fra le costole.

Com' che non parli mai? Come mai non fai altro che startene in un angolo? gli chiedeva uno dei gemelli, curioso.

Di domenica andavano tutti alla chiesa di Lockport. A Jesse non piaceva andare in chiesa, gli lasciava troppo tempo per pensare, ma non aspettava altro che il viaggio in bus. Era affascinato dai ponti e dal canale di Lockport. Non aveva mai visto niente del genere. Chiedeva all'autista informazioni su di esso: si chiamava canale di Erie e desiderava ardentemente mettersi ad aspettare sul pi largo dei ponti che una nave passasse attraverso le chiuse. Ma non ne aveva mai la possibilit. Doveva restare con gli altri. In chiesa restava seduto composto, sentendosi gi un uomo adulto e stanco, troppo vecchio per curarsi delle battute sussurrate e dei tafferugli degli altri ragazzi; e non aveva alcun interesse, non gli importava nulla della messa in s. Il suo cervello si ritraeva fino a raggiungere un volume equivalente a quello di una noce.

Un giorno il signor Foley port Jesse nel suo ufficio, dopo la colazione.

Jesse, c' un signore dalla citt, il dottor Pedersen, che vorrebbe parlare con te gli disse.

Jesse era gi stato visitato da un dottore della contea e per un secondo pens si trattasse della stessa persona.

Il dottor Pedersen  interessato al tuo caso.  gi da un po' che lui e la moglie stanno pensando di adottare un bambino... ho avuto contatti con lui in precedenza ma...

Jesse si sporse in avanti come se qualcuno lo avesse colpito fra le scapole.

Adozione?

Ho provvisoriamente fissato un incontro per domenica pomeriggio gli comunic il signor Foley. Sfoder un sorriso compiaciuto, conigliesco. Il dottor Pedersen  un uomo molto impegnato e la domenica  il suo unico giorno libero. Probabilmente non hai mai sentito parlare di Karl Pedersen, ma qui lo conoscono tutti. Lui, il padre e due dei suoi fratelli, persino il suocero, credo, sono dottori con una gran bella reputazione, gi in citt. Gente meravigliosa, davvero. Ovviamente, come saprai,  abbastanza inusuale essere adottato alla tua et. Ed effettivamente pochissimi dei ragazzi che ospitiamo vengono anche solo presi in considerazione... ma... io e il dottor Pedersen abbiamo parlato svariate volte per telefono, e poi anche di persona, e lui mi ha assicurato che questo  quello che desidera...

Jesse rest impietrito.

Jesse, non hai detto nemmeno una parola. Lo so, per te dev'essere strano, infatti io... anch'io lo trovo parecchio bizzarro e mi chiedo... ma... il dottor Pedersen mi ha assicurato... tu che ne pensi, Jesse? Ti va di vederlo?

Jesse annu.

S.

Incontr il dottor Pedersen nell'ufficio del signor Foley. Il signor Foley li present con fare nervoso. Il dottor Pedersen era un uomo alto e grasso che guard Jesse dritto in volto con sguardo sincero, come cercasse di inquadrarlo. S, Jesse Harte. Come va? gli chiese. Aveva un grande viso pallido e sognante che sembrava emanare una luce ambigua e sommessa. Be', ragazzo mio,  ora di parlare un po' da soli. Siediti pure, prego. Signor Foley, le dispiace se io e questo giovanotto restiamo soli per un po'?

Jesse guard il signor Foley con lo sguardo del panico. Non se ne vada.

Ma una volta rimasti da soli, il dottor Pedersen gli sorrise e si accomod nella sua sedia. Svariati secondi di attesa. Poi disse, con voce molto gentile: Quindi hai quattordici anni?.

S fece Jesse.

Quand' il tuo compleanno?

Il 3 ottobre.

Mi hanno detto che questo semestre non hai frequentato la scuola. Come mai?

Ci torner. Per un po' sono stato malato.

Oh, certo. Sei stato malato per qualche tempo disse il dottor Pedersen. Abbozz un sorriso, come a incoraggiarlo a parlare. Rilassati, Jesse. Sorridi. Jesse si rese conto di essersi completamente irrigidito sulla sedia.

Ti piace studiare e andare a scuola?

S rispose Jesse.

Era una bugia. Ma sarebbe potuta diventare la verit.

Qual  la tua materia preferita?

Non lo so.

Non lo sai ripet il dottor Pedersen con tono piatto. Davvero?

Be'... scienze...

Scienze gli fece eco il dottor Pedersen. Quale branca delle scienze?

Jesse non aveva idea di cosa stesse parlando. Si mise a fissare il pavimento.

Ti interessano di pi gli esseri animati o inanimati?

Quelli animati.

Be', allora la biologia,  quella la branca che ti interessa.

Jesse non riusc a dir di s. Annu con fare vago.

Era un uomo massiccio, questo dottor Pedersen, aveva un petto immenso, un'immensa pancia che spuntava dal davanti della giacca, il tessuto teso a coprirla. Cosce massicce. Le ginocchia tiravano talmente tanto la stoffa dei pantaloni che questa sembrava sul punto di strapparsi. Jesse non riusc a non guardare le grosse caviglie dell'uomo, che erano grandi quanto un ginocchio e gonfiavano i calzini neri. I suoi piedi, al contrario, erano piuttosto piccoli. Anche le mani erano piuttosto piccole e tozze.

Certamente vorrai andare al college disse il dottore.

Jesse alz gli occhi e guard in faccia l'uomo con un'aria miserevole.

College...?

Vorrai continuare a studiare dopo le superiori, no?

Non lo so...

Come mai sei indeciso?

Non so niente del college... non conosco nessuno che ci sia... andato...

Ma hai voglia di imparare cose nuove?

Credo di s...

Di fare quanta pi strada possibile, spingerti al massimo delle tue possibilit?

Credo di s rispose Jesse debolmente.

Silenzio. La voce del dottor Pedersen era sommessa e letargica, il volto pallido, sognante, umidiccio. Ma era anche caratterizzato da un peculiare entusiasmo, qualcosa che aveva a che fare con i vestiti, l'abbigliamento elegante e dall'aria costosa, e il modo in cui il corpo li metteva a dura prova. Sembr compiaciuto dall'ultima risposta di Jesse. Lui si sforz di aggiungere qualcosa, di proseguire il discorso: Io... voglio arrivare lontano....

S.

Il dottor Pedersen sorrise, osservandolo come da una certa distanza. Gli servir un telescopio per esaminarmi meglio, pens Jesse, colto da un senso di vertigine. Aveva il volto sfinito da quel sorrisetto spaventato che l'aveva solcato per tutto il corso della chiacchierata, ma non riusciva a rilassarsi, nulla riusciva a prendere il posto di quel sorriso. Sent come se il dottor Pedersen lo guardasse dritto nelle recondite cavit del cranio, come se vedesse e valutasse ogni cosa. Il dottore annuiva di tanto in tanto, come se nel silenzio la conversazione stesse proseguendo mentre Jesse restava seduto dritto in una posizione innaturale, consapevole della sua estrema magrezza. Aveva perso quasi sette chili da quell'inverno.

Jesse, tu credi nell'esistenza di una sorte per l'uomo, come ne esiste una per le nazioni? Che l'uomo debba raggiungere la sua realizzazione, la sua redenzione, diventando la persona che  destinato a essere? chiese il dottor Pedersen. Jesse lo guard senza capire. Il dottore continu con un tono addolcito, come stesse parlando a un bambino: Forse sei troppo giovane per comprendere le dinamiche interpersonali, quelle relazioni tanto sottili da non poterne parlare, da eludere l'analisi. S, sei giovanissimo. Bisogna spiegartele, determinate cose. Vi sono delle forze attrattive tra le persone - attrazioni quasi letterali, degli strattoni - che sono imprevedibili e inspiegabili, eppure esistono tanto quanto esiste l'universo tangibile. Anche se sono un dottore e un uomo di scienza, e dunque totalmente votato al mondo materiale, al mondo del misurabile, credo anche in un mondo spirituale... Credo che lo spirito sia fortissimo, pi forte del corpo... e che i nostri spiriti, in silenzio, siano in grado di dialogare fra loro.

Jesse mosse lentamente la testa in segno di assenso.

Be', per oggi pomeriggio  abbastanza, ti saluto disse con voce pi formale il dottor Pedersen. Si alz e strinse la sottile mano di Jesse, la strinse forte fra entrambe le sue mani.

Pi volte durante la settimana Jesse chiese al signor Foley se avesse sue notizie. Il dottor Pedersen gli aveva parlato di lui? Cosa sarebbe accaduto? Jesse continuava a pensare alla loro conversazione, arrabbiato con se stesso per non essere riuscito a dire di pi, per essere rimasto l seduto passivamente, con un'aria da stupido... Un tempo era stato un bambino d'azione, sempre impegnato a fare qualcosa, a correre, a mettersi nei guai; quel periodo della sua vita lo ricordava alla perfezione. Eppure quei ricordi sembravano appartenere a un altro ragazzo, un altro Jesse, e non sapeva come tornare a essere quella persona, quel s. A volte era investito da un'ondata di panico al pensiero di non essere niente, di non esistere. Cosa significava, poi, esistere? Cerc di ricordare gli strani concetti espressi dal dottor Pedersen, come se lui, Jesse Harte, potesse comprenderli. Non aveva nessun senso. Un essere umano... deve diventare ci che  destinato a essere... Ma sebbene le parole non avessero senso, sebbene ad ascoltarle la gente di Yewville si sarebbe fatta una bella risata, Jesse cred che fossero riconducibili a qualcosa di reale, qualcosa di invisibile e terrificante da quant'era reale.

Andava in giro litigando con se stesso. Arrabbiato e bramoso. Eccolo l: in un orfanotrofio. L'Istituto per Orfani della contea di Niagara. Il cuore gli martellava nel petto al ricordo del dottor Pedersen, quell'uomo massiccio, rigonfio di energia... Non aveva mai incontrato nessuno come lui. Non aveva sentito mai nessuno parlare in quel modo. Con il passare delle settimane continuava a risentire la voce del dottor Pedersen, come se fosse ancora nei paraggi e gli parlasse senza sosta con quel tono dolce. Era confuso, arrabbiato. Non voleva restare in quel posto e non c'era nessun altro modo per andarsene che non fosse l'adozione o l'affidamento. Nel corso della sua permanenza un ragazzo era stato dato in affidamento ed era gi tornato all'istituto. Gran parte dei ragazzi erano pelle e ossa, con una faccia da roditore. Avevano un'aria astuta, erano svelti ed evasivi, si muovevano meglio in piccoli branchi a borbottare battute schermati da una mano... E Jesse era uno di loro, anche lui pelle e ossa, il volto cos scarno che anch'esso ricordava quello di un roditore, tratti ossuti, un aspetto bisognoso e un'espressione distratta. I ragazzi avevano tratti ossuti, ma erano anche distratti e anonimi. Sembravano interscambiabili: spesso Jesse li confondeva fra loro, confondeva i loro nomi e i loro volti, faceva confusione su chi fosse chi. Viveva nell'Istituto per Orfani della contea di Niagara. Odiava il Jesse Harte che viveva l dentro, quello descritto nei rapporti racchiusi in un fascicolo custodito da chiss chi.

Continu ad andare a parlare con il signor Foley ogni volta che poteva. Gli chiedeva del dottor Pedersen: era uno di quei dottori che faceva le operazioni alla gente? Salvava vite? Jesse socchiudeva gli occhi e rivedeva le grosse ginocchia rigonfie che tendevano la stoffa dei pantaloni. Il dottor Pedersen aveva figli? Quanti? Dove viveva? Sull'orlo delle lacrime, sentendosi troppo magro e abbattuto, stette alle calcagna del signor Foley per almeno una settimana. Il dottor Pedersen era uno strano uomo, continuava a dirgli. Ma il signor Foley non era del tutto d'accordo. Il dottor Pedersen era talmente grasso, diceva Jesse, grasso. Ma forse era lui a essere troppo magro. Le costole gli sporgevano dalla pelle. Aveva polsi ossuti. Aveva le braccia troppo sottili per un ragazzo, vero? Cerc di rimembrare le parole del dottor Pedersen per riportarle al signor Foley, ma non riusciva a ricordarle del tutto. Andare lontano... spingerti al massimo delle tue possibilit... Crede che torner? chiese Jesse al signor Foley.

Quel venerd pomeriggio and da solo a Lockport facendo l'autostop. Era vietato, ma lui non ci pens troppo, ogni cellula del suo corpo lo spingeva a farlo, entusiasta, fremente, vigile, ansioso di arrivare in citt, la citt dove viveva il dottor Pedersen! Stava tagliando le erbacce appassite in giardino e quando fu vicino al confine dei campi, aveva semplicemente posato la falce e se n'era andato. Uno dei ragazzi aveva cercato di richiamarlo: Ehi! Ehi, tu! Jesse!. Lui non si era preso la briga di rispondere. In quel posto non aveva nessuna importanza come si chiamava, con quale nome lo chiamassero. Il suo nome, Jesse, non era una parola che lui riconosceva, l dentro. Potevano chiamarlo in qualunque modo e lui non avrebbe risposto.

Fece un giro su Main Street, camminando a passo lento. Credeva che il dottor Pedersen sarebbe passato di l da un momento all'altro. Era confuso, un po' spaventato. Cosa gli sarebbe accaduto? Le macchine passavano senza sosta e lui ebbe l'impressione che si trattasse di una citt frenetica, molto pi di Yewville, con molte pi persone... gente uscita a fare compere il venerd pomeriggio... tanti ragazzi della sua et, in gruppetti, che gli lanciavano qualche sguardo ma non si curavano di lui... In un bar scorse l'elenco del telefono e si imbatt nel nome del dottor Pedersen. A quel nome corrispondevano due indirizzi, quello di casa sua su Locust Street e quello della sua clinica in Plank Road. Jesse prov una forte eccitazione. Memorizz gli indirizzi. Poi consult le pagine gialle e si imbatt nuovamente nel nome del dottore sotto la voce Medici. Pass freneticamente il dito sotto quella voce; Dott. Karl Pedersen, Medicina generale. Gli indirizzi erano gli stessi! Jesse torn in strada e diede un'occhiata alle indicazioni stradali. Avrebbe trovato casa sua. Per un po' cammin in una direzione, ma non riusciva a trovare Locust Street. Non si era perso, credeva, ma sarebbe stato difficile ritrovare la strada per tornare all'istituto. Dopo un po' chiese a una passante dove fosse Locust Street; la ragazza, che doveva avere la sua et, lo guard con occhi straniti. Che vergogna essere cos debole, cos scheletrico! Si domand se il dottor Pedersen non si fosse dimenticato di lui, se avesse deciso di non adottarlo in favore di un altro ragazzino. Perch, perch era magro, perch era pelle e ossa? Risal Locust Street - Lockport sembrava essere edificata su una serie di colline - e fu allarmato da quanto si sent debole una volta arrivato in cima. La mente galoppava. Continuava a discutere con se stesso, manciate di parole senza senso, pos persino due dita sul polso per misurarne i battiti...

Eccola, la casa dei Pedersen!

Una grande casa a tre piani in pietra, di una tonalit molto scura di grigio. Molte finestre dagli infissi bianchi. S, molte finestre; Jesse fu abbagliato da quella vista. Sulla parte anteriore c'erano due alti pilastri e un'ampia porta in legno pesante, e proprio prima dei gradini c'erano due animali di pietra - forse leoni - che, dal sonno in cui erano immersi, sembravano fare da guardia alla casa. Il prato era di un verde acceso e curato, evidentemente seminato di recente. Gli steli d'erba sembravano fragili; Jesse vedeva le deboli tracce del rastrello fra i ciuffi di vegetazione. La casa e il suo grande giardino erano circondati da un basso recinto metallico inframmezzato dal fogliame. Jesse rimase impalato e nervoso sul marciapiede, fissando la casa. Temeva che qualcuno si accorgesse di lui, che qualcuno degli abitanti della casa potesse guardare fuori e vederlo. E se fosse stato lo stesso dottor Pedersen?... Jesse pass pi volte davanti alla casa, continuando a osservarla. Fece scorrere le dita lungo il recinto, ed esse si impolverarono un poco. Era cosciente del pericolo, ma non poteva andarsene... pass nuovamente davanti alla casa... si chiese cosa sarebbe successo se fosse penetrato nel cancello, su per i gradini oltre i leoni di pietra, cosa sarebbe successo se avesse suonato il campanello?

Ma non ne aveva il coraggio. Cos indugi sul marciapiede, guardandosi attorno. E vide una donna grassissima che svoltava l'angolo e veniva dalla sua parte. Camminava con le spalle protese in avanti e la testa china, cos che il mento spesso e fanciullesco stava schiacciato contro la gola. Indossava una blusa bianca da cui spuntavano braccia massicce, simili a salsicce di pollo, e una gonna a ruota in cotone scuro che si gonfiava attorno ai suoi fianchi ampi. Al vederla, Jesse indietreggi. Aveva un'aria familiare. Ma lei non sembr accorgersi del ragazzo, alz a malapena lo sguardo mentre si avvicinava, e una volta giunta alla casa dei Pedersen svolt nel vialetto, a passo lento, appesantito, come fosse una donna anziana. Ma non lo era, non era una nemmeno una donna, ma una ragazza della sua et, se non addirittura pi giovane, con la pelle chiarissima e luminosa, occhi adornati di pesanti ciglia, quasi adombrati, e una boccuccia rosa e per bene che assomigliava a quella del dottor Pedersen.

La osserv camminare lentamente e laboriosamente fino alla casa dei Pedersen, entrare come fosse casa sua, con fare cos naturale, tornare a casa. Il suo cuore batteva di struggente bramosia. Avrebbe voluto chiamarla. Ma si limit a guardare e dopo qualche minuto torn indietro, attravers la strada e si allontan dalla grande casa di pietra, strabiliato dalle sue dimensioni, dal dilagare di olmi e querce e cespugli che l'attorniavano. Continuava a misurarsi il polso nervosamente, distrattamente.

Quella sera il dottor Pedersen e sua moglie andarono a trovarlo.

Scamp la punizione solo perch c'erano dei visitatori per lui. Fortuna, che fortuna, pensava avido, stordito, mentre il signor Foley lo conduceva al suo ufficio. Il dottor Pedersen gli strinse la mano, quasi fosse una sua vecchia conoscenza, e gli present sua moglie. Era una donna bassa con un corpo gigantesco, sebbene non quanto quello del marito, ma tarchiato e morbido e stranamente privo di vita, come se il peso della sua stessa carne fosse un fardello cui non era abituata. Aveva il volto paonazzo e teso, le guance arrossate, gli occhi accesissimi. Dalla sua carne soffice, dal suo inerte rigoglio emergevano tratti accesi di una vigilanza attiva e frenetica. Ma al di sotto del viso, una volta passato il mento paffuto, il corpo le si afflosciava addosso privo di forma, inerte. Sorrise a Jesse e fu troppo timida per tendergli la mano durante le presentazioni.

Che bel tempo, stasera annunci il dottor Pedersen.

La signora Pedersen annu immediatamente, un sorriso rivolto a Jesse. Lui la imit e annu a sua volta. Il suo cuore batteva fortissimo e si domandava se il dottor Pedersen percepisse il suo nervosismo.

Bene, Jesse Harte. Sediamoci, parliamo. Sedettero. Il dottor Pedersen sembrava ancora pi grosso di quanto non lo ricordasse. Indossava un completo grigio in un tessuto elegante, costoso, un panciotto argentato e una cravatta scura. Incroci accuratamente le gambe, sollevandone una e sistemandola sopra l'altra per poi ritrarla leggermente cos che la caviglia posasse sul ginocchio dell'altra gamba, la larga suola della scarpa rivolta verso l'esterno, verso Jesse, una suola grigia e liscia. Jesse ne intravedeva la carne da sopra i calzini neri. Il dottor Pedersen lo guard con aria greve. Il suo volto era compassato, corrucciato. Inspir lentamente senza aprire la bocca, ma espandendo le narici. Era un lusso, il modo in cui respirava; sembrava assaporare l'aria, valutare anche l'aria.

S. Il soggetto della nostra conversazione sar Jesse Harte disse il dottor Pedersen, come rivolto alla sua signora. Ma lei sembrava quasi non ci fosse, lui non guardava che Jesse. Il nostro essere qui questa sera, insieme in questa stanza, era il volere della sorte. Era destino che ci accadesse. Stabiliremo in questa sede la precisa natura delle nostre molteplici relazioni, tenteremo, per quanto possibile, di organizzare il nostro futuro. Crediamo di avere il libero arbitrio, ma dietro ogni gesto, dietro ogni disperata asserzione del s, vi  una patina di fato, dura come la pi dura delle pietre... Be', Jesse, tu cosa ne pensi?

Jesse lo guard.

Io...

Il dottor Pedersen attese paziente. Ma quando Jesse non prosegu, disse con quei suoi modi compunti, cortesi: Per te il mondo  un mistero, Jesse?.

S... credo di s...

Eppure sei cresciuto in una famiglia convenzionale, religiosa?

S, credo di s...

Adesso vai in chiesa come gli altri ragazzi?

S.

Preghi spesso?

Non lo so... forse... forse s...

Per cosa preghi?

Jesse non seppe cosa rispondere. Gli occhi del dottor Pedersen erano fissi su di lui. Respirava in modo deliberatamente lento.

Ringrazi il Signore di essere vivo, un essere vivente? Di possedere ancora l'anima che ti ha donato, il tuo personale spirito?

S...

Bene, bene. E allora credi nell'Incarnazione e nella Redenzione dei peccatori fece il dottor Pedersen con tono piatto e credi nella profezia dell'Apocalisse, che le citt della Terra saranno rase al suolo e i peccatori annientati?

S.

Ma tutto  un mistero. E come ti proponi di confrontarti con tale mistero?

Jesse non cap.

Come ti proponi tu, Jesse Harte, di affrontare l'enigma dell'esistenza? Come intendi organizzare la tua stessa vita?

I pensieri di Jesse correvano rapidi. Facendo... quanta pi strada possibile, spingendomi... al massimo delle mie potenzialit...

Bene, bene. Una risposta straordinaria. S, bene disse il dottor Pedersen, un po' sorpreso. Sorrise, e una manciata di fossette gli sbocciarono di colpo attorno alla bocca. Quattordici anni, Mary disse, senza voltarsi verso la moglie e fornisce una risposta del genere... Se non  destino questo!

La signora Pedersen annu.

Bene, Mary, se non ti dispiace vorrei restare solo e parlare a cuore aperto con questo giovanotto aggiunse. Si mise in piedi e, con una formalit a tratti solenne, apr la porta a sua moglie. Lei si ferm sulla porta e sorrise nuovamente verso Jesse, ma senza davvero guardarlo, come una ragazzina. Il dottor Pedersen torn al suo posto e si sedette con le braccia incrociate. Rest fermo. Il suo respiro era contemplativo, lento, regolare. Jesse si ritrov a sincronizzarvi il proprio. Stava seduto dritto, gli occhi che bruciavano nei loro incavi, intenti a fissare il dottor Pedersen nell'attesa che dicesse qualcosa. Sembrava essere rimasto seduto l, in quell'esatta posizione, per buona parte della sua vita.

Dopo un'attesa di un paio di minuti il dottor Pedersen estrasse due oggetti dal taschino interno della giacca: un portaocchiali di pelle e un pezzo di carta. Si infil gli occhiali e lo sguardo gli si addolc, si fece ancora pi gentile. Jesse disse non ti ho parlato molto di me o del mio interesse verso di te. Sarai curioso. Non ti tedier con dettagli sul passato. Sono uno scienziato e credo nel presente e nel futuro. Sono prima di tutto uno scienziato, quindi un dottore, e poi un padre, e infine un membro della comunit americana. Non sono in debito di alleanze con nessuna potenza straniera e non sono interessato alla politica a nessun livello. Le preoccupazioni legate all'Europa non mi toccano minimamente. Non ci penso mai. Sono un cittadino del mondo e del ventesimo secolo. Il signor Foley ti avr detto che sono considerato un medico competente. Mi mandano pazienti da ogni angolo del paese, ma non mi interessa farmi una reputazione o far soldi, ma soltanto il mio lavoro. Ho un istinto diagnostico. Non riesco a spiegare il mio talento se non in termini di dono peculiare che non mi  mai venuto meno. Mai. Il mio talento  un dono di Dio e non voglio spiegarmelo o sfruttarlo in nessun modo. Sono un uomo umile. Non voglio nient'altro che aiutare l'umanit. Credo che Dio mi abbia fatto un dono e che io ne sia responsabile, e Lui  stato generoso anche con mia figlia e con mio figlio fornendo loro dei doni unici, e sono responsabile anche di essi, della loro salvaguardia. Ho una figlia di tredici anni e un figlio di diciassette. Solo loro. Ho responsabilit verso di loro e credo di averla anche verso di te. Sono convinto ci sia qualcosa, in te, un destino determinato, un fato preciso...

Si port una mano in volto, schermandosi gli occhi come se Jesse emanasse una luce troppo intensa per poterla guardare direttamente, e di nuovo si zitt. La sua fronte pallida e sporgente sembr sondare il mistero del ragazzino che aveva innanzi.

Devi essere salvato. Devi essere nutrito, vestito, hai bisogno di un tetto, di protezione. Di amore. Hai bisogno di essere amato. Il tuo destino ... mi  quasi chiaro... quasi visibile...  dentro di te, nella struttura stessa delle tue ossa e va coltivato o morir con te. Non spaventarti, ma io lo vedo chiaramente: morirai presto, in un anno o due, se nessuno ti dar amore.

Jesse abbozz un sorriso.

Ma il dottor Pedersen non sembr accorgersene. Si pass nuovamente una mano sulla fronte, dunque sulla testa. Aveva capelli radi e grigi.

Sono uno scienziato, s, ma mi fido ciecamente dell'intuizione. Sono nato con il dono della profezia, chiamalo come ti pare. Pi persone hanno provato ad analizzarmi, a mettere insieme i pezzi, ma ne sono venuti fuori pi confusi di prima. Sono come un puzzle... A essere sinceri, Jesse, la mia vita privata  incompleta. La mia famiglia  incompleta. Mia figlia Hilda  una bambina straordinaria, ma per quel che riesco a prevedere,  una bambina incompleta che finir per diventare una donna incompleta. Anche mio figlio Frederich in qualche modo  una delusione. Mia moglie Mary  una donna generosa, religiosa, buona, una moglie e una madre eccellente, sebbene sia stata abbastanza viziata dal padre... Ma non  riuscita a darmi il figlio che vedevo nel mio futuro, non  andata esattamente come me l'ero immaginata vent'anni fa... Non che il mio matrimonio sia infelice aggiunse lentamente il dottor Pedersen ma in una certa misura  incompleto. Voglio di pi. Mi serve di pi. Mi serve un altro figlio. Jesse, ti faccio vedere una cosa.

Jesse attese, lo sguardo fisso su di lui.

Ti faccio vedere un ritaglio di giornale che  alla base del mio interesse verso di te. Risale a molti mesi fa. Non entrer nel merito della sequenza di idee che questo ritaglio ha scatenato in me, nella mia immaginazione, te lo far semplicemente vedere. E quando l'avrai letto potrai esprimere ci che provi in tutta onest.

Ok...?

Sei pronto?

Jesse annu. Sent il sapore del panico sul palato, un sapore oscuro, umido, acre.

Il dottor Pedersen gli spieg il ritaglio di giornale e lui lesse:

RAGAZZO SFUGGE A PADRE ARMATO

Yewville, New York (UPI) Jesse Harte, 14 anni, il ragazzo scappato dalla casa dove suo padre armato di un fucile calibro 12 ha aperto il fuoco contro di lui,  ormai l'unico superstite della sua famiglia.

Gli altri cinque membri - i genitori, due sorelle e un fratello - sono morti in quello che la polizia ha definito quadruplice omicidio-suicidio. La polizia ha dichiarato che Willard Harte (35 anni) ha sparato a sua moglie Nancy (31) e ai suoi tre figli, Jean (16), Shirley (11) e Robert (5) per poi puntarsi contro il fucile nella loro casa appena fuori Yewville. Il padre  morto in ospedale due giorni dopo la sparatoria.

Secondo le ricostruzioni gli omicidi hanno avuto luogo al mattino o nel primo pomeriggio, considerato che Harte  stato visto a Yewville con suo figlio Jesse nel tardo pomeriggio di mercoled, quando lo ha prelevato dal negozio dove lavorava dopo la scuola. Jesse  scappato dalla casa subito dopo esserci stato riportato dal padre e si  diretto verso la fattoria dei vicini, i quali l'hanno trovato ferito e l'hanno portato all'ospedale Yewville Memorial, dove  attualmente ricoverato in condizioni critiche.

I cadaveri di madre e bambini sono stati trovati nel soggiorno della casa adiacente alla stazione di servizio gestita da Harte.

Harte  stato rinvenuto gravemente ferito appena fuori dalla casa e il fucile  stato ritrovato nelle immediate vicinanze.

Il pubblico ministero della contea di Niagara, Virgil Block, ha aperto un'inchiesta e la polizia sta proseguendo le indagini.

Jesse lesse l'articolo da cima a fondo una prima volta. Poi una seconda. Sent il suo spirito trascinato indietro di chilometri verso quella casa, quell'incrocio, quella macchia d'alberi, quella discarica... E allo stesso tempo sentiva la rigidit nel modo in cui era seduto nel posto in cui si trovava, la sua lucidit, quanto fosse reale e vivido agli occhi di quell'uomo che lo guardavano attraverso gli occhiali rotondi, le lenti illuminate da un riflesso. Quanto era reale, quel momento!

Era l'unico vero fatto.

Jesse restitu il pezzo di carta al dottore. Non disse nulla.

S, ragazzo mio, bravo disse il dottor Pedersen, annuendo. La sua testa fece su e gi in segno di comprensione. Si tolse gli occhiali e, come una ragazza, scoppi a piangere. Jesse lo osserv intimorito, lui stesso emotivo ed esitante e stupito. Il dottor Pedersen strinse la mano di Jesse nella sua e la scosse: S, non hai detto nulla. Me l'hai semplicemente restituito. S. Sei stato dignitoso. Supererai tutto quell'orrore. Stai gi diventando la persona che sei destinato a essere, sei gi rivolto verso il futuro che appartiene sia a te che a me. S, il futuro  gi iniziato,  gi iniziato.

Le lacrime bagnarono la mano di Jesse.

5

E cos divenne Jesse Pedersen, il terzo figlio e il secondo maschio di Karl e Mary Pedersen di Lockport, New York.

6

Un mattino dell'agosto 1940 Jesse era alle inferriate del pi grande ponte di Lockport, sospeso sul canale di Erie. Guardava gi, verso le chiuse. Stringeva un libro preso in prestito alla biblioteca, come a scongiurare il pericolo che potesse cadergli. Era affascinato dallo spessore del ponte, dai profondi e umidi versanti del canale, dai differenti livelli di profondit dell'acqua. Infine era l, l da solo... Tutto ci che vedeva era illuminato da un bagliore soffuso e perlaceo dato dall'umidit e dalla luce brillante e vitrea del sole, e si accorse di come brillava il suo braccio coperto da impalpabili particelle di umidit, i pori della pelle come minuscoli occhi, i capelli rossicci che si innalzavano delicati eppure forti dal cuoio capelluto. Era sopravvissuto. Era l. Le mani non erano pi ossute, le nocche non pi sporgenti.

Sotto di lui vi era un alto, vertiginoso salto su acque scure e piuttosto calme. Davanti a lui altre chiuse, altri livelli d'acqua, vibranti di energia; si udiva il rumore dell'acqua che scrosciava irosamente da un livello all'altro. Un fracasso continuo. Jesse sentiva il lavorio della sua mente esposta a quella frenesia, uno spettacolo d'acqua agitata che scrosciava e scorreva all'infinito attraverso gli espedienti umani di chiuse e cascate... C'era qualche altra persona sul ponte, uomini di un'et adeguata a non avere pi obiettivi, che si sporgevano dalle inferriate allo stesso modo, guardavano in basso. Non avevano nient'altro da fare. Erano uomini che per qualche ragione erano soli e Jesse distolse lo sguardo, quasi se ne vergognasse, intimorito dalla loro solitudine. Pens a nonno Vogel. Cancell quel pensiero. Alle sue spalle il traffico di Lockport scorreva al suo solito, al mattino dei giorni lavorativi le strade non erano ingorgate. Le donne andavano in centro a fare compere, senza fretta. In lontananza c'era un campanile, rilucente di sole. Ci che era affascinante, pens Jesse, era la natura ordinaria di quel che aveva davanti: il canale, le chiuse, l'acqua rumorosa; la stessa citt, ordinaria e quieta, come se esistesse da secoli e avesse una profonda certezza del suo diritto di esistere e una mancanza di consapevolezza del fatto che non c'era ragione di esistere, nessuna garanzia di esistere. Era l, sospinta in moto lento lungo un'orbita calcolata. Riusciva gi a delinearsi in opposizione a essa: Jesse Pedersen sul gran ponte, in attesa che una chiatta passi attraverso le chiuse. Ma non ne vedeva nessuna all'orizzonte. Non poteva aspettare per ore, come quegli uomini solitari che passavano il tempo alle chiuse, che non avevano nient'altro da fare. Per mezzogiorno doveva essere a casa.

... Quel tremendo affollarsi d'acqua in un condotto, un condotto arrugginito... L'esplosivo precipitare dell'acqua, lo schiumare d'acqua frenetica eppure, in alcuni punti, stranamente quieta, la superficie che sembrava quasi una lastra abbastanza solida da poterci camminare sopra... La guardava, affascinato. Ipnotizzato. Un puzzo rancido e fetido saliva dalle profondit delle acque proprio sotto di lui. Jesse si affacci oltre le inferriate. Per lui era importante vedere ogni cosa, tutto quello che riusciva a vedere. Lungo la riva del canale erano stati costruiti degli edifici, decine di anni prima, che sembravano affondare nelle fondamenta di grigia roccia sognante, le cime e gli archi e le ciminiere puntate al cielo, le parti inferiori che affondavano nella roccia grigia e dilavata, come un ritorno a un tempo in cui non c'era differenza tra la vita umana e quella delle rocce. Erano rimaste dormienti per migliaia di anni prima di essere forzatamente esposte alla luce, scavate per far posto al canale...? Jesse aggrott la fronte e pens al canale calmo, ampio e fangoso che esisteva indipendentemente dalla sequenza di chiuse e che si dipanava in lontananza. Nessuno avrebbe sospettato, avvicinandosi alle chiuse, che l'acqua potesse farsi cos violenta e pericolosa... Di sotto degli operai chiacchieravano. Forse discutevano. Un ufficiale in camicia bianca e cravatta si avvicin a loro. A Jesse sarebbe piaciuto poter ascoltare la conversazione, gli parvero dei privilegiati a poter camminare con cos tanta naturalezza in un'area proibita a chiunque altro e delimitata da recinti e cartelli VIETATO ENTRARE. Muovevano le braccia, gesticolavano, ma Jesse non sentiva niente di ci che si dicevano. Non riusciva nemmeno a interpretare le espressioni sui loro volti.

Distolse lo sguardo, era disturbato dalla loro distanza e dalla loro stessa attivit, dal loro lavoro, dal loro discutere. Si ricord dei Pedersen. Molto presto, a pranzo, gli avrebbero fatto mille domande su come aveva passato la mattina. Alla sera, a cena, gli avrebbero fatto mille domande su come aveva passato il pomeriggio. Il dottor Pedersen chiedeva a ciascuno dei suoi figli cos'avevano fatto, che progressi avevano compiuto... che osservazioni potevano fare a riguardo... All'inizio a Jesse era permesso restare in silenzio, ed era colpito dagli accadimenti riportati da Hilda e Frederich, talmente colpito da non capire che anche lui avrebbe dovuto prender parte a quella tradizione. Ma passata la prima settimana, l'essere il nuovo arrivato non fu pi una scusa. Il dottor Pedersen si era rivolto a lui e aveva chiesto, con la sua voce seria, gentile, quasi da collegiale: E tu come hai impiegato la tua giornata, Jesse? Raccontaci.

Aveva balbettato qualche cosa. La voce esitava, scemava. Hilda e Frederich guardavano nel loro piatto, come solidali, e la signora Pedersen gli rivolgeva sorrisi nervosi di incoraggiamento, non era abbastanza perspicace da capire che sarebbe stato un disastro. Il dottor Pedersen gli era stato dietro, per. Seguirono svariati minuti di domande, di interrogatorio. Fu molto paziente. Non disse nulla di critico nei confronti di Jesse, ma lui cap comunque di aver fallito...

Mi dispiace aveva detto, triste.

Il dottor Pedersen aveva annuito in segno di accettazione, le labbra increspate e mute. Da quella volta in poi, Jesse arrivava preparato a rispondere alle domande, si assicurava di avere sempre qualcosa da dire: aveva letto un altro capitolo del libro di chimica che avrebbe studiato il prossimo semestre alla scuola superiore di Lockport; oppure aveva letto un biografia trovata nella biblioteca del dottor Pedersen - quella dello zar Nicola, di John Paul Jones, di Rembrandt; oppure aveva giocato un po' con il microscopio e i vetrini che gli aveva fornito il dottor Pedersen - non giocato, lavorato, poich la parola giocare era vietata a casa Pedersen; oppure aveva scritto un biglietto di ringraziamento per nonno Shirer, l'anziano padre della signora Pedersen, per quei volumi della collana per ragazzi Libri delle meraviglie che gli aveva regalato; oppure aveva scritto una lettera a suo nonno, il suo vecchio, altro, vero nonno Vogel, che non rispondeva mai alle lettere che il dottor Pedersen insisteva che gli scrivesse comunque ogni settimana. Era uno dei suoi doveri, diceva il dottor Pedersen... Quel giorno avrebbe detto che aveva letto un libro, la storia del canale di Erie.

L'aveva trovato nella sala della biblioteca dedicata ai pi giovani, era un libro dalla copertina giallo acceso intitolato Il fossato di Clinton. Storia del canale navigabile Erie. Jesse non aveva mai avuto l'abitudine di leggere, in passato, non ne concepiva l'utilit, ma ora capiva che era attraverso i libri che poteva farsi strada tra i Pedersen, farsi strada nei loro cuori. L'ansia spesso gli faceva rizzare i capelli sulla nuca: aveva sprecato gi troppi anni, non sarebbe mai stato in grado di recuperare il tempo perso. Non ti affrettare gli aveva detto una volta il dottor Pedersen sarai all'altezza di Jesse Pedersen. Intesi? Intese. Per tutta la vita era stato assopito, cos gli sembrava adesso, anche dopo che il processo di adozione aveva avuto inizio e si era fatto strada tra i ragazzi che affollavano l'Istituto per Orfani, distinto da loro come da una caratteristica fisica peculiare. A loro lui non piaceva, lo invidiavano; per loro rappresentava un elemento di sorpresa, di disturbo. Sei cos fortunato, gli dicevano. E lui percepiva la verit dietro quei commenti, la verit della sua fortuna, la sua buona sorte nell'essere stato scelto dal dottor Pedersen.

Sotto di lui la cascata martellava i bordi del canale. Jesse ne percep l'urgenza come fosse sua: diventare Jesse Pedersen, essere all'altezza di Jesse Pedersen. La famiglia sedeva al tavolo da pranzo, nella sua immaginazione erano perennemente seduti, monumentali e immensi, nei suoi sogni torreggiavano su di lui impegnati in un pasto perpetuo, e al centro di tutto vi era il dottor Pedersen, carico del suo giudizio e della sua pazienza. Persino le loro ombre erano gigantesche.

Non era mai solo. Non stava mai da solo. Non era Jesse, ma Jesse Pedersen. Anche quando alla sera andava a letto nella sua stanza non era davvero da solo. L fuori, sul ponte, non era davvero da solo. C'erano anche loro, a guardarlo. Seri e pazienti e gentili. Jesse non riusciva a ricordare con chiarezza come fosse la sua vita precedente. Spesso era stato solo. Quell'altro Jesse: pallido, pelle e ossa, molto pi giovane di questo Jesse. Quel ragazzino forse era morto. La sua esistenza era cessata. Oppure, se ancora esisteva altrove, era alla fattoria di nonno Vogel, l fuori, nella profonda campagna vasta e silente, la campagna dove il linguaggio stesso andava ancora creato, un mondo di grugniti e buffetti e dolore, troppo dolore. Quel Jesse aveva lavorato finch tutto il corpo non gli doleva, finch la ferita alla spalla non pulsava di una cupa rabbia demoniaca... E nonno Vogel: lui esisteva ancora, l fuori, in quello stesso suo mondo. Era remoto e silente e dimenticato.

Dai Pedersen il giorno iniziava alle sette. Alle sette e trenta sedevano tutti insieme, loro cinque, al tavolo della colazione e il dottor Pedersen dava il via al giorno chiedendo loro cos'avessero fatto la sera precedente. Durante quel pasto era di solito gioviale e scherzoso. Poi attaccava con la Mappa del giorno, la struttura generale che sarebbe stata alla base del giorno di ognuno di loro: che piani avevano? A cosa miravano? A cena la Mappa sarebbe stata raffrontata con gli obiettivi effettivamente raggiunti. Il dottor Pedersen aveva sempre alte aspettative per se stesso, elencava le sue intenzioni e poi, ore dopo, dichiarava a quante di queste fosse venuto meno. Il principio del mondo  in ogni mattino gli piaceva dire e in ogni sera vi  la sua fine.

La sua voce echeggiava in testa a Jesse, sovrastava il rumore della cascata. Jesse si mise in cammino, sfogliando il libro mentre tornava a casa. Cominciava a sentirsi ansioso. Il libro era troppo da bambini, troppo ingenuo per un ragazzo di quattordici anni. Scorse i paragrafi mentre camminava. Svelto. Muoviti. Forse avrebbe dovuto scrivere una breve relazione sul libro invece di cercare di ricordarsene tutto il contenuto... Non aveva una gran memoria... Sia Hilda che Frederich riuscivano a ricordare pagine e pagine nel dettaglio. Erano ragazzini strambi: Jesse aveva scoperto che erano stati menzionati in articoli di giornali e periodici. Erano straordinari, mentre Jesse era ordinario, solo ordinario... Aveva provato a supplire alle sue mancanze essendo pi obbediente di loro, pi docile, pi compiacente nei confronti del dottor Pedersen e sua moglie. Aveva allenato il volto a non mostrare alcuna espressione salvo che un intenso rispetto contemplativo.

Jesse era sempre eccitato all'idea di risalire il lungo, lieve pendio di High Street sino a Locust Street. Tornava a casa. Quella era casa. Le case diventavano man mano pi grandi, pi degne di nota. Olmi imponenti dal fogliame fremente che schermava dal sole caldo; case che erano ville, spaventose in quanto a dimensioni. Si ricordava quant'era stanco la prima volta che aveva scalato la collina sino a l. Quel Jesse non aveva alcuna idea, non avrebbe mai scommesso su quel che poi era successo... Non avrebbe mai potuto indovinare le dimensioni della casa dei Pedersen. Un urlo avrebbe potuto echeggiare anche per sempre nel suo ampio atrio e nei corridoi e nelle stanze. L'atrio era davvero molto spazioso. A Natale qui ci mettiamo l'albero gli aveva raccontato la signora Pedersen. La scalinata cingeva in una curva l'ingresso e si apriva sul primo piano, il quale era a sua volta delineato da una balconata. Dal centro del soffitto pendeva un'immane massa di cristallo - si chiamava lampadario - e le scale erano rivestite interamente di un tappeto dorato scuro. Jesse non aveva mai visto niente del genere. Non conosceva nemmeno le parole adatte a descriverlo. Dietro la casa ve ne era un'altra, una dpendance, dove viveva la coppia di camerieri negri dei Pedersen, Henry e Dora; Jesse non ne conosceva il cognome. La sua camera era al primo piano, nella parte posteriore della casa. Ci dormiva solo lui, poteva chiudere la porta e dormire, da solo, per la prima volta in vita sua. In quella camera, talmente silenziosa da spaventarlo, si premeva le mani in volto come a cercare di cancellarlo e pregava: Fammi essere come loro, fa' che mi vogliano bene, fa' che tutti sappiano che sono uno di loro.

Jesse si affrett lungo il sentiero lastricato ed entr dalla porta principale. Sent l'odore del cibo proveniente dalla cucina. Una fragranza ricca e intensa di cibo. Era quasi l'ora in cui il dottor Pedersen tornava per pranzo: ogni giorno tornava a casa a cambiarsi la camicia e a pranzare con la famiglia. Era strano che pranzassero tutti insieme, Jesse non sapeva che le famiglie lo facessero. Per tutti loro era importante sedersi a tavola insieme, mangiare insieme, passare un certo periodo di tempo insieme a tavola. Jesse era nervoso e affamato, gi pregustava il pranzo. Attravers di fretta l'atrio con addosso una sensazione di incredulit, quasi fosse nella casa sbagliata. Dato che l'adozione era ormai ufficiale non aveva nessuna ragione per non crederci, per provare quel senso di irrealt, di sospensione: ormai sapeva perfettamente chi era... Dai meandri della casa, dalla stanza della musica, giungevano le corte, incerte e brusche note di un pianoforte: Frederich stava suonando. Ogni giorno Frederich sedeva al magnifico pianoforte a coda, suonava qualche nota secca, copriva di intricati puntini un pezzo di carta, scriveva della musica avevano detto a Jesse. Le pagine della musica di Frederich erano incredibilmente elaborate, ma anche confusionarie: vi erano centinaia di note, alcune segnate con precisione, incise in profondit con una matita scura, altre poco pi che scarabocchi e una profusione di cancellature e spazi sbarrati in maniera cos brutale che la carta presentava degli strappi. La stanza della musica era un ampio ovale sul retro della casa con una parete vetrata che dava sull'esterno. In quella stanza c'era un pianoforte a coda - il quale aveva l'odore gradevole, ricco del legno levigato e del suo olio - e molti tavoli carichi di libri e spartiti, sia delle composizioni di Frederich che di quelle di altri compositori affermati, e uno schedario in cui Frederich conservava biglietti riguardo ogni genere di cosa. All'inizio Jesse non sapeva come comportarsi con lui. Ma poi aveva capito che Frederich aveva un dono, un talento che lo distingueva da tutti gli altri ragazzi.

Jesse and verso la cucina, dove sapeva di essere ben accolto. L la signora Pedersen e la negra, Dora, stavano preparando il pranzo. Ciao, Jesse! Come stai, caro? chiese la signora Pedersen. Gi di ritorno dalla biblioteca? Era sempre sorpresa da qualunque cosa Jesse facesse, anche le pi semplici, come se non lo credesse capace di fare granch; e non smetteva di pizzicargli la carne del braccio e di corrucciarsi per la sua magrezza. Cosa leggi, oggi? gli domand. Aggrott la fronte e tese il libro davanti ai suoi occhi miopi. Sfogliandolo si accigli ancora di pi e Jesse comprese che quel libro era sbagliato, ma lei fu abbastanza educata da non dirgli nulla. Siamo tutti molto contenti che ti interessi questo genere di cose disse. Tutti dovrebbero studiare la storia della citt in cui vivono. Non credi anche tu, Dora? Dora assent, ma senza entusiasmo. Era una donna bassa e tarchiata, ma molto meno della signora Pedersen e non altrettanto morbida: era muscolosa, svelta, sempre impegnata. Aveva la pelle scura, di un marrone violaceo. Si limit a lanciare uno sguardo a Jesse. Era impegnata a preparare il pasto, china a estrarre qualcosa dal forno mentre la signora Pedersen dava un'occhiata al libro di Jesse. S, sembra interessante. Pieno di informazioni afferm prima di restituirgli il volume. Certo che ne fai di chilometri, Jesse. Hai mai visto qualcuno come questo ragazzino, Dora, camminare per tutta la citt? Sarai stanco!

Jesse era l'unico dei Pedersen ad andare in giro a piedi.

Non sei troppo stanco per pranzare, vero? gli fece la signora Pedersen. Tocc la fronte di Jesse e con un lento movimento indagatore del pollice tir la pelle in un punto, cos da poter scrutare meglio l'occhio di Jesse. Ma probabilmente era uno scherzo, il suo fingere di essere un dottore, perch scoppi a ridere come una ragazzina e lo lasci andare. Si mise a sedere al grande tavolo da lavoro al centro della cucina, un tavolaccio di semplice legno grezzo, e prese a tritare le cipolle. Sospir. Cos seduta, tutto il peso adagiato su una sedia, si sentiva a casa, era se stessa. A Jesse piaceva guardarla sbrigare le faccende, vi si dedicava cos pienamente, senza alcuna criticit. Le sue grosse gambe erano leggermente divaricate sotto il tavolo: indossava scarpe bianche e linde, le stesse delle infermiere, ben strette da lacci bianchi. Anche il grembiule era bianco, ma leggermente insudiciato dalle faccende svolte quel mattino. Mentre lei tagliava le cipolle Jesse vide una grossa e delicata goccia di sudore che le si formava sul viso e che talvolta precipitava sugli ampi seni. Era una donna grossa e larga. Vestiva quasi sempre di bianco anche sotto i grembiuli da lavoro e quando si muoveva a volte Jesse intravedeva delle tenui chiazze sotto le ascelle; ma di solito emanava una nuvola di profumo, non puzza di sudore, una fragranza fruttata, ricca, ben definita, concentrata, e a volte vedeva anche la polvere di talco che le velava in uno spesso strato la pelle, faceva capolino da sopra il colletto del vestito e copriva la sua carne pallida e soffice di una patina farinosa.

Sollev lo sguardo e l'attenzione di Jesse dovette compiacerla: Perch non ti siedi qui con noi, Jesse, e ci tieni un po' compagnia? Io e Dora abbiamo bisogno di una presenza e di un parere maschile. Dagli un assaggino di quella salsa, Dora. Che ne pensi?. Dora gli porse un cucchiaio con un po' di crema bianca e Jesse, un po' imbarazzato da quella vicinanza, da quel suo portargli il cucchiaio alla bocca, la assaggi. Annu. Non  un po' troppo forte? chiese la signora Pedersen. Bene, bene. Che sollievo. Siediti un po', Jesse, e rilassati, hai camminato tanto. Puoi leggere il tuo libro, se ti va.

Jesse sedette a un capo del tavolo e liber un po' di spazio per s. Mentre la signora Pedersen e Dora si affaccendavano, lui inizi la lettura del Fossato di Clinton. Si sforz di leggerlo in fretta, saltando qualche paragrafo. Alla fine del primo capitolo si rese conto di non ricordare molto di ci che aveva letto, quindi torn sui suoi passi. La signora Pedersen canticchiava. Rivolse lo sguardo verso di lui e disse: Ti disturbo, Jesse?. Lui scosse la testa e per sottolineare il concetto chiuse il libro. Ho sempre il timore di disturbare i miei bambini. Hanno sempre cos tanto lavoro da fare, sono talmente seri, e poi arrivo sempre io a distrarli. Stamattina ho importunato Hilda per parlarle dei vestiti da portare con s a Chicago. Non sarebbe splendido se andassimo tutti con lei, domani? All'inizio accompagnavo Hilda agli esami, ovviamente era solo una bambina e aveva ancora bisogno della mamma... Ma il dottor Pedersen dice che questa  una gita speciale e che noialtri non avremmo molto da fare per tenerci impegnati. E poi Frederich resterebbe a casa da solo. Non mi piace lasciarlo solo... Ma non  coraggiosa, la mia Hilda, a far fronte a tutti quei dottori e professori? Non credo ci riuscirei, al suo posto, e tu, Jesse? Avresti paura? Forse no, sei un ragazzo coraggioso...

Non saprei disse Jesse.

Quando lo guardava in quel modo, gli occhi lucidi, come sul punto di lacrimare, le ciglia spesse e scintillanti che le adornavano l'ampia faccia lardosa, Jesse sentiva che stava pensando a quel che gli era accaduto. Al suo passato. Suo padre. La sua altra famiglia. Voleva cambiare discorso, farla pensare a qualcos'altro.

Ti ho messo in imbarazzo, Jesse? Metto sempre in imbarazzo i miei ragazzi! Si mise in piedi spingendosi sui gomiti e si avvicin a Jesse. Con il bordo del grembiule gli asciug la patina d'unto che gli copriva la fronte. Lui si sottomise a quel trattamento, si sent piccino. Non era mai sicuro di come comportarsi con la signora Pedersen: doveva arrendersi alle sue premure materne o doveva ritrarsene come facevano Hilda e Frederich, cos che lei capisse che ormai era cresciuto per quel genere di cose? Ho bisogno della tua opinione su questi muffin fece lei, imburrandogliene uno, come se credesse che lui non fosse in grado di farlo da s. Ho provato una nuova ricetta.

Jesse aveva l'acquolina in bocca. Si accorse di essere affamatissimo.

Grazie disse lui.

Sorrise allegra e torn dall'altro lato del tavolo.

Quando Jesse era fuori casa e percorreva le strade di Lockport, familiarizzava con la citt in cui avrebbe passato il resto della vita, a volte si sentiva indeterminato, indefinito, allo stesso modo in cui si era sentito durante il bizzarro periodo in cui si erano occupati delle pratiche per l'adozione. Per settimane si occuparono di lui, il suo destino passato dalle mani di un ufficiale a quelle di un altro, da un assistente sociale all'altro, tutti adulti che non nutrivano reali interessi per lui, che non lo conoscevano. Quel mattino sul ponte, per qualche minuto, con lo scrosciare della cascata che tintinnava in sottofondo ai suoi pensieri, si era sentito proprio cos. Ma quando tornava a casa, e in particolare quand'era in cucina con la signora Pedersen, il sangue gli si scaldava nelle vene, sembrava mormoragli il suo stesso nome. Jesse Pedersen. Mangi il muffin, affamato, come se in qualche modo il mangiarlo fosse collegato a quel sentimento... Doveva ricordarsi di tutto questo. Di quel momento in cucina, l, la signora Pedersen china sul tavolaccio che rimuoveva gli strati esterni della cipolla per gettarli nel secchio della spazzatura, il suo naso tondo in punta, quel naso tozzo e infantile, gli occhi appena inumiditi per via delle cipolle, la fronte calda e imperlata per via del calore proveniente dai fornelli. Prov per lei un amore intenso, poderoso, e la certezza di quell'amore. Doveva ricordarsi di quella sensazione. A volte, quando camminava da solo per le strade di Lockport, facendo un giro intorno alla scuola superiore che avrebbe frequentato un mese dopo, provava un senso di disperazione, un senso di mancanza, un vuoto situato al centro del suo corpo, sotto al cuore. Era una fame preoccupante. E quando svoltava verso casa, quando era diretto a casa, la fame aumentava a ogni passo, fin quando non arrivava, e a quel punto stava morendo di fame. Sembrava succedergli molto spesso.

Jesse, caro, prendi un altro muffin, vedrai che non ti rovina l'appetito disse la signora Pedersen. Gliene imburr un altro e poi uno per s, le dita grassocce che maneggiavano il coltello con fare abile e lesto. Su di esse indossava molti anelli. Uno era la fede tempestata di diamanti; l'anello che l'accompagnava invece ne aveva uno solo, grande e squadrato. Gli sprazzi di luce riflessi da quei diamanti lo paralizzavano. Diamanti! La signora Pedersen, nonostante la taglia, era una bella donna. A volte gli sorrideva mentre il dottor Pedersen parlava durante i pasti e Jesse si sentiva sorpreso, quasi allarmato dalla bellezza del volto della donna, spremuta e condensata dal volume della sua carne, come se gli ricordasse qualcun altro, come se quello che mostrava non fosse il suo autentico volto.

Questo muffin  delizioso, se posso dirmelo da sola disse. Si lecc le dita. Ne imburr un altro per Jesse e ancora uno per s, sorridendo felice. Jesse, ti va di aiutarmi con il rosaio, oggi pomeriggio? Non vorrei disturbare Henry. Ha cos tante cose da fare, ci  tanto d'aiuto in questa casa che disturbarlo anche per le rose...

Certo disse Jesse.

Oh, grazie. Lo apprezzo molto. Hilda odia stare al sole e all'aria aperta e fa l'altezzosa quando si parla dei miei fiori. Invece Frederich, be', sai com' fatto Frederich, sempre immerso nella sua musica... Fece una pausa, la testa inclinata da un lato. Da un'altra ala della casa, come da una distanza di chilometri, giungevano le singole, brusche note staccate del pianoforte. Per qualche ragione Frederich premeva un tasto alla volta, con l'indice. Oh, cielo fece la signora Pedersen, lanciando uno sguardo a un aggraziato orologio tempestato di diamanti che indossava al polso. Cielo, il dottor Pedersen arriver fra poco! Per piacere, va' a lavarti le mani e la faccia, Jesse. Pulisciti per bene. Lo sai che il dottor Pedersen ci tiene...

Jesse fin il muffin e si ripul la faccia dalle briciole, poi and a lavarsi. Era un rituale solenne che andava svolto con cura. Tutti i Pedersen si lavavano con cura usando uno speciale sapone medicinale. All'inizio Jesse ne era stato sorpreso, ma quando il dottor Pedersen gli aveva spiegato la ragione che c'era dietro al loro lavarsi, strofinarsi cos spesso, lui cap immediatamente e prese a ricordare con disapprovazione gli anni della sua vita in cui era stato sporco, le mani brulicanti di germi. Aveva capito che l'invisibile mondo dei microbi dominava su quello visibile, che c'erano batteri buoni e batteri cattivi e che bisognava per quanto possibile tenerli sotto controllo. Cos si strofin le mani fino al gomito e si sciacqu in volto.

Quando si diresse verso la sala da pranzo incroci il dottor Pedersen che entrava in casa. Buon pomeriggio, Jesse disse. La sala da pranzo era una stanza ampia e soleggiata, con porte vetrate che davano sul lungo cortile dove fiorivano le rose e altri fiori. Il cuore di Jesse prese a battere pi veloce alla vista della tavola. Al centro vi era un mazzo di rose gialle e rosa adagiate in un vaso d'argento; una serie di portacandele sempre d'argento; la tovaglia era in pizzo bianco, un bianco rilucente che la faceva sembrare un drappo a coprire un altare. Le cinque sedie attorno al tavolo erano imbottite e rivestite di velluto rosso, quattro di esse erano semplici sedute mentre la quinta, a capotavola, quella del dottor Pedersen, aveva degli eleganti braccioli sinuosi, anch'essi imbottiti.

Il dottor Pedersen sal a lavarsi e a cambiarsi la camicia e, quando riapparve, la signora Pedersen e Frederich si erano gi messi a tavola. Il volto del dottore era roseo. Riun i palmi delle mani: Ah, Mary, che profumino! Tu e Dora dovete esservi impegnate parecchio, stamattina, lo sento. Si mise a sedere, un ampio sorriso in volto. La signora Pedersen emise un suono impaziente e si alz in piedi per sistemare una rosa che pendeva da un lato del vaso e il dottor Pedersen disse: Rilassati, Mary! Quella rosa sta benissimo dove sta!.

Mi spiace disse d'un fiato, risedendosi.

Sedeva all'altro capo del tavolo, di fronte al dottor Pedersen. Jesse era seduto alla sinistra del dottore, mentre Frederich era sistemato alla sua destra. Hilda, che non era ancora scesa, si sarebbe accomodata fra Jesse e la madre.

Per ora  proprio una giornata entusiasmante alla clinica esord il dottor Pedersen. Ricordate quel caso difficile da Tonawanda, il paziente del dottor Harvey? La conta ematica misteriosa? Oh, quell'adorabile citoplasma rosa, i nuclei blu scuro, che enigma! Be', l'ho finalmente risolto, sono giunto a una conclusione proprio stamattina. L'avevo detto pi e pi volte al dottor Harvey che avevo bisogno di visitare il paziente, di stringerne le mani ed esaminarlo, per fornire una diagnosi... Come sta andando, Frederich, questo giorno meraviglioso?

Benissimo, padre rispose educatamente Frederich.

 stata una mattinata produttiva?

S, credo di s.

Frederich aveva un atteggiamento distaccato, cortese, forse un po' distratto.

Bene, sono contento di sentirtelo dire disse entusiasta il dottor Pedersen. Il suo viso era scaltro e luminoso quand'era circondato dai suoi familiari. In quei momenti la sua pelle si tingeva di un tono umidiccio, attivo, salutare, come se la sua carne fosse in qualche modo in movimento e riscaldata da quel moto. Era un uomo straordinario... Jesse si ritrov a fissarlo, come a voler imprimere quel volto nei suoi ricordi. Per quanto si sforzasse di ricordarlo nei dettagli, era sempre sorpreso alla vista dell'uomo in carne e ossa, di quel volto in carne e ossa. Il dottor Pedersen, che era molto pi vecchio di Frederich, sembrava giovane quanto lui. Era sconcertante. Frederich aveva diciassette anni, ma talvolta sembrava un uomo di mezz'et. Era un ragazzo felicissimo, grassissimo. Pesava pi di cento chili, forse centoventi... Non era alto, non arrivava nemmeno a Jesse, e dunque il suo peso era compresso in una serie di accumuli e protuberanze e rotoli. Si trascinava in giro con lentezza, ponderosamente, spesso strascicando il piede sinistro. Passava gran parte del tempo in casa, in camera sua al primo piano oppure nella stanza della musica, dove sedeva su una speciale poltrona di pelle al pianoforte, studiava musica, sperimentava con le note e scarabocchiava su un grande foglio di carta. L'aria della casa vibrava al suono della sua musica, singole note, note cristalline e testarde che non si affrettavano mai nel loro susseguirsi, proprio come Frederich. Il suo volto era piccolo rispetto al resto del corpo, prematuramente segnato, con una bocca simile a quella di suo padre, sottile e scimmiesca. La fronte era pallida e piuttosto ossuta, a differenza della parte inferiore del viso. La fronte era prominente, forse perch i capelli bruni gi avevano cominciato a diradarsi. Sedeva quieto al tavolo della sala da pranzo, dispiegava il suo tovagliolo con due movimenti pacati, misurati, per poi porlo sulle gambe. Jesse vedeva il suo indice, poggiato sul bordo del tavolo, muoversi nervoso con scatti quasi impercettibili, come se non avesse mai smesso di premere i tasti del pianoforte.

Ma la nostra Hildie disse il dottor Pedersen, scuotendo la testa perch dev'essere sempre in ritardo?

Sono certa che sta per scendere fece la signora Pedersen.

Il dottor Pedersen aggrott la fronte. Jesse lo guard in volto con attenzione, sperando che gli rivolgesse lo sguardo e si accorgesse di come lui era puntuale, tutto pulito e strofinato e pronto per il pranzo. Il dottor Pedersen aveva insegnato a Jesse le buone maniere da tenere a tavola, a casa o altrove: Dentro il tuo corpo c' una statuina raffigurante te stesso, ed  lei che devi imitare. Stabilit. Sicurezza. Dovrai avere la pazienza e la fede del cemento.

Jesse cerc di visualizzare dentro di s una statuina che lo raffigurava.

E tu, Jesse, come hai passato la giornata? Hai aiutato tua madre con le rose?

Lo far questo pomeriggio rispose la signora Pedersen.

E allora con cosa ti sei dilettato, Jesse?

Un libro.

Il dottor Pedersen emise un sospiro e sorrise. No, Jesse, non basta un libro. Non si risponde alle domande in questo modo abbreviato e gutturale. Si protese per dargli una pacca sul braccio. Si risponde in ben altro modo, non trovi?

Ho letto un libro riprov Jesse, imbarazzato.

Esatto. E di quale libro si tratta?

Un libro sul canale...

Il dottor Pedersen scosse la testa infastidito. Frederich, che fino ad allora aveva guardato nel suo piatto distrattamente, guard Jesse con stupore.

Voglio dire... volevo dire si tratta di un libro sul canale, un libro che parla di DeWitt Clinton e della situazione politica che fece da sfondo alla costruzione del canale navigabile Erie... E Jesse continu a parlare spedito, mentre il dottor Pedersen annuiva. Diede l'impressione di essere molto interessato a ci che Jesse diceva. Sbatteva le palpebre in un modo cos avveduto che Jesse cred stesse raffrontando il resoconto di Jesse con quello che pensava lui stesso del libro.

S, interessante. Approvo questo tuo interesse per la storia locale comment il dottor Pedersen una volta che Jesse ebbe concluso. Devi approfondire le tue conoscenze a riguardo, per. Malauguratamente il tuo resoconto della situazione politica del tempo  piuttosto superficiale.  possibile che il libro che stai leggendo sia stato pensato per l'infanzia?

S ammise Jesse.

S cosa?

 un libro per bambini, l'ho trovato nella sezione della biblioteca dedicata ai giovani.

Ma Karl, sembrerebbe un buon libro intervenne rapidamente la signora Pedersen.

Non interrompere, Mary. Be', dov' Hildie?

Attesero. Allora sentirono i passi veloci e pesanti di Hilda. Si affrett a entrare e a sedersi accanto a Jesse, aveva il fiatone.

Sei un po' in ritardo. Eri forse impegnata? disse il dottor Pedersen.

Oh, s, padre, molto impegnata, sono... Si morse il labbro e guard verso il dottore. Sono un po' nervosa per domani... Sono...

Nervosa, e perch?

Ho fatto quello che mi hai detto, ho cercato di controllarmi, di fare quegli esercizi per la respirazione... ma sono cos nervosa...

Hildie, non parlare tutto d'un fiato. Rallenta. Quando ti rivolgi ai professori, domani, dovrai parlare con chiarezza, lo sai bene.

S, padre. Perdonami.

Si diede qualche colpetto sulle guance e cerc di controllare il respiro.

Per favore, ripetici cos'hai appena detto.

S, sono stata molto impegnata. Ho cercato di riposare la mente, di svuotarla dalle distrazioni. Ho fatto gli esercizi di respirazione. Mi hai insegnato a non preoccuparmi e sto cercando di non farlo. Mi sto focalizzando sul non preoccuparmi.

Bene, questo  un bene, molto saggio da parte tua disse il dottor Pedersen.

Infine chin il capo e rese grazie per il pasto.

Arriv Dora a servire il pranzo.

Una prima portata di zuppa di pollo: in grandi ciotole bianche e lucide, con funghi e pane tostato grezzo, ruvido e imburrato. Jesse mangi lentamente, nonostante l'appetito. Era un po' tremante, aveva cos tanta fame. Di fronte a lui Frederich portava il grosso cucchiaio da zuppa alla bocca con fare monotono, meccanico. Hilda mangi svelta, soffiava sulla zuppa per raffreddarla, ma nascondendosi dietro Jesse per non farsi vedere dal dottor Pedersen. Jesse sper che non la sgridasse.

Mary, questa zuppa  eccellente. Perfetta esclam il dottor Pedersen.

Sono lieta ti piaccia rispose timidamente la signora Pedersen.

Tutti si illuminarono e sorrisero da un lato all'altro del tavolo, persino Frederich.

I muffin ai mirtilli furono serviti caldi in una ciotola d'argento, coperti da un tovagliolo bianco. Furono fatti passare tra i commensali e il dottor Pedersen prese a parlare della sua mattinata in clinica. Oltre a risolvere il caso dell'uomo di Tonawanda, aveva iniziato a lavorare su un altro caso, un caso sconcertante: Me lo ha mandato Herbert Kramer. L'ho incontrato, ci siamo stretti la mano, non ci siamo detti assolutamente nulla, ho osservato il suo comportamento, la dilatazione delle pupille. Tutto tranquillo. Poi mi sono ritirato in silenzio. Stella ha tirato le tende nel mio ufficio e mi ha lasciato in pace dietro l'invito a non interrompermi per nessuna ragione. Niente telefonate. Nemmeno per le emergenze in ospedale. Sono rimasto seduto perfettamente immobile con la borsa del ghiaccio in testa e ho riflettuto sul problema. Credo di essere riuscito a parlare con l'uomo solo dopo circa dieci minuti.  stata un'esperienza traumatica, davvero traumatica, mi ha sfinito, ed  ci che mi aspetta nuovamente al mio ritorno, questo pomeriggio... Sento di essere vicinissimo alla vittoria... Ti ricordi, Mary, del dottor Kramer, quello con cui andavo all'universit? Mi ha chiamato stamattina ed era molto scosso. Il paziente non reagisce a nessun tipo di trattamento.  molto ansioso, molto polemico e spaventato. Non vuole andare in ospedale. Presenta un fischio all'orecchio, svenimenti, qualche aritmia e qualche torsione - le chiama lui torsioni - al cuore. Dalle analisi risulta un'ombra cardiaca regolare, ECG nella norma, gli esami del sangue non evidenziano nessun problema e lo stesso vale per le urine. Raggi X, nemmeno. Non vuole sottoporsi alla puntura lombare o a un esame del midollo osseo. Descrive gli svenimenti come un giramento della sua stessa testa piuttosto che della stanza in cui si trova. Dopo circa dieci minuti sono riuscito a entrare in contatto con lui, il mio spirito con il suo spirito.  stata un'ora faticosa e ne sono venuto fuori praticamente a mani vuote....

Dora port via le ciotole vuote. Torn con un grande piatto da portata, dirigendosi verso il dottor Pedersen, che chiese: Mary, di cosa si tratta? Non sar mica l'anatra brasata?.

S, caro, con quella salsa alla panna che ti piace tanto.  di tuo gradimento?

Il dottor Pedersen l'assaggi.  squisita afferm.

Tutti tornarono a sorridere. Dora si avvicin a Frederich e lo serv; lui la ringrazi con un cenno brusco del capo. Dora pass dunque a Jesse. La signora Pedersen e Hilda erano servite sempre per ultime.

S, madre,  proprio buonissimo comment Frederich.

Spero non cerchiate solo di essere gentili con me! esclam la signora Pedersen, mettendosi a ridere.

Jesse inizi a mangiare di gusto. L'anatra era deliziosa. Gli faceva quasi male la bocca da quanto aveva fame. Piccoli spilli, piccole scintille sembravano pungerlo da ogni parte del corpo verso di essa, concentrati accanitamente sulla carne umida nella sua bocca.

Tua madre  l'unico vero genio della casa disse il dottor Pedersen.

Risero tutti.

Padre intervenne Hilda la mamma potrebbe venire con noi a Chicago, che ne pensi? Io vorrei che venisse anche lei.

Forse la prossima volta, Hilda. Sai quanto sono impegnativi questi viaggi rispose il dottor Pedersen.

Mi piacerebbe venire... tent la signora Pedersen.

Ma no, Mary, non stavolta. La prossima, magari.

Hilda sospir e riprese a mangiare. Ogni tanto il suo gomito sfiorava quello di Jesse, come se non si rendesse conto della sua presenza.

Detesto infastidirti, Karl disse la signora Pedersen va benissimo lo stesso anche se rimango a casa. Non mi piace lasciare solo Frederich, a ogni modo. Tra l'altro, volevo chiederti se avevi ripensato alle mie lezioni di guida...

No, non ci ho proprio pensato, a dire il vero. Sono stato parecchio impegnato, alla clinica.

Certo, capisco.

Mamma vuole prendere la patente, alla sua et! disse Hilda, sorniona. Si era rivolta a Frederich, ma lui non rispose allo sguardo.

Lo so, sono talmente suscettibile, forse non dovrei essere autorizzata a guidare disse la signora Pedersen.

Il dottore le sorrise con gentilezza, ma quando apr bocca fu solo per chiedere altro burro a Dora.

S, e porta anche altri muffin, per cortesia aggiunse la signora Pedersen.

Una marea di emozioni invest la tavola, come se la famiglia intera fosse sul punto di esprimere l'uno con l'altro tutta la gioia che avevano in corpo. Jesse percepiva la forza della loro unione, della loro felicit. Sorrise a Hilda e lei rispose timidamente. Per la maggior parte del tempo cercava di ignorarlo. Lui avrebbe voluto tantissimo essere suo amico, essere un vero fratello, ma non sapeva da dove cominciare. Gran parte delle volte lei cercava di evitare il suo sguardo - i suoi occhietti tristi e scattanti rifuggivano i suoi - e gli parlava di rado, raramente al di fuori dell'orario dei pasti. Proprio come Frederich, passava gran parte del suo tempo a svolgere il suo lavoro. Era un genio matematico, cos gli era stato detto. La signora Pedersen aveva provato a spiegargli di cosa si occupasse Hilda, ma nemmeno lei lo comprendeva del tutto. Alcune cose le svolge su carta, ma la maggior parte le fa a mente. Non sono in grado di dirti bene cosa gli aveva detto. Jesse avrebbe anche potuto temere Hilda, ma era cos timida, infantile, modesta. N Hilda n Frederich andavano a scuola. Frederich aveva ricevuto un diploma anni prima per via dei suoi straordinari voti ottenuti allo speciale esame Regents dello stato di New York senza nemmeno seguire i corsi, ma non gli interessava andarsene di casa per frequentare il college. A ogni modo la signora Pedersen riteneva che nessuno avesse nulla da insegnare a Frederich. Se voleva imparare qualcosa, lo faceva per conto suo. E le sue composizioni erano uniche, unicamente sue: nessun professore di musica avrebbe potuto anche solo dargli una mano. Hilda, sebbene avesse quattro anni in meno, aveva ottenuto il massimo dei voti nella sezione di matematica dello stesso esame, ma non aveva passato le altre e non mostrava alcun interesse a voler alzare quei voti. Non andava a scuola per ragioni di salute. I professori delle universit vicine l'avevano invitata a studiare presso i loro istituti, ma aveva sempre declinato quel genere di offerte.

Disse dolcemente alla signora Pedersen: Oh, il pur  proprio come piace a me! Non lo faranno mai cos bene, a Chicago.

Il pur fu fatto passare nuovamente tra i commensali e Jesse ne prese un altro po'. Era sontuoso, cremoso, con formaggio e cipolle. L'acquolina in bocca si fece violenta. Tutti i piatti finivano per formare un semicerchio attorno al dottor Pedersen, che continuava a parlare del suo lavoro alla clinica. ... e poi sono corso a fare il giro di visite mattutino e il dottor Thorne si  abbassato a chiedermi un consiglio. Be', tutto ci che aveva fatto quell'uomo erano operazioni di routine, prive di ogni immaginazione... Ero talmente imbarazzato... Un controllo della diuresi, un esame dei vasi intercostali e di quelli mammari interni...

Parlava e parlava e parlava! La sua voce gradevole, piacevolmente modulata, riempiva la stanza. Jesse mangiava e ascoltava di gusto. La tovaglia riluceva di un'intensit nivea, una visione che entusiasmava Jesse e gli dava un senso di vertigine. Si sentiva sul ciglio di qualcosa, forse un dirupo. Alla sera si sdraiava sull'orlo del sonno come sul bordo di quel bianco rettangolo luminoso, quell'adorabile rettangolo di pizzo, e sentiva come il suo biancore gli riempesse la mente, il cranio. Il tavolo trem quando il dottor Pedersen confid loro: ... le complessit del caso rappresentano certamente una sfida, pi di qualsiasi altro caso affrontato nel mese passato. Detesto umiliare un medico davanti ai suoi colleghi ma... pare che le sue diagnosi siano errate e i trattamenti somministrati tragicamente sbagliati....

Ascoltarono tutti attentamente. Persino Frederich annuiva mentre mangiava. Si passarono un grande piatto carico di verdure: cetrioli in salsa, tramezzini al porro, carote glassate. E ancora pur. Dora port un altro piatto: un piccolo arrosto adornato da una fila di patate bollite e cipolle. L'odore della carne riemp il cuore di Jesse di gioia.

...  una gioia vedere come i pezzi vengono insieme, si attraggono, come a spingermi verso una prematura soluzione dell'enigma! diceva il dottor Pedersen. Ma ho scelto di procedere volutamente per gradi. La lentezza con cui si decide di procedere quando si ha la tentazione di sbrigarsi  una prova della propria dedizione alla medicina. Ho riconsiderato i sintomi pi e pi volte: battito forte, il secondo tono polmonare pi nitido di quello aortico. S, s. Pressione alta che mette a dura prova il cuore. S, forse. Pressione massima cento, minima settanta. Da trenta a quaranta respiri al minuto. In insufficienza cardiaca, ma l'abbiamo ripresa;  fuori pericolo. E adesso  arrivata l'ora di mettermi alla prova, di mettere alla prova la mia immaginazione. Lei se ne sta l, in attesa che io pronunci il verdetto: la salveremo, il suo corpo verr corretto e rispedito alla vita, oppure il dottor Thorne chiamer il marito in ospedale, ammetter la sconfitta...? Che dramma  la vita, ogni minuto che passa... puro dramma!

Jesse guardava fisso il dottor Pedersen, annuendo.

Jesse, ragazzo mio, che aria seria che hai oggi. Pensi al mio lavoro, eh? Pensi a come lo affronteresti tu?

No...

No, davvero? lo canzon il dottor Pedersen. Eppure ti affascinano i miei casi, questo lo vedo. Avevo quello stesso cipiglio quando mio padre parlava del suo lavoro. S, riesco a vederlo, lo vedo disse lentamente. Solo tu, tra i miei figli, andrai a scuola di modo da ottenere un diploma da quelle istituzioni ufficiali e idiote - sebbene altamente necessarie - che stanno alla base della societ, ti conformerai con criterio, seppur non brillantemente, ai requisiti richiesti, lascerai che ti educhino secondo i loro sistemi e un giorno, forse, lavorerai con me alla clinica Pedersen. Riesco a vederlo.

Il cuore di Jesse prese a battere forte. Lo guardavano tutti.

 da un po' che architetto questo piano, che prendo le misure, che immagino come crescerai e prenderai il mio posto, mi sostituirai.  una sfida, questo mio forgiarti, Jesse, perch non hai i miei stessi geni, la mia carne non ha generato la tua. Per le mie carni sei un completo mistero. Eppure sono convinto di riuscirci, con te... correggere i difetti della natura, modificare certi bizzarri scherzi del destino,  sempre stata questa la mia specialit.

Jesse non riusciva a seguire il filo del suo discorso. Annu lento e greve come faceva il dottor Pedersen.

Il pasto sub una battuta d'arresto, come se tutti trattenessero il fiato per poi riprendere a mangiare.

Il piatto di carne fu fatto passare nuovamente fra i commensali. Jesse ne prese un'altra fettina. Vers un po' di salsa sul pur, si mise nel piatto un'altra porzione di cipolle e carote e cetrioli. La signora Pedersen gli sorrise allegra dall'altro capo del tavolo. Dora port in tavola altri muffin, stavolta scoperti, che fecero il giro del tavolo. Mary, questi muffin sono divini. Ricetta nuova? domand il dottor Pedersen.

S. Ci ho messo della panna acida. Ti piacciono davvero?

Sono eccellenti rispose il dottor Pedersen. Comunque, il signor Brewster stamattina  passato a trovarmi con una bozza del contratto per il nuovo condominio. Lo legger per bene e lo firmer nel pomeriggio. Venerd ho un pranzo con il signor Young, verr in aereo da Detroit, dunque quel giorno non sar a casa. Ricordate di quando vi ho parlato del signor Young, dei General Laboratories? Viene a fare quattro chiacchiere sul mio brevetto per lo strumento vagotomico... ricorderete...

La signora Pedersen aveva appena trovato una macchiolina sul suo vestito in lino bianco e cercava di rimuoverla quando alz lo sguardo e si fece attenta.

Ripeter quello che ho appena detto, dato che eri distratta. Il signor Young, da Detroit, viene in citt venerd per parlare con me dell'invenzione su cui sto lavorando da un po'. Ma non c' alcun bisogno di entrare nel dettaglio se non sei interessata.

Certo che sono interessata...

Ho il sospetto che non ricordi nemmeno il mio lavoro su questo piccolo congegno. Sono anni che ci penso e la scorsa settimana ho finalmente trovato del tempo per approntare un piano.

S, certo fece nervosa la signora Pedersen.

Il dottor Pedersen sostenne lo sguardo, severo, poi con una risatina nervosa si rivolse a Frederich. Le donne non riescono proprio a concentrarsi. Persino le pi dotate, persino donne che si distinguono per le loro eccezionali vicende non riescono a mantenere la concentrazione. Ma non  forse per questa ragione che sono cos affascinanti?

Ma padre, io riesco a mantenere la concentrazione! sbott Hilda.

Persino tu, Hildie, con i tuoi enormi talenti, persino tu devi attenerti a una rigida disciplina. E quella disciplina deve esserti impartita dall'esterno rispose il dottore, facendole un occhiolino.

E poi fu servito il dessert: pesche con la panna e una torta al cioccolato dalla glassa spessa e bianca che era stata modellata in piccoli sbuffi che andavano a formare come la superficie di un mare in tempesta. Jesse fu sorpreso di essere ancora affamato. Accett una porzione di entrambi i dessert; ricordava vagamente la notte che aveva passato nella casa vuota, fuori Yewville - quella vecchia casa che un giorno era stata dei suoi genitori -, insonne e indebolito dalla fame. Quel giorno invece la cintura premeva sul suo stomaco - da quando viveva con i Pedersen aveva preso gi tre taglie - ma era ancora affamato e credeva fosse una buona idea continuare a mangiare.

Il pranzo giunse infine a una conclusione. Era l'una e mezza. Riluttante, il dottor Pedersen si alz dal tavolo: Be', Mary, nonostante tutte le distrazioni di cui la tua vita  costellata, questo pasto era davvero delizioso. Cosa prevedi di cucinare, per stasera?.

Pensavo di farti una sorpresa... disse la signora Pedersen.

Bene, d'accordo,  una buona idea fece allegro il dottor Pedersen. E invece tu, Frederich, questo pomeriggio ti dedicherai a...

Lo stesso lavoro fin Frederich. Aveva parlato con lentezza, con fare distante, come se avesse gi risposto a quella stessa domanda molte altre volte. Jesse ebbe l'idea che per lui fosse difficile celare il disdegno. Sono arrivato al quarto movimento, il Presto. Sembra stia vertendo verso una sorta di doppia fuga. Non era la mia intenzione originaria, in effetti, ho cercato di resistervi e di resistere anche alle variazioni sul tema che mi paiono pi ovvie e melodrammatiche. Ma le possibilit mi sembrano piuttosto limitate. Per ora ci sono due sezioni in forte contrasto fra loro, una veloce e un'altra pi rapsodica, ma le trovo quantomeno decenti...

Bene, vedo che lavori duro come al solito disse il dottor Pedersen.

Non ho altra scelta rispose il figlio, con freddezza. Era stupefacente quanto rassomigliasse al padre, a volte: un triangolo di tratti incisi in un volto pi esteso e voluminoso. Eppure non sembrava avere nemmeno un pizzico della vitalit di suo padre.

Il dottor Pedersen rientr in clinica. Hilda e Frederich tornarono ai loro rispettivi compiti. Jesse usc ad aiutare la signora Pedersen con il giardino. Cominciava a essere un po' preoccupato per il suo libro sul canale Erie: non era adatto alla stesura di una relazione e d'altronde aveva poco tempo per cambiare soggetto. La signora Pedersen si infil pacatamente i guanti da lavoro, tirandoli ben bene per far s che coprissero le sue mani paffute. Era stranamente silenziosa. Appollaiato in cima alla testa indossava un cappello di paglia nuovo, tendente al verde, che sembrava perennemente sul punto di cadere. Si muoveva lenta, triste. And a controllare il rosaio e rimase l ferma, dando le spalle a Jesse, in silenzio.

Jesse fu abbagliato dalle rose. Quante ce n'erano! I loro adorabili petali si muovevano elegantemente nella brezza, non aveva mai visto niente di cos bello. Per qualche ragione, si sent un po' affamato.

La signora Pedersen prese a scuotere il capo.

Jesse non sapeva cosa fare: doveva dire qualcosa? Attese. Quando si volt verso di lui, aveva il volto bagnato di lacrime. Non ce la faccio. Non ce la faccio proprio disse in un soffio.

Che... che succede? domand Jesse.

Non posso continuare cos sussurr.

And a indossare un altro grembiule sul vestito bianco e parve enorme, triste ed enorme, baciata dal sole.

Mi gira la testa, devo sdraiarmi disse.

Jesse l'accompagn in casa. Lei si sfil uno dei guanti, che cadde sulla veranda lastricata; l'altro se lo tir via e lo lanci a qualche metro di distanza, come se l'avesse fatta infuriare. Il cappello di paglia le scivol dalla testa mentre Jesse la aiutava a risalire le scale. Aveva preso a piangere senza emettere alcun suono. Dalla cucina risaliva l'odore di qualcosa che friggeva - altro grasso caldo - e dalla stanza della musica veniva il suono del pianoforte di Frederich, svariate note nette e cristalline in sequenza, un-due-tre, un-due-tre, le stesse note ancora e ancora. Portami di sopra. Ho bisogno di sdraiarmi disse la signora Pedersen. Jesse era preoccupato dal suo respiro veloce e affannato. Si chiese se si trattasse di un infarto. Lei si appoggiava a lui di peso. Quando furono quasi in cima alle scale lei ondeggi, e lui ebbe paura che cadesse all'indietro e lo schiacciasse, e che entrambi cadessero dalle scale. Jesse disse lei aiutami, per favore, aiutami... Puoi portare un messaggio a mio padre? Mi faresti questo favore?

La port in camera sua. Non ci era mai stato prima, era un'ampia stanza rosa con molti specchi. Lei si mise a sedere a uno scrittorio e stil velocemente un bigliettino. Qualche goccia di sudore precipit sulla carta.

E non dire nulla di tutto questo a nessuno gli sussurr.

Jesse si mise in cammino con la busta da consegnare al nonno Shirer, il quale viveva in una grande casa a circa un chilometro e mezzo, su Willow Street. Era un uomo alto e ben piazzato, un chirurgo in pensione che sedeva a un estremo della sua veranda; all'estremo opposto vi era un'infermiera che leggeva un romanzo tascabile. Jesse gli porse il biglietto e lui l'apr e lo lesse immediatamente. Aveva la testa completamente liscia, uno scalpo pulito, roseo e luccicante; il volto, come la testa, era pulito e fresco e perspicace. Sedeva con il biglietto di sua figlia in mano. Per qualche tempo non disse nulla. Poi, a mezza voce, di modo che l'infermiera non potesse sentirlo, disse: Grazie per avermelo consegnato, Jesse. Sai che non devi parlare con nessuno di tutto questo, giusto?.

Credo di s disse Jesse.

Assolutamente a nessuno. N a tuo padre, n a Hilda o a Frederich.

Jesse abbass lo sguardo.

Non che ci sia nulla in questo biglietto di cui la tua famiglia non dovrebbe venire a conoscenza - certo che no - ma... ma...  meglio se la corrispondenza tra me e mia figlia resta confidenziale, capisci? La privacy di tua madre  una questione importante, anche se quel che decide di farne forse non lo  altrettanto. Tutto chiaro?

Credo di s disse Jesse.

Lo sai che tua madre ti vuole molto bene aggiunse nonno Shirer, puntando lo sguardo su Jesse, come se si fosse appena reso conto di come quello specifico ragazzo aveva riempito uno spazio vuoto davanti ai suoi occhi.

Lo sai...?

S rispose Jesse,

Torn a casa. Si sentiva oscuramente affaticato, sudicio. Nascondere qualcosa al dottor Pedersen era un male, forse un errore... che avrebbe rimpianto... Ma non poteva rifiutarsi. Non aveva scelta.

Aveva solo quattro ore per leggere il libro e redigere la relazione sul canale Erie.

7

Quella voce.

Era ovunque lui andasse.

Sull'orlo del sonno, spaventato all'idea di arrendersi al suo vuoto, sentiva la voce del dottor Pedersen pronunciare il suo nome. Jesse. Jesse. La voce sembrava richiamarlo da un vuoto profondo e pericoloso dove qualunque cosa poteva essere sognata, qualunque cosa poteva essere ricordata. Era affettuosa, severa, vigile. Mentre andava a scuola, fermo sul ciglio del marciapiede, gli sembrava di sentire quella voce che pronunciava a chiare lettere il suo nome, che lo ammoniva come se il marciapiede fosse il ciglio di un burrone e lui rischiasse di cadere o morire. A volte quando studiava di sera nella sua stanza al piano di sopra, sentiva le parole del libro che stava leggendo pronunciate nella sua testa dalla voce del dottor Pedersen, cos da non dimenticare nulla di ci che leggeva. Una volta ascoltato qualcosa detto con la voce del dottore, esso diventava permanente. Diventava sacro.

Non aveva mai davvero sentito il suo nome fin quando non lo aveva pronunciato il dottor Pedersen.

Aveva cominciato ad andare a scuola e aveva scoperto che non gli riusciva troppo difficile. Era ansioso di fare bene, studiava tutto il tempo, si portava sempre molto avanti con i compiti. In un certo senso sentiva di non essere mai andato a scuola prima, mai prima di allora l'aveva presa seriamente. Il perch non lo sapeva. Ma ora la prendeva seriamente, prendeva tutto seriamente... A scuola si sentiva un adulto fra bambocci chiacchieroni. Non aveva nulla da dir loro. Loro non avevano niente da dirgli. L'edificio della scuola - con il cartello sull'ingresso principale che recitava VNION SCHOOL, la U forgiata in un'estrosa V -, risalente agli anni ottanta dell'Ottocento, era antiquato e brutto e aveva un odore pungente di disinfettante e legno levigato e polvere di gesso misto al profumo e ai prodotti per capelli delle ragazze, tantissime ragazze chiacchierine. Le loro voci erano frenetiche e inconsistenti e prive di vere parole, erano pi che altro suoni, musica eccessivamente triviale alle orecchie di Jesse. Si muoveva tra loro con timidezza, non era partecipe del loro perpetuo entusiasmo. Se lo sfioravano di sfuggita sentiva una sensazione simile a delle scintille percorrergli tutto il corpo, scintille di panico. Non si concedeva di guardarle. Non voleva vederle, non voleva ricordarle... C'era qualcosa in quella carnosit grassa e appassionata delle ragazze che non voleva ricordare... Le gonne erano lunghe, scendevano ben bene sui polpacci delle loro energiche gambe, ma i maglioni erano attillati sui seni e sulle spalle; i capelli, portati sciolti, coprivano di una frangetta le loro fronti e di ciocche languide gli occhi per poi essere tirati indietro con impazienza, perpetuamente. I ragazzi parevano molto pi giovani delle ragazze. Brulicavano in gruppi come per questioni di forza, ridevano aspramente nei bagni e sulle scale, fumavano, si chiamavano l'un l'altro in una lingua che a Jesse pareva parzialmente codificata, fatta di parole che non riusciva a capire. Erano bambini, bambini alti e ossuti, mentre lui era un adulto. Qualcosa dentro di lui bramava ardentemente la loro giovent... Ma poi ricordava chi era, chi doveva diventare, e prendeva a guardarli dall'alto in basso, un Jesse gi divenuto l'uomo che era tenuto a essere, cresciuto al sicuro e libero dai loro sprazzi di amicizia e dalle loro piccole faide velenose.

Non sono davvero reali, pens Jesse. Faceva eco ai commenti del dottor Pedersen sulla guerra in Europa: Questa guerra non  ancora davvero reale, per noi.

No, le altre persone non erano reali; non c'era tempo da perdere a pensare a loro, a investirli della realt. La voce del dottor Pedersen era reale. Gli era vicina, intima, come il mormorio del suo stesso sangue. In qualche maniera abitava il suo cranio. Le voci degli altri adulti erano importanti, per Jesse - la voce della signora Pedersen, le voci dei professori della scuola - ma solo quella del dottor Pedersen lo seguiva ovunque andasse. Lo pungolava, gli dava coraggio, lo riprendeva quando si impigriva. Lo interrogava continuamente, lo interrompeva dicendogli: Cos'hai appena letto? Jesse leggeva i libri di scuola e altri libri di chimica, biologia, fisica e matematica; in un angolo remoto della sua mente sentiva il dottor Pedersen chiedergli: S, bene, ma come mai sei cos lento? Hai ancora cos tanto lavoro da fare! Esitante, come se ascoltasse una lontana intimazione, Jesse si fermava sulle strette scale della scuola. I suoi compagni di classe si riversavano impazienti attorno a lui, rumorosi e striduli e prematuramente consapevoli, le gambe tese come pronte a un ballo che lui non era in grado seguire, le voci dure e musicali e frenetiche, strenuamente tese verso il futuro. Alla fine della giornata di lezioni si precipitavano fuori dall'edificio decrepito e si radunavano fuori dal Palace Theater o davanti alla YMCA, oppure si univano ai loro amici che avevano dovuto lasciare gli studi e lavoravano da Harrison, una fabbrica di radiatori proprio dietro la scuola. Oppure bighellonavano sui ponti di Lockport, a guardare gi verso i rimorchiatori e le luride chiatte, a sospingere distrattamente sassolini verso l'acqua con la punta del piede. Irrequieti. Sconclusionati. Passeggiavano lungo Main Street, impazienti di diventare adulti e di scappare per sempre dalla prigionia opprimente ed esasperante della loro infanzia. I ragazzi volevano una macchina, sognavano di avere una macchina o di entrare nella Marina, echeggiavano le paure eccitate dei genitori riguardo il loro futuro: che stava succedendo in Europa? Cos'avrebbe fatto adesso la Germania? Le ragazze chiacchieravano di amiche in procinto di sposarsi o di sorelle pi grandi che si erano gi sistemate, che avevano bambini, avevano sempre bambini. Se a Jesse capitava di ascoltare ci che dicevano, certe volte gli pareva di essersi perso nella folla, in un'intera, piccola nazione di sconosciuti.

Fra loro si sentiva grande e vulnerabile, un ragazzo alto, troppo serio, dal corpo tenero, con uno sguardo di scuse da campagnolo che attraeva commenti perplessi e di scherno, ma d'altro canto era rispettato: non sapevano come comportarsi con lui, perch era il nuovo figlio adottato dal dottor Pedersen, dottor Karl Pedersen, che a Lockport era conosciuto da tutti. Ai loro occhi su di lui gravava tutta l'importanza del padre. Quando lo guardavano non vedevano lui, ma il dottor Pedersen. Era cos serio, sempre con i suoi libri e con il suo cipiglio quieto e severo, il suo incedere lento, come fosse sempre impegnato a riflettere su qualcosa, a risolvere un problema, sempre qualcosa per la testa. Passava fra loro in silenzio, grato per la loro carenza d'interesse nei suoi confronti. Eccetto per qualche commento che aveva sentito per caso - infarcito di gergo che non comprendeva, capiva soltanto che lo definivano strano - gli altri lo ignoravano, lo dimenticavano subito dopo essersi accorti di lui. Lui gliene era grato. Non voleva altro che essere lasciato in pace da quei ragazzini chiassosi, e in modo particolare dalle ragazze. Ma un giorno, in strada, vide un gruppo di ragazzi disperdersi e sent uno di loro chiamarlo con voce familiare: Jesse! Ehi, Jesse!. Finse di non sentire, tanto fu colto impreparato. Perch qualcuno avrebbe dovuto chiamare il suo nome? Quando infine si volt, vide suo cugino Fritz che correva verso di lui.

Ehi, mi sembrava proprio fossi tu! Wow! disse Fritz.

Indossava la divisa della Marina.

Ehi, guardami un po', Jesse, non sapevi che mi sono arruolato, vero? Ho appena finito la formazione iniziale. Non male, eh?

Jesse era agitatissimo a vedere Fritz vestito in quel modo. Per qualche istante non parl. La mente gli si era svuotata del tutto. Poi disse, incespicando con le parole: Cosa ne pensano tua... tua madre e tuo padre a riguardo? Sono d'accordo?.

Be', lo sai com' fatta mia madre - diamine - immagino siano d'accordo. Si preoccupano un sacco. Pensano che entreremo in guerra e tutto quanto e che mi manderanno su una di quelle navi che poi affondano, Ges Cristo, lo sai come sono fatti, specialmente ma' - non smette di sbraitare da quando mi sono arruolato -, anche Bob Door e Walter Cleary si sono arruolati. Stanzier in Florida, a quanto pare, non male, eh? Ci dovrebbe essere sempre un bel tempo estivo! Al diavolo il freddo di qui!... Be', mi eri sembrato proprio tu, da lontano, stai bene, Jesse, Cristo, sei molto pi alto di com'eri... tutto a posto?

Fritz si scherm gli occhi e gli fece un sorrisone. Quando Jesse annu, lui and avanti, le spalle che si muovevano senza posa sotto al tessuto scuro dell'uniforme: Abbiamo sentito che ti hanno assegnato a una famiglia di Lockport, sappiamo tutto. Tutto bene con loro? Tutto ok?.

S.

Ges, mi  dispiaciuto per quello che hanno fatto. Anche pa' si sentiva in colpa, ma...

 tutto a posto disse Jesse.

Be', no, Cristo... Perch non vieni a trovarci, qualche volta?  contro le regole o qualcosa del genere? Bello vivere in citt, no?

S, mi piace molto.

Be', sembri diverso. Pi grande.

Mi sento meglio di come stavo...

Fritz sorrise, imbarazzato. Aveva i capelli rasati cortissimi. Sembrava magro quanto lo era stato Jesse, le spalle che sporgevano inquiete e impacciate. Jesse vedeva una chiazza di rosso muoversi dietro la sua nuca.

Be', meglio. Be'...

Come vanno le cose, a casa?

Benissimo. Tutto uguale. Sai com'... Lo sai,  stato difficile per loro prendere quella decisione. Lasciarti all'istituto e tutto il resto. Non lo so. Era strano... era difficile per loro... li ho sentiti parlare un sacco e ma' piangeva... Sicuro di stare bene dove sei ora? Come sono, com' la famiglia che ti ha preso?

Sono proprio belle persone fece Jesse.

E vivi sempre con loro? Voglio dire... come una famiglia normale? Ti hanno adottato o come funziona?

S, adottato.

Hai cambiato anche nome?

Mi chiamo Jesse Pedersen, ora.

Fritz lo fiss intensamente. Ma davvero? Diamine, che storia... com' che hai detto?

Pedersen.

Pedersen...

Fritz fece s con la testa e non seppe cos'altro aggiungere. Erano separati da qualche metro di marciapiede o poco pi. Fritz continuava a schermarsi gli occhi dal sole e il suo ghigno si era fatto forzato.

Qualche minuto dopo ognuno prese la propria strada. Jesse provava emozioni per lui incomprensibili: vergogna, paura? Il cuore gli batteva forte e caldo e gli sembrava di sentire la voce del dottor Pedersen nella sua testa. Lascialo andare, lascia stare tuo cugino, non lasciarti riconoscere per strada dopo questa volta. Se morisse in guerra... se morisse in guerra...

Ma Jesse non riusciva ad ascoltare oltre.

Se morisse in guerra ci sarebbe una persona in meno che mi conosce per come sono stato pens Jesse.

Ogni giorno era lontano da casa, scientemente lontano da casa sua e ardentemente desideroso di tornarci. Si sentiva attratto verso la casa come dalla forza gravitazionale, attratto come da una forza reale e tangibile. Quando risaliva la collina provava una leggera confusione temporale, come fosse ancora il vecchio, magro Jesse che andava a dare un'occhiata alla casa dei Pedersen e a guardare in silenzio Hilda Pedersen passargli davanti e non riconoscerlo. Poi si ricordava che lui l ci viveva, che si chiama Jesse Pedersen e che si sarebbe messo a tavola, al suo posto, che tutti l'avrebbero riconosciuto... Per tutto il giorno si preparava, leggeva e memorizzava pagine dei libri scolastici, la mente che lavorava, analizzava, scartava, recuperava, si preparava per quel momento della sera, a un certo punto della cena, in cui il dottor Pedersen gli avrebbe chiesto cos'aveva imparato quel giorno.

E lui gliel'avrebbe raccontato. Con voce svelta e rispettosa, senza fare errori, avrebbe raccontato quanto pi possibile di quel che aveva imparato cos come richiesto dal dottor Pedersen. Anche Frederich e Hilda avevano iniziato ad ascoltarlo, sebbene Frederich lo facesse senza alzare lo sguardo. Hilda faceva scorrere un dito in circolo lungo il bordo del piatto affollato di cibo. Il dottor Pedersen annuiva con movimenti secchi come a raffrontare le parole di Jesse con i suoi stessi ricordi. Una volta lo aveva interrotto per chiedergli: Spiega il termine omeostasi, non darmi la definizione. Spiegaci che cos', per favore. E Jesse aveva risposto: Ippocrate pensava che la malattia potesse essere curata solo dalle forze naturali insite negli organismi viventi. Pensava che un'opposizione attiva verso l'anormalit prende piede sin dal manifestarsi della malattia. Nel 1877 il fisiologo tedesco Pflger afferm che la causa di ogni bisogno degli esseri viventi  anche causa della soddisfazione dello stesso. Il fisiologo belga Fredericq disse nel 1885 che l'essere vivente  a tal punto un agente attivo che ogni influenza apportante un turbamento lo induce a invocare un'attivit compensatoria per neutralizzare o porre rimedio al turbamento stesso. Pi l'essere vivente  in alto nella piramide evolutiva, pi i sistemi di agenti compensatori si perfezionano e si complicano. Essi tendono a liberare l'organismo dalle influenze sfavorevoli e dai cambiamenti occorsi nell'ambiente circostante. In La saggezza del corpo il fisiologo americano Walter Cannon cita il collega francese Charles Richet quando dice: L'essere vivente  stabile. Deve esserlo per non andare in pezzi, dissolto o disintegrato dalle forze colossali e spesso avverse che lo circondano. Parrebbe una contraddizione, ma esso mantiene la sua stabilit solo se  eccitabile e in grado di mutare in base agli stimoli esterni e di regolare le proprie risposte a tali stimolazioni.  stabile in quanto modificabile; una leggera instabilit  la condizione necessaria a una reale stabilit dell'organismo.

Silenzio.

Jesse aveva le vertigini a guardare il volto severo del dottor Pedersen. Attese. All'altro capo del tavolo la signora Pedersen fece un gesto improvviso, come a raddrizzare il piatto, sistemarlo in modo pi consono sulla tovaglia.

S, bene disse il dottor Pedersen pesando le parole. Bene. Ma dovresti leggere Claude Bernard. Lui parla di omeostasi anche se non usa questo termine in particolare... Leggi Introduzione allo studio della medicina sperimentale,  un libro meraviglioso, elettrizzante, ispirato... Bernard  un gigante della medicina che operava in un tempo in cui la scienza era ancora giovane, fresca, misteriosa, aperta e tutto era ancora possibile... tutto... S'interruppe e fiss lo sguardo su Jesse. Il suo volto si accese lentamente. Be', Jesse aggiunse sembra tu stia diventando te stesso.

E Jesse cap che era stato bravo.

Inizi a portare Jesse con s alla clinica, le domeniche pomeriggio. Ci andavano nella Rolls-Royce nera del dottore, un veicolo maestoso e vetusto che attraeva subito l'attenzione degli altri guidatori. Jesse si sentiva come in un vascello spettrale al fianco del dottor Pedersen, sospinto in silenzio e piuttosto agilmente lungo le strade ordinarie di Lockport mentre il dottor Pedersen gli parlava energicamente dei suoi pazienti e delle sue invenzioni e dei progetti per il futuro. La clinica Pedersen non era molto grande, ma era un bell'edificio moderno appena fuori dalla citt. Per un periodo Hilda veniva con me per delle visite speciali alla clinica, ma poi ha smesso di interessarle disse il dottor Pedersen. Lui e Jesse erano gli unici nell'edificio e la sua voce produceva un'eco imponente. A Frederich, ovviamente, non piace uscire di casa. La sua asma gli  d'impaccio, quel suo respiro corto... E ovviamente  totalmente devoto alla sua musica... Ma guarda qui, Jesse diceva, estraendo una grande cianografia ecco i progetti per l'ampliamento: guarda le sale operatorie qui, queste aree ampie, e su questo lato le stanze private per i pazienti pi esigenti... Che meravigliosa avventura  il futuro. Io e te ci crediamo, no? Si infil gli occhiali per osservare meglio l'intricata cianografia, come se guardasse dritto al futuro e lo trovasse gradevole. Jesse, ci saranno persone, nella tua vita, che ti diranno che il futuro del mondo si prospetta desolato. Ascoltale, sii rispettoso, ma non credere a ci che dicono. Sono gi morti.  la morte che parla con quelle parole. In questo momento l'Europa  in guerra, si dice ci sia pericolo anche per noi, ma tu non prendere queste voci troppo seriamente. Un uomo molto saggio disse che la guerra non  avventura, ma un succedaneo dell'avventura. Ed  verissimo, perch  qui l'avventura, qui disse lui, picchiettando un dito sulla cianografia sbavata e ingombrante  quello che creiamo, non quello in cui ci andiamo a cacciare. Tu e io non siamo in guerra. Nessuno ci sta sparando contro. Il nostro mondo  in continua espansione, Jesse, ogni giorno, ogni minuto. Io possiedo molto e la ricchezza continua a crescere minuto per minuto, ed essendo mio figlio anche tu possiedi una parte di questa crescita straordinaria... Devi capire, Jesse, che tutta la vita  un moto che tende all'infinito... Oppure un rimpicciolirsi fino all'annullamento. E tu devi scegliere. Arrivano quando  il loro turno, passo dopo passo, gli abitanti della Terra... Be', scegliete, dico io! Punterete all'infinito o all'annullamento? Se scegli la seconda non ho tempo da perdere con te. Se parli della storia e della morte e della malattia e del caos non ho tempo da perdere con te. Cosa pu dirci la storia? Non  altro che una presa in giro! Letame! Non dobbiamo farci trascinare in basso dalle sciocchezze del passato. Hegel afferma, giustamente: Le persone e i governi non hanno mai appreso nulla dalla storia e nemmeno agito seguendo i principi da essa dedotti. E dunque, cosa ci resta...? Abbiamo la salute dell'organismo vivente, il corpo vivente, che traccia una mappa all'esterno di se stesso e ne definisce i limiti da s, da s, non permette ad altri di farlo al posto suo! Mai!  l'organismo vivente che ambisce a diventare Dio. Io ambisco, tendo... e a quel punto si premeva entrambe le mani sul petto, come a trattenere l'esplosione del suo grande cuore tendo a essere Dio, ad ambire al posto che  di Dio, a prendere tutto ci che Lui  disposto a darmi. Sono un perfetto protoplasma. E questo perch ogni mia singola cellula cresce, tende al suo esterno verso l'infinito, e perch sono in grado di disegnare una mappa della vita che sia soltanto mia mentre le altre persone inciampano stupidamente l'una nell'altra, radunate in greggi e folle, come animali. Quando la guerra sar finita, Jesse, avr luogo una crescita straordinaria. Tutto crescer, si espander, ritorner al suo vitale splendore. E dopo ancora ci sar un'altra guerra, perch  quello di cui l'economia ha bisogno: ci sar sempre una guerra, e noi la osserveremo da queste rive, e qualcuno di noi la diriger, perch certe persone dirigono le guerre mentre altre devono morirci, e questo  un fatto.  il Destino. Capisci? Cos' la guerra, Jesse? Che cos' la guerra?  morte? Mai!  il pulsare della vita, le ultime energie rimaste alla vita! Mi capisci?

Aveva un tono concitato. Si tolse gli occhiali cos che Jesse potesse guardarlo dritto nelle iridi grigioverdi, la pacifica ruota nei suoi occhi, e vedervi il Destino stesso.

Jesse rispose come ipnotizzato: S, capisco.

 facile morire, Jesse. Li vedo ogni giorno: corpi che si arrendono, che muoiono. Anche i corpi pi dispendiosi si arrendono e muoiono. Dicono di voler vivere, ma in realt anelano la morte, perch il mistero dei loro corpi li ha ormai sfiniti. Muoiono, si arrendono. Morire  facile. Ma non vivere: non  facile,  una sfida, una fatica. Sostituirsi a Dio non  facile. Essere superiore, superiore agli uomini, non  un destino facile. E sono convinto che tu lo condividerai con me, Jesse. Ne sono certo. Quando diventerai l'uomo che sei, Jesse, non avrai pi riposo, dovrai dimostrare di che pasta sei fatto in ogni momento. Ancora e ancora.  questo il destino dell'uomo superiore.

Paonazzo dalla gioia per quella bella notizia, arrotol la cianografia e la chiuse con un elastico.

Port Jesse nel suo ufficio, il suo ufficio privato. Il mio ufficio speciale dove posso dialogare con me stesso gli aveva detto. Ogni volta che mostrava a Jesse quello stanzino scuro era una sorpresa: un'unica poltrona di pelle nera disegnata specificatamente per la figura massiccia e pesante del dottor Pedersen; un'unica lampada; niente libri; nemmeno un tappeto sul pavimento; finestre con veneziane verde scuro tirate a met; un silenzio sacro.

Cos disse. Si mise a sedere sulla poltrona, adagiando la sua massiccia corporatura con lentezza, con una grazia inusuale per un uomo cos grosso. Sto seduto da solo. Sono solo. Chiuse gli occhi. Non ho nessuno accanto. Qui  dove risolvo misteri incomprensibili persino a me stesso. Che discordano con i risultati delle analisi. Certo, s, le analisi non sono sempre precise. L'organismo cambia, soffre, cresce, rabbrividisce, le sue secrezioni mutano, il battito cardiaco impazzisce, i polmoni si gonfiano - certo - ma resta per me un mistero, come riesco a confutare quelle analisi, e resto umile dinnanzi al mio dono. Sono passivo, qui seduto. In quei momenti mi avvicino a Dio, gli sono cos vicino. I miei pensieri si riordinano, i sintomi, le prove datemi dai corpi di malati sconosciuti, i dati che altri medici non riescono a interpretare e i sussurri delle anime stesse dei malati: s, talvolta sento le loro anime qui con me, in questa stanza, che mi sfiorano come pipistrelli nell'oscurit! E poi, come se Dio mandasse un angelo a bisbigliarmi nell'orecchio, la verit in qualche modo giunge a me. Giunge alla mia mente lucida e io capisco. Ieri sapevo, avevo capito, che una donna stava per morire per via di una semplice malattia da carenza, anche se nessun altro riusciva a capire cosa non andasse in lei; io sapevo, e l'ho salvata... Ma non mi prendo alcun merito per questo dono. Non ho che da affondare nelle profondit di me stesso affinch la verit giunga a me;  opera del Destino, non mia.

A volte i luned mattina Jesse poteva non andare a scuola per accompagnare il dottor Pedersen in ospedale e assistere al giro delle visite. Il dottore era gioviale e socievole, di bianco vestito in un'enorme tenuta fluttuante che lo faceva sembrare pi grosso che mai, e molto casto e onesto. Jesse era orgoglioso di accompagnarlo; suo padre (sebbene non riuscisse mai davvero a pensare a lui come suo padre) era enormemente famoso, conosciuto da tutto lo staff, dalle infermiere, dai pazienti dispersi nei corridoi e da quelli seduti a letto, in sua attesa. Dottor Pedersen! esclamavano, salutando, e lui si avvicinava a stringer loro la mano, conosceva tutti per nome. Jesse lo affiancava orgoglioso.

E questo  mio figlio Jesse, anche lui molto interessato alla medicina.

Mentre il dottore proseguiva con il giro arrivavano di volta in volta persone diverse: un giovane dottore del personale ospedaliero, una vecchia amica infermiera, persino il capo di chirurgia in persona, un certo dottor Gallimard, molto cortese e amichevole, anche se Jesse pens fosse un po' strano. Era cos curioso del dottor Pedersen e dei suoi pazienti! Il dottore chiacchierava con un paziente dopo l'altro, senza fretta, senza quasi guardare la cartella, conosceva gi malanni passati e presenti e i nomi dei loro familiari, il loro lavoro, dove vivevano e da dove venivano, tutto. Sorrideva calorosamente, faceva qualche battuta. Di tanto in tanto il volto mutava e Jesse vi scorgeva un'espressione severa, come se stesse rammentando dei concetti, ripassando dei paragrafi a mente. Non dimenticava mai nulla. I suoi pazienti pi gravi si facevano rosei in volto in sua presenza, quasi che nelle loro vene venissero pompati dei fluidi vitali.

Un giorno un'infermiera non riusciva a gestire una donna anziana, che non era nemmeno una paziente del dottor Pedersen, e gli chiese aiuto. La donna era ispida e grigia, il viso asessuato, teso da una folle energia; si era rivoltata nel letto e aveva rimosso un tubicino che le trasfondeva sangue dal braccio. Quando il dottor Pedersen entr nella stanza, lei stava urlando. Jesse, rimasto in corridoio, non riusciva a capire cosa urlasse; lui stesso si sentiva tremare, quasi nauseato. Il dottor Pedersen and dritto dalla donna, si chin su di lei e prese a parlare con tono lento, delicato e cortese: Signora Lowe, mi presento, sono il dottor Pedersen.... La donna url e si dibatt da un lato all'altro. Sono il dottor Pedersen e sono qui per trovare un modo di aiutarla, mia cara, non vorr farsi del male... stia ferma, mia cara, si sdrai... Afferr un ago e sembr mostrarlo alla signora. Lei guard lui. Jesse cred di vedere nei suoi occhi spalancati uno sguardo di assoluto terrore. Ma si sdrai e stette ferma, sembrava essersi messa in ascolto. Mi lasci dare un'occhiata al suo braccio le disse il dottor Pedersen prima di scandagliare l'arto ossuto della donna in cerca di una vena. Un minuto soltanto, ci tocca, mia cara, lo sa... lasci che l'aiuti. Sentir un po' di dolore, certo, ma  un ago molto sottile... molto pulito... dobbiamo nutrirla, cara, alimentarla... Esamin l'altro braccio, saggiando le vene con il pollice; fece una prova con l'ago e la donna si ritrasse solo leggermente. Lasci perdere le braccia e prov con le gambe. Qualcosa attrasse Jesse sulla soglia della porta, doveva vedere: il suo istinto era di voltarsi alla vista delle gambe pallide e chiazzate della vecchia, percorse da vene bluastre, il volto ritorto dall'agitazione, l'odore di malattia, eppure qualcos'altro lo attraeva, lo costringeva ad avvicinarsi, a entrare a guardare il dottor Pedersen, come fosse una scena che aveva il dovere di memorizzare.

L'ago entr. Una prova, una verifica.  stata molto paziente con me le disse il dottor Pedersen. La sua ampia schiena bianca era rivolta verso Jesse. Era enorme, tesa nello sforzo della concentrazione. Se c'erano altre persone attorno a lui - delle infermiere, un dottore pi giovane - Jesse non le aveva notate. Aveva occhi solo per il dottor Pedersen. Ascoltava la sua voce: La prossima volta dovrebbe essere quella buona, ora lo so per certo fece il dottor Pedersen con leggerezza, e difatti trov una vena nella cadaverica caviglia della donna. Ecco, ci siamo. La ringrazio, mia cara. Grazie per la sua incredibile pazienza. Ora che abbiamo sistemato questa faccenda ci prenderemo cura di lei... spero di non averle fatto troppo male...?

La donna si poggi al cuscino, gli occhi pesanti, segnati, esausti. Scosse la testa lentamente. Il dottor Pedersen rest l a chiacchierare con lei, che riusc a dire qualche parola, qualcosa che suonava come un nome, il suo stesso nome. Jesse si sent mancare. And a bere un po' d'acqua da una delle fontanelle del corridoio. Si sentiva debole, ma eccitato. S, s! Aveva assistito a qualcosa di straordinario!

Il dottor Pedersen finiva sempre nella sala del personale, a bere un caff circondato da un capannello di persone. Parlava dei suoi ultimi, bizzarri casi: La paziente era stata inizialmente ricoverata in un ospedale a Potsdam con mal di testa e febbre a quaranta, lamentava dolore a collo, guance, zigomi, occhi, orecchie. Riusciva a malapena a muoversi quando l'ho visitata. Aveva ventinove anni, nessuna malattia pregressa tranne morbillo e orecchioni, non era mai stata ricoverata prima. Il risultato della puntura lombare era limpido, cristallino! Eppure la situazione continuava a precipitare: era tesa, nervosa, fuori di s; i polmoni hanno cominciato a riempirsi di liquido, era in arresto cardiaco e il corpo ha cominciato a essere scosso da convulsioni, puntini emorragici su braccia, gambe e occhi, stava morendo l davanti a tutti noi... e....

Ma fu interrotto da una chiamata all'altoparlante: Dottor Pedersen, dottor Pedersen... e dovette andare al telefono, i suoi uditori che ancora gli pendevano dalle labbra.

Ma era al suo meglio quando gli era permesso tenere un sermone alla chiesa luterana, bello e dal volto pulito in un nuovo completo grigio, i capelli pettinati alla perfezione sull'ampia testa, gli occhiali che rilucevano di luce angelica, l'indice sollevato verso la congregazione e puntato verso determinate verit: Lo scienziato non  in guerra con l'uomo di Dio. No.  una mente pigra quella che la pensa cos. Sono qui in quanto uomo di scienza e anche in veste di uomo di Dio. La verit, la verit assoluta, va onorata ovunque essa si trovi:  l'unica cosa ad avere importanza. Il destino dell'uomo  di rivendicare nuovi territori, di mirare all'infinito, di disegnare mappe e confini e latitudini e longitudini con cui circoscrivere la realt, le terribili oscurit e i sentori della realt, il tremendo silenzio dell'universo che non conosce umana lingua. L'America  benedetta da Dio. L'America  tutti gli uomini, tutta l'umanit benedetta da Dio e che spinge verso l'esterno, sempre verso l'esterno nell'ambire a un altro mondo, ambiamo a essere assimilati a Dio in un'essenza protoplasmatica superiore... Sebbene molti di noi qui riuniti siano spaventati dal futuro, io credo che dovremmo sapere che gli Stati Uniti sono una nazione unica nel suo genere, benedetta e potente, e che essa non pu essere conquistata, non nel corso della nostra vita o di quella dei nostri figli... Gli Stati Uniti hanno qualcosa di magico. I nostri sono tempi magici....

Jesse sedeva tra i fedeli, lo sguardo fisso sul dottore. Accanto a lui la signora Pedersen giocherellava nervosamente con un fazzoletto di stoffa. Non avrebbe saputo dire se fosse inquieta o a disagio. Dall'altro lato c'era Hilda, le mani guantate e giunte, che come Jesse guardava suo padre e ascoltava con attenzione. La chiesa era gremita per la messa delle undici. Le sue pareti biancastre, squallide per via del disuso, sembravano ritrarsi davanti alla passione che colorava la voce del dottor Pedersen. Tutto si faceva appassionato, colorato: le imbottiture vinaccia sbiadito dei banchi, il legno scuro, le vetrate che davano su un giorno nuvoloso di novembre, celandolo alla vista. La magia del dottor Pedersen rest sospesa a mezz'aria, quasi se ne sentiva il profumo. L'uomo stesso, tenuto in piedi sul pulpito da quella grazia inspiegabile per un uomo grasso, sorrideva ai volti domenicali con vasta e benevolente saggezza.

I nostri sono tempi magici...

Dunque il reverendo Wieden invit gli astanti alla preghiera e i pensieri di Jesse, entusiasta di ci che aveva ascoltato, cominciarono a sfrecciargli in testa, d'immagine in immagine. Era come se il dottor Pedersen fosse asceso al pulpito per parlare a lui direttamente, solo a lui... Accolse in s le parole di suo padre, parole sacre conservate nei meandri della sua mente, e nemmeno il trambusto dell'organo e dei canti riuscivano a smuoverle. Sulla via di casa sedeva nel sedile di dietro con Hilda, mentre il dottor Pedersen e sua moglie occupavano quelli davanti - Frederich, il quale sarebbe stato profondamente scosso da quei ridicoli tentativi di musica e dall'aria chiusa e umida, non andava mai in chiesa -, e ancora le parole di suo padre gli echeggiavano in testa, anche quando il dottore aveva preso a chiacchierare di argomenti pi ordinari. Jesse guardava fuori dal finestrino verso i marciapiedi di Lockport e vide come si erano trasformati, trasfigurati dalla magica aria domenicale. Con la coda dell'occhio vide i bambini in strada, anonimi bambini a zonzo, ragazzini magri vestiti di giacche di tela, senza niente da fare, che guardavano con le mani affondate nelle tasche la superba macchina nera del dottor Pedersen che sfrecciava lungo Washburn Street...

Il primo Natale di Jesse a casa Pedersen fu un affollarsi di gioie: il grande sempreverde che invase l'ingresso decorato da centinaia di decorazioni luccicanti, alcune fragili come gusci d'uovo, e sbuffi setosi di capelli d'angelo, con un'angioletta piumata e paffuta in cima, pile di regali avvolti in carta lucida, cestini colmi di cibo e fiori, corone d'abete che profumavano di campi innevati e mazzetti di edera e agrifoglio e piccole bacche rosse, stelle di Natale in pesanti vasi rivestiti di carta stagnola verde e adornati di fiocchi rossi di satin. Le luci brillavano in ogni dove e velavano di lacrime gli occhi di Jesse. Gli sembrava di galleggiare nella luce, nella musica natalizia, camminava baldanzoso. Non aveva mai capito cosa fosse davvero il Natale prima di allora. La casa fu pervasa dai profumi del cibo festivo: tacchini e prosciutti arrosto, torte, biscotti e dolci natalizi. La cena di Natale dur molte ore. Il dottor Pedersen le diede avvio con una lunga preghiera allegra, quasi un monologo infarcito di ringraziamenti. Il tavolo da pranzo era stato aperto fino alla sua massima estensione con l'ausilio di assi supplementari, cos che ci fosse posto per tutti i parenti dei Pedersen. Jesse sedeva tra sua sorella Hilda e nonno Shirer. Avevano tutti cos tante cose da raccontarsi! Erano tutti allegri, su di corda come pesi sospinti da acque agitate, senza alcun timore di andare a fondo. Cosa mai avrebbe potuto affondare i Pedersen?

Molti amici dei Pedersen passarono a salutarli, quel giorno. Jesse rimase al fianco della signora Pedersen, intimidito da tutti quegli sconosciuti, e lei continuava a metterlo al centro dell'attenzione, lo presentava, gli versava un po' di champagne cos da partecipare ai numerosi brindisi... Aveva le vertigini, era ebbro. Non aveva mai davvero capito cosa fosse il Natale, prima di allora. Un brindisi al dottor Pedersen, cittadino dell'anno! grid qualcuno che si rivel essere proprio il sindaco di Lockport, come gli disse in seguito la signora Pedersen, il quale era anche un vecchio amico del dottore. Quando la notte era ancora giovane il dottore distese un grande disegno a penna su di un cavalletto e, assieme al signor Erikson, l'architetto che se ne era occupato, spieg agli invitati come la clinica Pedersen si sarebbe ingrandita e come, un giorno, sarebbe stata tutta attorniata da una sorta di villaggio medico. E, amici miei disse il dottor Pedersen agitando bruscamente un dito la citt di Lockport si espander assieme a esso, credetemi! Il valore delle vostre propriet andr alle stelle! Non mi piacciono i profeti, di solito non sono altro che sciatti melodrammatici, ma vorrei profetizzare che entro il 1975 la nostra citt sar famosa, famosa in tutto il mondo, come centro per la diagnosi e la cura di centinaia di malattie in remoto, mediante l'uso dei computer, di un sistema di dispositivi dotati di nucleo di memoria che, una volta inseriti i sintomi di un paziente che pu trovarsi anche in Brasile, diagnosticheranno il disordine ed elaboreranno le cure necessarie in pochi secondi. Che c', cosa sono queste facce incredule? Persino mia moglie non mi crede! Ma vedremo, vedremo chi avr ragione, chi  in grado di leggere il futuro! Come fate a essere sicuri che ci che dico sia impossibile? S, forse sono un po' su di giri, stasera, potrei aver bevuto pi champagne del dovuto, ma come fate a sapere che io, Karl Pedersen in persona, non sono esattamente al centro del mondo che conosciamo? Eh? Conoscete tutti cos bene la terra su cui camminate?

Sebbene si dicesse ubriaco, il dottor Pedersen parlava come al solito con chiarezza rapida e magnifica. Ma c'era comunque qualcosa, nella sua voce e sul suo volto, che confuse Jesse e gli fece salivare la bocca dal panico come se, esattamente al centro del suo essere, vi fosse una luce troppo luminosa per poter essere contenuta.

Jesse mangi talmente tanto quel giorno che il suo nuovo completo verdone gli stringeva in vita e gli dava fastidio. Incespicava e sarebbe addirittura inciampato nell'albero di Natale se la signora Pedersen non l'avesse afferrato, scoppiando a ridere. Che c', ti sei ubriacato? Il mio Jesse si  ubriacato? strillava. Aveva il volto luminoso, gli occhi rilucenti. Per quel giorno speciale si era fatta i boccoli, file di boccoli che avevano un aspetto artificiale, un'acconciatura molto meno bella di quella che portava di solito, ma indossava un magnifico vestito rosso scarlatto con il collo d'ermellino e un grosso bracciale di diamanti - regalo del dottor Pedersen - e Jesse pens fosse bella. Ancora gli veniva voglia di piangere, era cos bella, e il dottor Pedersen, sempre al centro di un gruppo di persone concitate, in preda alle risate, era un uomo magnifico, un padre magnifico... Pi tardi gli invitati cominciarono a dissiparsi, lentamente e riluttanti, e per mezzanotte se n'erano andati tutti: finalmente soli, solo i Pedersen! Il dottore sal subito al piano di sopra a indossare la sua elegante veste da camera in lana blu compratagli da Hilda, e le ciabatte in pelle che Jesse - con l'aiuto della signora Pedersen - aveva scelto per lui, e scese gi tutto preso dall'entusiasmo, strofinando fra loro le mani come se per lui la festa fosse appena cominciata. La signora Pedersen si tolse le scarpe calciandole via dai piedi, ridacchiando. Hilda, che aveva bevuto troppo champagne, si tamponava le gote fiammeggianti con un panno bagnato. Frederich, che pi volte era andato e tornato dalla festa, forse disturbato dal rumore, scese da camera sua, vestito di tutto punto come fosse stato a cena, aveva il volto stranamente roseo e tinto di speranza. Jesse era pronto per andare a letto da qualche minuto, ma ora sentiva montare l'entusiasmo, il cuore che quasi gli esplodeva dall'eccitazione. Non aveva mai capito cosa fosse davvero il Natale, prima di allora, pens in un momento di vertigine. Tutti i Pedersen si diressero in cucina, dove la signora Pedersen apr il frigorifero e tir fuori del cibo, ciotole di cibo, cibo fasciato con cura in carta oleata e mise insieme uno spuntino. Hilda l'aiut, ridacchiava e fingeva di essere ubriaca. Avevano del tacchino riscaldato con la salsa e altri condimenti, arrosto di prosciutto riscaldato, svariati filoni di buon pane di segale, spuma di patate, omelette ripiene di funghi e pezzetti di prosciutto che la signora Pedersen aveva cucinato sul momento solo per divertirsi e facendosi aiutare da Hilda, che un giorno o l'altro avrebbe imparato a cucinare sotto le direttive della madre... e fette di torta di mele avanzata e tortine natalizie che la signora Pedersen non voleva conservare, e un'intera torta morbida all'arancia che aveva tenuto nascosta appositamente per lo spuntino di mezzanotte. Jesse e Hilda bevvero svariati bicchieri di latte mentre gli altri presero del caff con panna montata.

Ora leggeremo qualcosa, giusto qualcosina esclam il dottor Pedersen, e allora tornarono nel grande salotto, dove il dottore aveva riacceso il camino e si misero a sedere tutti insieme sul divano. Il dottor Pedersen port un pesante libro dalla biblioteca, un album di ritagli appartenente alla famiglia che era stato rilegato con pannelli di legno ed era solitamente conservato su un piccolo podio in biblioteca. La copertina era stata decorata molti anni prima da Hilda, con un pirografo. Le lettere del titolo erano grandi e profonde: IL LIBRO DEI DESTINI.

Ora, leggeremo qualcosa sulla nostra famiglia. Oggi, nel Natale del 1940, renderemo grazie per tutto ci che possediamo, gli daremo il giusto peso disse felice il dottor Pedersen. La signora Pedersen fece passare un piatto di croccante. Si radunarono attorno al dottor Pedersen, che sedeva con il pesante libro sulle ginocchia e voltava le pagine lentamente. Jesse sedette accanto a lui, premuto contro di lui. Voleva vedere tutto. Aveva la vista annebbiata e tremolante, talmente era determinato a vedere ogni cosa. Sentiva di non aver mai capito cosa fosse davvero il Natale prima di allora e stava per essergli rivelato, spiegato... La signora Pedersen sedeva dall'altro lato rispetto a Jesse, e Hilda stava appoggiata alla spalla del padre, con fare sciocco da ragazzina. Solo Frederich si era seduto un po' in disparte, fingendo interesse. Era molto pi vigile del solito, a ogni modo: solitamente sedeva con le grasse gambe innanzi a lui, il volto giallastro e distaccato e annoiato. Cominciamo dal principio, come fosse un romanzo disse il dottor Pedersen, e la prima pagina era composta da una serie di foto di lui stesso da bambino, un bel bambino pingue. Hilda rise sguaiatamente alla vista di qualcosa, forse per via di un vecchio episodio divertente. Hilda, per favore! disse la signora Pedersen, unendosi alla risata. Il dottor Pedersen volt la grande pagina ed ecco una sua foto, con tanto di tunica e cappellino, scattata il giorno della sua laurea. Guarda com' bello tuo padre! strill la signora Pedersen, facendosi strada per dare di gomito a Jesse. Lui, che masticava un pezzo di croccante, del delizioso croccante alla nocciola, non aveva nemmeno capito cos'avesse detto. Poi sorrise, un sorriso felice. S. S. Suo padre era un bell'uomo, s. Alz lo sguardo e vide Frederich che estraeva un fazzoletto dal taschino tirandosi dietro qualcosa che cadde sul pavimento - qualcosa di nero e ricoperto di pelucchi, forse una caramella gommosa - e che, chinandosi pigramente, raccolse e mise in bocca con un gesto meccanico, come se non fosse del tutto cosciente di quel che faceva. Jesse sbatt le palpebre, chiedendosi se fosse successo davvero. Si era davvero messo in bocca una gelatina sporca? Frederich lo guard con occhi semichiusi, soddisfatto; non sembrava nemmeno vederlo davvero.

Ah, ecco, guardate qui! grid il dottor Pedersen. La grande foto lucida che aveva davanti risaliva al matrimonio dei Pedersen. La mia umile moglie, non  incantevole? Jesse fu sorpreso al vedere che la signora Pedersen, un giorno, era stata cos snella. La foto ritraeva una donna sulla ventina, con i fianchi leggermente pronunciati e le cosce in carne, il volto entusiasta, luminoso, delizioso, gli occhi distanziati fra loro. La foto era stata ritoccata e le labbra erano di un rosso troppo nitido; ma era una bellissima giovane sposa avvolta in metri e metri di pizzo bianco. Il dottor Pedersen, un giovane corpulento con occhiali dalla montatura metallica e un volto attraente e severo, guardava dritto nell'obiettivo. Le guance erano state ritoccate, tinte di rosso, a donargli un aspetto innaturalmente festoso.

Oh, non guardate questa foto, volta pagina... fece svelta la signora Pedersen.

La foto seguente ritraeva la signora Pedersen da ragazza, in piedi davanti a un cespuglio di rose in un giardino, un giardino immenso. La signora Pedersen, gli occhi leggermente socchiusi, sorrideva con un'innocenza virginale, era baciata dal sole. Aveva la gonna drappeggiata sulle gambe e le braccia incrociate sul petto per l'imbarazzo. Jesse stim che dovesse avere circa vent'anni in quella foto.

Bella, una bellissima donna disse il dottor Pedersen, con lo stesso tono con cui avrebbe fatto una diagnosi.

Sono passati cos tanti anni, non guardatela disse la signora Pedersen con fare brusco.

Gir molte pagine in successione.

Mamma non andare cos veloce, strapperai le pagine fece Hilda. Fa' vedere a Jesse questa qui. Guarda, Jesse, questa  nostra madre, ci crederesti? Un'ampia pagina della rubrica femminile del giornale era stata incollata sulla carta. Raffigurava Mary Shirer di Willow Street che riceveva cinque fiocchi blu alla fiera della contea di Niagara del 1920 come premio per i suoi prodotti da forno. Il ritaglio era protetto da un foglio di plastica. Oh, no, per favore, non guardate, sono passati cos tanti anni disse la signora Pedersen, a disagio.

Gir le pagine velocemente e il dottor Pedersen, con un divertito sospiro di rassegnazione, non cerc nemmeno di fermarla. Jesse vide come Mary Shirer si era gradualmente trasformata nella signora Pedersen: fianchi pi grossi, cos come le braccia, un volto sempre pi rotondo fino a diventare quasi sferico, un petto che d'improvviso si gonfiava, i seni come sacchi sporgenti e ricolmi di soffice materia, la carne sotto il braccio traballante come salsicce, tutto il corpo che si ispessiva, che si espandeva verso l'esterno come il tronco di un albero millenario, sempre stretto in corsetti e irrigidito. Una foto recente mostrava la signora Pedersen in piedi - forse per cercare di nascondersi - dietro un tavolo coperto di prodotti da forno per una vendita di beneficenza in chiesa, torte e crostate e brownie e biscotti, una miriade di dolcetti copriva il tavolo davanti alla signora Karl Pedersen, presidentessa della vendita di beneficenza autunnale della chiesa luterana. Una crostata era tagliata in modo tale - i segni della forchetta in punti tali - che Jesse per un attimo vi vide un volto, il volto dolce e felice di un bambino che sorrideva in favore di camera.

Poi passarono alle fotografie e ai ritagli di giornale del dottor Pedersen.

Ce n'erano pagine e pagine: il dottor Pedersen che riceveva un trofeo alla cerimonia del quattro luglio del 1931 a Atwater Park, un uomo calvo che gli stringeva la mano, bandiere sullo sfondo; il dottor Pedersen a un banchetto fiancheggiato da fiori, sul muro alle sue spalle un grosso medaglione di rame che raffigurava Abraham Lincoln ed era accompagnato da parole che Jesse non riusciva a distinguere; il dottor Pedersen sulla copertina a colori del supplemento domenicale, davanti alla clinica Pedersen, appena aperta nel 1933; il dottor Pedersen nel reparto di pediatria di un ospedale; il dottor Pedersen fotografato per un giornale di Buffalo assieme a una bambina in carrozzella, una ragazzina, i due che si rivolgevano un sorriso imbarazzato e la didascalia che recitava Gloria Spanner mostra la sua gratitudine per l'impegno di Karl Pedersen da Lockport, cui deve la vita per la diagnosi della rara malattia del midollo spinale che l'affligge. C'erano grandi foto patinate del dottor Pedersen che saliva a bordo di un treno, o di un aereo, che riceveva in dono strani oggetti in segno di onorificenza: un grosso bastoncino di zucchero, una chiave lunga quanto il suo braccio, un enorme mazzo di fiori, una bambola di pezza gigante, svariate coppe, un medaglione, persino un agnellino, un agnellino vero. E il dottor Pedersen con qualche amico al corso di golf del country club di Lockport, ad altri banchetti, e a straordinarie cerimonie per l'inaugurazione di edifici; e alla festa di Halloween per i bambini invalidi organizzata dall'Elks Club, il dottor Pedersen mastodontico nel suo costume da Arlecchino, un mosaico di rombi di stoffa rossi e neri e gialli, con un cappello da buffone con le campanelle e uno scettro in mano; e il dottor Pedersen su un qualche palco con un uomo anziano di bassa statura, uno di fronte all'altro davanti a un grafico che delineava i progressi di qualcosa, della campagna di raccolta fondi della Community Chest del 1939. C'erano molti articoli di periodici che parlavano di lui - Jesse intravide un titolo che dichiarava Agli occhi dei suoi pazienti quest'uomo non pu che fare del bene - e un'altra prima pagina dello stesso supplemento domenicale che ritraeva il dottor Pedersen nella sua divisa d'ospedale, seduto a una scrivania, e la storia promessa nelle pagine seguenti era intitolata: Scienziato o mistico? Dottor Karl Pedersen di Lockport. Con il passare degli anni il volto del dottor Pedersen si faceva sempre pi pieno e felice, come un palloncino che continuava a essere gonfiato. Jesse avrebbe voluto studiare meglio quelle foto e quelle storie. Era abbagliato da tutto quello splendore, non c'era abbastanza tempo per scovare il senso di tutto ci... E la signora Pedersen aveva cominciato a far passare una ciotola di noccioline salate verso lui e Frederich...

Oh, no, non queste foto orribili disse Hilda. Al cominciare delle sue foto si volt dall'altra parte: una bambina di circa sei anni, gi paffuta, una bambina di nove, di undici, di dodici, alcune erano istantanee, altre fotografie professionali, altre ancora ritagli di giornali e periodici, tra cui l'articolo pi importante, che era stato pubblicato su Life, ed era intitolato Portento in matematica dallo stato di New York sbalordisce professori. Quand'era piccola Hilda era stata allegra e carina, ma con lo scorrere delle foto il suo sorriso svaniva, l'espressione s'inacidiva, fino alla foto su Life che raffigurava una ragazza dalle sopracciglia sporgenti con un corpo di donna informe.

Non sono brutte, Hilda disse il dottor Pedersen.

Almeno mi hai permesso di buttare quello che mi definiva un mostro concluse Hilda.

Oh, Hilda, non era una cosa seria, lo sai come sono fatti i giornalisti disse il dottor Pedersen mostro era fra virgolette, dopotutto...

Un mostro resta un mostro si intromise Frederich.

Era la prima volta che apriva bocca da un bel po'.

Il dottor Pedersen lo ignor. Voltava le ampie pagine del libro con lentezza, riverenza. Jesse, appressatosi a lui, il corpo vicino a quello del dottor Pedersen, guardava attentamente quel che gli veniva mostrato: l'intensit del suo sguardo non era mai sufficiente. Doveva vedere tutto, ricordare tutto. Il libro dei destini, il quale era conservato nella biblioteca del dottor Pedersen, non poteva essere toccato da nessun altro. C'era qualche altra foto di Hilda, un'unica foto di Frederich all'et di circa undici anni, e poi le foto di famiglia, di parenti e amici, circa venti o trenta pagine di queste istantanee domestiche, pagina dopo pagina finch a Jesse cominciarono a far male gli occhi. Poi, in fondo al libro, c'era una sezione intitolata Destini impersonali. Il dottor Pedersen fece vedere qualche pagina a Jesse, ma era chiaro che anche lui era stanco e il suo interesse cominciava a scemare. Molti di questi ultimi erano ritagli di giornali. Parlavano di sconosciuti, dei destini di sconosciuti; Jesse carp che per qualche ragione avevano attratto l'attenzione del dottor Pedersen. Un barbiere di San Francisco era stato investito da un ragazzo di diciannove anni alla guida di una Cadillac decappottabile e sbalzato in aria per finire nei sedili posteriori e, prima morente, poi morto, era stato scorrazzato in giro per tre ore dal ragazzo in preda al panico, ammutolito dal trauma... Un droghiere di ottantasette anni di Cincinnati era stato derubato per tre giorni di seguito, una volta in negozio, una nel parcheggio e una mentre entrava in casa dall'ingresso laterale, e andando in centro per denunciare la terza rapina era stato investito da un ragazzo delle consegne in bicicletta ed era morto... Una famiglia di Portland, Maine, era stata svegliata nel cuore della notte da una chiamata di un'anziana vicina che aveva sognato un angelo mandato a radere al suolo la loro casa, e dieci minuti dopo la casa era collassata ferendo lievemente madre e due dei bambini... Due fratelli gemelli, di cinquantacinque anni, si erano ritrovati a New York dopo molti decenni di separazione per scoprire di essere stati feriti nello stesso identico modo durante la Prima guerra mondiale... Una donna di trentatr anni di Montral si svegliava ogni notte e sentiva il lamento di un bambino proveniente da un muro della sua stanza e, dopo aver chiamato la polizia per denunciare il fatto per molti giorni di fila, aveva dato alla luce un bambino morto, sebbene la signora affermasse di non sapere di essere incinta e di non capire come il bambino fosse finito dentro di lei... A Galveston, Texas, un tassista aveva segnalato che il suo taxi era stato violentemente sollevato dal suolo da una tromba d'aria che aveva preceduto un uragano minore e che la cliente che era in macchina con lui, una donna bianca di sessant'anni circa, era stata risucchiata dal vortice ed era sparita, ma nessuno ne aveva denunciato la scomparsa... Il cuore di Jesse gli martellava in petto mentre leggeva questi stralci, gli occhi che vi si aggrappavano con forza. Il dottor Pedersen prese a girare le pagine sempre pi velocemente. Per qualche ragione non voleva chiudere il libro, forse perch sfogliarlo dall'inizio alla fine era un suo rito personale, ma d'altro canto sembrava proprio voler arrivare all'ultima pagina. Jesse avrebbe voluto trattenergli la mano, protestare. Mancavano solo poche pagine... il dottor Pedersen le scorse velocemente... e proprio alla fine Jesse vide un ritaglio familiare: era riuscito soltanto a intravedere il titolo prima che il dottor Pedersen chiudesse il libro, un titolo che non aveva nulla a che fare con lui e che rigett d'istinto: RAGAZZO SFUGGE A PADRE ARMATO.

No, quel titolo non aveva niente a che fare con lui.

8

Aprile 1941.

Sembrava fosse immersa in un corpo.

Il corpo era stato sollecitato nella sua parte superiore, la testa.

Hilda, mi ascolti?

La testa rispose annuendo. S. S. Suo padre le parlava con voce severa, limpida, quella che usava quando cercava di trattenersi dallo sgridarla. Hilda si diede una scrollata, si sforz di mettere tutto a fuoco. Doveva liberare la mente cos da poter adeguatamente obbedire a suo padre. Le si riemp di numeri, una tempesta di numeri. Si accumularono a formare una piramide, una montagna, poi si condensarono in un singolo numero che si scomponeva in altri numeri, una folla improvvisa di numeri. Doveva liberare la mente da tutto questo cos da poter ascoltare suo padre.

Dunque, tua madre verr a svegliarti presto, intorno alle sei. Dovresti avere abbastanza tempo per farti un bel bagno e dovremmo essere pronti a partire alle sette e mezza. L'aereo decolla alle otto e mezza e sarebbe meglio se arrivassimo l un po' in anticipo. Tutto chiaro?

Che vergogna che il padre dicesse la parola bagno davanti a Jesse, lo sguardo rivolto verso il piatto. Era imbarazzato? Avrebbe capito se fosse stato imbarazzato, forzato a pensare a lei, la sua grassa sorella, la sua brutta sorellastra che si calava in una vasca piena di acqua calda.

Tutto chiaro Hilda?

S, padre.

Not il modo docile con cui la testa le si abbassava e le si alzava sospesa sul suo tozzo stelo e come il suo torso si protendeva in avanti, entusiasta e obbediente, come fosse gi pronta a entrare in vasca.

Cosa indosserai, Hilda? le domand il padre.

Oh, non so ancora.

Le hai comprato qualcosa di nuovo per il viaggio, Mary?

Non me lo ha permesso, non  voluta venire a fare compere con me rispose la madre di Hilda.

Hildie, perch mai? Vuoi avere un brutto aspetto a New York? Non vuoi essere carina? Perch vuoi disonorare tuo padre in questo modo?

Parlavano ancora di lei! Arross e abbass lo sguardo verso il piatto. Era pulito - ripulito dal cibo - e con un gesto automatico ne cerc ancora. Davanti a lei c'era un vassoio di roastbeef. Oh, non so piagnucol come una bambina. Non riusciva nemmeno a guardare il padre.

Non  voluta venire a fare compere, si  rifiutata aggiunse la madre, come a scusarsi.

Allora ce la porter io concluse suo padre.

Hilda mastic la carne in silenzio, bruciante di agitazione. Suo padre in persona l'avrebbe portata a fare compere! Il dottor Pedersen, a fare compere con la figlia! Era consapevole che accanto a lei c'era Jesse che ascoltava tutto e si chiese cosa pensasse di lei. Ci pensava, a lei? Se ne vergognava? Quando si incrociavano nel corridoio del piano di sopra, solo loro due, mentre tornavano in camera o andavano al bagno, quando si incrociavano accidentalmente si scambiavano uno sguardo carico di una sorpresa fulminea e furtiva, sorridevano timidi, distoglievano lo sguardo... Cosa pensava di lei Jesse?

Dato che non sembri in grado di fare da guida a tua figlia stava dicendo suo padre, con tono duro la porter io stesso a fare compere. Almeno cos non far una brutta impressione a New York.

Ma io...

Il padre interruppe la madre di Hilda: Non infastidirmi ulteriormente, per favore, questa discussione  andata avanti fin troppo a lungo.

Cibo. Ciotole fatte passare di mano in mano, per tutta la tavolata, ciotole passate con garbo, come se il loro contenuto fosse vivo, preziose forme di vita. Hilda percep il disagio di sua madre, ma non la guard. Non quel viso tondo dalle guance paffute in procinto di arrossire - quel viso che avrebbe ereditato - no, non l'avrebbe guardato. No. Non avrebbe alzato lo sguardo verso Frederich, dall'altro lato del tavolo. Lo considerava alla stregua di quei ragazzi che talvolta vedeva dalla finestra di camera sua, gi in strada, che passavano davanti al cancello dei Pedersen senza nemmeno rivolgere lo sguardo alla casa. Odiava la sua musica, le sue minuziose composizioni, grandi fogli coperti di note sottili come le zampe di un ragno e scarabocchi e linee e segni che sembravano comporre un codice, un folle codice. Odiava il suo respiro affannoso quando saliva le scale, odiava la sua pallida faccia sovradimensionata, il suono viscido della sua masticazione. Sentiva come lui provava piacere perch lei era stata rimproverata e lo odiava. E proprio accanto a lei sedeva Jesse, immerso in un silenzio imbarazzato, che si dispiaceva sia per lei che per sua madre, che le associava fra loro e si dispiaceva per entrambe...

Hilda chiuse gli occhi e preg: Fa' che mio padre non aggiunga altro. Una stringa di numeri le apparve in testa e oscill come una fila d'api. Ronzanti. Apr gli occhi e riprese a mangiare. Jesse aveva ricominciato a mangiare, a recuperare la salsa rimasta con un pezzo di pane di segale. Vide com'era preciso. Ma lui s'irrigid quando suo padre prosegu dicendo: Nell'ultimo anno Hilda non  stata molto cooperativa. Sta diventando viziata, Mary. Si sforza ben poco di compiacermi.

Ma non credo che...

Per favore, non far finta di non essere a conoscenza di ci che succede nella tua famiglia disse il padre di Hilda. Sta diventando testarda e sciocca. Mi ha messo in grande imbarazzo quando ha finto di stare male e siamo stati costretti ad annullare il colloquio all'universit della Pennsylvania...

Ma stava male davvero, ne sono certa.

Che male! Certo che non era malata.

Ma...

Se c' qualcuno che pu stabilire chi  malato e chi no, quello sono io. E Hilda non lo era. Faceva finta.

Hilda alz lo sguardo con lentezza verso il padre che sedeva a capotavola, gli occhi tinti di rimpianto. Era vero, s, aveva fatto finta di stare male, ma quella volta era cos nervosa. Lasciatemi in pace, chiese rivolgendosi al cielo, o pregher per la vostra morte. Ma poi si irrigid. Si vergogn di se stessa. Colpevole. Suo padre, che non era a conoscenza di quei pensieri, parlava severo a sua madre, ignorando la figlia. Scuoteva l'indice. Discutevano di lei, Hilda la brutta grassona, litigavano per colpa sua davanti a tutti. Le venne fatta una domanda - il suo capo annu, s - la sua testa annu in cima al suo goffo stelo. Una testa di taglia normale, coperta di fiacchi capelli color paglia rimasti increspati da una permanente risalente al mese prima. Era bizzarro che la sua testa fosse di una misura normale. Le dimensioni del cranio erano ordinarie, ma lo stesso non poteva dirsi della carne che lo ricopriva. Tutto ballonzolava. Gonfio. Turgido. Al piano di sopra, in camera sua, Hilda sorrideva allo specchio, si stringeva le guance paffute fra le dita cos che, quando rilassava i muscoli facciali, delle grinze nette e rabbiose le solcavano la pelle.

Perch poi dovrebbe scendere per pranzo vestita in questo modo? Non  neanche un vestito! Sembra un sacco di patate - e nemmeno pulitissimo...

Si veste bene quando va in chiesa, lei...

Mary, non contraddirmi. Parlo di com' conciata adesso. Perch mai viene a tavola con un vestito del genere? Sembra cucito con le sue stesse mani.

S, se l'era cucito da sola partendo da molti scampoli di cotone. Era iniziata come uno scherzo, una buffonata di vestito, una sacca informe. Ma quando se l'era provato aveva scoperto che era talmente brutto da rendere meno evidente quant'era brutta lei: era un vestito straordinario! Aveva insistito per indossarlo nonostante le perplessit di sua madre.

Hilda ha qualche problema... abbiamo qualche problema a trovare dei vestiti che le stiano bene...

Sua madre esit.

Allora ce la porter io, subito dopo pranzo. S. Voglio che la mia bambina sia il pi carina possibile. Ovviamente devo occuparmi io stesso anche di questa sfera della vita domestica.

S, padre. Hilda e sua madre annuirono obbedienti.

Immagino che Jesse abbia tutto il necessario per questo viaggio...

Jesse sarebbe andato con loro. Era la prima volta dopo anni che qualcuno accompagnava Hilda e suo padre a uno dei suoi esami.

S, padre. La signora Pedersen si era riempita di contegno ed era propensa a essere d'accordo.

E avremo il migliore aspetto possibile, non  vero?

S, s.

L

sotto al cuore

l

in quella piccola sacca dove potrebbe crescere un bambino, dove i libri di medicina nella biblioteca di suo padre mostravano sarebbe potuto crescere un bambino, era l che lei si rifugiava da loro. Da tutti loro.

Non aveva bisogno di guardarli, di esaminarli. Non aveva bisogno di spiare il fratello adottivo Jesse. Erano l, memorizzati l, dentro di lei, nel suo spazio segreto. Il padre era l, popolava quello spazio con il suo volto e il tono della voce, sempre indaffarato; la madre era l, sempre, in silenzio con il suo sorriso impotente; Frederich era l, la faccia paffuta, i denti marci perch era troppo pigro per spazzolarseli; e Jesse...

Jesse: un ragazzo di quindici anni. Gli occhi verdi e grigi, sempre in moto, inquieti e precisi, incastonati nelle sue ossa facciali sporgenti. Lentiggini sulla fronte, un'aria di innocenza fanciullesca, di consapevolezza. Eppure pareva preoccupato, tormentato. In quella faccia che cresceva con i suoi occhi dal taglio netto e il naso e la bocca prominenti, si insediava il volto di un bambino, la precariet del volto di un bambino insita nell'espansione crescente delle sue carni. Aveva una bella pelle, in salute, abbronzata. Era l'unico della famiglia a passare del tempo all'aria aperta. A volte Hilda lo osservava dalla finestra della sua stanza, protetta dalle tende, mentre lui lavorava fuori con il loro dipendente, scavava nel vasto giardino fiorito della madre. Anche lui si era ingrossato. Lei percorreva a passi nervosi la sua stanza dalle tre e un quarto finch lui non tornava da scuola, quando lei si affrettava ad andare alla finestra per guardarlo dall'alto con espressione corrucciata, quello sconosciuto, quel fratello adottivo che camminava per strada con i libri sotto al braccio, un ragazzo dai capelli rossicci fra cui la luce passava fulminea quanto il tumulto dei suoi pensieri... Tratteneva il fiato, chiedendosi se quel ragazzo avrebbe davvero attraversato il cancello. Viveva l, davvero? La stanza di lui era davvero di fronte alla sua?

Talvolta lo guardava di nascosto e gli sembrava stesse pensando a grande velocit, la mente che galoppava. Lo si vedeva dalla superficie della pelle, era come uno specchio d'acqua, si increspava e tremolava come punta da spilli. Ma quando rispondeva alle domande di suo padre non era per niente nervoso. Parlava come suo padre, echeggiava le sue pause, enfatizzava determinate parole... Era inquietante il modo con cui si dipingeva agli occhi degli altri, un ragazzo cos preciso e articolato, che parlava con un tono simile a quello di un uomo adulto. Qualche giorno prima il dottor Pedersen l'aveva perseguitato per trenta minuti, trenta minuti filati in cui l'aveva tempestato di domande di anatomia, persino sui diagrammi verbali dell'anatomia umana. A quanto pareva Jesse aveva memorizzato un libro sull'argomento. Erano rimasti tutti attenti, avevano lasciato che il cibo si freddasse mentre Jesse rispondeva alle domande facendo solo qualche breve pausa. Hilda aveva sentito il suo volto farsi freddo e duro ad ascoltare tutti quei discorsi. Jesse! Che sorpresa quel fratello adottivo! La superficie soffice della sua pelle era stata segnata da una decina di linee d'espressione. Perch fai quelle facce? le aveva chiesto suo padre, tagliente.

Lei si immerse dentro di s. Riprese a mangiare. Tutti attorno a lei mangiavano, pacifici. Torn in quel suo luogo segreto, come fosse un bambino che cresceva dentro quel corpo immenso, lei stessa il corpo, che nutriva se stessa. Al livello pi superficiale delle sue carni c'era dell'attivit: mangiava. Le fauci si muovevano, i denti tritavano e tritavano, seguivano una danza ruvida e poderosa. Era un'attivit affascinante. Le labbra discoste, la bocca aperta, qualcosa veniva inserito nell'apertura, le fauci seguivano secoli d'istinto, puro istinto, e il cibo veniva inumidito, masticato fino a diventare poltiglia, ingoiato. Era pura magia. Attorno al tavolo, riunita in quell'incanto, la famiglia sedeva a mangiare, tutti loro mangiavano, brillavano dal piacere di mangiare insieme in una sorta di comunione, le teste chine nell'atto di sfamarsi. Hilda guard furtivamente il padre e vide come le sue narici si dilatavano nello sforzo della masticazione, il viso gli si arrossava gradualmente, un viso attraente, proprio attraente racchiuso nel rivestimento rigonfio e turgido della pelle, gli occhi penetranti e rilucenti come quelli di diabolici, ossuti uccellini.

Il pranzo era finito. Spinsero indietro la sedia, si alzarono da tavola, Hilda con loro. La carne voluminosa che rispondeva al nome di Hilda assieme a loro. In piedi. Sedie spostate. Camminare, andarsene riluttanti. Il dottor Pedersen venne al suo fianco e sospir con rammarico, con fare comico, passandole un braccio sulle spalle. Sei una ragazza capricciosa, eh? Una ragazza sensibile, non  vero? Dobbiamo scegliere un vestito che metta in risalto le tue qualit.

S, padre.

L'ampio armadio vicino all'ingresso, dove tenevano i cappotti. Odore di sequoia. Il cappotto pi leggero fra quelli invernali di Hilda, sospeso a mezz'aria per permetterle d'infilarvi le braccia, ma il dottor Pedersen l'aveva sollevato un po' troppo in alto e lei fece fatica a infilarselo, con gesti goffi. Hilda avrebbe voluto tornare a sedersi a tavola, tutto il giorno a tavola, cieca e sorda, sola, a sentire il cibo silenzioso dentro di lei mentre il suo corpo lo digeriva e lo trasmutava in sangue e carne. Ma no. Doveva allontanarsi dal tavolo, vestirsi per uscire, affrontare gli sguardi dei curiosi.

Suo padre apr la porta di casa e fece entrare una folata d'aria fredda.

Magnifico! Che giorno rinvigorente.  un meraviglioso segmento storico, quello in cui viviamo, Hildie dichiar.

S, padre.

Non curarti delle notizie sconfortanti. Credi solo in quel che ti dico. Io so come interpretare la realt al posto tuo disse.

Si diressero verso la grande macchina nera.

Devi lasciarmi interpretare ogni cosa al posto tuo, proprio come fa Jesse. Jesse  simile a com'ero io da piccolo: guarda, impara,  grato per tutto quello che gli viene dato. Sa bene come sarebbe la vita se dovessi rispedirlo all'orfanotrofio - lui lo capisce -, apprezza tutto.  simile a com'ero io da piccolo, assorbe tutto, si concentra con la mente e con il corpo, il suo intero essere, su quello che si trova ad affrontare. Diventer la forma completa dell'essere che ho immaginato per lui.  come se il suo futuro spirito e il mio spirito fossero in comunione, nel presente. Tu e Frederich siete dei geni, certo. Jesse non lo . Tu e Frederich possedete dei doni soprannaturali, ma vi manca il coraggio, vi manca una direzione, dovete essere pi obbedienti... e tu, in particolare, devi essere pi obbediente... Intesi?

S, padre.

S, tu sei un genio e questa  una responsabilit enorme. Ma sei anche una ragazza molto carina. Intesi?

S, padre.

Percorsero Locust Street. Hilda si chiese: suo padre parlava di lei come di un genio perch era vero (d'altronde, era quella la parola che avevano sempre usato negli articoli di giornale) o perch voleva risvegliare qualcosa in lei, tendersi verso il profondo spazio privato collocato sotto il suo cuore? Sapeva qualcosa del suo s segreto, che non era affatto sua figlia e nemmeno una femmina? Sapeva qualcosa del s che si nascondeva da lui e che tramava contro di lui? Che una volta aveva persino frantumato un bicchiere avvolto in un canovaccio con l'idea di ridurlo in frammenti finissimi da nascondere nel suo cibo, per farlo fuori!

Forse sapeva tutto.

Forse lui stesso l'aveva creata, lui stesso l'aveva data alla luce. Forse era seduto nel suo ufficio privato e buio, immerso nel silenzio, e l'aveva immaginata fino a crearla. Un genio di figlia. E un genio di figlio. E poi un figlio adottato, che chiaramente amava pi di quanto non volesse bene a quelli veri...

Nel negozio di vestiti.

Il sorriso della commessa traballava come gelatina. Buon pomeriggio, dottor Pedersen disse. Il padre di Hilda la salut allegro. Poi si mise a sedere in una poltrona dai cuscini dorati dotata di braccioli, nel complesso un po' troppo piccola per lui. Incroci le gambe e si strofin le mani con entusiasmo, come se quell'uscita per andare in un negozio di abiti da donna fosse per lui una sorta di avventura. La commessa port loro tre vestiti. Taglie enormi. Hilda chiuse gli occhi per qualche istante. Dall'altro lato del negozio due clienti guardavano nella loro direzione.

Il vestito verde disse il dottor Pedersen.

La commessa port Hilda nel camerino sul retro. Hai bisogno d'aiuto?

No.

Lascia che ti aiuti a sbottonare il vestito...

No, lo faccio da me.

Hilda si volt dall'altra parte.

Prov a tirare la tendina del camerino, ma non era lunga abbastanza. Si fece di ghiaccio. Lo spazio racchiuso in lei si fece piccolo dalla paura... Fece tutto il possibile per trattenersi dal contare, moltiplicare, dividere, immaginare una montagna di numeri... immaginare una piramide di numeri con base lunga quattro metri e altezza di tre...

La commessa cerc di aiutarla a serrare la tenda.

Non verr nessuno qui sul retro disse.

Qualcuno potrebbe vedermi...

No, cara, davvero... non verr nessuno qui sul retro...

Non lasci che nessuno venga da questa parte disse Hilda.

La commessa sorrise e and via. Hilda armeggi ancora con la tenda, ma quando toccava il bordo da un lato, restavano cinque centimetri scoperti dall'altro. Oh, maledizione, maledizione bisbigli Hilda. Si arrese e decise di provare il vestito. Il camerino era molto stretto, come una gabbia. Non capiva come qualcuno potesse vestirsi l dentro. Specchi sui tre i lati; prov a non farci caso. Non le fu facile sbottonarsi il vestito. Aveva cucito lei stessa quel gancetto e ora non riusciva ad aprirlo. Poi la cerniera. E se si fosse rotta? Sbatt il gomito contro il muro e il contraccolpo le attravers tutto il braccio. Ti prego, Dio, fa' che vada bene. Fa' che mio padre non si arrabbi con me mormor. Aveva abbassato la zip e il vestito le era sceso sui fianchi. Era buffo che fosse cos aderente, se pensava che se l'era cucito lei stessa per scherzo, un semplice sacco, ma s, era gi troppo stretto. Se lo tir gi per i fianchi. Trattenne il respiro e sper che non si strappasse. Poi pass oltre e le scivol attorno alle caviglie.

Sudore.

Avanti con l'altro vestito! Si affrett a infilarselo prima che arrivasse qualcuno e la vedesse. E se un ragazzo delle consegne passava dal retro? E se fosse venuto suo padre? A volte sentiva un formicolio sulla nuca, era certa che qualcuno la stesse osservando, e voltarsi di scatto a guardare non sarebbe servito, perch sapere che l non c'era nessuno non cancellava quella formicolante sensazione di vergogna. Sfil il vestito dalla gruccia e not con sgomento che sembrava troppo piccolo. Troppo piccolo! Se lo poggi sul corpo e guard in basso. Un vestito verde con un fiocco di velluto bianco sul collo, un vestito elegante, che l'avrebbe fatta sembrare enorme... una vacca... Si sentiva pungere sotto le ascelle come da scarafaggi.

Hildie, Hildie.

Suo padre la chiam con un tono perfettamente piatto e privo di inflessioni.

S, padre strill lei.

Quanto fatica per mettersi quel vestito nuovo! Decise di non provare nemmeno a indossarlo dalla testa, dunque lo infil dai piedi. Lo tir su con uno strattone. Era troppo stretto sui fianchi. Ma doveva indossarlo, doveva indossarlo... Suo padre la chiamava: Hildie, ti sbrighi?. Non seppe dire se fosse davvero impaziente o se la prendesse in giro. Aveva le guance protese dalla disperazione. Avrebbe soltanto voluto chiudere gli occhi, farsi cieca e sorda, lasciar galleggiare gambe e braccia ovunque volessero andare e immaginare i numeri: una cascata di numeri che si moltiplicavano fra loro, puliti, privi di corpi, privi di sostanza, ignari di tutto ci che  legato alla carne. Numeri... ma si riebbe e torn lucida. Era in un camerino sul retro del negozio Modern Fashions, suo padre l'attendeva, doveva riuscire a infilare il suo corpo in quel vestito... perse l'equilibrio e quasi cadde, si sbilanci in avanti e il vestito le tir sul ginocchio...

Ma non si strapp!

Piano, s, piano, si tir su il vestito. Cerc di non guardarsi allo specchio. Su per i fianchi, piano, piano, ma di che bel verde acceso era quel vestito - troppo stretto - una goccia di sudore le cadde dal volto e bagn il pannello frontale dell'abito...

Hilda.

S, padre. S.

D'improvvis torn la commessa, era dall'altra parte della tenda. Ha bisogno d'aiuto con il vestito, signorina Pedersen? domand timidamente. Sarei lieta di...

No! Se ne vada!

Chiudere la zip fu una fatica immane. Dovette allungarsi all'indietro, il braccio ritorto, la spalla contorta... poi, all'improvviso, le sembr che il vestito si strappasse sotto il braccio... Esit. Poi prese coraggio e tir la zip sino in cima.

Ce l'aveva fatta!

Le parve di essere nelle profondit di un corpo stretto in un vestito verde con un fiocco bianco sul davanti.

Almeno riusciva a respirare? Non c'era tempo per verificarlo. Il vestito era troppo piccolo, ma non c'era tempo, non c'era tempo... il tempo di suo padre era denaro e la mattina dopo avrebbero dovuto prendere un aereo per andare all'Istituto MacLeod... Usc fuori in tutta fretta e and da suo padre, il cappotto ben abbottonato sulla pancia, teso dall'impazienza.

Oh, no. No. disse lui.

E serr gli occhi.

Torn nel camerino. Sforzo, fatica. Qualche minuto dopo era infagottata in un altro vestito, di due taglie pi grande di quello verde. Bene. Era un abito marrone con un colletto fanciullesco. Torn dal padre accanita per ottenerne l'approvazione, angosciata e affannata in un corpo che aveva bisogno, secondo i produttori di vestiti provenienti da tutto il mondo, della taglia 57. I numeri roteavano davanti ai suoi occhi, dietro le palpebre, ma non vi si arrese. Non ancora.

Suo padre quella volta sorrise. S, molto meglio dichiar.

E cos comprarono il vestito. Costava solo trenta dollari, nonostante le dimensioni.

Dato che era stata brava, il dottor Pedersen la port al Royal a prendere un gelato. Non le importava della gente che li fissava per strada. Se fosse stata sola si sarebbe vergognata, e difatti non lo faceva quasi mai. Ma era orgogliosa di essere con suo padre, un uomo stimato da tutti. Consider con malizia quanto dovessero attrarre l'attenzione, padre e figlia, e quanto doveva essere dura per le persone comuni che li guardavano: il dottor Pedersen e sua figlia lungo le tetre strade ordinarie di Lockport, New York. La citt non era abbastanza grande per loro. Non abbastanza immaginativa. Hilda aveva la sensazione che il suo s pi profondo fosse sul punto di esplodere, di sventrarsi come una stella, un seme germogliante in una ripresa accelerata di un filmato sulla botanica. Era cos felice.

Entrambi presero il gelato. Poi Hilda ordin una banana split perch l'aspettava un giorno speciale. Le servirono la Banana Royal da cinquanta centesimi: un gigantesco piatto di ciuffetti di panna, noci, ciliegie sciroppate, gelato alla fragola, al cioccolato e alla menta piperita accompagnati da grandi fette di banane mature. Doveva essere mangiato in fretta, prima che si sciogliesse. Hilda aveva l'acquolina in bocca. Non c'era motivo di pensare ai numeri, alla purezza incorporea dei numeri, di sommare una colonna alta cinquanta cifre, condensare la galassia numerica in una singola cifra... Non c'era motivo di pensare a nient'altro che alla Banana Royal, che andava mangiata in fretta, prima che si sciogliesse.

Si scopr affamata come un lupo.

Mentre lei mangiava, suo padre parlava con tono gentile: Se dovesse succedermi qualcosa, Hilda, ricordati della forza che ho cercato di infondere in te. Ricordami cos, Hilda. Cos sarai sempre forte. Mi serberai dentro di te, in un certo senso, anche quando me ne sar andato... Dentro di te, mi porterai per sempre dentro di te. Capisci cosa intendo?.

Lei lo guard.

Capisci cosa intendo, Hilda?

Annu. S, capiva.

Lui parlava e lei annuiva mentre continuava a mangiare. Il gelato la rendeva ancora pi affamata. Come mai? Certo che capiva cosa intendeva suo padre. Lui sapeva di quella sacca al suo interno, quel vuoto magico ed elastico che non sarebbe mai stato pieno, non importava quanto mangiasse: aveva la stessa estensione di un universo intero.

Domani andr bene, cara mia, non ti preoccupare. La mia bambina  brava, proprio brava...

L'acquolina in bocca scorreva copiosa come lacrime.

*

I dottori, i professori, mi salutano con le solite espressioni in volto, ormai me le aspetto. Guardo al di l di loro con freddezza, non parlo, lascio che sia mio padre a farlo. Eccolo, ecco il mio avversario... mi ritrovo a guardarlo, il volto che si fa acceso e teso mentre i dottori sciorinano istruzioni.  tutto un dottor Pedersen di qua e un dottor Pedersen di l. Sono ansiosi di compiacerlo. Parlano di me, attorno a me, come se non potessi sentirli.

Continuano a ripetere gli stessi concetti: il corpo che abito ha quattordici anni.

L'uomo all'altro capo del tavolo ne ha trentaquattro.

Io mi chiamo Hilda Pedersen.

Lui si chiama Oscar DeMott.

Mio padre  al mio fianco, sempre al mio fianco. Guardo verso il pubblico che affolla il piccolo anfiteatro: sono dottori, studenti di medicina, professori dai volti curiosi. Jesse  seduto in prima fila, grosso quanto un adulto. Uno dei dottori ci presenta al pubblico. Dice qualche parola riguardo i fogli ciclostilati che vengono fatti passare fra loro. All'altro capo del tavolo siede il mio avversario - non  una bella parola da pensare, ma  vera - e sembra pi giovane della sua et. Mi guarda e forse pensa che sembro pi vecchia della mia et. Be', non abbiamo scelto le nostre et. Non abbiamo scelto i nostri corpi. Oscar siede inarcato su una sedia a rotelle, sua madre dietro di lui, innaturalmente vicina a lui, guarda verso me e mio padre. Il dottore ha preso a parlare di Oscar, che viene dalla lontana Gainesville. Non mi curo di tutto questo, succhio una caramella. La mente mi gioca brutti scherzi, ansiosa di sfuggire al mio controllo. Faccio scorrere numeri in forma di piramide, come se flettessi un muscolo, rivolto la piramide al contrario, poi la faccio poggiare sul lato destro.

... Hilda? dice il dottore. Deve avermi fatto una domanda. Non avevo capito che l'esame fosse gi iniziato e non posso fare altro che guardare verso di lui. Gli vedo quello sguardo in volto - proprio quello sguardo -, quello che mi rivolgono tutti.

Mio padre risponde alla domanda al posto mio.

Un lungo tavolo lucido. Posacenere davanti a tutti, anche davanti a me. Il vestito marrone  gi troppo stretto, soprattutto sotto le braccia. Oscar indossa un completo nuovo di un azzurro acceso e una cravatta a righe. Sua madre, un fagiolino grigiastro di donna, indossa un vestito giallo chiaramente acquistato per l'occasione. Oscar DeMott: pelle di pergamena, denti lievemente ritorti verso l'interno della bocca e marci, naso adunco e ossuto e nervoso. Vedo dei peli che spuntano dalle narici. Gli occhi sono contornati di un'ombra, quasi dei lividi. Forse si strofina gli occhi con i pugni. Gli zigomi sono percorsi da un tic appena visibile; quanto vorrei non vederlo. Vedo molte cose. Il mio volto cerca di aprirsi in un sorriso rivolto a Oscar, dal lato opposto del tavolo.

Perch non  Jesse, perch non posso affrontarlo faccia a faccia?

Cavi. Ci applicano dei cavi, a Oscar e a me. Fortuna che il vestito ha le maniche corte. Mi sistemano uno strano aggeggio sulla fronte. Lo ignoro. Ignoro il ragazzo che si occupa di me. Sono dietro quella fronte, mi nascondo. Oscar  troppo prossimo alla superficie della pelle, anche se ha trentaquattro anni e dovrebbe ormai saperlo; il tic gli pizzica le guance, sembra spaventato da quell'apparecchio. Gli dicono che non far male. Non  niente, Oscar pigola sua madre. Guarda verso il pubblico, imbarazzata. Le luci sfolgorano. Non presto attenzione a loro o agli uomini nell'anfiteatro, nemmeno a Jesse; sono nell'oscurit, al sicuro dentro me stessa, moltiplico numeri, li cancello e li moltiplico nuovamente.

... una sessione informale, pi che altro una conversazione... vi prego di alzare lo sguardo e di parlare con chiarezza...

Si parte.

Il dottore si prepara ad alzare un cartello bianco con su scritti dei numeri. Si china a raccogliere qualcos'altro e in quel momento noto che ci sono quarantasette numeri su di esso. Li addiziono in un secondo e do la risposta: Cinquemilanovecento....

Cinquemilanovecentosessantatr mi interrompe Oscar.

Il dottore si guarda attorno, sbalordito.

Chiudo gli occhi e dico ad alta voce: Moltiplicati in serie: quattrocentosettantatr milioni, settecentomila....

Quattrocentosettantatr milioni, settecentomiladuecento... risponde Oscar con uno strillo acuto.

... novantuno! grido.

Il pubblico si anima.

Il dottore ci sorride nervoso. Non avevo intenzione di dare subito inizio all'esame dice. Per prima cosa avevo pensato di dare una piccola dimostrazione della vostra capacit di memorizzazione numerica, ma a ogni modo... e consulta le carte che ha davanti. Non ne  ancora certo. Evidentemente sta controllando le risposte; ma noi gliele abbiamo gi fornite. Passa qualche secondo d'imbarazzo. Scarto una barretta di cioccolato e la mangio in tre morsi netti. S... credo che le vostre risposte siano corrette... dice il dottore. Hilda, puoi raccontarci come sei arrivata a questo risultato? Il primo, l'addizione di questi numeri?

Accartoccio l'involucro.

Silenzio.

Be', Oscar, vuoi raccontarcelo tu? Quali processi mentali hai seguito?

Oscar si passa il dorso della mano ossuta sul naso e non dice nulla.

Nessuno di voi due  cosciente del processo con cui  giunto al risultato? chiede il dottore.

Io e Oscar aspettiamo impazienti il prossimo cartello.

Visualizzate tutto a un tratto la risposta? Non avete bisogno di un certo margine di tempo?

Silenzio.

Qualcuno del pubblico tossisce. Smetto di guardare fuori, spengo la mente. Faccio scorrere i numeri di quel cartello su e gi per la mia testa, per tenermi impegnata. Accanto a me, mio padre  seduto tutto orgoglioso.  all'estremit del tavolo. Dal lato opposto c' un altro dottore, poi Oscar e sua madre, e infine c' il dottore che parla. Dice di voler cominciare con un test di memorizzazione. Ci mostra un cartello... un gioco da ragazzi! Chiudo gli occhi dopo il primo secondo e comincio a enunciare i numeri. Sono settantadue. Oscar si unisce a me, noi due che scioriniamo numeri il pi velocemente possibile. Penso di aver finito io per prima, anche se di poco.

Il dottore accanto a me prende appunti.

Posso chiedervi di addizionare i numeri che avete appena...

Io e Oscar diamo la risposta, all'unisono.

Corretto... s,  corretto... dice il dottore. Hilda, puoi fornire qualche commento sulla tua prestazione? Vieni a conoscenza delle risposte all'istante?

Chiudo gli occhi, non vedo nulla.

Hilda, ti ha fatto una domanda dice mio padre.

No. Scuoto la testa.

Oscar...?

Oscar non dice nulla. Percepisco la sua impazienza.

Descriveresti questo processo come visivo, in qualche modo? Nella tua testa vedi i numeri stessi? O vedi solo la risposta? Vedi qualcosa... o semplicemente sai gi la risposta?

Perch perdere tempo con queste domande idiote!

Dopo qualche minuto si arrende. Alza un altro cartello da farci memorizzare e moltiplicare. Nello stesso istante io e Oscar distogliamo lo sguardo, chiudiamo gli occhi e diamo insieme la risposta.

Corretto... s... la risposta  giusta...

Il pubblico freme. Qualcuno ride incredulo. Scarto un'altra barretta e la bocca mi duole alla vista delle mandorle caramellate, il mio gusto preferito. Percepisco la gente attorno a me, gente a disagio. Persino mio padre  a disagio. Nel piccolo anfiteatro qualcuno fuma. Il fumo si innalza verso il soffitto. Sto bene attenta a non guardare verso Jesse, in prima fila. Sto andando bene? Le persone sono soddisfatte? Mio padre sussurra: Eccellente, cara e mi d un buffetto sulla mano; la sua  grande quasi quanto una pagaia.

... un problema pi complesso... che comprende svariati processi distinti... dice il dottore. A me e a Oscar non resta che aspettare, che arrivi alla parte importante: ai numeri. Tutte le risposte risiedono in noi, in attesa. Conosciamo le risposte a tutte le domande. Perch hanno bisogno di tutto questo tempo prima di porci le domande?

Era ora!

... il numero che elevato al cubo, meno quattordici, moltiplicato per sessantanove d come risultato settantunomilacinquecentoventi...

Io e Oscar forniamo la risposta all'istante.

Ci guardiamo timidamente. Non sembra molto pi vecchio di Frederich.  giallastro e malaticcio e scheletrico; al solo guardarlo mi viene voglia di mangiare un'altra barretta alle mandorle. Faccio troppo rumore nello scartarla e mio padre deve intervenire: Con calma, Hildie e sento occhi puntati su di me da ogni direzione. Cerco di nascondere la barretta in grembo.

I cavi che pendono dalla mia testa mi danno fastidio.

... elevate alla sedicesima dice il dottore lentamente, leggendo ad alta voce la somma dei numeri che sto per mostrarvi... e volta verso di noi un cartello che riporta undici numeri. Ho le vertigini. Io e Oscar cominciamo a snocciolare il risultato all'istante.

S, risposta esatta...

Un attimo di silenzio. Il dottore sembra aver perso il filo.

... tali doni risultano evidenti sin da una giovane et... questo  valso sia per Hilda Pedersen che per Oscar DeMott... Il dottore parla di noi per un po' con fare incerto. Qualcuno dal pubblico alza la mano e fa una domanda; il dottore accanto a me risponde. Vaglio accuratamente le loro parole e non riscontro la presenza di numeri, niente su cui lavorare. Smetto di ascoltare. Ad un certo punto anche mio padre risponde a una domanda. Parla per svariati minuti. Sebbene io non presti attenzione a ci che dice, percepisco l'attenzione nei suoi confronti, nelle sue risposte. Recupero la barretta che avevo posato sulle ginocchia e ne prendo un morso.

Parte una domanda: ... un volume di 231196736821,20 metri cubici quanti solidi di base 13096,04 metri, altezza 405284,94 e spessore 33023,56 metri....

Mi servono uno, due, tre secondi per pensarci; anche Oscar esita. Poi forniamo la risposta, quasi nello stesso momento. Entrambi la gridiamo.

A qualcuno sfugge un'esclamazione di sorpresa, ma non mi scomodo ad alzare lo sguardo. Il cuore mi batte fortissimo. Vorrei strapparmi i cavi dalla testa ed essere libera - vorrei correre attorno al tavolo - e Oscar si contorce dal nervosismo, una spalla che si contrae ritmicamente. Viene presentato un altro uomo. Il dottor Miles Gordon dell'Istituto MacLeod proseguir con l'esame... Chi sono queste persone? Sono un po' confusa. Mio padre mi passa una pallina di marshmallow ricoperta di cioccolato e avvolta in carta argentata. Muoio di fame. La saliva mi scorre in un rivolo rapido gi per il mento e devo asciugarmela con il dorso della mano.

La prossima serie di domande richieder...

Smetto di ascoltare per riprendere solo quando viene posto il quesito. Sono cos agitata che ora devo togliermi i cavi, non sopporto che mi trattengano... dunque li strappo via e spingo la sedia all'indietro per alzarmi. Urlo la risposta mezzo secondo prima di Oscar, mi pare. Mio padre cerca di rimettermi a sedere, ma sono troppo presa dalla situazione.

Respiri affannati. Boccate d'aria calda e rarefatta.

Jesse mi star guardando? Sar orgoglioso di me?

L'esaminatore fa un'altra domanda e stavolta non riesco a stare ferma. Corro verso l'altro capo del tavolo e mentre lo faccio do la risposta. Oscar picchia i gomiti sul tavolo e d la risposta, in segno di sfida. La sedia a rotelle trema.

S, s,  corretto... s...

L'esaminatore fa un sorriso vago rivolto a me e Oscar. Quello sguardo in volto. Sia io che Oscar lo conosciamo bene.

La prossima domanda richieder un processo cognitivo leggermente pi complesso dice l'esaminatore. Com' che si chiama? So che  un dottore, ho sentito il suo nome solo qualche minuto fa, eppure non riesco a ricordarlo.

Quali sono i giorni della settimana?

Rispondo d'un fiato: Lunedmartedmercoledgiovedvenerdsabatodomenica!.

Ma Oscar non fiata.

Si protende contro il tavolo. Balbetta qualcosa, poi si interrompe.

Dopo una pausa l'esaminatore chiede: ... i mesi dell'anno?.

Oscar non lo sa. Me ne accorgo subito e distolgo lo sguardo da lui quando rispondo: Gennaiofebbraiomarzoaprilemaggiogiugnoluglioagostosettembreottobrenovembredicembre!.

Tutti restano in silenzio.

Ora passiamo a una domanda d'altro tipo... A che giorno corrisponder la seconda domenica dell'agosto 1941?

Io...

Oscar dice immediatamente: 12 agosto.

Giusto.

Ho la mente completamente vuota.

E il terzo mercoled del giugno 1444?

Il 20 giugno del nostro calendario fa Oscar, quieto.

Giusto.

Per la vergogna mi riempio la bocca di qualcosa - cioccolato -, ho una fame da lupo e non oso guardare nessuno.

Oscar, sai spiegarci la tua capacit di rispondere a questo specifico tipo di domande?

Oscar non dice nulla.

Mi riposizionano i cavi sulla fronte, sul mio colossale braccio, attorno al mio petto colossale, sono abili e furtivi, come ansiosi di allontanarsi al pi presto da me. Li ignoro. Un giovane dottore e un'infermiera, suppongo sia un'infermiera; li ignoro. Non mi preoccupo nemmeno di masticare il cioccolato che ho in bocca: sono la mandibola, la mascella, i miei denti perfetti a fare il lavoro.

... Hilda e Oscar, sapete dirci dove ci troviamo?

Mi guardo le mani con fare indisponente. Dev'essere uno scherzo. Oscar non ha idea della risposta.

Chi di voi sa dirmi il nome del posto dove ci troviamo in questo esatto momento?

Istituto MacLeod rispondo. Sembrerebbe la risposta giusta, dunque proseguo: 235 West Bryant Drive, Queens, New York.

S. E che giorno  oggi?

23 aprile 1941 dico.

Ma Oscar non risponde.

Dagli astanti si alza un brusio. Dovrei essere contenta, no?... e allora perch voglio alzarmi di nuovo, mi allontano dal tavolo con una spinta? Inciampo nella sedia di qualcuno - quella del dottore che ho accanto - e inizio a correre da un capo all'altro del tavolo, di nuovo, ansimante. Mi chino per sistemarmi i calzini. Mio padre mi rimprovera: Hilda, Hilda, stai disturbando l'esame....

Sar tutto finito tra qualche minuto fa l'esaminatore, nervoso altri tre minuti...

Ah, l'eccentricit che porta con s il suo dono... dice il padre.

Do uno strattone ai calzini. Jesse star guardando? Sar orgoglioso di me? Ho i calzini un po' sporchi per via delle tracce di cioccolato rimaste sulle dita. Torno verso mio padre e so che tutti mi stanno guardando. Il volto di Oscar si muove convulsamente, come se anche lui volesse alzarsi in piedi e mettersi a correre attorno al tavolo. I cavi gli scivolano dalla fronte sudata.

Mio padre mi afferra con fare giocoso e mi fa sedere.

Le prossime domande... le prossime domande richiedono sia abilit di memoria che di calcolo dice l'esaminatore. Si esprime con lentezza e apprensione. Hilda e Oscar, vi inviterei a moltiplicare il quarto numero del primo cartello che vi abbiamo mostrato per il settimo del secondo...

Ho bisogno di qualche secondo per elaborare questa domanda, ma anche cos do la risposta prima di Oscar. Anche lui risponde con un urlo. Gli occhi gli si sono fatti pi scuri, come se i lividi si fossero estesi. Gli tremano le labbra.

Vi chiedo di dividere la somma dei numeri del terzo cartello per il cubo del quarantatreesimo numero dell'ottavo cartello...

Passano cinque, sei secondi. Dove si nasconde la risposta? E poi arriva: la do il pi presto possibile. Oscar risponde nello stesso momento. Prima che il dottore faccia un'altra domanda, prendo un dolcetto dalla tasca di pap e lo scarto. Oscar ha gli occhi sporgenti.  scheletrico come un corvo, ha il petto scavato. Povero Oscar!

Oscar, va tutto bene? Interrompiamo la sessione?

Emette un gemito e scuote la testa da un lato e dall'altro.

Forse dovremmo interromperci...

Tutti rivolgono lo sguardo verso Oscar. Ma perch mai dovrei credere in quei volti? Nel mio stesso volto? Dietro quello di Oscar si nasconde qualcuno e io riesco a vederlo, negli occhi adombrati, nel tic dei suoi zigomi, lo vedo combattere.

No, non  necessario! strilla la signora DeMott.

Oscar non dice nulla.

Ma suo figlio... come sta, suo figlio? domanda il dottore.

Passi alla prossima domanda. Lui sta bene.

Oscar le prende il fazzoletto di mano e se lo passa in volto. Sembra stare meglio.

... l'ultima domanda... richieder la formulazione di numerose ipotesi e svariati processi differenti. Hilda e Oscar, vi chiedo di sommare la data del terzo mercoled dell'aprile 1265 secondo il nostro calendario al totale delle vostre reciproche et moltiplicate fra loro...

Di traverso.

Il cioccolato mi  andato di traverso.

Oscar prende a mugolare.

Io soffoco, mi strozzo. Gli occhi cominciano a sporgere come quelli di Oscar, ma lui geme, si dibatte da un lato all'altro...

Oscar! strilla sua madre.

Gli cade addosso. Qualcuno grida. C' della confusione, la gente si agita per tutta la stanza, i grossi riflettori si spengono. Come in un battito di ciglia! D'improvviso siamo nell'ombra,  un'eclissi. Bene. Ora la smetteranno di guardarmi. Riesco a ingollare l'ultimo cioccolatino mentre tutti si alzano, si spostano. Mio padre scatta in piedi. Oscar si  accasciato su un lato, gli esce del sangue dal naso, uno dei dottori  chino su di lui. Non riesco a vedere. Non voglio vedere. Chiudo bene gli occhi e la bocca mastica qualcosa di morbido, un cerchio straripante di cioccolato.  mamma che si strugge sopra di me?  suo quel lamento di donna che sento?

Portano una barella per Oscar. La signora DeMott urla: Oh, succede tutte le volte!  uno scherzo della natura,  una maledizione! Piscia a letto, devo anche imboccarlo. Chiamatelo pure genio! Resta uno scherzo della natura, non importa ci che dicono i giornali, potete anche tenervelo, stronzi! Mettetelo in gabbia con quell'altra!.

Corro all'altro capo del palco. Pap mi segue, mi chiama per nome. Ma mi allontano da lui. Una fontana zampilla numeri a mezz'aria...

Dico no. No. I numeri ruotano fino a diventare una torre, sempre pi grossa in cima, non una torre qualunque. Andatevene! Lasciatemi in pace! Devo risolverlo! urlo. Il volto di mio padre  sbiancato,  pallido come impasto crudo. Sommate la data del terzo mercoled dell'aprile 1265 secondo il nostro calendario al totale delle vostre reciproche et moltiplicate fra loro... Mi infilo qualcosa in bocca, me lo premo in bocca usando entrambe le mani...

Qualcuno urla.  una voce di ragazza. Urla contro il volto pallido e sconvolto del padre: La torre mi dar la risposta! Si risolver da sola, se aspetto! Non toccarmi, non avvicinarti... nessuno pu avvicinarsi a me.... E la torre continua a straripare verso l'alto, una galassia di numeri. Come posso condensarli in un numero solo? Come posso placare quest'esplosione di numeri? Si stringe la sua stessa testa, il suo stesso viso, li spreme forte. Devo contrastare quell'urlo. Devo rallentare il moto dei numeri, rallentarli fino a fermarli, fino a sintetizzarli in un unico numero...

Hilda, ti sentirai male...

Non toccarmi!

Urlare. Inciampare all'indietro. Le facce nel pubblico si disperdono. Hilda  sopraffatta. Hilda stringe i pugni. Suo padre cerca di acquietarla, ma lei gli rifugge. Tu vuoi mangiarmi, ti conosco! Ti conosco! urla. Vuoi ridurmi in una pallina e vuoi mettermi in bocca, farmi tornare da dove sono venuta! Vuoi mangiarci tutti!

Hilda...

Appare un altro viso... un ragazzo  accorso sul palco...

Non toccarmi, che nessuno mi tocchi... urlo.

Hildie, ti prego... dice il ragazzo.

Jesse.

No...

Va tutto bene, Hildie, va tutto bene...

Somma la data del terzo mercoled dell'aprile 1265...

Mio padre mi porter a casa, dice Jesse.

Non toccarmi, non voglio...

Piango.

Jesse mi prende le mani fra le sue.

Hai ferito i suoi sentimenti mi bisbiglia.

Mio padre  a qualche metro di distanza, gli occhi fissi su di noi. Pap ci osserva.

Mio padre vuole uccidermi. Mangiarmi bisbiglio.

No risponde Jesse.

Ho tanto freddo. Qualcuno trema sulla superficie della mia pelle.

Non voglio che nessuno mi tocchi...

E ora scoppio in lacrime.

Come una ragazzina. Di quattordici anni. Il mio vestito nuovo si  insudiciato, spiegazzato, mi vergogno. Ho detto cose folli. Adesso la torre di numeri  svanita... anche l'ultimo numero mi  uscito dalla testa... Sono qui con mio fratello, il quale cerca di parlarmi, di spiegarmi qualcosa...

... torniamo da nostro padre? Non vorrai ferire i suoi sentimenti dice Jesse.

S.

Jesse mi porge un fazzoletto. Ma sono troppo maldestra, non riesco a usarlo. Cos mi tampona la fronte lui stesso. La fronte, le guance, il mento. Un filo di saliva mi pende dal labbro e Jesse asciuga anche quello.  molto nervoso - un ragazzo alto e robusto, le lentiggini lucide di sudore - eppure resta a darmi una ripulita mentre io rimetto in piedi il mio corpo pesante e accaldato e piango.

Va tutto bene, Hildie. Va tutto bene mi dice.

Mi porta da mio padre.

Inciampo, quasi perdo l'equilibrio. Devo far rallentare la mente, deve smettere di disperdersi e di pensare a - a cosa? - al quesito che mi ha posto il dottore? Ma ora mio padre mi parla con dolcezza. Ha gli occhi bagnati di lacrime. Prende il fazzoletto dalle mani di Jesse e mi asciuga il naso. Torno dentro me stessa, mi attorciglio in me stessa. Dentro di me. Torno a quel piccolo spazio sgombro sotto al mio cuore, dove sono al sicuro.

Povera figlia mia... Non sai cos'hai potuto dire a tuo padre... che cose orribili hai detto al tuo stesso padre...

Cammino fra Jesse e mio padre. Volti nel corridoio che mi spiano, ma non m'importa. Sono gi sprofondata in me stessa. Sono una brava ragazza. Non urler mai pi contro mio padre.

Una fontanella. Sono talmente assetata! Talmente assetata! Ti vogliono tutti bene. Sei una brava ragazza, proprio una brava ragazza dice mio padre. Sei un genio e una signorina proprio carina. L'acqua spruzza sul mio viso, mi entra nel naso. Comincio a tossire.

Siamo in macchina, diretti da qualche parte. Asfalto, traffico. All'aeroporto mi siedo, non vedo nessuno. Faccio scorrere i numeri avanti e indietro nella mente, tutti i numeri di tutti i cartelli, li risistemo, li moltiplico, li divido uno per l'altro. Pap legge il giornale a me e a Jesse, un articolo su di una donna di El Paso, Texas, che ha chiamato i suoi cinque figli Uno, Due, Tre, Quattro e Cinque. Mio padre ride. Devo ritagliarlo per il Libro dei destini, dice. Hilda ride come una qualunque ragazzina di quattordici anni, ma io invece provo confusione e paura, resto in silenzio. Da dove vengono quei bambini? Cos' un bambino, di preciso?

Le cinture di sicurezza non sono abbastanza lunghe per noi. Sono accanto a mio padre, sull'aereo, Jesse invece  dall'altra parte del corridoio. L'aereo s'innalza nel cielo. Hilda guarda fuori dal finestrino, interessata e vivace, ma io resto immobile, nel panico. Panico. Hilda  una brava ragazza, proprio una brava ragazza, ma io non sono una ragazza, e nemmeno una donna. Non so cosa sono. Esiste una parte dell'anima che non  uomo n donna? Hilda adora Jesse, suo fratello, ma io non sono Hilda e non adoro Jesse e nemmeno so chi sia. Non lo capisco. Guarda, Hilda dice mio padre, per tirarmi su di morale, indicando fuori dal finestrino da cui sto gi guardando: di sotto c' una citt fatta di edifici, cos tanti edifici, enormi edifici, una citt di muri e strade e sconosciuti che si moltiplicano fino all'orizzonte, sono incontenibili, sono stati creati da mio padre o da uomini simili a lui che vivono in ogni parte dell'America...

Bellissimo, non  vero? fa mio padre, felice.

Mangio caramelle alla menta, leggere, sottili come sfoglie, perch non ho davvero fame. Hilda mangia, sa che l'appetito le verr mangiando; io non ho fame. Io non sono in vita. In basso c' un lembo di terra fatto esclusivamente di palazzi e case delimitati da strade incrociate, vie, viali, statali, ogni cosa si moltiplica mentre noi saliamo di quota...

Jesse ha promesso di non dir nulla a tua madre o a Frederich riguardo a ci che  successo oggi dice mio padre. Non capirebbero. Hilda, questi non li vuoi? Non sei affamata?

Mi porge altre caramelle alla menta.

No.

S, grazie, padre.

Mangio. Sono ritorta in una sacca, in un corpo. Una montagna di carne su un sedile imbottito. Tronconi di gambe che sfociano in caviglie e piedi e scarpe. Oh, qui sono in pace, con mio padre; ho cos tanta stanchezza addosso.

Niente pi gite per un po' dice pap. Non finch non sarai pronta.

S, padre.

Finch non sarai pi matura, forse. La perfezione  difficile da raggiungere, Hildie, ma in definitiva non  pi difficile dell'imperfezione. Ci che ci aspettiamo da noi stessi costituisce la nostra salvezza.  necessario essere perfetti. Vivere non  necessario.

S, padre.

Come ti senti ora, Hildie? Stai meglio?

S, padre.

Sei un po' stanca?

S, padre.

Va bene, allora ti lascio dormire, cara.

Hilda posa la testa sulla spalla di suo padre e dorme. Io non dormo. Io non penso.

Io non sono pi in vita.

9

Percepiva la sua presenza in casa, la sentiva trascinarsi pesantemente su per le scale, sospirante. Quando lui lavorava su qualche problema matematico - aveva cominciato a studiare algebra per conto suo, facendosi dare una mano da uno dei professori della sua scuola - pensava a lei, in camera sua o al piano di sotto, dove spesso si rifugiava a lavorare, e pensava a sua madre, loro due che si mescolavano nella sua testa, che si appressavano a lui con i loro morbidi corpi gelatinosi.

Hilda.

La signora Pedersen.

A volte la sua mente era totalmente sgombra. Non gli piaceva l'algebra, gli pareva quasi un sogno: dietro di essa, dietro alle sue formule, non c'era nulla. Non aveva problemi con gli altri libri di testo, riusciva a memorizzare ogni cosa avesse una qualche realt alle sue spalle. Non aveva bisogno di toccare quella realt, di sfiorarla con la punta delle dita, aveva soltanto bisogno di sapere che essa da qualche parte esisteva ed era misurabile, poteva essere scissa e trionfalmente analizzata in controluce... Ma la matematica lo turbava. Un incredibile vorticare di numeri, numeri inconsistenti, segni che non celavano nulla e che in qualche modo dovevano corrispondere a concetti mentali... No, non riusciva a capire. Restava seduto in camera sua a un'ampia scrivania con il ripiano in vetro che gli aveva comprato il dottor Pedersen, le mani che tormentavano il volto finch non si arrendeva e chiedeva l'aiuto di Hilda.

Che cos'era uno scherzo della natura?

No, non era quello che le chiese. Le chiese aiuto con il suo problema di algebra, timidamente, poich era a conoscenza del fatto che lei lo disprezzava. Tutti i pomeriggi Hilda lavorava dabbasso, sulla veranda che dava sul giardino interno, e Frederich lavorava nella stanza della musica, a intermittenza, lontano da sguardi indiscreti. Quando Jesse buss educatamente alla porta aperta, sent la severit nello sguardo della sorella: il volto irrigidito, gli occhi piccoli e stretti posati su di lui. Jesse pens alla madre dell'altro prodigio, Oscar, che aveva chiamato entrambi scherzi della natura. Ma cosa significava, di preciso? Jesse era un po' a disagio in presenza di sua sorella, per via del suo volto fermo, silente e poderoso, le sue dita paffute e macchiate d'inchiostro, il sorriso sarcastico, una mera caricatura di quello generoso della madre. Il suo viso era prosciugato dal sangue e da ogni energia, eppure era intensamente vivo, vigile, sospettoso, come se lei potesse leggergli il pensiero o fosse consapevole di come lui tendeva l'orecchio ai suoi passi pesanti sulle scale - Jesse che ascoltava i suoi sospiri, i suoi sospiri nostalgici, solitari -, di come era conscio del suo disdegno. Quando abbassava lo sguardo, lui osservava le sue palpebre bluastre che avevano la forma di mezzelune o pollici, simili a quelle di sua madre, abbastanza spesse e sporgenti rispetto all'ossatura che cingeva i suoi occhi. Osservava quelle palpebre, percepiva i repentini movimenti della mente della ragazza, l'incredibile bagliore luminoso che le dava accesso alla soluzione di ogni quesito matematico.

Sempre la risposta giusta...

Non sbagliava mai. Ma questo non le dava alcuna gioia, da quel che lui vedeva. Era un semplice strumento che forniva la risposta a delle domande; era sempre educata con lui, freddamente educata nei mesi che seguirono l'esame di New York, sempre paziente quando lui sedeva accanto a lei e cercava di risolvere il problema per fasi logiche e ordinate, usando un metodo standard. Sedeva di fronte a lei al tavolo del portico, le caviglie attorcigliate attorno ai piedi della sedia, la testa china sulla pagina davanti a lui. Era lento e pacato, premeva con forza la punta della matita sul foglio, fissava la pagina bianca e i numeri che lentamente riempivano la pagina, per finire sempre con il risultato che Hilda gli aveva dato molti minuti prima.

E a quel punto lui si lasciava andare contro lo schienale, confuso, esausto.

Che cos'era uno scherzo della natura?

Era come una principessa in quella parte della casa, la sua parte della casa. Le piaceva la veranda e lavorava l ogni pomeriggio, seduta davanti a un lungo foglio di carta gialla, a scarabocchiare con una penna stilografica, pensosa. Di tanto in tanto scriveva un numero. Ma la maggior parte delle volte tracciava linee e cerchi e figure prive di senso. Era impossibile capire cosa stesse facendo. Lei non sapeva spiegarlo. Non le interessava spiegarlo. Il dottor Pedersen l'aveva incoraggiata a intraprendere una corrispondenza con qualcuno che viveva in Inghilterra e lei aveva risposto a qualcuna delle lettere inviatele da questo sconosciuto, ma poi aveva lasciato stare, annoiata. Era sempre sola, sempre impegnata a pensare. Sprofondata nei suoi pensieri. Jesse giungeva sulla soglia assieme a una delle note esitanti di Frederich, e sentiva com'erano taglienti gli occhi di Hilda quando si posavano su di lui, come fosse appena risorta da un sortilegio oscuro e tetro: il suo volto si faceva pi controllato e severo.

Oh, anche oggi hai bisogno d'aiuto...? gli faceva, sarcastica.

La veranda era uno spazio ampio e arioso sul retro della casa. Due delle pareti erano completamente vetrate. Era disseminato delle piante della signora Pedersen, alcune in vasi di terracotta, altre sospese in delicate ciotole di ceramica, vasi di edera dalle foglie minute, vasi di fiori, persino un arancio in un vaso tozzo, tutte le piante ben diritte e luminose e misteriose agli occhi di Jesse. Erano pregne dei modi luminosi di speranza della signora Pedersen, non desideravano altro che compiacere.

Sin dal viaggio a New York, Hilda si era fatta ancora meno loquace con Jesse. Aveva preso peso. Sotto al mento aveva della carne crudelmente compressa, come fosse trattenuta. Lo aiutava con i suoi compiti in silenzio, buttava gi le risposte per lui. In sottofondo Frederich lavorava alla sua musica: sempre e solo note lente, singole note che cadevano con la precisione di lame di ghiaccio, implacabili ed esasperanti. Per molti mesi Jesse si era premuto con forza le palpebre fra loro e aveva stretto i denti per sopportare la musica di suo fratello, ma nulla era cambiato, le note non si erano placate n avevano accelerato, non erano fiorite in nessuna sinfonia, e dopo un po' Jesse aveva smesso di sentirle del tutto. Cos' uno scherzo della natura? Lo stava diventando anche lui?

Quando Jesse e Hilda lavoravano insieme, la signora Pedersen talvolta entrava in veranda, annaffiava le piante o sradicava dei germogli oppure si univa a loro per la merenda, li tentava con del cibo. Hilda spesso si voltava rabbiosamente dall'altro lato. Non riesco a concentrarmi se ci sei tu qui, madre. Il tuo respiro mi infastidisce. Fai scricchiolare il pavimento.

Jesse era sconvolto dalla sua indelicatezza.

Nostra madre sta ammaccando il pavimento disse Hilda. Tutta la casa finir per crollarle in testa, un giorno o l'altro.

Sta scherzando disse Jesse alla signora Pedersen.

Mi prende sempre in giro, ce l'ha sempre con me fece la signora Pedersen con esitazione, subito contrastata da un sorrisetto, mentre sua figlia rivolgeva altrove lo sguardo e con le dita tamburellava sul tavolo. Dev'essere perch passa tutto quel tempo da sola... dovrebbe uscire e vedere altre ragazze della sua et... mi prende sempre in giro perch siamo insieme qui a casa per tutto il giorno, ogni giorno... e si metteva a ridere a crepapelle, come se il bizzarro comportamento di sua figlia non fosse altro che uno scherzo. Ma una volta ammessa in veranda, si faceva animata e gioviale: dava un'occhiata ai libri di testo di Jesse e alle pagine coperte di numeri e simboli su cui stava lavorando per poi scuotere la testa: Prima era solo Hilda a riuscire a lavorare a cose del genere e ora anche tu... Quando arrivasti qui da noi ero grata che tu fossi come me, Jesse. L'ho detto al dottor Pedersen, grazie al cielo  pi simile a me! Non  come quegli altri due! Ma adesso... adesso stai diventando come Hilda....

No, non come Hilda disse Jesse d'un fiato.

Hilda rise sotto i baffi.

Siamo molto diversi continu Jesse.

Ma almeno tu andrai al college. Sono cos fiera di te, farai due anni in uno e partirai di gi per il college, sei stato cos veloce... Anche il dottor Pedersen  proprio orgoglioso di te. Forse non lo dice, ma io so che  cos. La nostra amichetta, qui, Hilda, si  rifiutata di portare avanti gli studi. Noialtri potremmo pensare che un genio voglia sviluppare le proprie capacit fino al loro massimo, ma non la nostra Hilda.

Jesse era stato ammesso al semestre autunnale dall'universit del Michigan; si era informato sui programmi di alcuni dei suoi corsi e si era gi adoperato per cominciare a studiare. Ma lo imbarazzava parlarne davanti a Hilda.

Be', e tu cosa ne pensi? chiese la signora Pedersen a sua figlia.

Se andassi via di casa rispose Hilda con rabbia non faresti altro che cercare di farmi tornare!

Ah s?

Certo!

Oh, mi mancheresti, dici? scherz la signora Pedersen. Ma se non fai altro che stare seduta qua fuori a borbottare fra te e te... a brontolare... non mi aiuti nemmeno con le piante o in cucina... hai sempre da ridire su tutto... non posso nemmeno mettere i tuoi vestiti in lavatrice prima che siano troppo sporchi...

Mamma, lasciami in pace! Vattene!

Che impertinente!  sempre cos impertinente disse la signora Pedersen, calorosamente. Jesse era imbarazzato. Le guard, madre e figlia, due donne dai tratti dolci e piuttosto graziosi, simili, con gli stessi capelli chiari e crespi, le stesse forme tondeggianti. Ma la signora Pedersen aveva una carnagione vitale e tenue mentre quella di Hilda era giallastra, un po' scolorita, come cagionevole; i modi della signora Pedersen erano giovanili ed esuberanti, quelli di Hilda erano fiacchi; la signora Pedersen era come una ragazzina a una festa, estremamente curiosa, si guardava attorno come a cercare cosa si stesse perdendo, sempre pronta a farsi strada e intromettersi in qualsiasi gruppo, mentre Hilda era trattenuta, cauta anche nel modo in cui stava seduta nella sua solita sedia in veranda o al tavolo da pranzo. I suoi occhi si spostarono cupamente e incrociarono quelli sorridenti di sua madre.

Porti solo confusione. Pi di chiunque altro bisbigli Hilda.

Cosa?

Tutta questa confusione mi inglober disse Hilda, premendosi le mani contro gli occhi come a voler cancellare la presenza della madre.

Jesse non era certo di aver capito bene. Cosa borbotti, adesso? fece la signora Pedersen con un sospiro esasperato.

Hilda rest immobile, tutta d'un pezzo.

La signora Pedersen riprese a parlare con slancio: Le far tornare il buon umore e sar pi gentile con noi, sta' a guardare, Jesse! Ho passato tutta la mattinata a fare il gelato alle pesche, il preferito di Hilda. Guarda che effetto le fa!.

Hilda sorrise.

Oh, s disse.

Vuoi un po' di gelato, Hilda? Gelato alle pesche fatto in casa?

Lo sai che per natura sono grezza e grassa, sono un pozzo senza fondo. Lo sai che ho sempre fame rispose Hilda.

E la signora Pedersen si affrett verso la cucina.

Che intendevi... quale confusione? chiese Jesse.

Hilda infil con rabbia il tappo sulla penna. Non disse nulla. Non lo guard.

A volte la signora Pedersen portava loro il gelato, altre volte il croccante o una torta, budini, caramelle, fette di crostata con panna montata; quando faceva caldo erano frullati freschi in alti bicchieri, oppure succhi di frutta con cucchiaiate di sorbetto. Glieli portava su un grande vassoio d'argento, come fossero ospiti di un certo rango. Sembrava sempre compiaciuta di poter stare l con loro. A volte Hilda restava seduta, ma altre volte le chiacchiere allegre di sua madre le davano ai nervi e si alzava scusandosi con un sorrisetto fin troppo educato per poi andarsene in camera sua non appena aveva finito di mangiare.

La signora Pedersen indossava abiti dai colori accesi come quelli dei suoi fiori. Grosse chiazze di colore - stoffe a scacchi e a fantasia - tesissimi sull'ampia schiena, i capelli tirati indietro a mostrare il volto gioioso, minuti orecchini di diamanti appesi ai lobi. Era sempre affannata dalla gioia, sempre pronta a scherzare con Jesse e sua figlia, di cui ignorava le bizzarre uscite. Se Hilda diceva con voce piatta Madre, nessuno di noi si lava abbastanza, nemmeno tu lei fingeva di non aver sentito nulla o di aver udito solo una battuta; il rapido sorriso che rivolgeva a Jesse non poteva che ispirare piet. Una volta Hilda disse: Jesse vuole lasciarci, vuole scappare prima che sia troppo tardi. La signora Pedersen scosse la testa e incroci lo sguardo di Jesse, esasperata. S,  cos, madre. Scapper. Se ne andr.  pi furbo di me e di Frederich disse Hilda sprezzante.

Quando la signora Pedersen se ne fu andata, Jesse le chiese: Perch insulti tua madre? Lo sai che ti vuole bene.

Hilda lo fiss.

Ti vuole bene e tu lo sai. Ti vogliono tutti bene. Ti vogliamo tutti bene disse Jesse.

Lo sguardo di Hilda cal con lentezza, facendosi discosto. Il suo volto si richiuse in un'espressione d'inestimabile tristezza.

Ti vogliamo tutti bene ripet Jesse, il cuore che gli batteva forte.

Non appena il dottor Pedersen tornava a casa nel tardo pomeriggio, comunque, il clima della casa mutava del tutto. Ogni cosa era diversa. Preparavano la tavola per la cena. Il dottor Pedersen a volte saliva al piano di sopra a cambiarsi nuovamente la camicia e tornava con un colorito rinfrescato e salutare; batteva le mani, scherzava con la moglie, chiedeva a Jesse com'era andata la giornata. La cena cominciava puntuale alle sei e trenta. Il pasto era simile a una corsa - mangiavano veloci, abili, come se potesse non esserci abbastanza cibo per tutti - anche perch venivano fatte loro domande attente, venivano attentamente osservati dal dottor Pedersen. Con una certa nonchalance, partiva da sua moglie: Quali obiettivi hai raggiunto, oggi, cara? E la signora Pedersen elencava con titubanza le faccende sbrigate in casa: il cibo preparato, gli armadi ripuliti, una chiamata a suo padre per sapere come stava, le lettere scritte, gli assegni inviati, una chiamata al reverendo Wieden per parlare di una certa cosa... E poi si passava brevemente a Hilda. Lei rispondeva laconica. Jesse non riusciva a capirla e cominciava a pensare che, con il passare del tempo, nemmeno il dottor Pedersen la capisse pi. Quando Frederich veniva interpellato rispondeva immediatamente, ma spesso le sue risposte non avevano senso. Ho trascritto un quartetto per archi di Brahms in forma di suite parodica nello stile di Ives...? Jesse non sapeva cosa significasse nessuna di queste cose. Era una composizione a cui Frederich lavorava da molti mesi. Jesse guard il fratello e pens di poter scorgere, nell'espressione cortese di Frederich, uno sguardo velato, sprezzante, eretico. Il dottor Pedersen se ne accorgeva? Frederich forse non era pi il figlio preferito... A giugno gli avevano estratto molti denti e a luglio aveva sofferto di un'infezione alla cistifellea; non aveva perso peso, ma sembrava pi piccolo, come un palloncino parzialmente sgonfiato, la pelle che pendeva in modo malvagio e indisponente ai lati del volto, gi verso il collo, donandogli l'aspetto di una rana intelligente. La sua voce si era fatta pigra e simile a quella di una donna. Quando era stato ricoverato per l'operazione alla cistifellea erano serviti cinque inservienti per metterlo a letto, cos aveva sentito dire Jesse, e il dottore, un collega del dottor Pedersen di nome Wascom, si era lamentato del suo comportamento: non aveva collaborato, si era comportato in modo infantile ed esigente, aveva insultato le infermiere. Il dottor Pedersen aveva parteggiato per il dottor Wascom, perch come lui era un medico, opponendosi a Frederich, che dal canto suo aveva richiesto un altro dottore: Perch devi comportarti come un bambino, alla tua et, con le capacit che ti ritrovi! Vuoi forse finire male, vuoi che il tuo cervello vada in pappa? Figlio mio!. Rosso in volto e molto arrabbiato, il dottor Pedersen si era vergognato del comportamento di Frederich all'ospedale e per molte settimane a seguito di quell'episodio c'era stata tensione fra loro, cos il dottore rivolgeva le usuali domande a Frederich con modi freddi e scostanti, come se non si aspettasse nessuna risposta sensata.

Ti spiegheresti meglio, Frederich?

Sto espandendo la scala atonale; cerco di drammatizzare per mezzo di un'armonia tripartita la natura essenzialmente suicida del quartetto tradizionale, il quale  notoriamente di difficile composizione.

E poi arrivava il turno di Jesse.

Se il dottor Pedersen non riusciva a capire del tutto gli altri suoi figli, ci riusciva sempre con Jesse. Lui aveva molto da raccontare: era a met del libro di algebra, poi era arrivato fino in fondo, e fino in fondo al programma di uno de corsi che avrebbe seguito in Michigan, capitolo dopo capitolo di un libro di chimica organica, aveva memorizzato innumerevoli grafici del libro di fisiologia che il dottor Pedersen gli aveva prestato, grafici raffiguranti pressione sanguigna, le dimensioni e la composizione dei tessuti che costituiscono le pareti dei differenti vasi sanguigni, tutto ci che c'era da sapere sul cuore e sulle sue propriet... A volte parlava per molti minuti di fila, con la famiglia raccolta intorno a lui ad ascoltare: I primordi del cuore sono contenuti nel mesoderma sia prima che dopo l'invaginazione della porzione cefalica dell'intestino primitivo nell'embrione dei mammiferi. Il tubo cardiaco embrionale si forma.... Vedeva la patina lucida che velava gli occhi di Frederich - ora era lui a non sapere di cosa si stesse parlando! -, percepiva l'irrequietezza di Hilda, la soggezione della signora Pedersen. Sarebbe potuto andare avanti con il sistema endocrino, rispondere a qualsiasi domanda minuziosa che il dottor Pedersen avrebbe potuto porgli, avrebbe potuto disquisire sull'anatomia macroscopica delle varie ghiandole. A volte la cena era sospesa temporaneamente dalle domande sempre entusiaste del dottor Pedersen, che sedeva a capotavola, sull'attenti. Non smetteva di chiedergli: Be', allora, come pu permanere la vita se... e Jesse aveva sempre la risposta giusta, enunciata con lentezza e sicurezza cos come svolgeva i passaggi dei suoi problemi matematici, il cervello che lavorava senza bisogno di troppa immaginazione. Procedeva a tastoni, si imbatteva in un pericoloso flusso d'acqua, posava i piedi su grandi e solide rocce, commetteva raramente degli errori; e se alla fine non conosceva la risposta alla domanda del dottor Pedersen, lo ammetteva di buon grado.

Ah, questo atteggiamento  alla radice della saggezza diceva il dottor Pedersen.

Di domenica nonno Shirer veniva spesso a cena, se si sentiva bene, e i Pedersen avevano invitato pi volte anche i professori di Jesse. Una volta il dottor Pedersen aveva fatto ripetere a Jesse un intero capitolo di un testo di fisiologia. Lui aveva parlato in modo fluido, lento; obbediva in tutto e per tutto al padre. Ma credette di percepire del disagio tra gli altri commensali: erano annoiati oppure inquietati dalla sua conoscenza? Cominciava a spaventare le persone come accadeva con Hilda?... Quando concluse il discorso, lo riempirono di complimenti. Frederich abbozz un sorriso brusco e gelido; Hilda, con gli occhi sprezzanti celati dalle palpebre appesantite, sorrise anche lei e bisbigli: Parli proprio come nostro padre!. Il dottor Pedersen fu talmente compiaciuto dalla prestazione di Jesse che il giorno dopo and in una concessionaria in centro e gli compr una macchina.

Ora che era stato ammesso all'universit del Michigan si considerava di gi uno studente del college e dunque una persona di un certo spessore; quindi, a estate inoltrata, guidava i trenta chilometri o poco pi che lo dividevano dalla biblioteca dell'universit di Buffalo, consapevole di trovarsi sulla soglia di un nuovo segmento della sua vita. E si trattava di una rottura senza strappi, una transizione disinvolta dalla casa dei Pedersen alla macchina - una Dodge nera, modesta per condizioni e dotazione - fino alla biblioteca dell'universit di Buffalo. A bordo della macchina regalatagli dal padre sentiva il peso di quella preziosa responsabilit. Era cosciente della presenza del dottor Pedersen accanto a lui, accanto a lui in macchina, che lo guidava, lo metteva in allerta sui rilevatori di velocit e sugli incroci pericolosi; si portava sempre dietro la presenza e l'ascendente del dottor Pedersen lungo tutta la strada verso Buffalo, il dottor Pedersen che si estendeva in Jesse anche quando erano separati da chilometri e chilometri. Andava a Buffalo due o tre volte alla settimana.

I giorni rimanenti la signora Pedersen lo pregava di accompagnarla in macchina per delle gite a sud di Lockport, verso il lago Ontario e Olcott Beach. Lei non guidava: non aveva mai imparato e il dottor Pedersen pensava fosse ormai troppo tardi per iniziare; ad ogni modo, gli disse lei con aria modesta, aveva sempre i nervi a fior di pelle e forse era meglio non aver mai preso la patente. Cosa ne pensava? Glissava sull'argomento e, per controbilanciare questo silenzio, accettava di portarla in giro in macchina. Le bastava cos poco per essere soddisfatta: le piaceva osservare i caldi campi estivi costellati di meli, peri, ciliegi, peschi, i banchetti degli agricoltori a bordo strada dove poteva comprare cesti di frutta da mangiare in macchina mentre Jesse guidava lungo polverose strade di campagna, i pensieri per una met impegnati dalle chiacchiere della madre e per l'altra presi dalle sue preoccupazioni, dal suo lavoro, dai suoi studi che nulla avevano a che fare con il sentimentalismo enigmatico insito nei paesaggi della contea di Niagara. A volte, nelle giornate pi calde, quando l'aria in veranda era afosa e il volto tondo e pallido di Hilda era paonazzo per via del caldo e nemmeno i numeri nella sua testa riuscivano a tenerla impegnata, la signora Pedersen la convinceva a unirsi a loro.

Hilda ha fame, lo so la prendeva in giro la signora Pedersen. Andiamo a prenderci un bel gelato!

E si fermavano ai banchetti del gelato, a quelli della frutta, alle tavole calde lungo la strada, ovunque capitasse. Il cibo comprato per strada, la sorpresa del cibo comprato da sconosciuti: che estate piena di gioia! Jesse era contento di rendere felice sua madre con tanta facilit. Avrebbe voluto pensare al suo lavoro, non aspettava altro che di tornare in biblioteca, eppure si ritrovava sempre a uscire con la signora Pedersen... Crescendo, i suoi figli si erano fatti cupi e strambi, ed era per questo che lei era dovuta tornare bambina. Persino le sue gambe grassottelle strette nelle calze di seta - tese sino al loro limite - avevano un aspetto fanciullesco e innocente quando spuntavano come allegri e chiari salsicciotti dall'orlo del suo vestito a fiori. Se Hilda li accompagnava, Jesse ascoltava quel che sua madre le diceva: Perch tu e Frederich non potete essere pi simili a Jesse?  cos gentile. Lui non ha sempre quel muso lungo, non  sempre avvilito come una certa ragazzina di mia conoscenza. Nonno Shirer dice sempre: se fai quella faccia, vedrai che ne resta traccia. E Hilda rispondeva di scatto: Nonno non ha mai detto robaccia del genere in tutta la sua vita. Se invece erano soli, la signora Pedersen parlava a Jesse senza mai interrompersi e con voce velata di nostalgia mentre mangiava ciliegie e sputava con garbo i noccioli nel palmo macchiato per poi riporli in un sacchetto di carta: parlava dei molti progetti del dottor Pedersen - sembrava non facessero altro che passare dalle parti di un terreno che aveva appena comprato o per cui era in trattativa, o vedere un manifesto che le faceva tornare in mente una sua nuova invenzione in attesa di brevetto - oppure ricordava la sua giovinezza passata interamente a Lockport, da quel che raccontava, oppure dei suoi figli e di come si sentisse sola, ormai arrivata ai quaranta, di come l'enorme casa la terrorizzasse anche se Hilda e Frederich non uscivano mai, di come temesse che il dottor Pedersen si facesse venire un infarto per il troppo lavoro, che Frederich si ammalasse gravemente, che Hilda si facesse sempre pi silenziosa, pi rude, finch anche lei, come uno dei brillanti fratelli minori del dottor Pedersen, sarebbe stata mandata via: questa cosa la terrorizzava e non osava nemmeno accennare all'argomento con suo marito.

Non ho nessuno con cui parlare, Jesse diceva dolcemente.

Talvolta in una ciliegia trovava un vermicello bianco e, con un urletto soffocato, la lanciava fuori dal finestrino.

Jesse si portava dietro dei libri da leggere in un lembo di spiaggia deserta in riva al lago Ontario dove la signora Pedersen andava a bagnarsi i piedi nell'acqua fredda, avendo cura di evitare i pesciolini morti, squittendo compiaciuta come a richiamare l'attenzione di Jesse su di lei; ma Jesse si teneva educatamente in disparte. Aveva del lavoro da sbrigare. Sentiva con una sorta di disagio come il tempo gli sfuggisse di mano. La signora Pedersen camminava lungo la spiaggia per almeno mezzo chilometro e raccoglieva legnetti e sassi di forme strane, camminava a piedi nudi e lasciava profonde impronte sulla sabbia che pian piano si sarebbero riempite d'acqua, mentre Jesse leggeva, o almeno ci provava, conscio dello strano infrangersi delle onde, di quell'inesplicabile e pericolosa solitudine della spiaggia.

La signora Pedersen era sempre riluttante quando veniva il momento di tornare alla casa in Locust Street, e cos Jesse si ritrovava a guidare su e gi per le colline di Lockport, su Clinton Street e Gooding Street, Water Street, Plank Road, sino all'impianto di drenaggio, e poi alla discarica, verso Atwater Park e il burrone; a volte parcheggiava al ponte sospeso pi lungo del mondo e la signora Pedersen si affacciava alle inferriate e guardava le chiatte che attraversavano le chiuse. Se vedeva una chiatta che aveva intrapreso la traversata, la signora strillava come fosse una turista che non aveva mai visto una cosa del genere e dovevano aspettare che l'imbarcazione giungesse dall'altro lato. Stava inarcata, piena di aspettative, come se credesse che in qualsiasi momento potesse accadere qualcosa di straordinario. Le chiatte e i rari rimorchiatori erano tetri e brutti, carichi di carbone o metallo o rottami, oppure vuoti, pigramente a galla sulle acque del canale. Si facevano strada attraverso la serie di chiuse con estrema lentezza, come antichi vascelli. Jesse scendeva dall'auto per affacciarsi accanto alla signora Pedersen e ricordava quel giorno di molti mesi prima passato a fare la stessa cosa, quando era appena arrivato a Lockport dalla sua nuova famiglia... Quanto tempo era passato! E com'era cambiato, com'era del tutto diverso: il suo volto era maturato e di certo non sembrava pi lo stesso, considerato che aveva preso almeno trenta chili.

La gente che li incrociava sul ponte li guardava con fare curioso. Cos' che vedevano?

Jesse era infastidito dal dover sempre esistere agli occhi degli altri, il loro potere che si estendeva sino a lui anche se non li aveva scelti, non li aveva affatto scelti di sua spontanea volont. Erano un peso per lui, una pressione alla testa, una pressione che detestava. Cerc di non pensarci. S, gli piaceva ancora guardare le chiuse. L'acqua che saliva, che scendeva - furiose cascatelle forgiate dall'uomo - gli uomini nella parte inferiore del ponte, presi dal loro lavoro. Tutto era ordinario. Tutto era perfetto, in miniatura. Lunghi, sottili raggi di sole si estendevano in ogni direzione, sulla roccia che fiancheggiava il canale, sul cemento e l'acciaio delle inferriate e sui segnali di pericolo e sulle finestre rilucenti dell'edificio dei funzionari, pi in basso, che scandagliava la superficie delle acque scure. L'ombra che il ponte proiettava sull'acqua aveva toni freddi e bluastri. Jesse fu colto da un senso di vertigine. Le sue orecchie non riuscivano a discernere il brusio dell'acqua scrosciante dal parlottio della signora Pedersen.

Per raggiungere la biblioteca dell'universit di Buffalo doveva farsi strada tra capannelli di studenti, molti dei quali erano ragazze. Risaliva il lieve, lungo pendio della collina, con un occhio sempre rivolto alla gente che gli stava attorno, a quei giovani che non sembravano mai far caso a lui, o che distoglievano lo sguardo subito dopo averlo notato, che non lo consideravano un loro coetaneo. Le ragazze gli parevano delicate e inconsistenti, poich lui era abituato alle forme abbondanti di sua madre e di sua sorella. Quelle ragazze dai lunghi capelli ricci, vestite di abitini estivi, non gli sembravano reali. Quei bei volti! Eppure non gli sembravano reali. Jesse trovava posto in biblioteca e leggeva per ore. I ventilatori rinfrescavano l'ambiente, ma non potevano nulla contro l'umidit. Talvolta Jesse si distraeva per via di una ragazza seduta di fronte a lui, e allora il volto gli andava in fiamme, la fronte gli si velava di sudore, anche se era ben consapevole che la ragazza non lo avrebbe degnato di uno sguardo: non era un bel ragazzo, lo sapeva, con quella sua faccia seria e pesante e i suoi completi con tanto di cravatta e le scarpe perfettamente lucidate. Sarebbe stata una sfida indovinare la usa et. Sedici? Venticinque? Trenta?

Dopo ore di lettura aveva bisogno di strofinarsi gli occhi per dar loro sollievo. Cominciava ad avere problemi di vista, forse? Si sarebbe dovuto mettere degli occhiali come quelli del dottor Pedersen, con la montatura spessa e dotati di aste che si flettevano con precisione in corrispondenza delle orecchie. E sarebbe diventato un dottore, avrebbe assunto le fattezze di un dottore... Attorno a lui c'erano giovani uomini che probabilmente, tempo qualche mese, sarebbero stati arruolati nell'esercito, e le cui conversazioni vertevano spesso sulla guerra, o almeno quelle che gli era capitato di ascoltare, mentre lui invece non pensava a ci che accadeva in Europa: non era reale, per lui. Il dottor Pedersen aveva affermato che, a ogni modo, entro vent'anni ce ne sarebbe stata gi un'altra. Sempre un'altra guerra! I geni dell'uomo sono programmati alla guerra, aveva detto il dottore. Il pensiero sembrava compiacerlo, e lo stesso valeva per Jesse. Ci sarebbe sempre stata una guerra, da qualche parte. Niente giungeva alla sua fine, come quel fluire di volti d'angelo, di donne dalle fattezze di uccellini che percorrevano i sentieri del campus, fluivano senza fine, le gambe che le portavano ovunque con sicurezza, che pulsavano come protoplasma nel sole caldo e sontuoso. A volte Jesse era pervaso da una sensazione di gioia al pensiero di essere destinato a servire quelle donne. Sarebbe diventato un dottore. Avrebbe servito quelle persone, le avrebbe salvate dal dolore e dal terrore, avrebbe preservato l'avvenenza dei loro corpi, la grezza, sensuale, luminescente bellezza dei corpi femminili, persino di quei corpi snelli! Delle volte si fermava, sorrideva, e prendeva a osservare attentamente una ragazza: guardare il suo corpo perfetto gli ispirava una peculiare fame pungente, la sentiva in bocca, punture di desiderio che gli pungevano il palato facendo scorrere fiumi di saliva. Quando passavano dei ragazzi i suoi occhi sfrecciavano verso di loro, prima colmi di gelosia e poi di ammirazione, poich non erano propriamente suoi rivali... Gli piaceva guardare come i ragazzi passeggiavano fra le ragazze, uomini in un campo gremito di donne, che si facevano strada con fermezza, inconsciamente; adorava vedere gli uomini sorpassare le donne, convergere verso di loro, parlare con loro, sfiorarle accidentalmente... Le femmine gli parevano una pura, adorabile forma di vita animale che si innalzava e scintillava alla luce del sole e lui, Jesse Pedersen, un punto di scrutinio nel loro spazio di manovra, un'intelligenza pronta a orientare le loro energie, in comunione con loro quando la carne degli uomini le sfiorava per sbaglio. La loro pelle era cos soffice, cos dolce, sembrava la si potesse tendere per centinaia di metri senza strapparla, priva d'identit, di propriet comune a tutte loro... Occasionalmente vedeva un ragazzo pi giovane, magrolino e mal vestito, la met della sua stazza, che risaliva le colline a lunghe, impacciate falcate, troppo fragile per la corsa, e sentiva che il cuore gli batteva pi veloce al pensiero del suo stesso futuro, del suo stesso destino in quanto figlio di Karl Pedersen, a come avrebbe fatto il suo debutto nel mondo per servire i malati, per tramandare la dedizione di suo padre...

Non avrebbe mai avuto accesso a quel futuro se il suo altro padre non avesse sterminato la sua prima famiglia.

*

E poi, ad agosto, qualche settimana prima che Jesse partisse per Ann Arbor, accaddero due cose strane.

La signora Pedersen l'aveva implorato di portarla a Buffalo a fare compere. Alla fine lui cedette, riluttante: tutti quei chilometri a sentirla ciarlare! Aveva preso a lamentarsi delle vertigini, di Frederich che non si lavava i denti, di Hilda che non si cambiava la biancheria per giorni - Quando la mette nel cesto della biancheria ormai  lurida! - e i suoi lamenti erano come costanti spifferi che lo tormentavano da un lato del capo, lo facevano uscire di testa. Si lamentava del suo progetto di andare al college. Tempo qualche settimana e lui se ne sarebbe andato, diceva. Sarebbe andato lontano, in Michigan, e non avrebbe pi pensato a loro.

Vi scriver ogni settimana. Vi chiamer promise Jesse.

Sarai troppo impegnato. Tu e i tuoi libri ribatt lei.

La lasci a Main Street e si diresse in biblioteca; ma quando torn all'orario e nel posto stabiliti, lei non c'era. Rimase impalato all'angolo della strada e attese, guardando da un lato all'altro della via, aspettandosi che arrivasse, di sentir chiamare il suo nome. Dopo un po' cominci a preoccuparsi. L'ora era quella giusta? Forse era nel posto sbagliato? Se non fosse arrivata presto sarebbero arrivati in ritardo a Lockport e il dottor Pedersen - che non era a conoscenza di queste gite della sua signora - si sarebbe infuriato.

Si innervos a tal punto che entr in un negozio a comprare svariate caramelle da mangiare nell'attesa.

E poi... e poi aveva visto una donna estremamente grassa, in lontananza, seminascosta dalla folla di acquirenti del tardo pomeriggio... Si muoveva con una stramba andatura meccanica, come quella di una nave o di un'enorme galleggiante... Il suo vestito giallo acceso era un affronto alla vista. Era la signora Pedersen. S. La gente si voltava a guardarla, alcuni ragazzini ridacchianti l'avevano accerchiata, e Jesse si sent in imbarazzo finch non cap che lei non se n'era accorta: camminava inebetita, una faccia da pazza, da folle, e gli sarebbe passata davanti senza nemmeno notarlo se non l'avesse chiamata: Mamma!.

Rest a bocca aperta, spaventata. I suoi occhi non riuscivano a metterlo a fuoco.

Che succede? Che ti  successo? strill Jesse.

Un po'... un po' di vertigini disse lei. Rest immobile per qualche minuto mentre Jesse scrutava miseramente le facce dei passanti. Si chiese se fosse stato il sole a ridurla cos, se avesse camminato troppo, se qualcuno l'avesse insultata... Ma lei non forn spiegazioni.

... ora ?

Quasi le sedici e trenta.

Il dottor Pedersen torner a casa... a casa...

Si guard attorno, confusa.

Non sar a casa prima delle sei disse Jesse.

Riusc a farla tornare in macchina e arrivarono a casa per tempo, ma all'ora di cena la signora Pedersen mand Dora a dire che aveva le vertigini e non sarebbe scesa a mangiare con loro. Non si fece viva nemmeno a colazione, il giorno seguente.

Poi un giorno, quando Jesse torn a casa nel tardo pomeriggio, la ventiquattrore carica di libri e un cerchio ad appesantirgli testa, come una corona troppo stretta, not subito qualcosa di strano: non si udivano le note del pianoforte. Lasci la ventiquattrore all'ingresso e si mise in ascolto con la testa china da un lato, ma no, niente musica.

Mamma? chiam.

Torn in cucina, c'era qualcosa in forno - si sarebbe detto una torta di mele -, ma non c'era nessuno. And in veranda, ma Hilda non era l. Frederich non era nella stanza della musica, c'era solo la sua poltrona imbottita davanti al pianoforte e svariate pile di libri e spartiti e, sullo strumento, un grosso foglio di carta coperto da una ragnatela di note e linee, un piatto pieno di briciole.

Jesse ud delle voci provenienti dal piano di sopra e corse su per le scale: nel corridoio c'erano Hilda, Frederich, Dora e Henry. Hilda si volt verso di lui: Grazie al cielo gli disse tu puoi farla uscire....

Che succede?

Henry era davanti alla porta del bagno e Dora e Frederich erano discosti di qualche metro, osservavano la scena. Henry ruotava il pomello e diceva con voce suadente e persuasiva: Signora Pedersen? Signora Pedersen? Perch ha chiuso la porta a chiave?.

Che  successo? strill Jesse.

 entrata l dentro e non vuole uscire. Sono passate ore disse Dora.

 venuta in veranda a infastidirmi fece Hilda, nervosa e le ho detto di lasciarmi in pace... e poi  uscita, all'una e mezza... e Dora non la vede da allora...

Siete sicuri sia l dentro? chiese Jesse.

Deve esserlo, la porta  chiusa dall'interno rispose Henry.

Jesse avrebbe voluto bussare, ma esit. Mamma? disse.

Non risponde disse Henry. La chiamo e lei non risponde.

Jesse buss timidamente alla porta.

Se torna nostro padre e la trova... fece Hilda.

Non dirlo. Potrebbe sentirti bisbigli Jesse.

Frederich cominci a indietreggiare in silenzio.

 matta. Non le voglio bene, non la voglio mai pi rivedere disse Hilda.

Non dire certe cose! disse Jesse.

Anzi, spero che nostro padre torni a casa presto. Spero la trovi l dentro!

Ma perch non te ne vai sbott Jesse, nervoso finch non esce da qui... perch non vi togliete tutti dai piedi e lasciate che io e Henry proviamo ad aprire la porta? Buss ancora, ma non ci fu alcuna risposta. Mamma? Stai male? Puoi aprire la porta? Se non rispondi Henry e io scardiniamo la porta, d'accordo? Lo facciamo? Mamma?

Silenzio.

Henry and a prendere un cacciavite. Jesse, il caldo volto premuto contro la porta, cerc di convincere la signora Pedersen a uscire dal bagno. Mamma,  quasi ora di cena. Perch non parli? Hilda non diceva sul serio, ti vuole molto bene... Mamma, qui fuori non c' nessuno tranne me e Henry. Solo io e Henry. Abbiamo un cacciavite e stiamo per scardinare la porta. Ok? Dobbiamo aprire la porta prima che pap torni a casa... Lui non capirebbe, potrebbe arrabbiarsi... Adesso scardiniamo la porta, mamma. Non spaventarti.

Lui e Henry non si guardarono nemmeno durante l'operazione.

Alla fine scardinarono la porta e con un grugnito Jesse riusc a sganciarla dallo stipite. E poi gli apparve l'interno del bagno e, sul pavimento, accanto alla vasca, il corpo della signora Pedersen. A Henry sfugg un grido, ma non si mosse. La vista di Jesse si oscur, vide tutto nero, per poi tornare a funzionare: s, era la signora Pedersen. Era sdraiata sulla schiena, nuda. La pelle era allungata e flaccida, una vista orribile, il volto non era altro che un'ulteriore protuberanza di carne arrossata, gli occhi semichiusi sui bulbi oculari insulsi e folli, la bocca aperta, spalancata. Respirava a fatica. Il corpo tremava e fremeva in modo irregolare, a ondate, e l'acqua profumata nella vasca alle sue spalle fremeva come a volerla imitare; minuscole increspature, quasi invisibili, si spandevano dal pavimento sino al muro...

Henry borbott qualcosa e si allontan.

Che corpo enorme! Jesse vide i seni gonfi, sacche giallastre di carne, i capezzoli nudi, di un rosso scuro, cerchiati da file di protuberanze come avesse la pelle d'oca, quasi avesse molto freddo, sebbene la parte superiore del tronco fosse arrossata dal calore e la pancia e le cosce fossero anch'esse arrossate. Respirava affannosamente, rapidamente. Lembi di carne pendevano dalla pancia fino a toccare le mattonelle del pavimento. Era simile a una palla di caldo protoplasma in grado di respirare, emanava un odore fruttato, acido, forse di limone; e poi Jesse vide del vomito sul pavimento, appena dietro la testa, e che una sottile linea di vomito incrostato partiva dalla bocca per proseguire il suo corso lungo il collo e la spalla sino a terra. La fiss, senza parole. Non riusciva a muoversi, rest l solo, fermo sul ciglio della porta, incapace di entrare o di voltarsi indietro. Quel corpo! Quel volto spento, vuoto, inebetito! La testa in cima al corpo sembrava troppo piccola rispetto al resto, come fosse stata aggiunta solo in un secondo momento. Cos spenta, cos screziata e contorta nella follia, sarebbe potuta essere una faccia qualunque: era il corpo ad avere importanza, esagerato, rigonfio fino a formare una grossa scatola oblunga, un rettangolo simile a un fienile. Ciocche di capelli bruni e crespi... Il corpo era cos grosso che Jesse si sent gravitare verso di esso, attirato verso di esso. Fatti avanti. Doveva farsi avanti. Non poteva scappare. Puzzava di sudore, di sporco - la terra - un odore forte di vomito e di fiato pesante, come se fosse rimasta l ad aspettare per anni che lui la trovasse in quella stanza privata con la vasca colma di acqua bluastra e profumatissima.

Mamma... cerc di urlare Jesse.

La voce gli si strozz in gola.

Si mosse. Lembi di carne come tumori pendenti dai fianchi e dalle cosce e appena sopra le ginocchia, la pelle screziata di arancione e di viola, di blu, di giallo; le caviglie e i piedi non erano altrettanto gonfi, solo paffuti e robusti, come sul punto di stringerlo in un abbraccio. Jesse la fissava e pens di volersi ritrarre con un balzo all'indietro, verso il corridoio, non riusciva a muoversi. Doveva svegliarla. Doveva rimettere tutto a posto, doveva prendere il vestito che era caduto a terra e rimetterglielo addosso, doveva ripulirle il viso dal vomito, doveva liberarsi della bottiglia rotolata in un angolo del bagno; doveva agire, doveva prendersi carico della situazione prima che tornasse il dottor Pedersen, ma per molti minuti non riusc nemmeno a muoversi. La signora Pedersen stava tornando in vita. Il respiro mut in grugniti. Il corpo sussult. Gli occhi, lattiginosi e ciechi, si aprirono e si richiusero e Jesse non poteva pi nascondersi, non poteva voltarsi e andarsene... Avrebbe voluto chinarsi e abbassarle le palpebre per impedirle di scoprirlo...

Lei grugn - il respiro si era fatto pi veloce -, gli occhi si spalancarono all'improvviso e si posarono su di lui con decisione. Guard dritto verso di lui. Jesse sent come se da entrambi i loro volti fosse stato strappato via un velo, che si stavano guardando apertamente, stavano fronteggiando uno dei tremendi segreti di questo mondo.

10

Per molti giorni a seguire Jesse si rifugi in uno spazio privato, pressurizzato: l'aria stessa sembrava esercitare una tremenda pressione su di lui. Non riusciva a collocarla con esattezza su nessuna precisa parte del corpo. A volte, quando saliva una rampa di scale oppure usciva per una disperata passeggiata veloce in citt - si ritrovava a camminare senza sosta, non voleva tornare a casa -, sentiva come se il cuore stesse per esplodergli, e altre volte erano i polmoni a dolergli, sebbene si sforzasse di respirare a piccole boccate, con calma. Altre volte si trattava di un tetro dolore che gli cerchiava la testa. Non riusciva a leggere per pi di mezz'ora alla volta. Continuava a frequentare la biblioteca dell'universit di Buffalo, sedeva a un tavolo completamente vuoto, un libro in mano... Ma dopo qualche minuto si rendeva conto che non stava leggendo, che la testa gli si era spenta.

Le ampie porte decorate della stanza in cui si trovava, una sala di lettura vecchio stile, attirarono la sua attenzione. Un s invisibile era impegnato a svitare i cardini fino a smontarli, prendeva nota delle dentellature scolorite sul legno...

Preso dal panico tornava al libro che stava leggendo: una serie di lezioni sul sistema nervoso centrale tenute in Inghilterra. Aveva gi letto quasi tutti i libri che avrebbe studiato al primo anno della scuola di preparazione alla facolt di edicina ed era passato ad altri libri consigliatigli dal dottor Pedersen, libri che appartenevano al lontano futuro di Jesse, un futuro inimmaginabile...

Nove giorni prima di partire per Ann Arbor.

Lo avrebbero accompagnato tutti, tranne Frederich. La signora Pedersen non faceva altro che parlare del viaggio. Il dottor Pedersen si sarebbe preso delle ferie dal lavoro. Hilda, dapprima testarda ed evasiva, alla fine aveva acconsentito ad andare con loro. Lo avrebbero accompagnato al suo dormitorio, preso delle camere in un albergo nelle vicinanze, l'avrebbero aiutato a sistemarsi e poi, solo quando fosse stato sicuro di farcela da solo, se ne sarebbero andati. Non ti abbandoneremo continuava a rassicurarlo la signora Pedersen. Quando parlava era senza fiato, concitata; era sempre di corsa, impegnata a comprare vestiti per Jesse, a cucire le sue iniziali, J.P., su tutte le sue cose, persino gli asciugamani. Cos nessuno potr rubarti niente. Devi fare molta attenzione lo ammoniva. A cena parlava volentieri di come aveva passato la giornata: Oggi ho finalmente comprato un bel baule. L'ho preso da Williams Brothers, sempre che tu lo approvi, caro. Gli darai un'occhiata, dopo cena?. Il dottor Pedersen condivideva lo stesso entusiasmo, anche se lui non aveva altrettanto tempo per occuparsi di Jesse. Le aveva affidato tutti i preparativi per la partenza. La signora Pedersen era svelta ed efficiente, sempre al telefono a prenotare taxi per andare in citt, dove avrebbe ritirato qualcosa per Jesse, aveva persino chiamato il dormitorio di Ann Arbor per chiedere di che colore fosse la camera che gli avrebbero dato. C'era cos tanto da fare! Era sempre presa dai preparativi, ma trovava comunque il tempo di cucinare una bella cena per tutti, si infilava il grembiule, canticchiava allegra in cucina. Jesse la sentiva cantare ogni volta che vi metteva piede, quasi lo facesse solo per lui. Sono in cucina. Sono normale. Sto preparando una cena normale.

Quando parlava con Dora aveva lo stesso tono stridulo, efficiente, anche se ormai sembrava non facesse altro che darle ordini. A cena talvolta i suoi gesti erano bruschi: aveva rovesciato il suo bicchiere per due sere di fila e il dottor Pedersen aveva esclamato: Mary, ma che ti succede? Sei nervosa?. Lei si era morsa il labbro, tamponando con un tovagliolo per asciugarsi. No, no, affatto aveva risposto. Spero tu non sia troppo affaccendata per via dei preparativi, in questi giorni aveva detto il dottor Pedersen.

La signora Pedersen aveva continuato a tamponare l'acqua, evitando di incrociare lo sguardo degli altri. No, ho fatto una lista, caro, e seguo quell'ordine. Nessuna fretta. Ce la faccio. Non sono nervosa, per niente.

Jesse cerc di guardare altrove.

Tempo qualche giorno e se ne sarebbe andato.

Ma come poteva andarsene? Voleva loro bene. Voleva bene a tutti loro, anche a Frederich. Dal giorno in cui la signora Pedersen si era chiusa in bagno, tra Jesse, Frederich e Hilda si era sviluppato un legame silente, imbarazzato, di cui non parlavano mai, non ne prendevano atto. Gli sembrava impossibile lasciarli. L'aria era pervasa dal panico. La testa gli faceva male. Ma era pur sempre necessario andarsene per riprendere, un giorno, il posto che gli spettava nella famiglia; il dottor Pedersen glielo aveva spiegato innumerevoli volte. Invitava Jesse nel suo studio, dopo cena, per parlargli, con fare sognante, allegro, rammentava i giorni passati all'universit del Michigan e alla facolt di medicina, gli parlava per un'ora o un'ora e mezzo di seguito mentre Jesse fissava la porta chiusa dello studio, immaginando come rimuovere i cardini, accuratamente, posatamente, e come sollevare la porta dallo stipite... Ma quando il dottor Pedersen gli chiedeva come proseguissero i suoi studi, era in grado di rispondere immediatamente. Sembrava un'altra voce quella che rispondeva al posto suo. Riusciva a ripetere pagine e pagine a memoria, interi capitoli, poteva tratteggiare tutto un libro parlando in modo svelto e meccanico mentre il dottore annuiva. A volte si rendeva conto, senza provare alcuna gioia, che sapeva gi tutto. Parlava in modo cos chiaro e limpido che il dottor Pedersen non poteva far altro che essere d'accordo, emettere mormorii entusiastici.

Aveva smesso di chiedere aiuto a Hilda quando studiava matematica. Aveva smesso di preoccuparsene. Non voleva pensarci. Inoltre sentiva che sua sorella si era chiusa a riccio, che la paura l'aveva s ammorbidita, ma l'aveva anche resa insensibile nei suoi confronti; l'istinto gli diceva che il sottile sarcasmo del passato rappresentava una sorta di cameratismo, ma non se la sentiva di rimetterla alla prova. Non voleva incrociare il suo sguardo per timore di ricordare cos'aveva detto alla signora Pedersen. Era orribile. I segreti tra loro erano orribili. Se gli capitava di lanciare uno sguardo a Frederich, a volte capitava che anche lui lo stesse guardando, ma non significava nulla: il legame tra loro doveva restare silente perch era orribile. Jesse si chiese da quanto tempo Hilda e Frederich sapevano che la loro madre beveva, nascosta negli anfratti della casa, in bagno, anche nel seminterrato; Jesse si ricordava delle molte volte che l'aveva vista tornare da l a mani vuote, le gote accese e colorate, e di come lei l'aveva salutato, allegra: Sono solo andata a controllare che non ci fossero perdite, l sotto... con tutta questa pioggia....

Ma le voleva bene. Una settimana, poi se ne sarebbe andato.

E poi un giorno, dopo pranzo, prima che lui uscisse di casa, carico di libri, ud bussare alla sua porta. Sapeva gi che era la signora Pedersen, ancor prima di rispondere.

Dove te ne vai oggi di bello? gli chiese.

I suoi piedi piatti si erano fermati sulla soglia di camera sua. Non era ancora stata invitata a entrare. Riempiva l'ingresso con il suo enorme vestito comodo in cotone verde menta; ai piedi indossava sandali di paglia decorati da nappe arancioni e campanellini d'ottone in punta.

Si era spazzolata i capelli e il crespo era stato domato in onde che si innalzavano dalla fronte. Riusciva a intravedere il pallido scalpo, dove la pelle era leggermente squamata.

Esco disse Jesse.

Si era dovuto mettere una camicia bianca e la cravatta.

Vai a Buffalo?

Non so.

S, certo che vai a Buffalo, cos ben vestito.

Jesse osserv le nappe sulle sue scarpe.

Volevo... volevo solo chiederti del bucato... cos'hai intenzione di fare con il tuo bucato, quando sarai all'universit...

Non ci ho pensato rispose Jesse. Sentiva gli occhi di lei puntati sul suo volto, sulla sua espressione avvilita. Le sue dita si muovevano nervosamente lungo le tasche ricamate del vestito.

Ti ho comprato un contenitore per la biancheria sporca che puoi inviare qui a casa, Jesse. Ho pensato fosse la cosa migliore, metterla in un contenitore e poi mandarcela...

D'accordo disse Jesse.

Sarebbe un tale fastidio lavartela da solo in una lavanderia a gettoni prosegu svelta o fartela lavare da qualcuno... gli altri non sanno come vogliamo siano fatte certe cose. Potrebbero inamidarti troppo le camicie. Non si curerebbero di appaiarti i calzini...

D'accordo disse Jesse.

Hai detto che vai a Buffalo, quindi?

Jesse alz lo sguardo, con aria triste: Credo di s.

Bene, ho delle cose da comprare l. Ti accompagno.

Ma non rester per molto tempo...

Non  necessario, devo comprare solo un paio di cose.

Jesse non aggiunse altro.

Aspetta, ho ancora qualche faccenda da sbrigare disse la signora Pedersen. Devo chiamare mio padre per sapere come sta. Poi ho una lista, una lista di cose da fare... la sto seguendo passo passo, cos non mi innervosisco e non mi confondo... Puoi aspettarmi? Puoi aspettare un po'? Mi bastano dieci minuti, per prepararmi.

D'accordo.

Solo dieci minuti, lo giuro!

Aspetto in macchina.

Quando lei si allontan gli sembr di sentire, colto dalle vertigini, odore di alcol. Oppure era solo la sua immaginazione?

Prese i libri e la giacca e si mise in macchina. Sospir. Lo aspettavano trenta chilometri in macchina. Sent cedere l'intera parte destra del suo corpo, la sent invecchiare, era turbato. Stare in macchina di fianco alla signora Pedersen! Per tutti quei chilometri! Percepire i suoi movimenti accanto a lui, la parte anteriore della macchina affollata dai loro due corpi, sentire il suo sguardo accanito e allo stesso tempo impotente su quel lato del volto...

Attese. Passarono cinque minuti. Dieci minuti. Sfogli il quaderno che usava per prendere appunti e la sua grafia gli sembr bizzarra, quella di uno sconosciuto. Forse aveva preso il quaderno di qualcun altro per sbaglio...? No, era il suo. Non riusciva a concentrarsi... Gi sentiva la presenza della signora Pedersen affollare i sedili davanti della sua macchina...

Dora usc dalla porta di servizio e disse: Jesse, la signora Pedersen mi manda a dire che sta facendo pi in fretta possibile, ancora un minuto. Ringrazi Dora e inser la chiave nel quadrante. Forse, se metteva in moto l'auto, essa si sarebbe magicamente mossa, l'avrebbe aiutato a scappare... Passarono altri dieci minuti. Jesse guardava fuori dal parabrezza, gli occhi vitrei. Non riusciva a ricordare da quanto aspettasse. Alla fine vide la signora Pedersen affrettarsi verso la macchina con una grossa sporta per la spesa e una borsetta di paglia, il cappotto che pendeva da un braccio. Doveva aver fatto cadere qualcosa perch imprec e si chin a raccoglierla. Jesse le apr lo sportello. Si chiese a cosa le servisse tutta quella roba: in cima alla sporta c'erano un vasetto di crema, una spazzola e una scatoletta di plastica piena di forcine e la borsa stessa pareva molto pesante.

Jesse guid verso la statale mentre la signora Pedersen si profondeva in mille scuse per averci messo cos tanto.

Inizi a parlare come se stesse recitando un discorso imparato a memoria. Sedeva con le mani in grembo, una mano stretta all'altra. A Jesse cominci a girare la testa. Era certo di sentire l'odore del whiskey.

Jesse, non ti ho ancora ringraziato per l'altro giorno. Per tutto l'aiuto. Perci, ecco, grazie. Entrambi tennero lo sguardo fisso sulla strada. Ho commesso un errore. Un brutto errore. Se il dottor Pedersen fosse tornato in anticipo... Jesse, ho commesso un errore ma non lo ripeter. Ho fatto tanti di quegli errori, ma non succeder pi. Sono giunta a un bivio, nella mia vita. Ho avuto modo di pensare molto. Ho parlato con mio padre e con il reverendo Wieden. Ho fatto il punto sulla mia vita, sulla mia vita passata, e ho preso una decisione. Ma volevo solo ringraziarti per avermi aiutato, l'altro giorno. Hilda e Frederich non lo avrebbero mai fatto. Non mi vogliono bene. Hanno paura del padre. Non mi vogliono bene. Parlava a frasi brevi, spezzate. Viviamo tutti nella stessa casa, preparo loro tre pasti al giorno, sono la loro madre, li amo nonostante il loro atteggiamento nei miei confronti, ma... ma... sono pronta a prendere una decisione, nella mia vita, perch ora so qual  il mio destino...

Di che parlava?

Jesse agognava il fresco della biblioteca. I movimenti silenziosi dei corpi, corpi di ragazze, lontani da lui, quel silenzio greve, serio, impersonale. Sarebbe potuto restare seduto l per ore, assolutamente solo. Avrebbe potuto leggere per ore. Solo. Assolutamente solo. E sarebbe stato al sicuro l, nei panni di Jesse Pedersen, un ragazzo con una casa e una famiglia da cui tornare, una tavola a cui sedersi alla sera, quando la sera giungeva rassicurante, e il dottor Pedersen tornava a casa.

La signora Pedersen parlava con voce febbricitante: Jesse, ho preso una decisione. Ne ho parlato con mio padre. Lui ha sempre saputo del mio... del mio problema... Ha cercato di starmi accanto. Ma mi ha deluso. Non capisce,  troppo vecchio per capire... Continua a chiedermi che ne sar di me, come far a non coprirmi di vergogna... come mi prender cura di me stessa... Lui non capisce.

Jesse non os chiederle cosa intendesse.

Non chiedo la tua approvazione, Jesse. Non voglio coinvolgerti, cos come non voglio coinvolgere mio padre. Si  offerto di darmi del denaro, ma ho rifiutato. Significherebbe coinvolgerlo. Farebbe infuriare il dottor Pedersen... Ho i miei soldi, ho tutti i soldi di cui ho bisogno. Ecco disse, aprendo la borsetta di paglia ecco tutto ci di cui ho bisogno... Ieri ho preso un taxi per andare in banca e ritirare tutto il denaro necessario. Sono pronta.

Jesse prosegu per un altro chilometro prima di riuscire a parlare. Poi disse, senza guardare verso di lei: Vuoi dire che...?.

Lascio mio marito.

Cosa?

Lascio il dottor Pedersen. Me ne vado.

Il cuore di Jesse sobbalz: Te ne vai? Li lasci...?.

Me ne vado, voglio iniziare una nuova vita.

Ma...

S, proprio oggi. Star in albergo, a Buffalo. Ho programmato tutto disse, accaldata. Sono brava a pianificare. So fare una lista e seguirla punto per punto. Non sono ubriaca, sono del tutto sobria. Guarda e tese le mani di fronte a lei. Tremavano solo lievemente.

Stai andando in albergo? Oggi? In albergo?

Se non mi porti tu in centro, prender un taxi. Ho abbastanza soldi. So prendermi cura di me stessa.

Ma... cosa far...

Si arrabbier. Lo so bene. Ma so da anni che che un giorno l'avrei lasciato.  questione di sopravvivenza. Della mia sanit mentale. Ho provato a spiegarlo a mio padre e al reverendo, ma loro non capiscono: gli uomini non capiscono, non mi considerano un essere umano indipendente, io sono... io sono Mary Shirer... sono ancora Mary Shirer. Si mise a piangere. Voglio tornare a essere lei, a essere quella ragazza. Voglio... voglio tornare a essere me stessa. Non so come sia successo, da dove venga tutto questo grasso,  passato cos tanto tempo... Sono passati cos tanti anni... Ho paura di impazzire, di morire se non lo lascio...

Ma cosa farai? chiese Jesse. Dove vivrai?

Sola. Vivr da sola rispose, in lacrime. Mi sono tenuta tutto dentro per anni, ho fatto dei piani, e ora  arrivato il momento: morir se non scappo da lui, da quella casa. Non sono un fenomeno da baraccone come loro, non lo ero e non lo eri nemmeno tu, all'inizio... Ti ho voluto subito bene, Jesse, perch tu eri come me, com'ero io un tempo. Anch'io desideravo essere amata, come te. Desideravo essere amata dal dottor Pedersen e nessun altro. Desideravo essere sua... Ma non ero uno scherzo della natura, all'inizio. Ero Mary Shirer. Non so cosa sia successo, che cosa mi abbia fatto, ma ora lo devo lasciare perch... perch fra una settimana te ne sarai andato, Jesse, e non ci sar pi nessuno ad aiutarmi...

Jesse fissava la strada innanzi a lui. Sembrava distorta dalla canicola, in lontananza, lo traeva in inganno. Riusciva a sentire l'odore del caldo o era solo il profumo dolce e penetrante della signora Pedersen?

Mi aiuterai, vero, Jesse? Mi aiuterai...

Gli tocc il braccio. Lui trasal.

Altrimenti impazzir. Morir. Dovr togliermi la vita.

I singhiozzi si fecero frenetici. Jesse continu a guidare in uno stato di stordimento, sospeso, privo di peso, affondato nella stessa trance pressurizzata in cui era stato immerso per giorni. Jesse, per favore. Te ne prego. Rispondimi, non voltarmi le spalle proprio adesso... Morir se non scappo...  per salvare la mia anima che lo faccio! Jesse si volt a guardarla, preoccupato, e parve riuscire a vedere nei meandri del suo spirito - lo stesso che aveva visto il giorno che era collassata in bagno - e non poteva ignorarlo...

Jesse...?

S, d'accordo bisbigli.

Non riusciva a smettere di piangere rumorosamente, come una bambina. Jesse la port in centro, passando oltre l'universit, il volto violentemente accaldato. Nello specchietto retrovisore vide una faccia gonfia e rossa - era la sua? -, il volto di un grassone dall'et indefinita, uno sconosciuto. All'inizio non eri un fenomeno da baraccone...

Una volta arrivati in centro, Jesse fece il giro intorno all'hotel scelto dalla signora Pedersen mentre lei si tamponava il volto e cercava di darsi una sistemata. Il fondotinta le era colato ovunque. Si pass il fazzoletto in volto e sulla gola e sulla nuca. Jesse, cosa devo dire? Non so come si fa il check-in... l'ha sempre fatto qualcun altro al posto mio...

La voce di Jesse si fece cupa. Non lo so. Di' solo che vorresti prendere una camera.

Vorrei prendere una camera.

Forse prima dovresti chiedere il prezzo...

Non mi importa del prezzo! Ho tutti i soldi del mondo. La mia famiglia ha sempre avuto un sacco di soldi. Ne ho abbastanza per il resto della mia vita... Vorrei una camera. Una camera singola. Jesse fece un altro giro dell'isolato, e poi un altro ancora, mentre la signora Pedersen guardava fuori, verso le strade affollate. Il centro di Buffalo era caldo, afoso. Disse incerta: Verrai con me, Jesse, non  vero?.

D'accordo.

Per favore, vieni con me. Te ne prego. Puoi restare ad aspettarmi vicino alla porta, non devi accompagnarmi al banco.

D'accordo.

C' troppa gente qui...  tutto cos confusionario...

Jesse parcheggi e lui e la signora Pedersen camminarono sino all'albergo, entrambi si muovevano goffamente in quel clima torrido. La signora Pedersen portava con s la sua borsa di paglia mentre Jesse aveva in mano il cappotto e la sporta. Quest'ultima cominci a strapparsi. Tutta la parte destra del corpo di Jesse, la parte esposta alla signora Pedersen, aveva cominciato a rabbrividire violentemente. Non aveva mai provato nulla del genere. Jesse si rosicchi il labbro e fiss lo sguardo sui volti dei passanti: loro lo sapevano. Sapevano riconoscere uno scherzo della natura, quando ne vedevano uno. La signora Pedersen ciarlava nervosamente, a voce alta. Era palese che aveva bevuto. Quegli sconosciuti su Main Street, Buffalo, lo capivano perfettamente: un'enorme ubriacona e un enorme ragazzo sgambettanti sotto al sole, entrambi in preda al panico.

Entrarono nell'albergo e si avvicinarono al banco. La signora Pedersen strinse il braccio di Jesse. Alla fine and lui dall'impiegato della reception e disse: Mia madre vorrebbe prendere una camera singola, grazie.

L'impiegato sorrise alla signora, che era rimasta discosta di qualche metro. S, per quante notti?

Non lo so fece Jesse.

Si volt con aria affranta verso la signora Pedersen.

Non lo so... disse lei.

Silenzio.

Per un periodo ancora indeterminato? domand educatamente il receptionist.

S, suppongo di s rispose Jesse.

Un fattorino li port in camera, la quale dava sulla strada, molti piani pi in basso. Non era una camera particolarmente gradevole. La signora Pedersen sembrava troppo grossa per quella stanza: inciamp nella scrivania, quasi rovesci una lampada. Il suo volto era florido e strabiliato. Non appena il fattorino si fu congedato, lei si avvicin alla finestra e fece scorrere il dito sul davanzale. Lo sollev cos che Jesse potesse vedere: era sporco!

Non riesco davvero a crederci, Jesse fece lei.

Si mise a sedere sul letto e quello s'incurv sotto al suo peso. Jesse rimase l impalato, non sapeva cosa fare. Doveva andarsene? Cosa sarebbe accaduto? La signora Pedersen inizi a svuotare il sacchetto, tirando fuori i suoi oggetti uno per uno, sistemandoli sul copriletto con lentezza, in silenzio. Si pass la lingua sulle labbra: Oh, ho dimenticato qualcosa... ho dimenticato qualcosa... disse, lenta. Avrei dovuto portarmi dei vestiti...

Non te ne sei portati?

Me ne sono dimenticata. Mi sono dimenticata dei vestiti.

Si guardarono. Gli occhi della signora Pedersen erano iniettati di sangue.

Oh, me ne sono dimenticata. Come ho fatto a dimenticarmene? Andavi cos di fretta e non volevo farti aspettare... temevo te ne andassi senza di me... io...

Forse puoi comprarti qualcosa propose Jesse.

No, non voglio uscire. C' troppa gente, troppa confusione. No, non posso andare per negozi. Forse sto impazzendo, Jesse, devo cercare di mantenere il controllo... Che cosa mi ha fatto, Jesse, cosa...! Non me ne dimenticher mai, il mio corpo e il mio spirito ne hanno avuto abbastanza, di lui, degli anni passati a fargli da moglie... Non so cosa ne sar di me...

Jesse la guard dritta nel volto sgraziato, rigato dalle lacrime. Cosa sarebbe accaduto? E poi, stancamente, qualche minuto dopo, disse quello che sapeva di dover dire sin dall'inizio: Torno a Lockport e vado a prenderti dei vestiti.

Oh, Jesse, lo faresti? Per me? Significherebbe cos tanto per me, Jesse, ho lasciato l cos tante cose... mi sono fatta prendere dalla confusione e ho lasciato cos tante cose... posso fare una lista da portarti...

Si guard attorno, con fare vago. Jesse le port della carta dalla scrivania. Le prest la sua penna. Le ci vollero quasi venti minuti per stilare la lista, il volto contorto da tutto quel pensare. Jesse and alla finestra e guard gi in strada, quattro piani pi in basso. Sentiva il respiro pesante, forzato della signora Pedersen, che di tanto in tanto mormorava qualcosa di inudibile. Che stava succedendo? Stava succedendo davvero? Il vetro della finestra era sudicio e rifrangeva la luce in un debole arcobaleno a qualche centimetro dagli occhi di Jesse. Tutto ci stava succedendo davvero?

Oltre il vetro sporco, in cielo, vi erano grandi nuvole voluminose. Sbuffi di nuvole. Il cielo era di un azzurro piatto, esanime, le nuvole perfettamente bianche. Silenzio nel cielo. Una delle nuvole attir l'attenzione di Jesse: presentava i tratti di un volto, distesi e superficiali e derisori. Ma ben distinti. Aveva gli occhi, l, un abbozzo di naso, un accenno di bocca. La sua espressione, in lontananza, era colma di derisione.

Jesse sbatt le palpebre.

La signora Pedersen si mise in piedi a fatica. Tieni, Jesse. Penso di aver scritto tutto, stavolta.

Starai bene, qui da sola?

Oh, certo. S. Star benone. Va tutto bene. Non ho pi le vertigini, adesso, sto benissimo. Non ti sembra? Sono del tutto sobria.

Jesse annu mestamente.

Si mise in macchina e torn a Lockport. Erano le quattro del pomeriggio quando svolt nel vialetto dei Pedersen, attraverso il cancello in ferro battuto. Port la lista a Dora e disse: La signora Pedersen vorrebbe che tu mettessi tutte queste cose in una valigia, per favore. Dora, sbalordita, prese il pezzo di carta. Il cuore gli batteva forte, cos Jesse usc ad aspettare nel vialetto. Premette una mano contro il caldo metallo della macchina. Quello era reale, quel calore. Il metallo. Dopo un po' Dora apparve dietro la porta scorrevole, la apr con fare maldestro. Jesse si avvicin per aiutarla. Le prese di mano una grossa valigia marrone. Disse: Non  tutto, ce n' ancora. Un'altra valigia. Torn in casa e ne venne fuori con le braccia straripanti di vestiti. Quanti erano! Cosa doveva farsene di tutti quei vestiti? Uno aveva il corpetto coperto di paillettes.

Grazie disse Jesse.

Avevano caricato il tutto in macchina. Dora rimase a guardarlo fare retromarcia, la mano a coprire la bocca, come se si trovasse davanti a una scena spaventosa. Durante il viaggio di ritorno a Buffalo la testa gli girava per la velocit della guida, per il caldo, per l'odore dei vestiti della signora Pedersen.

Dovette parcheggiare lontano dall'albergo. Nel trasportare le due valigie e tutti i vestiti, vide come la gente lo stesse palesemente fissando. Erano guardinghi. Persino i membri del personale dell'albergo lo guardarono in modo strano. Prese l'ascensore fino al quarto piano, e quando buss alla porta della signora Pedersen, lei per molti minuti non apr. Che era successo? Poi, infine, ud i suoi passi pesanti. Fece scorrere il catenaccio e apr la porta con cautela, impaurita.

Oh, Jesse, grazie al cielo... pensavo fosse lui... pensavo tu fossi andato a dirglielo, che l'avessi portato qui con te... oh, grazie al cielo, grazie al cielo...

L'aiut ad appendere i vestiti nell'armadio. Il suo umore era mutato, si mise a chiacchierare entusiasta, sebbene ancora sull'orlo delle lacrime, talvolta virando verso una gaiezza stridula, sorprendente. Era ormai certo che aveva bevuto. Oh, aspetta che lo scopra! Baster aspettare! Non se li sogna nemmeno i miei piani, non avrebbe mai potuto credere che sua moglie, la sua stupida moglie, potesse liberarsi da lui e iniziare una vita tutta sua, come quella di tutti gli altri... Oh, sar cos sorpreso...

Mentre disfaceva una delle valigie, il telefono squill.

Cosa? Nessuno sa che sono qui... Nessuno sa dove sono... strill la signora Pedersen.

Il telefono suon di nuovo. Jesse vi si avvicin e rimase l in piedi, le mani giunte contro il petto.

Jesse, non rispondere!  lui!

Ma... non pu essere...

Lo so che  lui, me lo sento.

Ma come farebbe a sapere che sei qui?

Lo sa. Sa tutto.

Non pu essere il dottor Pedersen disse Jesse.

Di colpo, risolutamente, alz la cornetta.

Era la voce del dottor Pedersen quella che url pronto all'altro capo del telefono.

Pronto disse Jesse, inespressivo.

Chi parla? Jesse? Dov' tua madre?  l con te? Passamela, per favore.

Lei... lei...

La signora Pedersen indietreggi e scosse la testa.

Jesse, passamela immediatamente. Esigo di parlare con lei!

Non pu...

La signora Pedersen scuoteva selvaggiamente il capo.

Jesse, mi senti? Lo so dove siete. Dora ha chiamato alla clinica e so esattamente dov' andata tua madre,  esattamente il genere di posto che mi aspetterei da lei. Esigo di parlarci. Adesso. So che  l, so esattamente cosa sta succedendo. Non sto venendo a prenderla. Mi rifiuto di arrivare fin l in macchina. Passami tua madre immediatamente, Jesse.

Non vuole parlare con te rispose Jesse.

Ti ho detto di passarmela!

Non posso...

Jesse, mi senti? Mi senti?

Preso dal panico, Jesse mise gi.

Lui e la signora Pedersen si scambiarono un'occhiata.

Dopo un po', con voce tremula, lei disse: Grazie... grazie di avermi salvata....

Il telefono riprese a squillare.

Andiamocene da qui. Usciamo da questa camera fece la signora Pedersen. Corse verso la porta. Forza, Jesse. Per favore. Andiamo gi e lasciamo che chiami, che continui a chiamarmi quanto gli pare. Non risponder. Vuole solo che io torni da lui, a quell'orribile vita. Crede di avere potere su di me, ma non  cos. Oh, senti come squilla quel telefono! Vuole proprio farmi uscire di testa!

Uscirono dall'albergo e andarono in un bar. La signora Pedersen ordin cheeseburger e patatine per entrambi. Mangi velocemente, come fosse molto affamata, riprese colore. Ti racconter cose su di lui che non sa nessuno, Jesse. Segreti. Segreti tremendi disse a bassa voce. Certo,  un genio. S, un uomo meraviglioso. Il fiore all'occhiello di Lockport, s. Scrivono articoli su di lui. Esatto. Ma ci sono segreti di cui nessuno  a conoscenza, tranne me... Prende la morfina, Jesse. S, la morfina! Non ogni sera, ma spesso si fa un'iniezione proprio come la gente normale si beve un bicchiere. E ovviamente disprezza chi beve: ha detto cose schifose, imperdonabili su mia madre, solo perch di tanto in tanto beveva qualcosa. Ipocrita! Sotto lo sguardo fisso di Jesse, lei si ripul la bocca. S, prende la morfina, di nascosto: sono l'unica al mondo a saperlo... E i modi in cui mi ha punito! Una volta, eravamo sposati solo da un anno, si  rifiutato di parlarmi per un mese. E a oggi non so il perch. L'ho offeso, non so come.  talmente fiero e vanitoso. Non mi lascia comprare nulla a meno che lui non l'abbia prima vista e approvata. Una volta ha buttato tutti i miei vestiti e sono dovuta restare in camera, nuda, per tre giorni... Mi portava il cibo con un vassoio e lo lasciava fuori dalla porta, come fossi un animale... Pensavo di impazzire, in quella stanza! Mi ha fatto diventare pazza, Jesse. Gli piace farmi piangere. S,  vero, non fare quella faccia! Mi ha costretto a depilarmi tutto il corpo per un sacco di tempo, per anni, e se non avevo fatto un buon lavoro prendeva il suo rasoio e interveniva lui... Gli d gioia, farmi piangere. Hai presente quell'armadietto chiuso, nel suo ufficio?  sempre chiuso a chiave perch dentro ci sono dei libri, libri disgustosi, pieni di foto disgustose. Foto indicibili. Ci sono foto di uomini e donne e altre foto di corpi smembrati, con sotto didascalie scherzose. Libri che si prendono gioco di tutto. Sono quasi svenuta, quando me li ha fatti vedere per la prima volta. Eravamo sposati solo da qualche mese... me li ha fatti leggere ed  rimasto dietro di me, a guardarmi...

Non ci credo bisbigli Jesse.

Oh, non ci credi! disse la signora Pedersen. Be', tu non sei stato sposato con lui per diciannove anni, al contrario di me. E perch poi mi ha sposato? Perch mio padre era un medico, e cos mio zio, e perch la mia famiglia ha i soldi e le terre e lui sapeva di riuscire a metterci mano. Ha passato tutta la vita a parlare della sua clinica, la clinica Pedersen. Pensa che diventer famoso in tutto il mondo.  un pazzo. Vuole salvare tutti dalla morte. E mio padre gli ha dato migliaia di dollari, gli ha prestato migliaia di dollari perch  abbastanza stupido da credere in lui.  un pazzo, mio marito, salvare tutti dalla morte! Diventare famoso in tutti i paesi del mondo! E poi ha anche convinto mio padre ad andare in pensione. L'ha fatto a pezzi. Voleva che Frederich diventasse un dottore, che ereditasse la clinica, ma lui  sempre stato troppo cagionevole per andare a scuola e quindi... quindi... ha adottato te... fa tutto parte del suo piano, lo stesso che mi racconta da diciannove anni... Sono queste le cose che non scrivono negli articoli sul dottor Pedersen concluse, sorridendo amaramente. Il cibo l'aveva ringalluzzita. Parlava quasi allegra e sembrava ammiccare verso Jesse, divertita dalla sua incredulit. Chiedigli di raccontarti della sua filosofia segreta. Non smette mai di parlare di quella pubblica, ma che ne  della sua filosofia segreta? Quando un paziente si affida a lui, il paziente diventa suo. La sua vita diventa sua. Possiede il paziente, possiede la sua malattia, possiede ogni cosa. Oh,  un pazzo. Chiedigli di tutte queste cose. Chiedigliele, avanti. Non tutti i suoi pazienti sopravvivono, sai. Chiedigli di quelli che muoiono. Le sue diagnosi non sono sempre corrette. Il magnifico dottor Pedersen ha commesso la sua parte di errori. Ma lui convince sempre i suoi pazienti di avere ragione, e loro morirebbero piuttosto che consultare un altro dottore, tanta  la fede che nutrono per lui, si ammalano sempre di pi fino a morire, muoiono piuttosto che chiedere un altro parere... E lui li guarda morire e non chiede l'aiuto di nessuno... Crede di avere ragione fino alla fine,  incapace di credere di potersi sbagliare... Non riesce nemmeno a pensare di poter essere in errore. Continui a volere pi bene a lui che a me?

Jesse osserv il suo volto, il moto di mascella e mandibola.

Chi era? Una donna, una donna pesante, sudaticcia, concitata; una sconosciuta, oppure sua madre? O ancora un gigantesco pezzo di carne che, se scosso con forza, avrebbe lasciato emergere il volto minuto e grazioso di una donna normale? Jesse stava perdendo il controllo sui suoi pensieri. Lei glieli risucchiava dal cervello; aveva in qualche modo a che fare con il suo ciarlare e il masticare affamato delle sue fauci e i suoi occhi ammiccanti e maliziosi. Quando ci siamo sposati mi ha visitato per verificare che io fossi vergine. Chiedigli di questo. Chiedigli degli esperimenti che conduce sui suoi pazienti a loro insaputa. L'ipnosi.  capace di ipnotizzare chiunque quando gli pare, questo lo sapevi? Chiedilo a lui. Queste cose non sono nel Libro dei destini, sono scritte nei suoi registri segreti, quelli che tiene in cassaforte. Non so quanti registri abbia accumulato, ha cominciato a tenerli quando aveva vent'anni. Potrebbe essere arrivato a cinquecento, ormai. Cinquecento registri segreti. Ha intenzione di donarli a una qualche fondazione scientifica internazionale, quando sar morto, crede che rivoluzioneranno la medicina... Va' a chiederglielo! Chiedigli della sua idea di usare i microbi nelle bombe - microbi e batteri -,  questa la sua ultima invenzione, vuole brevettarla e venderla al governo degli Stati Uniti.  un vero e proprio pazzo. Vuole farmi uscire di testa. Chiedigli tutte queste cose, tu che lo ammiri cos tanto! Proprio tu!

Non voglio pi starti ad ascoltare disse Jesse, debolmente.

Il suo piatto era pulito. Restavano solo una scia di ketchup e un cetriolino. Lo us per fare la scarpetta e lo mangi.

La signora Pedersen aveva finito il suo cheeseburger. Si diede una controllata al rossetto nel suo specchietto d'oro a conchiglia. Respirava affannosamente; un rossore frenetico era risalito sino al volto, donandole un aspetto vigoroso, seducente. Cos' che dice sempre quando mi tormenta, quando cerca di farmi a pezzi? Quello che sotterri verr a galla. S.  da anni che glielo sento dire. Me lo sussurra all'orecchio. Gli dico sempre la verit - non sono in grado di mentirgli! - ma lui non mi crede mai, non fa che minacciarmi,  sempre geloso. Quello che sotterri verr a galla, dice. Mi chiede dei miei sogni. Vuole sapere tutto dei miei sogni. Devo confessargli ogni mio singolo pensiero. Mi ipnotizza, entra nella mia testa, dice che appartengo a lui. Dice che un marito  il proprietario di sua moglie. Anche Hilda e Frederich appartengono a lui, ma con loro non pu farci molto, sono troppo intelligenti. Credo ne abbia un po' paura: una volta ha cercato di sculacciare Frederich e lui gli ha morso la mano, ha affondato i denti nella mano del dottor Pedersen come un cane, e non la lasciava andare! Poi sono iniziate le convulsioni. Ha paura di Frederich e Hilda, quindi se la prende con me. Pensa io trami un piano segreto contro di lui. Non fa che chiedermi di confessare. Quello che sotterri verr a galla, mi dice, aspettandosi una confessione. Non posso tornare da lui. Preferisco morire.

Chiam la cameriera e ordin altri due cheeseburger e due coche.

Ma non hai paura di vivere da sola? le chiese Jesse. Tutta sola...? Quando tutti gli altri al mondo hanno una famiglia?

Sbuff: Una famiglia! E cosa vuoi che me ne importi di avere una famiglia!.

Ma...

Una sorta di terrore invase Jesse. Cerc di far luce sui suoi pensieri. Cosa stava dicendo, cosa gli stava dicendo quella donna? Una famiglia! Per un attimo si dimentic di cosa fosse una vera famiglia. Il terrore crebbe, terrore di essere escluso dalla famiglia degli uomini, spintonato dalla gente di fretta per strada, gente racchiusa in folle, con le loro famiglie a casa, vite private che lo escludevano per sempre...

Verr ad Ann Arbor con te disse semplicemente la signora Pedersen.

Fu allora che un uomo apparve sulla porta del locale - spalle cos ampie e spesse che Jesse pens potesse essere il dottor Pedersen - e poi, dietro di lui, sul marciapiede, un altro grosso uomo, ma nemmeno lui era il dottore.

Arrivarono i cheeseburger. La signora Pedersen prese subito a mangiare, veloce ma con grazia, conscia delle attenzioni di Jesse. S, mi trasferir ad Ann Arbor. Prenderemo casa l. Potrei comprarci una bella casa e cucinare per te e farti il bucato, non ti dar alcun fastidio. Ecco cosa faremo. Mi  chiarissimo, ora. Poi esit, lo guard: Oh... scarpe. Jesse, ho dimenticato le scarpe. Sono uscita di casa stamattina e mi sono dimenticata le scarpe... ho dimenticato di includerle nella lista... ho soltanto il paio che ho ai piedi.

Jesse masticava un boccone del suo cheeseburger, senza sentirne il sapore.

Prima i vestiti, adesso le scarpe fece la signora Pedersen. Ma a che pensavo...

Dopo un po', con un sospiro, Jesse disse: Torner io a prendertele.

11

Quando Jesse arriv a casa dei Pedersen per la seconda volta, Henry era gi sul vialetto ad aspettarlo. Ai suoi piedi c'era una grossa valigia.

Henry parl evasivamente, cercando di non incrociare lo sguardo di sorpresa e terrore dipinto sul volto di Jesse: Le scarpe della signora Pedersen sono tutte qui dentro. Il dottor Pedersen manda a dire di portargliele e ti saluta.

Le scarpe...?

La signora Pedersen ha chiamato e ci ha detto che stavi arrivando. Ha detto di preparare le scarpe e che saresti arrivato in mezz'ora.

Jesse non riusciva a smettere di guardare il viso del negro, come se temesse di guardare altrove. Poteva darsi che Hilda lo scrutasse dalla finestra di camera sua. Forse persino il dottor Pedersen li stava osservando. Il pensiero del dottor Pedersen in casa, tutto tranquillo all'interno della casa, fece fremere Jesse. Intendi dire che la signora Pedersen ha chiamato qui a casa...? Ha chiamato per avvertirvi del mio arrivo...?

Ha parlato con Dora. Ha parlato con lei e gliel'ha detto.

Oh, certo. Bene. Bene... disse Jesse, con aria vaga. Prese la valigia, la quale era sorprendentemente pesante, ma non and via. Henry pareva ansioso di rientrare. Cos' che aveva detto, poco prima? Jesse non riusciva a ricordarselo.

Grazie per le scarpe disse Jesse.

Be'...

Jesse avrebbe voluto chiedergli di ripetere il messaggio. Gli aveva riferito qualcosa che aveva detto il dottor Pedersen: ma cosa? Jesse non riusciva a ricordarselo. Sentiva gli occhi pulsare dal desiderio di essere distolti dal volto di Henry per rivolgersi verso la porta di casa, verso una delle finestre che forse celavano il dottor Pedersen, che lo osservava...

S, grazie... la signora Pedersen ne sar molto felice... fece Jesse.

Henry indietreggi. Jesse non pot fare altro che caricare in macchina la valigia e rimettersi in viaggio.

Quella volta fece con calma. Per qualche ragione era esausto: faceva fatica ad abbassare il pedale dell'acceleratore, a mantenere una velocit costante. Il piede cominci a intorpidirsi. Era vagamente cosciente della statale che stava percorrendo - Transit Road - e delle altre macchine e dei lembi di campagna, ma a volte i pensieri scivolavano altrove, si assopivano, ed era perplesso riguardo la direzione intrapresa. Buffalo, certo. All'albergo. Aveva una valigia sui sedili posteriori della macchina, della macchina donatagli dal dottor Pedersen, e la valigia era piena delle scarpe della signora Pedersen, che aspettava che lui tornasse a portargliela...

Prima il corpo gli prudeva violentemente, ma non aveva potuto grattarsi, perch c'erano altre persone attorno a lui. Il prurito era passato, ma il suo corpo, la parte destra in particolare, era intorpidita, pesante, invecchiata. Jesse sapeva che ci si poteva addormentare alla guida. Ma non riusciva a credere di essere cos stanco, narcotizzato, quando c'era ancora cos tanto da fare - tanti di quei chilometri ancora davanti! - e cos tante responsabilit da affrontare. Non guidava al suo meglio. A volte sfiorava gli ottanta all'ora, altre volte scendeva a cinquanta: il suo piede pareva addolcirsi automaticamente sull'acceleratore e di quel passo ci avrebbe messo una vita a tornare a Buffalo...

Innanzi a lui si profil un ponte alto e stretto. Rallent, prosegu stando attento al traffico proveniente dall'altra parte. Lo percorse con lentezza: di sotto c'era un fiumiciattolo, le acque tendenti al marrone e poco profonde per via del caldo d'inizio settembre. Gli era ormai familiare. Aveva guidato lungo quel ponte molte volte. Sull'altro versante vi era un grosso edificio, una specie di fabbrica; dall'edificio si stendeva fino al corso d'acqua una collinetta di un marrone aranciato e intenso. Uno stabilimento per la produzione di sidro. Il piede di Jesse scivol gi dal pedale, intorpidito. Doveva riposare per qualche minuto. Doveva fermarsi.

Svolt in una stradina vicino alla fabbrica. Per un po' rest seduto in macchina, a ristorarsi. Sorrise al sentire l'odore delle mele... C'era uno stabilimento pi piccolo di quello fuori da Yewville che dava su uno dei torrenti, e qualche volta ci era andato con altri ragazzi a scavare in cerca di vermi tra gli scarti delle mele accatastati sul retro. Era il posto migliore dove trovare vermi da usare come esche. Guard verso la fabbrica, le finestre sbarrate da assi di legno, e gli sembr che quel posto avesse un significato, era destino che lui si fermasse l. Scese dalla macchina, stanco, e si guard attorno. La fabbrica era abbandonata. Era alta due piani e aveva una cantina in pietra che spuntava dal suolo con due porte marce che conducevano al suo interno, permanentemente spalancate, lasciando in bella vista l'umida e nera oscurit sottostante. Un'elaborata ragnatela pendeva davanti all'ingresso. Gli piaceva l'odore umido e bagnaticcio della terra, l'odore delle mele. Oltre la collina, dove la terra digradava verso il ruscello, il suolo era di un arancione scuro dato degli scarti di mela; sulla riva del fiumiciattolo c'erano dei legnetti a forma di Y infilzati nella terra incrostata, stavano a indicare il passaggio di pescatori, forse di ragazzini proprio come lui, com'era stato lui a Yewville... I resti delle mele avevano un odore pervasivo e caldo. Sembravano rilucere alla luce del tramonto, quasi dello stesso colore luminoso che tingeva un banco di nuvole. Le nuvole erano punteggiate come da molti occhietti poco profondi e indistinti.

Per un po' Jesse diede un'occhiata attorno alla fabbrica, cammin fra le erbacce alte fino ad avvicinarsi alla cantina. Una zaffata d'aria stantia. L sotto c'era un luogo buio, proibito... Pi in l lungo la stradina c'era un vecchio camioncino parcheggiato su quattro blocchi coperti di grasso e circondato da erbacce dai fiori blu. In lontananza c'era un terreno coperto di arbusti e di carcasse di macchine e camion e di quello che sembrava essere stato uno spazzaneve. Abbandonate fra le erbacce. La strada era molto stretta ed evidentemente percorsa di rado, poich le erbacce crescevano anche nel centro. Jesse not un meleto alla sua sinistra. Doveva appartenere a una famiglia che viveva in una fattoria vicino alla statale. Diede uno sguardo al frutteto e vide che dall'altro lato c'era un ampio cortile. C'era un vecchio dondolo in legno e metallo, verniciato di verde, che poteva reggere fino a quattro persone. C'era qualcuno seduto l sopra...? Jesse riusc a distinguere due persone, una donna e una bambina. Il pollame beccava nel prato attorno a loro, come ignaro della loro presenza. Jesse si chiese cosa si stessero dicendo. Avrebbe voluto ascoltare, avvicinarsi... La donna sembrava riprendere la figlia. La voce si innalzava in note dolci, indecifrabili, singole note, sillabe sonore. Jesse non sentiva. La donna, la madre, fece muovere il dondolo e la ragazzina salt su a sedere dall'altro lato, prorompente dalla gioia. La bambina aveva tre o quattro anni. Aveva lunghi capelli scuri. La donna aveva una fitta chioma pi chiara, leggera, arricciata, quasi bionda e tendente al rossiccio, proprio come i capelli di Jesse. Indossava un vestito giallo. Per qualche ragione a quella vista gli si inumidirono gli occhi: a sapere di non potersi unire a loro su quel dondolo... Una madre e una bambina su di un dondolo, in campagna, in una calda sera di fine estate... E non poteva unirsi a loro, era impossibile che lui potesse unirsi a loro. Un uomo usc dalla porta sul retro della fattoria. I volatili si dispersero al suo arrivo. Era alto, ben piantato, le maniche della camicia arrotolate fin sul gomito. I capelli erano neri. Diceva qualcosa, ma Jesse non riusciva a discernere le parole.

Poi d'un tratto l'uomo guard verso di lui. Lo scrut. Doveva aver detto qualcosa, un bisbiglio di sorpresa o irritazione, perch anche la donna si volt a guardare. Jesse era dal lato opposto del frutteto, abbastanza lontano da non rappresentare nessun tipo di pericolo. Non era entrato nei suoi possedimenti. Ma la coppia guardava verso di lui con fare sospettoso. La ragazzina non si era accorta di nulla. Cantava qualcosa con voce acuta e melodiosa.

Jesse pens: Spiegher tutto, dimostrer loro che non ho cattive intenzioni.

L'uomo dai capelli scuri si avvicin lentamente al frutteto. Jesse percep la minaccia cauta e scattante nel suo passo, nelle sue braccia scoperte.

Doveva andarsene.

Doveva togliersi dai piedi.

Si affrett verso la macchina, affannato. Mentre faceva retromarcia lungo il sentiero vide che l'uomo lo stava guardando. Si era acceso una sigaretta.  cos che un uomo protegge se stesso e la sua famiglia, pens Jesse.  cos che fa un uomo, un uomo normale, per escludere tutto il resto del mondo.

*

Quando Jesse torn in albergo buss alla porta, ma la signora Pedersen non apr. Buss ancora. Attese. Nessuna risposta. Un uomo che attraversava il corridoio gli lanci un'occhiata. Jesse lo vide avvicinarsi con la coda dell'occhio e per un attimo non riusc a quantificarne le dimensioni: era possibile fosse il dottor Pedersen? No, il dottor Pedersen era a casa. Jesse era al sicuro. Pos a terra la valigia e buss nuovamente.

Non rispose. Il cuore inizi a battergli forte dal panico. Forse era successo qualcosa alla signora Pedersen. Forse era svenuta... Per un attimo non ricord da quanto tempo era via. Forse erano passate molte ore. Il tempo lo confondeva. Sapeva che il viaggio da Lockport a Buffalo era durato molto pi del necessario, come fosse rimasto sospeso in un sogno, come se avesse dovuto affrontare un sogno per riemergere dalla sua stessa coscienza. Forse erano passate ore. Forse un giorno intero.

Buss di nuovo, timidamente. Quella volta ud una voce proveniente dall'interno. La signora Pedersen diceva qualcosa, ma lui non riusciva a sentire. Attese pazientemente finch lei non arriv ad aprire la porta per quanto lo permetteva la catena. Spi verso di lui, il volto florido e cauto che si intravedeva attraverso la porta semiaperta. Jesse sent odore di whiskey.

Sei stato via per cos tanto... Pensavo fosse successo qualcosa... Ho pensato fosse venuto lui al posto tuo...

Lo lasci entrare. I suoi capelli erano spettinati e selvaggi, come quelli di uno spaventapasseri. La parte frontale dell'abito era macchiata. Ero cos spaventata, cos spaventata disse con voce marcata e fanciullesca. Sono le scarpe? Quella l, la valigia? Ringrazio il cielo di averti, Jesse. Sei tutto quello che ho, ormai.

Jesse apr la valigia e tir fuori le scarpe accuratamente avvolte in carta velina. La signora Pedersen si avvicin a lui e le lacrime bagnarono parte della carta bianca e sottile. Ha squillato il telefono. Ha continuato a chiamarmi, a tormentarmi. Ma non ho risposto. Non risponder mai a quel telefono disse lei. Oh, grazie al cielo ho te. E Dora. Dora  magnifica. Ma lui come fa a sapere che sono venuta qui? In questo albergo? Sa tutto, legge il pensiero. Te l'ho detto che sa leggere il pensiero? Quello, e ipnotizza le persone senza che loro lo sappiano - gli basta accomodarsi di fronte a te e riesce a guardarti dritto nel cervello -, lui sa tutto, sapeva che sarei venuta in questo posto prima ancora che lo sapessi io...

Jesse si chiese dove avesse nascosto la bottiglia. Not un vassoio sul comodino con qualche piatto incrostato di cibo ordinato dal servizio in camera.

Ma non voglio parlare di lui disse la signora Pedersen. Sedette sul letto e le molle scricchiolarono dalla sorpresa. Non mi importa se stasera far una cena come si deve o meno. Non mi importa nemmeno di Hilda. Non mi ha mai voluto bene. Mi odia. E Frederich, anche lui mi odia. Hanno sempre voluto pi bene al padre. Anche tu gli hai sempre voluto bene. Tutti gli vogliono bene, per me  un mistero. Ho sentito qualcuno, in corridoio, mentre tu non c'eri, e ho pensato potesse essere lui, la sua voce, il mio cuore  impazzito... Non so se lo amo ancora. Non voglio amarlo. Sar per sempre libera da lui... Cosa ti ha detto quando sei andato a prendere le scarpe?

Niente. Henry era fuori ad aspettarmi con la valigia gi pronta.

Solo Henry?

S.

Il dottor Pedersen non ha voluto parlarti?

No.

La signora Pedersen rest seduta senza fiatare. Non sembrava nemmeno consapevole della presenza di Jesse.

Squill il telefono.

Lei balz in piedi. Digli di lasciarmi in pace. Digli di lasciarmi in pace strill.

Jesse and a rispondere al telefono, ma una volta che si fu avvicinato, sent il braccio che gli si intorpidiva. Era paralizzato? Il telefono squill di nuovo. La signora Pedersen era arretrata contro il muro, le nocche premute contro la bocca. Mi ammazzo. Divento pazza. Digli di lasciarci in pace, di lasciarci in pace per sempre...

Jesse si sforz di afferrare la cornetta. Con gli occhi serrati, url: Lasciaci in pace!.

Attacc.

La signora Pedersen e Jesse si guardarono. La signora Pedersen si strinse fra le braccia, tremante. Jesse, mi sento cos strana. Mi sento affamata... Era lui, era il dottor Pedersen?

S. Non lo so.

Ho cos tanta fame, sto tremando... Potresti andare a prendermi qualcosa da mangiare? Jesse? In un buon ristorante?

Perch non usciamo? Cos non sentirai quando il telefono squilla.

Non voglio uscire, no, ho un aspetto terribile... Non posso andare fuori... Si sta facendo buio... Non voglio che la gente mi veda...

Ma...

Esci tu a prenderci qualcosa da mangiare, va' a comprare la cena, per favore.

Potremmo chiamare il servizio in camera.

No, il servizio in camera no, non voglio il servizio in camera. Voglio qualcos'altro. Cibo di un buon ristorante... cibo diverso... mi sento debole, tremo tutta... Jesse, va' a comprare qualcosa da mangiare, qualcosa di sostanzioso, e ceneremo qui insieme, solo noi due, e non risponderemo al telefono quando squiller...

Era sul punto di scoppiare in lacrime, cos Jesse cedette.

Scese in strada e cerc un ristorante. Cammin per molti isolati. Alla fine s'imbatt in uno squallido ristorante cinese semivuoto; scorse il men e ordin i primi quattro piatti che vide: anatra alle mandorle, manzo con verdure cinesi, gamberi in salsa d'aragosta, pollo chow mein. Dovette aspettare che preparassero il cibo, cominci a venirgli l'acquolina in bocca. Dunque compr delle tavolette di cioccolato alla cassa e le ingoll nervosamente. Si chiese come stesse la signora Pedersen. Forse aveva ripreso a bere. Forse il telefono aveva ripreso a squillare e lei si era spaventata...

Quel giorno era durato met della sua intera vita.

Quando torn con la cena la signora Pedersen lo aspettava alla porta e apr immediatamente. Si era messa una vestaglia a fiori e i capelli erano rizzati in ciocche irregolari, sembrava se li fosse tormentati con le mani. Avevo paura che non tornassi, Jesse, non smetto di tremare, ho i nervi a pezzi... Questo cos', cibo cinese? Ma il cinese  cos leggero... delizioso, ma non riempie... Mi sento cos debole, muoio di fame...

Va tutto bene, adesso le disse Jesse.

La signora Pedersen sedette sul bordo del letto e prese a mangiare. Aveva il fiatone. Lacrime di gratitudine sgorgarono dai suoi occhi gi per le guance rigonfie. Jesse riusc a malapena ad assaporare il cibo: mangi velocemente, la testa quasi nel piatto. Veloce, veloce. Il telefono avrebbe potuto squillare da un momento all'altro. Anche lui era affamato, doveva riempirsi lo stomaco. Sent un vero e proprio dolore allo stomaco, pretendeva di essere riempito.

Questo cibo  delizioso, ma non basta... solo una ciotola di riso per due persone... fece la signora Pedersen. Quando finirono lei si ripul la bocca e sospir, tremante: Jesse, potresti uscire a prendere qualcos'altro? Non era abbastanza per noi due. Oggi non abbiamo mangiato come si deve. Tutto quel guidare e il nervosismo e il telefono che squillava mi hanno sfinito... ho paura di non mangiare abbastanza, di svenire, e qui non conosciamo nessun dottore... Jesse, potresti andare a comprare qualcos'altro, per favore?.

Jesse si alz con lentezza.

Sei tutto quello che mi resta, Jesse bisbigli la signora Pedersen.

Usc di nuovo. Quella volta cammin senza una meta, quasi si perse per poi ritrovarsi dall'altro lato della strada dove c'era il ristorante cinese. Entr e ordin gli stessi quattro piatti. La cassiera, una giovane donna orientale con occhi esageratamente marcati, lo guard. Compr anche una manciata di tavolette di cioccolato e le mangi nell'attesa.

Venti minuti dopo, mentre attraversava la hall dell'albergo, not che il receptionist lo guardava con attenzione. Anche i facchini lo guardavano. Ma prese l'ascensore fino al quarto piano con il cartone caldo fra le braccia, l'acquolina in bocca per tutti quei profumi di cibo.

Signora Pedersen? Mamma?

Buss, ma non rispose nessuno.

Premette la bocca contro la fessura della porta e grid: Mamma! Sono Jesse!.

Ma non rispose nessuno. Buss ancora. Lo stomaco gli faceva male dalla fame e si sentiva scosso. Se la immagin sdraiata sul pavimento del bagno, la vasca piena d'acqua, acqua calda, che fremeva in cerchi concentrici e sottili, quasi invisibili... Rest fuori per un po', con le scatole di cibo fra le braccia. Poi le pos con cura per terra e buss di nuovo. Nessuna risposta. Perch non veniva fuori? Era debole dalla fame e, nell'attesa che lei aprisse, si chin e apr il pacco. Che cibo delizioso! Afferr qualcosa con le mani - straccetti di pollo, noodle, foglie verde scuro di una verdura che non riconosceva - e inizi a mangiare. Solo un boccone. I minuti passavano e la signora Pedersen non apriva la porta. Che succedeva? Jesse, affamato come un lupo, prese un'altra manciata di cibo, poi un'altra ancora...

Rest l accovacciato goffamente e mangi. Tanto valeva mangiare. La bocca gli pizzicava a ogni manciata di cibo; la lingua sembrava farsi piena di vita, improvvisamente guizzante. A quanto pareva era molto affamato e aveva proprio bisogno di quel cibo. Aveva della disperazione in gola che spingeva gi il cibo e ne esigeva altro. Cosa sarebbe successo se non ce ne fosse stato abbastanza? Il suo stomaco era una buca spalancata, una buca di carne, una ferita aperta. Doveva riempirlo di cibo. Doveva rimpinzarlo. Ma non riusciva a mangiare abbastanza in fretta, e il cibo cinese era cos leggero, cos delicato, non era sufficientemente sostanzioso... Avrebbe dovuto comprare degli hamburger, dei corposi cheeseburger americani al bar dell'albergo... Quel cibo non gli sarebbe mai bastato. Si sentiva debole, confuso. Gli facevano male i muscoli facciali per via di tutto quel mangiare, persino le braccia gli dolevano dal portare il cibo alla bocca, eppure aveva ancora fame. Le sue budella si contorcevano dalla fame. Quasi sentiva i tessuti soffici, fragili e pulsanti del suo stomaco che fremevano dalla fame, che chiedevano a gran voce di essere nutriti. Infine sedette sul tappeto per dar sollievo alle ginocchia doloranti e lasciare pi spazio allo stomaco.

La signora Pedersen non and alla porta. Jesse mangi tutte le quattro portate e quando ebbe finito alz lo sguardo, intontito, e si accorse di essere seduto sul pavimento di un corridoio scarsamente illuminato che puzzava di cibo e polvere. Era solo. Si sentiva vagamente ebbro. Facendo uno sforzo, ansimando, si rimise in piedi e buss alla porta della signora Pedersen.

Nessuna risposta. Niente.

Fin per ripiegare i contenitori e rimetterli nella scatola assieme ai tovagliolini sporchi. Prese l'ascensore e scese nell'atrio. Un senso di urgenza concentrato nello stomaco lo spinse verso l'addetto alla reception, che sembrava lo stesse cercando con lo sguardo. Mia madre non apre la porta fece Jesse. Ho bussato, ma non apre... Lo sguardo educato del receptionist cadde sulla pancia di Jesse, per poi risalire. Ho paura le sia successo qualcosa disse Jesse.

Tua madre  andata via.

Cosa?

La signora Pedersen ha lasciato la camera 405.  tua madre, giusto?  venuto qui un signore a prenderla... ha detto di essere il dottor Pedersen... se ne sono andati circa mezz'ora fa. Forse eri fuori...? Mi  parso di veder piangere la signora disse, guardando con solennit il volto di Jesse. Dev'esserci stato un fraintendimento. Tu sei Jesse Pedersen?

Cos'hanno... hanno detto cosa...

Il dottor Pedersen ha lasciato questa busta per te.

Jesse prese la lettera che gli porgeva. Si volt, inebetito, e usc in strada.

Non riusciva a ricordare dove avesse parcheggiato la macchina. Cammin per un po', la lettera stretta in mano. Sembrava molto corposa e attraeva l'attenzione della gente. Poi trov la macchina - sembrava la sua macchina - parcheggiata in una stradina laterale. L'aria calda e oleosa espulsa da una ventola gli ricord quanta fame aveva. Nelle vicinanze c'era una tavola calda. Aveva bisogno di buon cibo americano, cibo sostanzioso... Si strinse la pancia, aveva cos tanta fame.

La tavola calda era vuota, salvo per due marinai, magri come ragazzini, seduti al bancone. Jesse si sistem accuratamente su uno degli sgabelli e ordin sei hamburger con salsa piccante, tre contorni di patatine fritte e una coca-cola. Fin di berla ancor prima che arrivasse il cibo, cos dovette ordinarne un'altra. Come mai era cos assetato? Gli venne il panico al pensiero che non gli portassero subito la seconda bevanda. Ma la cameriera non lo fece attendere. Cosa gli stava succedendo? La mano gli tremava mentre afferrava il primo hamburger racchiuso nel pane tostato. La salsa piccante aveva un odore pungente, delizioso... Il suo stomaco brulicava di aspettative. Jesse diede un morso al panino e pens che i marinai e la cameriera lo stessero guardando, ma lui non ricambi lo sguardo. Aveva talmente tanta fame; si sentiva male da quanta fame aveva. Gli sarebbe piaciuto poter spiegare loro... spiegare che gli era successo qualcosa di strano, qualcosa che non riusciva a capire, che non sapeva cosa fosse di preciso... Gli sarebbe piaciuto spiegare loro che voleva solo fare la cosa giusta... che dentro di lui c'era una fame acuta che si innalzava al cielo come un urlo...

Mangiava. Si spingeva in bocca il cibo. Doveva affrettarsi, tremava tutto. Poi, con cura, apr la busta del dottor Pedersen ed estrasse un pezzo si carta. Prima di leggerlo fin la bottiglia di coca. Per farsi forza diede un altro bel morso all'hamburger. Un po' di salsa gli col lungo il braccio, dovette pulirsi con dei tovaglioli di carta prima di poter esaminare il foglio. Lacrime di fame gli velavano gli occhi.

Era un assegno da mille dollari intestato a Jesse Pedersen. Era firmato dal Dott. Karl Pedersen.

Jesse volt l'assegno. Sul retro non c'era scritto nulla. Rimase seduto, continu a mangiare, poi riprese la busta e guard al suo interno. Un altro foglio, piegato. Mastic disperatamente un boccone di patatine fritte come se temesse che qualcuno gliele strappasse via, poi ingoi e sent il cibo che scorreva dentro il suo corpo; e gi mordeva un secondo hamburger, anche se i denti posteriori avevano cominciato a fargli male per via di tutto quel masticare e i suoi occhi era accaldati e inebetiti. Negli hamburger c'erano cipolle crude e a lui non piacevano, le cipolle crude. Fin un hamburger e ne prese un altro e fu deluso di constatare che il pane era un po' raffermo; la saliva scorreva copiosa nella sua bocca come a opporsi a quella sua delusione. Tremava ancora, debole dalla fame... Si riemp la bocca. In qualche modo il panino gli scivol di mano e cadde sul bordo del bancone e, prima che potesse afferrarlo, scivol sul pavimento. Si abbass emettendo un grugnito e lo raccolse. Ci pass sopra un tovagliolo e diede un altro morso. Ordin un'altra coca-cola, poi si ricord che aveva bisogno di latte, quindi ne ordin un bicchiere. Poi cambi idea e ordin un frullato al cioccolato. Not che i marinai lo guardavano dall'altro capo del bancone - i loro volti attenti, infantili - mentre la cameriera, una donna giovane e graziosa, lo serviva con abilit ed educazione, un sorrisetto stampato in volto, la fronte leggermente contratta. Lui tremava, in preda alle vertigini della fame, eppure notava lo stesso, come da una distanza di molti anni, la preoccupazione della gente attorno a lui. Avrebbe voluto spiegare loro che qualcosa era andato storto, era successo qualcosa, che non era colpa sua, non dovevano dargli la colpa, non dovevano pensar male di lui...

Finalmente, quando si sent forte abbastanza, estrasse dalla busta la lettera del dottor Pedersen.

Jesse,

con questo assegno e questa lettera, dichiaro che tu per me sei morto. La tua esistenza  nulla. Tu non sei niente. Hai tradito la fiducia della famiglia Pedersen, la quale ti ha accettato e amato come un figlio e che ora ti disconosce. Non provare mai pi a contattarci. Tu sei morto. Tu non esisti.

Dott. Karl Pedersen
LIBRO SECONDO

Il passare finito di una passione infinita
1

Il bagliore di un lampo: i grandi, pesanti banchi d'aria si separano, c' un vuoto, e poi uno scontro terribile, un rumore di cataclisma. Cos il tempo si divide per certi eventi. Una vita sembra disgregarsi, sembra squarciata con violenza. Ma poi torna a ricomporsi e il tempo riprende; la vita normale riprende.

Jesse non aveva molto tempo per riflettere su se stesso.

Per lui, gli anni all'universit del Michigan si sarebbero spezzettati in poche immagini vivide: il ricordo di certi edifici nel tardo pomeriggio; i cibi in scatola (spaghetti, pasticcio di carne, stufato) che acquistava per mangiarli da solo; le sale dello studentato in cui lavorava; il suo impiego di addetto presso un centro di salute pubblica ad Ann Arbor; le colline e i sentieri bagnati dell'arboreto dove camminava a volte da solo o, all'ultimo anno di studi, con Anne-Marie, la sua fidanzata. Quando cominciava a pensare a se stesso, a riflettere su se stesso, tutto il suo corpo reagiva come colto da un panico improvviso - c'erano cose alle quali non doveva pensare, su cui non doveva riflettere, che non doveva ricordare. Con gli anni svilupp una facciata studiosa, seria, una sorta di maschera che non gli copriva solo il viso, ma tutto il corpo, il modo di muoversi e di respirare.

Per impedirsi di pensare a se stesso pensava al suo lavoro. Provava un'impazienza febbrile per il suo lavoro, per i progressi che stava facendo; due anni concentrati in uno e mezzo non lo soddisfecero, lo lasciarono esausto e incupito. Cinque anni concentrati in quattro; otto anni concentrati in sei e mezzo... No, non era soddisfatto, non aveva tempo di sentirsi soddisfatto. Solo nella sua stanza, ammirava i libri che gli stavano sempre davanti, ancora da leggere. Passava la mano lungo il loro dorso, lungo quelle centinaia di pagine, misteriose dall'esterno, neutre. La maggior parte dei libri era di seconda mano. Aveva duemilacinquecento dollari di debiti; dovette prendersi un semestre di pausa per lavorare, ma il lavoro non fu sufficiente a ripagare buona parte del suo debito con l'universit; era solo lavoro presso uno studentato maschile, lavoro sporco e sfibrante in cucina a scaricare grandi contenitori di cibo, a raschiare pile di piatti, a chinarsi bene dentro a grandi pentole unte per strofinarle mentre perfino i capelli gli formicolavano dal disgusto... Il tempo sbadigliava. Seduto al tavolo della sua stanza che usava come scrivania, si piegava in avanti e si prendeva la testa fra le braccia, percependo quanto il suo cervello fosse scoperto, quanto fosse esposto, quanto fosse a rischio di disintegrarsi. Ma il tempo riprendeva. La luce del giorno riprendeva, anche dopo i peggiori dei suoi incubi vaghi e sconcertanti, e si svegliava alla vita normale. Era travestito da giovane uomo normale.

Vent'anni: viveva in una stanza seminterrata in Williams Street ad Ann Arbor, Michigan. Era al primo anno della scuola di medicina e aveva lezione dalle otto del mattino fino alle cinque del pomeriggio; poi tornava sul far della sera per partecipare agli esperimenti che alcuni professori stavano conducendo: test con l'insulina, test dermatologici, fra i peggiori un test psicologico in cui Jesse e altri studenti stavano sdraiati in stanze oscurate per quaranta ore, senza suoni che potessero distrarli, a perdere e poi riacquistare e poi perdere il cervello. Al disgustoso laboratorio di anatomia, un cadavere in salamoia, molto manipolato. Tanfo di morte. Ritornava alla sua squallida stanza piena di infiltrazioni con l'odore acre dei conservanti chimici sulle mani. La morte era familiare in quei corpi cos trascurati, aveva l'aria di un luogo pubblico, di un bagno pubblico. Non era davvero importante. Ci che importava erano le strutture degli apparati del corpo, la realt assoluta e indissolubile della loro esistenza in ogni corpo, vivo o morto... Aveva ventun anni ed era ancora in quella stanza di Williams Street, camminava diversi chilometri al giorno andando e tornando dal Centro Medico, mentre il suo cervello riorganizzava problemi, esperimenti, le anamnesi dei pazienti della pratica clinica che doveva preparare. Studiava patologia; si appassion al microscopico. Quando rest due settimane nell'infermeria dell'universit a causa di un'influenza che era in circolazione, sognava le cellule dei tessuti, i cambiamenti bizzarri delle cellule fetali negli animali esposti alle radiazioni, e gli sembrava che la morte non sarebbe stata poi cos terrificante: solo un compimento. C'erano problemi reversibili e problemi irreversibili. Quelli reversibili lo gettavano nel panico perch bisognava gestirli, bisognava spiegarli, bisognava continuare con la vita... Aveva le mani ruvide per le pagliette d'acciaio e le spugne detergenti e il disinfettante e i manici scheggiati degli spazzoloni, cos cambi lavoro: fece l'addetto presso una clinica statale cittadina per un inverno, mai davvero in forma neppure lui, con la testa piena di dati, formule, dei visi importanti dei suoi professori, e i visi sfumati e morenti dei poverissimi, che lo intrappolavano di continuo nei loro discorsi: Sei cos giovane, sospiravano i vecchi, spezzandogli il cuore. Com' essere giovani? Erano sconcertati, non ricordavano la propria giovinezza. No, era impossibile figurarseli da giovani. Jesse voleva voltar loro le spalle e coprirsi la faccia, passarsi le mani sulla pelle, sulla struttura del viso, come se fosse tutto un inganno, una parodia. Avrebbe voluto urlare loro che lui non era giovane. Non era mai stato giovane. No, giovane mai!

Si lavava le mani spesso, dopo aver lavorato alla clinica o dopo le lezioni in laboratorio, o solo perch ne aveva l'occasione, in qualunque bagno pubblico maschile. Era molto povero. Non poteva permettersi il dentifricio. Non leggeva mai giornali n riviste, non vedeva mai film, non ascoltava mai la radio. Con gli occhi assonnati dopo una notte di lavoro, si presentava a lezione per ascoltare gli altri studenti parlare eccitati di nomi che significavano poco per lui: nomi di nazioni europee, nomi di politici americani. Quei giovani parlavano in modo casuale e confidenziale in una lingua che Jesse non riusciva affatto a capire. E mentre la ascoltava, mentre provava ad ascoltarla, una parte di lui si ritraeva con freddezza, percependo che in quelle conversazioni non c'era nulla per lui, nulla di valore. Queste cose non sono molto reali, pensava. A essere reali erano le sue relazioni di laboratorio, i suoi esami, i suoi voti, il modo in cui gli si serrava la gola all'odore del cibo. Il cibo - e che montagne di cibo! - si trasfigurava in immondizia, grattata via da piatti untuosi e incrostati dentro a giganteschi cestini dell'immondizia, dalla puzza travolgente. Negli ospedali, le persone se ne stavano sdraiate sulla schiena e cercavano di mangiare, cercavano di inghiottire, per continuare a vivere. Se la perdita di peso fosse stata troppo rapida, sarebbero state nutrite in altri modi e, con il saggio istinto del corpo, sapevano di questi modi e cos mangiavano, cercavano di mangiare in continuazione finch morivano o si riprendevano e le mandavano a casa... Jesse aveva tempo di riflettere sul rumore prodotto dalle bocche mentre il cibo veniva mangiato. A un certo punto, durante il secondo anno di scuola di medicina, dopo essersi ammalato, divenne incapace di mangiare in presenza di altri e perfino vederli mangiare lo agitava, anche se cercava di non darlo a vedere. Beveva una gran quantit di caff. Mangiava al tavolo della sua stanza irregolarmente, prendendo il cibo a cucchiaiate dalle lattine che riscaldava nel lavello facendoci scorrere sopra l'acqua calda. Tenendo sempre gli occhi fissi su ci che stava leggendo, riusciva a mangiare in modo veloce e invisibile, senza rendersi affatto conto di mangiare.

Mesi di tempo pungente e uggioso: i crampi delle infreddature, i crampi della fame, il sonno sui volti dei compagni di classe, il cameratismo debole e anemico degli studenti sovraccarichi. Spesso la testa di Jesse ronzava per la fatica. Si vedeva ancora e ancora nell'atto di avvicinarsi a un paziente in una camera spoglia e bianca, le cui pareti non erano altro che blocchi di cemento, la luce cruda, fluorescente, feroce, vedeva il paziente trasformato in cadavere, una cosa da indicare col dito, di cui stupirsi, da etichettare, studiare. Ancora e ancora sognava di avvicinarsi a qualcuno; sognava il lenzuolo bianco ingiallito, l'immobilit, le unghie dei piedi, i peli corporei, il viso assolutamente e semplicemente morto... Non raccont questo sogno a nessuno, e cedette solo una volta. Era in pediatria, assegnato a un reparto di psichiatria infantile; il supervisore lo invit nel suo ufficio, gli offr una sigaretta, gli chiese come stesse, e Jesse inizi a piangere. Sono molto felice di essere qui. Non so come ho fatto a meritarmelo. Sono molto felice disse Jesse in tono isterico.

Moltitudini di facce convergono in un'unica macchia: un mare di vita che si affolla in un'unit geografica, una nazione. C' una lingua comune? Cosa vogliono dire le mani imploranti? Jesse le vedeva che lo minacciavano prima di addormentarsi, e una parte della sua mente si muoveva subito per bloccarle, per sconfiggerle. No. No. Era bravo a dire di no, a ritrarsi. Resisteva alla gente. I suoi compagni di classe lo invitavano a bere con loro, ma lui resisteva. Era sempre di fretta. Aveva un lavoro part time; aveva due lavori part time. Doveva altro denaro all'universit. Prese la mononucleosi e stette male per tre lunghe settimane, temendo e desiderando il sonno, cercando di tenersi lontano dal crepuscolo del sonno da farmaci in cui i sogni avrebbero potuto agire indisturbati. Che folla di facce lo cercava nel sonno! Impossibile interpretare i loro messaggi in una calca del genere - meglio insistere col buio, il silenzio ghiacciato del vuoto, lo scoppio dell'atomo gi dal cielo, lo zero assoluto delle regioni polari! Fu durante questa malattia che incontr Anne-Marie.

Aveva ventun anni quando and in tribunale per cambiare nome: Jesse Vogel. Ora aveva ventiquattro anni e viveva al secondo piano di un pensionato sulla South University; mangiava ancora di corsa alla scrivania, quando si prendeva la briga di mangiare. A volte alzava gli occhi dal lavoro e sapeva che c'era qualcosa a cui doveva pensare, qualcuno che doveva ricordare... E pensava ad Anne-Marie con una violenza particolare, sussultante. Sarebbe stata Anne-Marie Vogel nel giro di pochi mesi. Anne-Marie Vogel. La amava e il bisogno che aveva di pensare a lei lo infastidiva. Non riusciva a portarsela abbastanza vicino, non riusciva a spezzare i confini della loro carne in modo da farla avvicinare abbastanza perch lui dimenticasse. E perci lei lo prosciugava, prosciugava le sue energie quando lui aveva bisogno di lavorare, di studiare, di memorizzare, di pianificare. C'erano altre parti del suo cervello, offuscate e irrisolvibili, insondabili, dove esistevano altri Jesse, sinistri e impossibili da uccidere; e lui li accettava, non poteva sbarazzarsene. Se avesse potuto recidere dal cervello certi percorsi neurali senza spargimento di sangue, l'avrebbe fatto - con uno di quei piccoli, affilati e ricurvi strumenti chirurgici che si era abituato a maneggiare! - ma era impossibile. Avrebbe sempre vissuto dentro se stesso. Avrebbe sempre vissuto quelle vite separate, congelate. Ma un'altra parte di lui, il vero Jesse, faceva con sicurezza i suoi programmi per il futuro, pensava con sicurezza a questa ragazza che sarebbe diventata sua moglie. Dopo tutto, la sua vita era diventata prevedibile. Stava costringendo il futuro a prendere forma.

*

Sentiva che il suo corpo stava diventando meccanico, prevedibile, molto equilibrato. Gli esseri umani hanno paura dei meccanismi perch non capiscono di essere a loro volta meccanismi. Macchine perfette diceva uno dei suoi professori. Questo professore insegnava neurochimica: era un ospite nel dipartimento, veniva da Boston. Jesse frequentava le sue lezioni, come semplice uditore perch nel suo programma di studi ufficiale non aveva tempo di seguirlo. Era affascinato dai modi lenti, dolci, da gentiluomo di lui, dal fatto che cedesse a parole non scientifiche come destino, bellezza, creazione - queste parole evocavano in Jesse una sensazione come di sogno, di ricordo, perch ne aveva sentito parlare molto prima di allora ma non se ne rammentava per nulla. Non esiste una macchina perfetta quanto il corpo umano, nulla di simile in tutta la creazione affermava il dottor Cady, parlando a gradinate di studenti assonnati, tra i quali Jesse, attento e incuriosito, bench arrivasse spesso a questo corso del primo mattino senza aver dormito la notte precedente. Era pi facile restare sveglio tutta la notte che dormire poche ore. Una sorta di slancio eccitato lo teneva in piedi. Poi, la notte successiva, poteva dormire le solite cinque o sei ore e svegliarsi fresco, come se non avesse alcun debito di sonno. Durante queste volate di attivit non aveva neppure appetito, e provava ondate di una gioia inesplicabile, come se si stesse spingendo in alto e fuori dai confini inerti del suo corpo e il suo spirito ne sorgesse vigoroso e potente e molto equilibrato.

S, perfino il suo spirito si era automatizzato, meccanizzato. Per lui funzionava perfettamente. Doveva solo dirigerlo e quello rispondeva. Si faceva saggio.

Ottenne un permesso speciale per lavorare fino a tardi e a volte, nel laboratorio quasi deserto, provava un improvviso senso di panico, come se da un momento all'altro potesse aprirsi una porta ed entrare qualcuno: un sogno ingigantito dal corridoio vuoto all'esterno. Se non riusciva a tenere sotto controllo il panico con una sigaretta o con una delle pilloline che gli aveva dato Anne-Marie, usciva e si precipitava in strada. Il cuore gli pulsava su e gi nel petto, aveva gli occhi fuori dalle orbite. Camminava intorno all'isolato, intorno ai grandi edifici scuriti del Centro Medico, e si percepiva immerso nella solitudine pi assoluta, come se avesse abbandonato la dimensione normale del tempo e si trovasse gi nel proprio futuro. L c'era la santit, la purezza, l poteva riflettere su se stesso senza panico. Cos'era il tempo? L'elemento in cui viveva, automaticamente. Cos'era la vita? Sapeva che una cellula viva compie certe azioni miracolose, che contiene una sorta di elettricit, e che una cellula morta non compie alcuna azione, non attraversa alcuna sequenza di azioni caratteristiche e identificanti, e non  nulla. La definizione di vita, dunque, era solo comportamentale: la cellula viva aveva un comportamento, la cellula morta non faceva nulla. La cellula viva era divina, la cellula morta uno zero. Fra le due si trovava un universo di tempo.

Tutto ci lo travolgeva. Lo affascinava. Non aveva tempo per farsi affascinare perch doveva lavorare, eppure la sua mente tornava e tornava di continuo su queste nozioni... Aveva cambiato nome in Vogel nel 1946. Jesse Vogel. La fine della guerra, l'inizio di Jesse Vogel. Le nozioni di cui doveva preoccuparsi nella sua vita privata, interiore, erano semplici e prive di mistero e prive di fascino: a luglio avrebbe iniziato un internato a Chicago; avrebbe sposato Anne-Marie; si sarebbe costruito una determinata vita, professionale e privata. Non era abbastanza da contrapporre all'universo?... A volte, le notti in cui aveva i nervi sovreccitati dal troppo caff, troppe mezze allucinazioni di porte che si aprivano, di cellule che tornavano in vita con un brivido pur essendo morte, morte stecchite, usciva, andava in una farmacia e telefonava ad Anne-Marie. Lei si svegliava, rispondeva subito, prima che il telefono raggiungesse il secondo squillo, perch viveva con la madre e non apparteneva del tutto a Jesse. Riusciva a vederla solo poche volte la settimana, tanto era occupato. Sempre, quando le telefonava a notte fonda, sentiva il cuore compiere balzi assurdi mentre ascoltava lo squillo distante e fragile che pareva gi trasformato dalla presenza di Anne-Marie.

Quando lei rispondeva con la sua voce dolce: Jesse?, lui chiudeva gli occhi sollevato. Aveva risposto alla chiamata. Era reale.

Ciao diceva sono solo io. Come stai? Ti ho svegliata? Hai avuto una giornata pesante? Lo sorprendeva, l'agitazione delle sue domande, il tono spiccio della sua voce. Si era dimenticato di essere cos giovane ed esigente. Se era stanca, Anne-Marie non lo diceva mai; insisteva che non stava dormendo davvero ma era solo sdraiata a letto, a pensare a lui. E Jesse le chiedeva del lavoro di quel giorno, delle altre infermiere, di sua madre, e poi le raccontava del suo, di lavoro, ripercorreva gli avvenimenti della giornata piena, i discorsi che aveva fatto con altra gente, le condizioni della propriet della sua padrona di casa - c'erano sempre piccole crisi domestiche nella pensione, e Jesse era al centro, come una specie di intermediario fra la padrona di casa e gli altri inquilini. Dopo qualche minuto cos, Jesse iniziava a rallentare, a rilassarsi. Anne-Marie diceva assonnata: Ti amo... sei cos serio... lavori cos tanto.... Possedeva una sorta di leggerezza che pareva voler sottolineare malgrado i suoi orari di infermiera e i suoi problemi con la madre. Gli si offriva sempre con leggerezza, in modo infantile; perfino i suoi problemi venivano distorti perch sembrassero cose da nulla. Mancava di rispetto a se stessa: le lamentele che rivolgeva a Jesse non erano serie. Il senso di gratitudine per lei, per la sua gentilezza, si concentrava per Jesse nei cuori goffi che le ragazze delle superiori intagliavano all'interno delle cabine telefoniche - tantissimi cuori, tutti storti in modo commovente, che gli danzavano davanti agli occhi - Quando posso vederti? Domani quando? le chiedeva sempre Jesse con impazienza. E, mentre aspettava con ansia la sua risposta, chiudeva gli occhi e vedeva Anne-Marie, quella ragazza dai capelli lunghi, sana, graziosa, sciolta dai limiti della gravit stessa, librarsi nella sua perfetta uniforme bianca da infermiera dal vecchio ospedale in cui lavorava o dalla casa cadente in cui viveva, librarsi verso le sue braccia.

Anne-Marie Vogel.

Lei lo amava e questo gli faceva pensare, nelle pi buie delle sue notti nuvolose e buie, di essere davvero un giovane uomo normale. Di non essere solo. Di non essere destinato alla confusione, al caos. Era alto un metro e ottantasette, spalle forti e portamento timidamente dritto, con i capelli pettinati all'indietro, fitti e ora un po' scuriti, non erano pi cos biondi; i suoi occhi erano chiari e cauti, uno sguardo planare che analizzava tutto ci che aveva davanti, fino ai limiti dell'orizzonte spaziale, prima di fermarsi su ci che doveva essere visto. Possedeva una sua lentezza, una pesantezza che pareva scontrarsi con una certa impazienza nel modo di parlare, come se cercasse spesso di tenersi sveglio e libero da una confusione nella memoria, la stessa asprezza delle sue parole intendeva svegliare proprio Jesse. Il suo umore si alzava e si abbassava, lo sfidava e veniva sconfitto, felicit intensa - nel lavoro al laboratorio e mentre leggeva e nell'amore per Anne-Marie - e depressione improvvisa, quasi abbandonata, una gaiezza nella depressione, come se sapesse che tutto era perduto e non poteva farci nulla, nulla per salvarsi, perch disturbarsi? Cogliendo il proprio sguardo allo specchio si scopriva a volte uno strano, intenso calore sul viso, la tonalit stessa della pelle era accalorata, rubiconda, molto sana perfino nei giorni pi tetri ad Ann Arbor, come se i modi controllati e perfino timidi che costituivano la sua solita personalit fossero sottolineati da questo sguardo sfrontato, curioso. Ormai erano anni che evitava le persone, confuso dal modo in cui reagivano a lui e privo della voglia di combatterlo o comprenderlo: la sua faccia, nei momenti di riposo, doveva avere un'espressione scettica o polemica, poich percepiva un disagio, una vaga ostilit negli uomini della sua et o pi anziani quando si trovavano in sua compagnia. No, no, tu piaci alla gente, piaci moltissimo insisteva Anne-Marie. Ma lui non le credeva. Con lei si sentiva sicuro di s - perfino normale -, si sentiva stranamente protetto. Finch era con lei, non aveva neppure bisogno di crederle.

Eppure, quando era lontano da lei, a volte non riusciva a ricordare il suo viso. Avvertiva la sua essenza, la sua presenza, ma solo come un'astrazione, avrebbe potuto essere una bellezza americana qualunque su un manifesto, che pubblicizzava una marca di sigarette o un analcolico.

Una tranquilla notte di aprile, nel 1951, usc dal laboratorio di patologia tardi, intorno alle undici, e mentre oltrepassava un gruppo di uomini sul marciapiede si accorse che uno di loro gli gettava uno sguardo per poi voltarsi a guardarlo bene. Non ricambi l'occhiata. I giovanotti erano per lo pi studenti e lui non voleva che lo invitassero a uscire con loro, non aveva tempo n gli interessava... non aveva tempo per bere, non gli interessava parlare, discutere. Era un po' stordito perch non mangiava da mezzogiorno. Ma quando era in marcia cos, all'aperto e in pubblico, di solito lo stordimento scemava. Era troppo orgoglioso per camminare da debole.

Anne-Marie era al lavoro in ospedale, quindi non poteva vederla; non avrebbe staccato fino al mattino dopo. Cos procedette velocemente verso casa, sentendo che gli stava montando un panico familiare; camminava veloce, come se credesse di poter seminare quel panico, di poter arrivare a casa prima che lo colpisse. Era tutto il giorno che pensava alle dichiarazioni assolutamente semplici e serie del docente di neurochimica, il dottor Cady: Il mondo  la nostra costruzione, siamo noi che lo popoliamo;  un mistero. Tutto ci che sappiamo del mondo, perfino le nostre pi precise scoperte di laboratorio, si basa sulla percezione dei sensi, ma questa stessa conoscenza non  in grado di rivelarci i rapporti fra i nostri sensi e il mondo esterno. Jesse ne era rimasto colpito; gli era venuta voglia di ridere dallo stupore. Voleva cercare Cady e discuterne con lui. Cady era un uomo piccolo, esile, piuttosto delicato; Jesse avrebbe dovuto chinarsi un pochino per parlare con lui, avrebbe dovuto parlargli con gentilezza. Ma voleva, voleva... voleva discutere... non era il controllo, la grande lezione della scienza? Le lezioni dell'omeostasi e della cibernetica: il controllo? Cos'altro importava?

Se aveva il controllo su se stesso, Jesse Vogel, allora nient'altro importava nell'universo.

Camminava velocemente, il panico gli portava energia alle gambe. Sentiva rumori flebili provenienti dalle case delle confraternite sull'altro lato del campus, su per la Washtenaw, e sapeva che ci che a lui pareva cos profondamente e sinistramente silenzioso non era affatto silenzio ma era pieno dello speciale piccolo linguaggio degli esseri umani. Ma lui quel linguaggio non riusciva a comprenderlo. Perfino le parole di Anne-Marie, il suo amore, la sua essenza profumata, lui non riusciva a comprenderla. Cos camminava veloce, diretto a casa, di corsa verso casa in una gradevole notte nuvolosa d'aprile. Cosa lo avrebbe aspettato alla pensione? Era una specie di casa per lui; s, le era affezionato, ci faceva affidamento; gli altri inquilini lo prendevano in giro perch si lasciava bistrattare senza fare una piega dalla padrona di casa, che non aveva un marito, forse era divorziata? vedova? abbandonata? e che costringeva Jesse a lasciare da parte i libri e sbrigarle varie commissioni, batterle i tappeti nel cortile posteriore mentre pendevano, col loro peso immenso, da un tiratissimo filo del bucato, o tenerle d'occhio la figlia di otto anni, una bambina malinconica e occhialuta. Ma a lui piaceva vivere l. Era pieno dei rumori degli altri studenti, delle loro risate simili a latrati e delle loro radio e dei loro passi pesanti, delle sgridate che la padrona di casa faceva alla figlia, ma gli piaceva: lo aiutava a scacciare i pensieri, i ricordi, i problemi del suo essere. Controllo. Era l'unica cosa che voleva. I rumori delle altre persone aiutavano a disperdere un po' i fardelli privati di Jesse. Non voleva lamentarsi, neppure con se stesso, e cos bloccava quei canali che lo riconducevano a certi pensieri, proprio come anni prima, l ad Ann Arbor, aveva sconsideratamente e disperatamente venduto quella sua macchina, perdendoci molto, solo per sbarazzarsene, sbarazzarsene per sempre... Ma a volte, quando il panico lo minacciava, gli veniva l'idea che in qualche modo i suoi ricordi privati andassero ad alimentare una vasta memoria universale, un dolore non suo che lui non aveva vissuto e di conseguenza non poteva eliminare, nemmeno con i pi intensi rituali di pensiero, questo dolore confuso che popolava l'universo, che costruiva l'universo. Non era circoscritto a un luogo. Non era nemmeno contenuto negli immensi sprechi della guerra o nel guazzabuglio della storia di quel secolo. Il tempo era inondato di persone. Come poteva stabilirsi, costruirsi, in una folla del genere...? Era armonioso, non localizzato, disperso in misura eguale ovunque. Non aveva nulla di umano.

Voleva discutere con quel professore. Voleva insistere che quelle cose non importavano... No, voleva abbracciare Anne-Marie con violenza, con dolcezza, voleva sussurrare queste cose a lei, voleva spaventarla con il loro terrore e poi tranquillizzarla, rasserenarla, riportarla all'allegro tran tran della sua vita di tutti i giorni. Ma sapeva che lei non avrebbe capito. Non aveva alcun diritto di costringerla a capire. Se l'amava, l'avrebbe protetta da quei pensieri; se l'amava, non l'avrebbe davvero portata dentro se stesso, dentro la sua coscienza, ma le avrebbe consentito di restare se stessa... Aveva imparato dai pochi romanzi letti in vita sua che l'amore richiedeva salvataggio. Doveva salvare la sua amata dal pericolo, anche dal pericolo di se stesso. La storia esigeva che un maschio salvasse una femmina dal pericolo e sarebbe stato punito se avesse fallito...

Guardandosi alle spalle, Jesse vide che qualcuno lo stava seguendo mezzo isolato pi indietro. Quel qualcuno - un uomo - aveva un'aria familiare, ma Jesse non fece in tempo a vedere chi fosse prima di voltarsi di nuovo, a disagio. Quella strada portava oltre gli studentati e di conseguenza era rumorosa. Jesse diede un'occhiata alle file di finestre illuminate dei dormitori e prov una fitta di gelosia per la semplicit della vita di quegli studenti universitari - quando aveva lavorato nelle sale mensa aveva invidiato la sciatteria dei ragazzi, il loro rumoroso istinto a fare gregge. Sent l'impulso di entrare in una di quelle sale, solo per evitare l'uomo dietro di lui. Probabilmente era un suo compagno di classe, in cerca di aiuto. Che voleva farsi prestare gli appunti. Se non altro, tutti sapevano quanto bastava da evitare di chiedergli denaro in prestito. Il suo debito con l'universit era pi alto che mai, quasi tremila dollari... Jesse imbocc uno dei viottoli ed entr in uno studentato, camminando veloce, come se vivesse l, e una volta dentro si ferm ad aspettare alcuni minuti. C'era una gran ressa, l. Jesse si era sempre sentito stranamente generoso nei confronti degli studenti dei primi anni dell'universit, bench loro avessero i soldi e lui fosse povero; pensava a loro come a dei bambini, erano cos chiassosi e sicuri di s. Vivevano in stanze zeppe di spazzatura, vestiti sporchi e asciugamani scagliati ovunque, lenzuola che non venivano cambiate per settimane, giocavano a poker e bevevano in modo allegro e stupido; erano bambini e non si poteva incolparli di nulla. Quelli che non abitavano negli studentati vivevano negli alloggi delle confraternite che parevano palazzi - case enormi dove rimbombava la musica e le tende venivano spinte fuori dalle finestre. Jesse si figurava questi giovani incastrati fra loro al caldo, per sempre. Prendevano vita a folle. I loro volti si illuminavano nel gregge. Li invidiava ma si sentiva, in un certo senso, protettivo nei loro riguardi: una volta diventato medico, sarebbe stato al loro servizio.

Dopo qualche minuto infil una porta laterale che lo riport sulla strada e percorse in fretta i pochi isolati che lo separavano dalla pensione. Ora nessuno lo stava seguendo.

Sal in camera sua al secondo piano e vide che la porta era accostata - evidentemente l'aveva lasciata aperta nella fretta di uscire al mattino - e poi, sulla soglia, rimase scioccato nel vedere che c'era qualcuno nella stanza, seduto alla sua scrivania, al tavolo ingombro sul quale lavorava. Era il dottor Monk, Monk, l'assistente del dottor Cady al corso di neurochimica. Jesse cap allora che era stato Monk a seguirlo.

Ciao! disse Monk con un sorrisone.

Si alz in piedi e gli porse la mano. Per un istante Jesse rest sulla soglia, troppo stupefatto per reagire. Poi, debolmente, strinse la mano a Monk. Non riusc a impedirsi di dare un'occhiata veloce alla stanza, come per ispezionarla.

Mi sono preso la libert di mettermi comodo. Non pensavo che ti avrebbe seccato. Non ti secca, vero? disse Monk. Aveva colto il modo in cui Jesse aveva istintivamente controllato la stanza e sembrava divertirlo. Ti giuro che non ho preso nulla! Non mi sono lasciato tentare neppure da quella focaccina muffita sul calorifero, giuro... Stai comodo qui? Sei piuttosto isolato, come minimo, al secondo piano.

S... disse Jesse vago, senza capire.

Ti starai chiedendo come facessi a sapere dove abiti disse Monk.

Jesse era troppo confuso per replicare.

Sapevo che di certo non abitavi in quello studentato spieg Monk con un gran sorriso. Be', perch non entri? Non ti siedi? Mi farai pensare che io non sia gradito.

Jesse conosceva appena Monk. Faceva l'esercitatore alla scuola di medicina, e si era laureato da qualche altra parte, in Minnesota, credeva. Monk aveva fatto l'internato e preso un anno di specializzazione all'universit del Michigan. Doveva essere un genio. Seguiva tutte le lezioni del dottor Cady, seduto davanti nell'angolo sinistro dell'aula, da cui poteva guardare sia Cady, sia la classe, e si chinava in avanti attento, ansioso di imparare; correggeva gli esami per Cady e dirigeva una sezione del laboratorio. Jesse aveva avuto un paio di discussioni frettolose con lui a proposito di qualcosa che Cady aveva spiegato, e una volta aveva incontrato Monk nel tardo pomeriggio, in quel triste tardo pomeriggio giallastro che  come una condizione dell'anima, in uno degli edifici universitari, ma non aveva mai avuto il tempo di accettare i suoi inviti a prendersi un caff insieme o uscire a bere qualcosa. Ora si sentiva in imbarazzo, dispiaciuto, come se quella stanzetta soffocante fosse stata di Monk e Jesse l'intruso.

S, non  male quass disse Monk. Mi chiedevo dove abitassi. Sembri sempre cos incredibilmente serio,  difficile immaginare dove potresti vivere, dormire davvero, ogni tanto lasciarti andare all'incoscienza... Sono tuoi tutti questi libri? Ges. E quelli l sono altri libri? Sei proprio uno studente serio, eh? Il mio amico Bob Winslow vive qui al pianterreno. Dice che la padrona di casa  un po' matta e che si approfitta di te.  vero?

No rispose Jesse.

Monk rise.

Jesse gli fece un piccolo, paziente sorriso. Cosa voleva quell'uomo? Perch non se ne andava? Ma Monk non lo guardava affatto negli occhi: era un omone, dimostrava qualche anno in pi della sua et a causa delle borse sotto gli occhi e dei suoi trascurati capelli biondi che iniziavano a diradarsi ed erano spettinati. Aveva circa trent'anni. Aveva una risata improvvisa e nervosa, modi generosi e bonari, sopracciglia cespugliose che si sollevavano di continuo a fingere sorpresa, una voce troppo stentorea per le conversazioni riservate. Era troppo rumoroso, troppo grosso. Le poche volte che Jesse aveva parlato con Monk si era sentito a disagio, scomodo, come se stesse tenendo un libro troppo vicino agli occhi. Non si poteva leggere cos: la stampa era solo una minaccia.

Ti ho visto uscire dal laboratorio stasera e volevo salutarti.  proprio ora di fare conoscenza, tra qualche mese te ne andrai, no? Dove conti di andare?

Chicago, spero.

Dove, al LaSalle?

S.

Come vanno le cose?

Tutto a posto disse Jesse.

Si sedette sul bordo del letto. Monk sedeva sulla sedia di Jesse. Accavall le gambe a disagio, come se avvertisse l'irritazione di Jesse. Poi sorrise, pronto a iniziare un nuovo argomento, e ad avvicinare Jesse da un'altra angolazione. Parl allegramente del lavoro che stava svolgendo - esperimenti di neurofisiologia per Cady, grazie a una sostanziosa borsa di studio -, infiniti tagliuzzamenti di gatti. Per essere precisi e quindi pi pedanti e meno chiari disse stiamo lavorando su un circuito di riflesso monosinaptico del midollo spinale del gatto, un meccanismo affascinante!

Che cosa fate? chiese Jesse.

Oh replic Monk, scacciando la domanda con un gesto della mano, oh, secondo me verr fuori che  tutto per la fortuna privata di Cady; forse vuole perfezionare un altro barbiturico e brevettarlo... sai che  gi ricco grazie a un suo brevetto? No, non lo sapevi? Credevo lo sapessero tutti.

Non so molto di Cady.

Eppure lo ammiri. Enormemente.

Immagino di s disse Jesse.

Te lo si legge in faccia, anche alle nove del mattino. Adulazione palese.  bello vedere questo genere di cose, anche alle nove del mattino.

Jesse rimase in silenzio.

Be', s, Cady  un uomo straordinario e non ce ne sono molti come lui. Non ti biasimo se lo ammiri. Lo ammiriamo tutti. A Jesse l'entusiasmo di Monk non sembrava sincero. Era un modo di parlare, una tattica, mentre i suoi occhi si aggiravano senza sosta per la stanza e da questa al viso di Jesse. La sua faccia sembrava pi grande di una faccia normale, come se fosse stata allungata, modellata fino a sformarsi, la faccia di un clown, dai tratti pensati per il palcoscenico e le sue luci deformanti. Jesse aveva sempre sentito parlare della sua genialit e del suo buon cuore - nel senso che seguiva gli studenti a titolo gratuito, a volte prestava loro qualche soldo, in generale era disponibile a dare una mano a chi faceva fatica a capire Cady.

Certo, nessuno di noi conosce bene il dottor Cady. Per quanto mi riguarda, mi piacciono i suoi vestiti. Eccellenti. Ha una figlia, lo sapevi? Una ragazza geniale che studia chimica, biochimica, qualcosa del genere. A Harvard.

Jesse annu vago. Si chiedeva per quanto Monk sarebbe andato avanti a parlare.

Senti, Jesse, non offenderti. Volevo solo salutarti. Abbiamo avuto una conversazione affascinante quel giorno, ricordi? Qualche settimana fa. Hai detto che soffrivi d'insonnia, proprio come me.

Davvero? Jesse non se lo ricordava.

S, me l'hai accennato. Anch'io soffro d'insonnia. Ma l'insonnia ci d qualche ora della giornata in pi, prolunga le nostre vite coscienti - giusto? Certo, io ho una memoria fotografica e quindi sono una specie di mostro. Tu non sei cos, vero? Tu non hai una memoria fotografica autentica?

Non nel senso stretto, no rispose Jesse freddamente.

Tu non sei un mostro, no, non  quello che pensavo io. C' un ragazzino di quattordici anni a fisica, qui, hai sentito? Ossuto, con gli occhi sporgenti, un vero genio. Sa tutto. Va direttamente per il dottorato, e al diavolo la laurea di primo livello. All'improvviso mi fa sentire molto vecchio. Ti ho detto che sto prendendo in considerazione un altro tipo di vita?

No.

Non il matrimonio, come te, ma proprio un altro tipo di vita, completamente diverso...

Suo malgrado, Jesse si incurios. Cosa vorresti fare? domand.

Monk scroll le spalle. Ritirarmi. Andare in pensione. Penso al Minnesota del Nord, penso ai laghi e all'acqua pura e al silenzio... Mi piacerebbe scrivere poesie, vorrei togliermi questa puzza perenne dalle mani... Ma lass avrebbero bisogno di un medico; di sicuro qualche donna inizierebbe a partorire e verrebbero a cercare me, e io sarei di nuovo il dottor Monk, non avrei scampo... Ho fatto un anno come medico di base, sai.

Jesse non si ricordava se lo sapesse o meno - ma perch avrebbe dovuto? Non era amico di Monk.

Tutti pensano di lasciare, di tanto in tanto disse Jesse. Era la prima cosa che diceva davvero a Monk, e di Monk avvert la soddisfazione.

Jesse, dovresti chiamarmi Trick. I miei amici mi chiamano Trick. Il mio nome  Talbot Waller Monk, un nome impossibile,  ovvio che mia madre l'abbia tirato fuori mentre si riprendeva dall'anestesia, e quindi tutti mi chiamano Trick. Sai perch?

Il suo atteggiamento era aperto e infantile, eppure non molto sincero. Non lo so perch rispose Jesse. Forse sei il tipo che fa gli scherzetti alla gente. Sai, come a Halloween. Trick or treat.

No, gli scherzetti sono volgari... gli scherzetti fini a se stessi sono volgari rise Monk. No, mi limito a spingere la logistica di una situazione fino al suo limite; sfrutto la dimensione del possibile anzich quella del probabile. Ma non mi immischio nel destino di nessuno.  tutto prevedibile, in un certo senso.

Jesse aveva sentito parlare delle sue burle da pi di un'interposta persona, ma non vi aveva mai fatto molto caso.

Feci un'imitazione piuttosto buona di Rothman lo scorso autunno, quando lui non riusc a tenere una conferenza di genetica all'universit del Michigan. Pensarono che fossi il grande Rothman in persona rise Monk. Ma in realt fui molto meglio perch io, almeno, la lingua inglese la so parlare. Fu molto strano, c'era gente l che lo aveva conosciuto... Eppure per qualche motivo credettero che fossi Rothman...

Non gli assomigli per nulla.

Certo che no. Lui  un ebreo di New York che bazzica per le topaie qua fuori, e io sono una tipica personalit del Midwest. A dirla tutta, ho parecchi pregiudizi. Negli interessi della scienza tengo i miei preconcetti nascosti, ma nel profondo dell'animo sono davvero antisemita. Andiamo, non fare quella faccia sorpresa, perch non possiamo essere onesti fra noi? Tu e io siamo tipi del Midwest. Guardaci. Abbiamo perfino una certa somiglianza, malgrado la mia brutta faccia. Sono davvero molto limitato a dispetto della mia stazza. Il suo viso era arrossito per una specie di eccentrica vergogna. Jesse lo fissava, senza capire.

Be',  tardi, farei meglio ad andare fece Monk. Ma non si mosse. Qualcosa attir il suo sguardo: un asciugamano di Jesse su un ripiano subito dentro l'armadio. A chi l'hai rubato quello, qualcuno con le iniziali JP? Quell'asciugamano, voglio dire. Ma no, non importa, sono troppo curioso per il mio bene. Volevo solo salutarti e farti le mie congratulazioni.

Per cosa?

Oh, per il tuo lavoro, i tuoi bei voti, il tuo impegno e tutto... Cady chiede di vedere le prove ben fatte ed  rimasto colpito dalla tua. Soprattutto quando gli ho detto che non eri davvero iscritto al corso. Ha questa idea che la gente l fuori, la gente che non  di Harvard, sia tutta stupida, e sembra sconvolgerlo che qualcuno ottenga buoni risultati. Mi ha fatto qualche domanda su di te. Gli ho detto quel che sapevo - nessuno sa molto di te, Jesse, a parte che sei un osso duro -, sei nei paraggi da un po' ma nessuno sa granch. L'altro giorno ho incrociato la mia vecchia amica Anne-Marie Seton...

Anne-Marie? La conosci?

Un lato del viso di Monk parve torcersi, come se stesse per ammiccare, ma all'ultimo momento - come indovinando che Jesse era sull'orlo dell'ira - il viso si rilass. Assunse un'apparenza di seriet pigra, rispettosa, stupida. Il cuore di Jesse cominci a martellare come se fosse davanti a un pericolo mortale.

S, certo che conosco Anne-Marie. L'ho incontrata quando era alla scuola per infermiere. Vive ad Ann Arbor con la madre... una ragazza graziosa...

Parlava in modo rapido e atono, con una specie di sorriso di scuse.

Mi  solo venuto in mente disse Monk parlando con Cady, che nemmeno io ti conoscevo. Credo che mi piacerebbe conoscerti. Da scienziato nutro un interesse naturale per le personalit superiori. Ora i suoi modi cambiarono, l'espressione di finta scusa scivol via; torn a essere signorile, decoroso, molto paziente, come se fosse parecchio pi anziano di Jesse. Jesse sent che la sua prima impressione di quell'uomo era di nuovo valida, ad anni di distanza dalla sua formulazione: era un enigma. Ma Jesse non aveva tempo per gli enigmi. Una personalit superiore mi riduce in gelatina. In presenza del grande Benjamin Cady, gli faccio da posacenere con le mie stesse mani, automaticamente, inconsciamente, e lui mi deposita la cenere sulle mani altrettanto automaticamente, mi accetta come posacenere senza nemmeno pensarci. Mi sento lusingato. Corro fuori a prendergli il caff, ma non pu essere un caff qualunque;  molto esigente. Ho pensato io all'appartamento che ha qui. Sua figlia sta venendo a raggiungerlo. Ci ho pensato io. Stiamo seduti nel suo ufficio praticamente fianco a fianco, a parlare, ma poi succede qualcosa e sembra che lui non voglia parlare del suo lavoro, improvvisamente vuole parlare delle automobili personalizzate o di Mozart o di un formaggio italiano, e io sento che la mia anima si sgonfia, l'aria ne fuoriesce tragicamente... A cosa serve, davvero, una vita di scienza? una vita nella scienza?

Non esistono altre vite disse Jesse.

Oh, al diavolo.

Non esistono altre vite ripet Jesse.

Perch no?

Quando Jesse non rispose, Monk si premette i pugni contro il petto e rimase in quella posizione per diversi secondi, come immerso in pensieri molto seri. No, sbagli. Stiamo dedicando le nostre vite ai corpi, alle masse. Staremmo meglio perfezionando gli esplosivi. L'uomo  una bocca e un ano. L'uomo non vale la nostra devozione.

Stai facendo l'idiota apposta? chiese Jesse.

La domanda colse Monk di sorpresa: fiss Jesse. Poi sorrise con freddezza.

S, apposta. Fa parte del mio stile disse. Si alz in piedi. Indossava vestiti male abbinati - un vecchio maglione marrone e pantaloni grigi di velluto a costine lucidi sulle ginocchia. Si diceva che di denaro ne avesse, ma non lo spendesse mai per s. Mi dispiace di averti offeso, Jesse. So che sei devoto alla medicina. Ti sei consacrato. Ma la mia anima  debole;  come l'aria che soffia da un palloncino... Se ascolti, la senti scappare fuori. S, me ne vado. Me ne vado subito. Non sei andato a trovarla stasera, eh?

Jesse si alz. Perch parli di lei in quel modo?

In quel modo come?

In quel modo - con quel tono - che cosa vuoi?

Monk apr le mani. Assolutamente nulla. Non ti capisco. Sono venuto solo per congratularmi con te per il successo del tuo lavoro; sono molto geloso di te, della tua giovinezza e della tua energia. E della tua bella ragazzina.

Abbiamo intenzione di sposarci.

Eh?

S. Sposarci.

Si guardarono. Monk esit sull'uscio, riempiendolo con le sue spalle leggermente stondate. Sorrise. Non penso che vi sposerete disse infine.

Fuori dai piedi!

Monk fece un cenno di saluto e se ne and.

Jesse rimase sull'uscio di camera sua. Il suo viso era tutto un tic, aveva voglia di rincorrere Monk e mettergli le mani addosso... Invece, and alla finestra e guard gi verso la strada. Una strada isolata. Una luce flebile. Nel giro di un minuto apparve la figura di Monk, grande e pesante, con le spalle appena inclinate in avanti. Aveva uno strano modo di camminare, come premeditato, ogni passo studiato con cura: ora attraverso la strada, ora salgo sul cordolo, ora mi guardo alle spalle per vedere se Jesse mi sta osservando...

Jesse si scost dalla finestra. Il cuore gli martellava di una rabbia sorda, confusa.

Bastardo disse ad alta voce.

Non aveva intenzione di dormire, cos si sdrai sul copriletto, spostando qualche libro. Pensava a Monk. Pensava ad Anne-Marie. Si sent ribollire il sangue, un composto chimico inebriante rilasciato da quei pensieri, una rabbia prossima all'esaltazione... Poi si ritrov con la bocca secca. Doveva aver dormito ed essersi svegliato di soprassalto. Si sedette, controll l'ora - le cinque e un quarto. And al tavolo da lavoro e si sedette. Una pila di libri. Saggi, relazioni di laboratorio. Gli ci volle un po' per ricordarsi che il dottor Monk, Trick Monk, era stato seduto l mentre parlava con lui qualche ora prima. Sono venuto solo per congratularmi con te, aveva detto Monk. Perch aveva la bocca cos secca, ora? Doveva essersi addormentato all'improvviso e poi aver respirato dalla bocca. Non ne aveva avuto intenzione. Tutto in lui era rallentato adesso, alle cinque del mattino, e non riusciva proprio a ricordarsi cosa avesse detto Monk per farlo infuriare. Forse se l'era immaginato. Monk scherzava sempre, aveva fama di essere una brava persona, generoso e saggio...

Jesse lavor fino alle otto meno un quarto, quando corse gi per le scale e dritto all'ospedale dove Anne-Marie era di turno. Arriv in ospedale cinque minuti prima del cambio turno, cos scese all'ambulatorio, dove una fila di persone era gi seduta sotto un grande orologio. Anne-Marie sarebbe uscita passando da l. L'ospedale aveva un buon odore per lui. Una vecchia ingiallita, seduta vicino alla porta dell'ambulatorio, lo tir per un braccio. Deve prendere un numero e aspettare il suo turno disse in tono d'importanza. Tutti i pazienti tenevano in mano grandi cartellini di plastica con un numero scritto sopra, del genere che si usava ai mercati delle carni.

Grazie disse Jesse educatamente. Ma non sto aspettando di entrare.

L'attivit del corridoio lo distraeva. Infermiere che arrivavano, con leggeri cappotti primaverili sopra le uniformi; infermiere che si preparavano a staccare, sbadigliando. I loro movimenti - il moto rapido e lieve dei loro piedi - appagavano Jesse. Non c'erano uomini intorno, niente uomini di turno. Le porte delle stanze dei raggi X e del laboratorio di patologia erano ancora chiuse. C'erano solo le infermiere, per la maggior parte giovani donne dai corpi sodi, sbrigative nelle loro uniformi bianche e nelle delicate calze trasparenti.

La porta che dava sulle scale si apr a poca distanza e Anne-Marie entr all'improvviso. Jesse trattenne il fiato quando la vide.

Una bellissima ragazza dai capelli color rame. Un'estranea.

Lei lo vide e vacill. Una mano si lev come per difesa. Ma poi lei fece un grande sorriso e si corsero incontro. Jesse si chiese se il proprio viso mostrasse quella strana, malevola esaltazione della notte precedente.

C' qualcosa che non va? sussurr Anne-Marie.

No. Nulla. Volevo solo vederti disse Jesse.

Le aveva preso la mano. I suoi occhi parevano aggrapparsi a lei.

Non sei riuscito a dormire stanotte? Sembri cos stanco... disse lei nervosamente.

Volevo solo vederti.

Si incamminarono verso l'uscita. Jesse sapeva che i pazienti dell'ambulatorio li stavano osservando, seduti obbedienti lungo la parete con in mano i loro cartellini di plastica. Ma non riusciva a lasciar andare la mano di Anne-Marie e non riusciva a smettere di fissarla. Percepiva la tensione sul proprio viso, nei muscoli delle mandibole.

 stata una nottataccia, tutti si svegliavano e volevano le pillole per dormire e ci hanno fatto correre come matti... Oh, devo avere un aspetto orribile disse Anne-Marie.

Hai un aspetto magnifico replic Jesse.

Lei lev il viso verso di lui come per offrirsi. Aveva gli occhi ingrossati dalla stanchezza - occhi marrone scuro, quasi neri, affascinanti. S, adesso che era con lei se la ricordava alla perfezione.

Ho pensato a te tutta la notte disse Jesse.

Anne-Marie sorrise a disagio.

Non sei riuscito a dormire di nuovo...?

Ho dormito un po'. Mi sento bene disse Jesse.

Non c' nulla che non va, sei sicuro?

Sentivo che volevo vederti disse lui in fretta. Stavo pensando a te... Stavo parlando di te...

Oh, con chi? Stavi parlando di me?

Nessuno che conosci, un uomo di nome Monk. Fa l'esercitatore di neurochimica.

Anne-Marie sorrise appena.

Non lo conosci? disse Jesse.

Chi? Come si chiama?

Monk.

Che nome strano.

Lo chiamano Trick. Non conosco il suo vero nome - Talbot, forse - Talbot Monk. Lo conosci?

Lei scosse la testa. Jesse le strinse la mano, come per assicurarle che le credeva. La prese dolcemente per il braccio e la condusse fuori, nel parcheggio. Ha circa trent'anni, i capelli biondi,  grosso, alto, sta mettendo su qualche chilo... c' qualcosa di strano in lui... piace a tutti,  molto cordiale, molto popolare... Non te lo ricordi?

No. Perch dovrei ricordarmelo? Non lo conosco.

Sembrava che lui ti conoscesse.

Anne-Marie lo fiss, sorridendo. Di nuovo scosse la testa. Aveva un bella pelle chiara, un nasino deciso, denti perfetti. Il sangue rimbombava nella testa di Jesse. L'amava, era debole per l'amore che provava per lei...

Dev'esserci stato un malinteso allora disse.

Ma perch sei cos... strano?

Sembro strano?

S, sembri arrabbiato con me.

No, no. Non sono arrabbiato, no disse Jesse, confuso. Si accorse che aveva stretto la presa sul braccio di lei e la stava spaventando. Si costrinse a rilassarsi. Rilassarsi. Qualche lento, profondo respiro. Gli sarebbe passata.

Chi hai detto che  quest'uomo? chiese Anne-Marie.

Nessuno, nulla. Dev'esserci stato un malinteso.

Non  un tuo amico, vero?

Io non ho amici disse Jesse. A parte te.

Che voleva da te?

Continuava a guardarlo, costringendolo a guardarla di rimando. Era debole per il desiderio che provava per lei... O forse era debole per la fame... Tutto era confuso, mischiato alla rinfusa nella sua testa... Sono venuto solo per congratularmi con te, aveva detto Monk. Perch non gli credeva, perch non lo accettava? Una specie di rabbia feroce ed esaltata continuava a tendergli il viso e gli faceva stringere gli occhi. Stava spaventando quella ragazza. Era ovvio che lei non conoscesse Monk.

Volevo vederti, stamattina. Dovevo vederti disse Jesse. Sei cos bella... Mi ami, s?

Mi sei sembrato cos arrabbiato per un momento disse Anne-Marie.

Mi ami...?

La fiss in volto: era come se stesse fissando un precipizio. Ci fu quell'istante di pericolo, di terribile assenza di gravit.

Certo che ti amo sussurr lei.

Fu detto con tanta facilit che lui non le credette. Come poteva amarlo? Perdonarlo?... Ma poi si intener e le credette. In una parte della sua mente era gi sua moglie.
2

Qualche giorno dopo Trick diede a Jesse un volume di saggi di biochimica: spieg che gli editori gliene avevano mandate due copie e aveva pensato che a Jesse potesse far piacere averne una. Il libro era in vendita a quindici dollari. Jesse ebbe la tentazione di rifiutare, ma Trick fu cos solare e discreto che fin per cedere; forse si era sbagliato sul conto di Trick. Ora gli pareva di vedere Trick ovunque, in lontananza, nel corridoio di questo o quell'edificio, e pareva anche che Trick fosse amichevole ma non insistente - si accontentava di fare a Jesse un cenno tirando dritto per la sua strada, mentre aveva altra gente con cui parlare. A volte Jesse lo vedeva col dottor Cady sui marciapiedi intorno al Centro Medico.

Trick si trovava spesso al centro di un gruppo, di qualche banda turbolenta resa un po' chiassosa dal superlavoro, le cui risate suonavano isteriche; era pi alto della maggior parte dei suoi amici, i suoi capelli erano un bagliore neutro, sbiadito, la sua risata fendeva le altre con quella corrosivit improvvisa, violenta, signorile, come se lui fosse al contempo un giovane re e un buffone di corte, un clown col permesso di dire qualunque cosa. E diceva davvero qualunque cosa in compagnia degli studenti. Jesse lo aveva sentito scherzare sui membri del personale della scuola di medicina, sui tumori, sulle budella, sui cervelli, sulle sue stesse unghie incarnite, perfino sugli esperimenti medici condotti dai nazisti su vittime umane, argomento di un reportage recente di Life Magazine. Cosa non darei per un'opportunit del genere! diceva Trick, ammiccando. Immaginatevi dei gatti extralarge, gatti su cui un uomo riesca a mettere le mani per bene, non quei piccoli figli di puttana freddi e pelosi con cui dobbiamo lavorare nei laboratori americani! Dovete ammettere che Hitler aveva un certo stile, un certo gusto che manca ai nostri medici borghesi.

E contorceva in una smorfia tutta la faccia, malinconica e clownesca, sfidandoli a prenderlo sul serio.

Un giorno attacc bottone con Jesse per strada e, di punto in bianco, si diede un paio di pacche sulla pancia flaccida, che aveva iniziato a sporgere in un rotolo piccolo e morbido simile a un'onda. Questa vita  decadente, non ci fanno davvero lavorare abbastanza sodo sospir allegramente. Mi manca il dramma della guerra. Vorrei che tornasse. Quei giorni finali mi hanno fatto qualcosa, mi hanno dato il gusto permanente per la suspense a buon mercato - questa vita in tempo di pace  decadente, ci ingrassa. Potrebbero far lavorare pi sodo perfino te, Jesse. Se offendeva la gente, nessuno ne dava segno. Forse, come per Jesse, Trick li confondeva e loro esitavano a giudicarlo. Quando Trick si trovava in aula o in laboratorio, di solito era serio; per il resto del tempo, lo era di rado. Era tutto uno scherzo, si poteva scherzare su tutto? Forse. La grande faccia geniale di Trick, il suo gorgheggio di benvenuto e la sua stretta di mano rigida, piuttosto formale, perfino le osservazioni che faceva in tono impassibile mentre distribuiva i materiali d'esame lo rendevano estremamente popolare; Jesse notava che altri studenti lo imitavano.

Si chiedeva perch quell'uomo non gli fosse mai piaciuto.

Un mattino Trick tenne lezione al posto del dottor Cady, che era andato fuori citt. Illustr in grande dettaglio le procedure e i risultati incerti del progetto di ricerca che stava conducendo, sotto la supervisione generale del dottor Cady. Indossava completo e cravatta, parlava in modo chiaro, preciso, con la fronte corrugata dal bisogno di essere assolutamente corretto. Tutt'intorno a Jesse gli studenti sedevano piegati in avanti, prendendo appunti veloci; i banchi scricchiolavano per la tensione. Trick non si lasciava andare a bizzarre speculazioni metafisiche, come a volte capitava con Cady, cos gli studenti non avevano un attimo di tregua, ma erano costretti a scrivere senza requie. Jesse era affascinato da ci che Trick aveva da dire. A malapena riusciva a riconoscerlo in quel giovane solenne in piedi dietro al leggio; quant'era serio dopotutto, che scienziato notevole! S, pens Jesse, era un uomo dalle qualit eccezionali.

Mezzo auditorium scoppi in un applauso spontaneo alla fine della lezione. Jesse e qualche altro studente si precipitarono gi per congratularsi con Trick.

Pi tardi, ancora nervoso e un po' formale, Trick disse a Jesse: Sono contento che tu abbia apprezzato quanto avevo da dire. Credo che ai pi sia entrato da un orecchio e uscito dall'altro.

Uscirono a prendersi un caff in un ristorante di State Street, e l Trick parl ancora della sua ricerca e dei suoi progetti. Jesse, che era interessato alla medicina clinica, inizi a chiedersi se la ricerca non potesse dopotutto essere pi entusiasmante. Fece alcune domande a Trick e Trick rispose in modo serio, rispettoso. S, sembrava davvero un'altra persona. L'abbigliamento formale lo teneva a freno. Dopo un po' si rilass e prese a parlare degli anni che aveva accumulato, da studente, poi da tirocinante, poi da specializzando. Nella mia famiglia non hanno idea di cosa faccio adesso. Pensano che forse sia andato indietro rispetto al passato. Credono che ormai con la mia professione dovrei guadagnare cinquantamila l'anno invece di vivacchiare come faccio. Disse poco della sua famiglia: il padre era un uomo d'affari come tanti a St. Paul, la madre una casalinga come tante a St. Paul. Da dove veniva la sua genialit allora? si chiese ironico. Be', un suo lontano cugino aveva come lui il dono di una memoria fotografica e perfetta. Questo cugino era un ragazzo di diciassette anni, ma non era ancora abbastanza maturo per lasciarlo andare all'universit; Trick aveva il sospetto, anche se nessuno in famiglia la metteva proprio in questi termini, che il ragazzo fosse un po' matto... Tutti gli altri in casa sua sembravano normali. La madre gli preparava i brownies e glieli spediva ogni due o tre settimane; arrivavano raffermi e rotti, a volte non pi che briciole, ma lui le scriveva diligentemente per ringraziarla. Alcuni miti non si possono infrangere. Amava i suoi genitori perch erano cos rispettabili, cos normali. Nella mia famiglia siamo tutti classici tipi del Midwest, cio gente rispettabile, silenziosa. Per quanto io chiacchieri, Jesse, devi capire che sono fondamentalmente una persona silenziosa. Ma non c'era pericolo che tramandasse i geni normali della sua famiglia, diceva, perch non si sarebbe mai sposato. Non credeva nella divinit di Cristo, ma credeva nella purezza di Cristo. Sembrava serio. Ostentava un orrore del corpo che era lirico e pesante, bizzarro e serio: Noi in medicina dovremmo cercare la cura definitiva - la separazione dello spirito dalla carne. Tutto il resto sono sciocchezze antigieniche.

Jesse rideva, sbalordito.

Eppure altre volte, mentre discutevano del loro lavoro, Trick confessava di avere una debolezza sentimentale per rimettere a posto le cose, per far s che le singole parti lavorassero insieme alla perfezione, soprattutto coi bambini - non riuscirei mai a sviluppare un odio genuino per nessun bambino. Il che mi fa pensare che ceder e far il medico di campagna, un giorno.

 un tipo di lavoro che qualcuno deve pur fare disse Jesse. Era cauto con Trick perch Trick scherzava spessissimo; ma in quel momento non pareva proprio che scherzasse. Cos Jesse prosegu, accalorandosi: So cosa intendi. Anch'io voglio rimettere a posto le cose. Ho questo sogno ricorrente, un incubo, in cui attraverso una stanza per andare da un paziente che poi si rivela morto... E tutto  orrendo, tutto si dissolve, perch il paziente  morto e ormai al di l della mia capacit di aiutarlo... Mi sveglio tutto sudato. Mi sveglio nel terrore pi completo. Perch se muoiono, se muoiono... Allora sono scappati in un posto dove non puoi seguirli;  come se si fossero portati via in un'altra dimensione anche il segreto della loro malattia e tu non potessi raggiungerli. Aprirgli il corpo in due, tirar fuori il cervello, non ti dir davvero perch sono morti.

No, non te lo dir. Non ti dir davvero perch sono morti disse Trick.

Io voglio rimettere a posto le persone. I bambini e tutti. Mi piacerebbe dirigere una clinica, sai, una specie di clinica statale ma bene attrezzata, non una topaia... Voglio salvarli tutti.

Trick ascoltava attento. Malgrado il suo tipico cipiglio di disapprovazione, lo capiva davvero; Jesse lo sentiva.

Voglio fare miracoli, credo disse Jesse con slancio ma voglio che i miracoli siano normali - voglio far s che le cose miracolose tornino a essere normali. E vorrei farlo in modo impersonale. Lontano dagli occhi. Non voglio in particolare essere il dottor Vogel, dottor Vogel, non voglio che la gente provi gratitudine per me. Vorrei essere una presenza invisibile, impersonale. Voglio lasciare fuori qualunque genere di personalit... Dove c' personalit, tutto  confuso...

Trick lo fissava, con uno strano sorriso.

Io mi immagino cos disse Jesse. Ci sar una famiglia mia, mia moglie e i miei figli...

Moglie e figli? Quanti figli?

Quattro o cinque. Questa famiglia e io - insieme. Ci capiremo l'un l'altro. Ma il lavoro che faccio, i pazienti che vedo, saranno impersonali e non avranno una storia privata, solo questo astratto amore nei loro riguardi - anche loro per me saranno una specie di famiglia, ma astratta e impersonale... E si sent inebriare da un'improvvisa consapevolezza che tutto questo in qualche modo sarebbe accaduto. Io voglio... io voglio fare del bene...

Trick lo stava guardando con espressione vacua.

Non credi che sia possibile? chiese Jesse.

La mia opinione non ha nulla a che fare col tuo futuro disse piano Trick.

Be', io voglio fare del bene ribatt Jesse. Altrimenti non ne vale la pena.

Trick arross lievemente, come se quelle parole fossero troppo intime per lui.

Jesse aspettava che Trick gli chiedesse di Anne-Marie, ma lui non la nominava mai. Inizi a chiedersi se non si fosse solo immaginato le osservazioni di Trick su di lei. Passarono settimane fra le battute di Trick, il suo silenzio, la sua malinconia, i suoi pettegolezzi, le sue lamentele comiche - e ancora Jesse aspettava a disagio che tirasse in ballo Anne-Marie. Se l'era dimenticata? Un giorno, mentre era fuori a passeggiare con lei, credette di vedere Trick in un capannello davanti alla traversa prima della biblioteca principale, e stava per indicarle Trick quando ci ripens... Non voleva che si incontrassero.

Un tardo pomeriggio Jesse stava lavorando in un laboratorio del secondo piano quando Trick pass a trovarlo. Doveva aver salito le scale di corsa, perch faticava a riprendere fiato. Jesse, ciao!  tutta la settimana che non ti vedo disse.

Aveva il viso pallido e alterato per le scale.

Sto lavorando parecchio disse Jesse. E tu?

Oh, come sempre, come sempre. Gonfi le guance come per ridere del suo fiato corto. Era davvero senza fiato; ansimava quasi. Sono in ottime condizioni, come vedi.

Nessuno dovrebbe farsi quelle scale di corsa disse Jesse.

Non le ho fatte di corsa. Sono salito con prudenza, un gradino alla volta rise Trick.

Jesse lo guardava, preoccupato. Ma Trick gli rivolse un gesto seccato. Aveva l'abitudine di respingere le domande e i commenti personali come per dimostrare che non era al servizio di nessuno, che non si prestava alla curiosit n alla compassione di nessuno. Fammi vedere il tuo lavoro disse. Regol l'oculare del microscopio. Ah, bellissimo! Ma guarda che carine queste tue ragnateline. Non dirmi cosa sono, mi rovinerebbe la sorpresa. Mi piace pensare che queste cosette cos carine siano cancro, magari... La gente  cos crudele col cancro, cos tristemente determinata a spazzarlo via... Sorrise a Jesse. Le cellule cancerose contengono tanta divinit quanto quelle cosiddette normali. Ci sono troppi pregiudizi contro di loro. Ti ho mai raccontato, Jesse, delle mie speranze di carriera segrete?  un po' tardi adesso, ma sto pensando di passare alla ginecologia; vorrei diventare un grande ginecologo; vorrei prendere delicati, amorevoli tamponi dai corpi delle donne, ed esaminarli cos, nella solitudine di un laboratorio. Sarei il pi devoto e discreto degli amanti e manterrei ogni segreto.

Jesse si allontan da lui di qualche centimetro. Si costrinse a sorridergli.

Trick doveva aver male interpretato il sorriso, perch allung le labbra strette e secche in un sorrisone istantaneo, come se una certa ondata di comprensione fosse passata fra loro. Se potessi, le metterei incinte tutte - con le dita - sarei molto delicato, sarei invisibile. Un certo giovane studente, avviato a una brillante carriera, una volta mi disse che vorrebbe essere invisibile e io compresi subito quel desiderio; anch'io vorrei essere invisibile in questa razza umana, uno strumento, un modello metallico di organo - perch quello vero, l'organo vero, tende a essere una delusione, eh? Una delusione per una donna? Le donne sono molto esigenti ed  facilissimo deluderle.

Un sorriso di vittoria, un lampo di gioia frenetica - Trick sembrava sul punto di ammiccare.

Il viso di Jesse si pietrific.

Potrei amarle con le mie dita avvolte nei guanti di gomma, ma nient'altro. Le donne sono cos impazienti. Ti ho detto che ho iniziato a scrivere poesie? Ne scriver una per te e Anne-Marie in occasione del vostro matrimonio.

Jesse si costrinse a ridere. Cosa, scrivi poesie?

Il talento mi pervade, come il mercurio sul piano di un tavolo. Perline e steli. Comunque, Jesse, un tipo di eliminazione vale quanto gli altri. Non fare lo snob perch sei innamorato. Eiaculare nel corpo della tua amata, eiaculare nel suo cervello con qualche parola delicata - quale dei due modi  pi soddisfacente, dopotutto? I microbi mi fanno orrore. Trick sembrava star meglio adesso; il suo respiro era pi regolare. Giovanile e allegro, diede a Jesse un colpetto sulla spalla come in segno d'addio. Non ti ruber altro tempo. So quanto lavori. Quel che sono venuto a dirti quass  che questo sabato i miei genitori saranno in citt e vogliono portarmi fuori a cena. Vogliono conoscerti; gli ho parlato di te: prendono tutte le mie amicizie molto sul serio, vogliono vedere che genere di persone conosco... Forse hanno paura di restare soli con me e vogliono qualcun altro con cui parlare...

Questo sabato? Non ce la faccio disse Jesse in fretta.

Solo per la cena e parte della serata...

Non ce la faccio.

Oh, s. Anne-Marie disse Trick in tono piatto.

Ho detto che l'avrei portata non so dove... a trovare la sua famiglia... spieg Jesse, mentendo maldestramente. Sua sorella...

Va bene.

Mi dispiace disse Jesse. Mi piacerebbe conoscere i tuoi genitori.

Va bene cos disse Trick. Capisco.

Si volt per andarsene, poi esit. Con lo sguardo analizz pensosamente il piano del tavolo del laboratorio. Era molto pi corpulento di Jesse, superava i novanta chili, ma erano quasi alti uguali. A differenza di Trick, Jesse aveva spalle e braccia muscolose; una volta perso il peso in eccesso che aveva messo su, il suo corpo si era fatto duro, i muscoli sul torace e sulla pancia erano asciutti, tesi, i polpacci nelle gambe come pronti per farlo balzare in avanti. Avrebbe afferrato Trick per la gola, stretto quel collo grasso e le sue ossa scricchiolanti fra le dita... Ma disse solo con cautela: C' qualcosa che vuoi dirmi?.

Trick scosse la testa. Nulla.

Hai detto di aver conosciuto Anne-Marie ma lei nega. Non ha mai sentito parlare di te.

Non si guardarono. Al capo opposto del laboratorio uno studente era al lavoro, chino in avanti. Non sembrava che stesse ascoltando. La sua figura solitaria, scialba, attir l'attenzione di entrambi.

Hai detto di averla conosciuta. Conosciuta quanto?

Trick inspir lentamente.

La amavi? chiese Jesse.

Trick non disse nulla.

Lei ha detto che non ti conosce. Non ti ha mai nemmeno sentito nominare. Dice... Ma di cosa stavamo parlando? La amavi?

Trick fece per andarsene.

No, aspetta. Accidenti a te disse Jesse brusco.

Cos' che vuoi sentirti dire? ribatt Trick, voltandosi per affrontarlo. Voi innamorati!

Rispondi alla domanda e basta. Per favore.

Voi innamorati insistete sempre con gli intrighi... Mi fa venire il voltastomaco.

Ti fa venire il voltastomaco in che senso? Jesse fece un passo in avanti. All'altro capo della stanza quel viso si volt verso di loro, spaventato da qualcosa nella voce di Jesse. Jesse sentiva che l'anima gli doleva dalla voglia di fuggire in quell'altra faccia neutrale, estranea, di essere cos distante e priva di complessit... Tu stavi insinuando qualcosa su di lei quella notte, qualcosa su Anne-Marie. Voglio sapere cosa, cazzo, voglio chiarire questa storia. Eri innamorato di lei? Cos' successo fra voi?

Trick sorrise ironico. Non vuoi saperlo.

Eri innamorato di lei?

Trick, sulla porta, contrasse la faccia in una smorfia e fece l'improvviso, quasi convulso gesto di sputare. Innamorato! Che diavolo  l'amore? disse.

Jesse lo fissava.

Addio! Buonanotte! url Trick. Salut con la mano. Scapp.

Per qualche minuto Jesse rest l senza muoversi, con gli occhi fissi sulla soglia dove si era fermato Trick - riusciva ancora a vedere la faccia dell'uomo che si contorceva, le labbra che si arricciavano. Il cuore gli martellava brutalmente. Continuava a vedere quella faccia, quella brutta faccia; era come se quello spettacolo fosse stato prevedibile, eppure lui avesse insistito per vederlo, per metterlo in scena...

Che diavolo  l'amore?

Quel deformarsi della faccia, le rughe che si scavavano sempre pi a fondo intorno alla bocca, le grinze nella pelle... Aveva sputato davvero? Jesse fiss il pavimento e non vide nulla. Nessuno sputacchio. Eppure gli pareva di ricordare Trick che sputava davvero; confusamente, gli pareva di ricordare la saliva che gli spruzzava sottile intorno alle labbra...

Pul e torn alla pensione.

Vergognoso, era vergognoso essere cos debole. Cos agitato. Torn di corsa alla pensione come per nascondersi.

Era una casa di legno a due piani, niente pi che una scatola rettangolare, con rivestimenti laterali di uno scialbo rosso-nero che dovevano sembrare di mattoni. Jesse viveva l dal settembre del 1949. Aveva dovuto andarsene dalla sua stanza nel seminterrato - cos umida che lui, in ogni caso, aveva sempre il raffreddore - perch la padrona di casa aveva deciso di affittarla a due studenti, raddoppiando cos l'affitto. Jesse aveva trovato quella camera dopo giorni di ricerche, aveva traslocato tutte le sue cose in uno scoppio rabbioso, disperato di energia, senza nessun aiuto, fino a una stanza angusta all'ultimo piano con un soffitto che saliva a punta nel mezzo e si inclinava in modo spietato sui lati tanto che lui riusciva a stare davvero dritto in piedi solo al centro della camera. Ma che importava, aveva pensato Jesse, rincuorato dal fatto che ora sarebbe stato all'ultimo piano di una casa decorosa e non in un seminterrato umido.

Malgrado la rumorosit, era stato molto felice su in quella stanza.

La padrona, la signora Spewak, aveva poco meno di quarant'anni, era piagnucolosa e attraente nel suo modo magro e irrequieto, con le sopracciglia depilate troppo sottili, come se le avesse copiate fedelmente da una rivista cinematografica. I suoi vestiti non erano mai davvero giusti - portava camicette di seta scollate con gonne o pantaloni di cotone per tutti i giorni e maglioncini sintetici molto aderenti, senza maniche, infilati nelle grandi cinture di plastica che le sottolineavano la vita stretta; le sue gonne tendevano a essere a fiori e ariose, sopra sottovesti all'ultima moda, oppure troppo strette, e lasciavano distinguere le pieghe della biancheria e gli orli delle camicette infilate dentro e tirate sulla pelle. Aveva un modo di fare indaffarato e zingaresco che a Jesse piaceva. Lei gli piaceva davvero, malgrado le sue chiacchiere e le lamentele e le pretese nei suoi confronti. Lo chiamava ogni volta a gran voce mentre lui si precipitava di sopra, oppure gli bussava alla porta con l'intenzione di arruolarlo al suo fianco contro gli altri inquilini che, Jesse doveva ammetterlo, erano dei maiali. Per la maggior parte erano dei maiali. La signora Spewak e la figlia vivevano sul retro, nella parte inferiore della casa. A volte Jesse intravedeva uno scampolo delle loro stanze dalla cucina. Il soggiorno non era tanto una stanza personalizzata per tutta la famiglia, quanto uno spazio squallido e fuligginoso, arredato con un solo divano di pelle che esibiva centinaia di graffi e alcune seggiole e tavolini che sarebbero potuti provenire da un mercatino delle pulci, tutti scompagnati e sgraziati. In mezzo al pavimento era stato piazzato un unico tappeto a trecce, ma era di gran lunga troppo piccolo per le dimensioni della stanza. Gli altri studenti ridevano di quel posto, soprattutto della nuova tappezzeria di cui la signora Spewak era cos orgogliosa - tutta torri e castelli e volute d'argento, con i contorni evidenziati in nero come nei fumetti, dall'aspetto europeo e medievale. Quella stanza, che avrebbe dovuto essere casalinga e familiare, deprimeva Jesse; lui ci entrava di rado.

Il primo e il secondo piano della casa erano stati suddivisi in sei camere al primo e tre al secondo, e bench Jesse abitasse tanto in alto non era mai sicuro che l'avrebbero lasciato in pace. Gli altri studenti bighellonavano in giro, pigramente ansiosi di far conversazione, di distrarsi, sperando di farsi prestare sigarette o denaro, a volte se ne stavano seduti ai piedi del letto di Jesse anche se lui a loro non aveva nulla da dire ed era chiaro che stesse lavorando. Erano tutti pi giovani di lui. Entravano tardi, ubriachi, e facevano un gran baccano sulle scale e in bagno. Perfino la figlia della padrona di casa bighellonava in giro durante il giorno, anche se non aveva il permesso di stare in quella parte della casa. A volte si presentava nella stanza di Jesse quando lui tornava a un orario insolito, a curiosare... Jesse sospettava che anche la madre curiosasse, bench nessuno l'avesse mai colta sul fatto.

Quando quel giorno Jesse rincas dal laboratorio, trov la signora Spewak sul pianerottolo del primo piano. La donna aveva un viso ossuto, da strega, attraente sotto il foulard giallo. Portava uno spazzolone e un secchio e sembrava molto contenta, pens Jesse, di essere stata scoperta mentre si dava tanto da fare.

Ehi, oggi stacchiamo presto dal lavoro? disse.

C' stato qualche problema borbott Jesse.

Fossi arrivato cinque minuti fa t'avrei fatto vedere una cosa. Una bella sorpresina nel cesso del tuo piano.  stato quel Simon Brodsky, ci scommetto...

Jesse tent di svicolare educatamente.

Eh, da non crederci i maiali che vivono qui. Le loro madri li hanno cresciuti come i maiali?

Jesse corse su in camera sua, chiuse la porta, rimase per qualche momento con la schiena contro l'uscio e il cuore che martellava. Maiali... S, erano maiali. Gli si accappon la pelle nell'accorgersi della sporcizia che lo circondava da ogni lato, degli inganni, della vergogna, dell'irrimediabile deperimento della carne... Voleva vomitare. Ma non c'era tempo adesso. Non c'era tempo. Se avesse ceduto ai conati in bagno la signora Spewak sarebbe venuta di sopra, sentendo tutto, fiutando tutto, e avrebbe bussato alla porta per sapere quale fosse il problema. Perder Anne-Marie, pens Jesse in preda al panico. Per un secondo parve confondere la signora Spewak con Anne-Marie. Erano, entrambe, donne; un certo tipo di donna. Capivano tutti i suoi bisogni solo guardandolo. Erano brave a indovinare, a intuire, miti e riservate dietro i loro bei visini... Alla fine Jesse and in bagno e si chiuse a chiave la porta alle spalle. Oggi era giornata di pulizie e la stanza aveva un penetrante odore di sapone. Una donna era stata l dentro a pulire. A strofinare. Lo spazzolone, il secchio di plastica rossa con l'acqua insaponata e sporca, le goccioline d'acqua, i residui di feci ammorbidite che cadevano dallo spazzolone... Jesse sent il vago desiderio di dare di stomaco. Di dare di stomaco e farla finita. Liberarsi... Stava in piedi tremante davanti al piccolo lavabo, fissando il proprio volto. Un volto pieno di colore, come se le vene e i capillari pi piccoli stessero pulsando di una conoscenza che non era la conoscenza di Jesse, ma la conoscenza della sua carne, della sua specie. Perch non riusciva a fidarsi di quella conoscenza? Perder lei e perder tutto, pens. Debolmente, chiuse gli occhi davanti al proprio viso familiare - che si sforzava sempre di giudicare con generosit, perch non aveva nient'altro, nessun altro viso su cui contare - ed evoc la faccia femminile e graziosa di Anne-Marie e la dolce massa calda del suo corpo. Ondate di energia - il centro del suo essere, una presa di pura energia che lo avrebbe risucchiato al proprio interno e caricato della sua forza - che a lui non chiedevano nulla se non la resa e il crollo di tutte le sue ossa, lo spegnimento della sua coscienza. S, sarebbe venuto da lei. Era stravolto dal desiderio di lei. Ricordava il suo aspetto quella mattina in ospedale, mentre entrava dalle porte a vento dalle scale, mentre lo fissava, sorpresa...

Non l'avrebbe persa.

Bussarono alla porta. Jesse? Era la signora Spewak. Pens d'impulso di aprire la porta e dirle di lasciarlo in pace. Mi lasci in pace! L'avrebbe presa per un braccio e l'avrebbe trascinata nel bagno, le avrebbe tirato via il foulard dalla testa per poter toccare con le dita gli stretti e brutti boccoli nelle loro forcine, le forcine e i piccoli riccioli simili a cavi appiattiti sulla sua testa; le avrebbe aperto il vestito, gliel'avrebbe tirato gi dalle spalle... Ehi, Jesse, tutto bene?

Sto bene disse, gli occhi chiusi.

Sicuro? Non  che stai male?

No.

Lei aspett qualche secondo, con la mano ancora sul pomello. Jesse era allarmato dal desiderio che provava, che era rabbioso e astratto, maturo come una cosa spinta al di l della sua crescita naturale. Si schiar la gola. Sto bene, signora Spewak. Va tutto bene.

Eri bello pallido prima. Ehi, vieni gi da basso che ti do un po' di stufato. Ti rimetto in piedi io.

Jesse apr la porta. Con un guizzo si scost i capelli dalla fronte con entrambe le mani, come per farle dedurre che l dentro si era solo sistemato i capelli...  tutto a posto disse, sfiorandola per oltrepassarla. Se solo lei non lo avesse toccato! Ma il corridoio era stretto e non pot evitare di sfiorarla. Lei lo segu. Parlando dello stufato, stufato di manzo, perch non veniva gi da basso e non se ne faceva scaldare un po'? Perch non si rilassava? Non c'era da stupirsi che avesse preso freddo quell'inverno, stava sempre a correre su e gi per le scale in quel modo... Mangiava male...

Jesse scapp e telefon ad Anne-Marie dalla farmacia. Il telefon squill cinque, sei, sette volte; poi rispose sua madre. Jesse riagganci. Doveva vederla quella sera alle sette ma non poteva aspettare. Si sentiva fuori di s, agitato, instabile. Se qualcuno gli fosse andato a sbattere contro l nel negozio, se una donna gli fosse andata a sbattere contro, sentiva che sarebbe impazzito, che avrebbe potuto fare qualche pazzia... Si aggir per la farmacia, senza davvero guardare nulla, e pochi minuti dopo compose il numero di Anne-Marie di nuovo. Di nuovo rispose sua madre, sospettosa, e di nuovo lui riagganci.

Sapeva che non era in casa eppure pensava febbrilmente che in qualche modo avrebbe potuto rispondere, avrebbe potuto rispondere al telefono...

Attravers la citt a piedi diretto alla casa di Anne-Marie. Doveva sembrare molto agitato o molto di fretta, perch la gente gli lanciava delle occhiate mentre passava. Si sentiva sbandare lungo i chilometri di selciato, un corpo alto, un giovane uomo con una destinazione precisa, un destino preciso, gli occhi resi un po' vitrei dalla sicurezza del suo destino - dov'era lei, Anne-Marie, quella giovane donna di cui non si fidava del tutto? Dov'era in quel momento, perch non era a sua disposizione? Non poteva sopportarla, semplicemente non poteva sopportarla, quella separazione da lei. In quel momento lei stava guardando persone che per lui erano estranee. Stava sorridendo. Parlando. Si destreggiava in modo perfettamente intimo e normale con persone che Jesse non conosceva. Era orribile, l'avrebbe fatto impazzire... Lui l'amava e gli sembrava che il suo amore, che era cos infelice, dovesse essere ripagato subito. Anne-Marie avrebbe dovuto essere con lui in quel preciso momento. Una volta sposati sarebbe stata sempre con lui, oppure a sua immediata disposizione; niente separazioni; niente misteri. Avrebbe saputo tutto quel che faceva, con chi parlava; se ne sarebbe stata dolcemente distesa fra le sue braccia ogni notte; e poi loro due, marito e moglie, avrebbero premuto il viso l'uno contro l'altro, bocche e guance, con amore, sul punto di addormentarsi, le loro energie che fluivano libere simili ad acqua calda avanti e indietro come attraverso le stesse vene...

Era in anticipo di due ore quando arriv a casa sua, e non voleva parlare con la madre. Cos aspetto nervoso per strada. Si sentiva un po' debole. Non riusciva a stare fermo, il suo corpo bramava Anne-Marie con una furia immensa; prese a camminare, senza badare molto a quel che faceva, nella grigia aria calda ed eccitante della strada. Come avrebbe fatto ad aspettare quelle due ore? Di tanto in tanto provava un'ondata di debolezza. Forse si era dimenticato di mangiare. Forse avrebbe dovuto mangiare. Ma al pensiero lo stomaco gli si strinse... Guarda quell'uomo l avanti sul marciapiede, stanco e zeppo di grasso! Jesse lo fiss. Grasso, grasso, un uomo grasso, una faccia e un corpo grassi, perfino i piedi grandi, gonfi, un essere umano che scoppiava di grassa carne pastosa. Jesse riusciva a malapena a impedire che il disgusto gli si leggesse in faccia. Ma quell'uomo era malato. Le persone grasse erano malate. Quando fosse stato un medico avrebbe dovuto capire: i malati avevano bisogno d'aiuto per la loro malattia, non di odio e non di affetto. Non li si amava nella loro malattia, ma nemmeno li si odiava. Si era rapidi e puliti e distaccati... Il grassone se n'era andato e Jesse si trov a pensare ad Anne-Marie al posto dell'uomo: la rabbia, la preoccupazione e la disapprovazione si concentrarono su di lei. Quando era stato malato in ospedale, Jesse aveva capito l'isolamento dei pazienti, la loro esclusione dal trambusto e dalle chiacchiere e dal perpetuo ridacchiare delle infermiere fuori nei corridoi, soprattutto a tarda notte, lo sbattere di misteriose cose di metallo e le ruote cigolanti dei carrelli, e quelle ragazze, quelle ragazze con i loro sussurri e le loro risate soffocate... Una di loro si era rivelata Anne-Marie. Un viso fresco, stupefacente, i capelli in morbide onde sciolte, femminile e senza fiato: Anne-Marie. Si era innamorato di lei malgrado la generale irritazione nervosa che le infermiere gli causavano. Perch facevano sempre tutto quel baccano? Ma si era innamorato di lei. Era melodica, la sua voce possedeva un'insincerit musicale ritmata che lo affascinava; eppure lei si rivel poi molto risoluta con lui, quasi come una sorella.

Mentre lo ascoltava, la sua voce si addolciva, come se le parole di lui le entrassero nell'udito e la trasformassero, come se la sua vicinanza avesse il potere magico di trasformarla nella donna che voleva, in una moglie che sarebbe stata alla sua altezza. Annuiva lentamente. Lentamente. Era sempre d'accordo con lui. Ma poi rispondeva con una domanda bizzarra che dimostrava che non aveva capito affatto o non aveva ascoltato bene; oppure faceva un sorriso malizioso e cambiava argomento, come dopo che avevano partecipato a un simposio sulla salute pubblica a Detroit - dopo aver subito tre ore di discorsi, filippiche, statistiche, grafici, schemi, diagrammi, progetti, diapositive, tutti focalizzati sull'impoverimento delle risorse della salute pubblica per i poveri; dopo aver visto un filmato con corsie affollate e volti invecchiati, vacui, i vecchi dementi e i matti e i malati in condizioni disperate; dopo aver sentito le piatte previsioni pessimistiche degli oratori per il futuro - dopo essere stata seduta al fianco di Jesse per tutta la durata di quell'orrore, Anne-Marie era riuscita a toglierselo dalla mente in un colpo, sussurrandogli all'orecchio: Hai fame, Jesse? Starai morendo di fame dopo tutto questo!.

Ma anche se ora ricordava l'episodio, si sentiva solo pi ansioso di vederla. Tanti piccoli crucci. Piccole delusioni. Doveva agguantarla, doveva accertarsi di lei. Le avrebbe incorniciato il viso con le mani, avrebbe premuto la bocca contro la sua, l'avrebbe abbracciata con foga... Davanti a s vide una coppia che si avvicinava e per un momento, scioccato, credette che la ragazza fosse Anne-Marie. Ma no, era una sconosciuta, una ragazza vestita di bianco - un abito bianco che non era un'uniforme. Tremando, Jesse torn nella via di Anne-Marie e aspett.

Quando lei finalmente arriv, scendendo da un autobus all'angolo, vide ancora la sorpresa e la vaga paura in lei nel momento in cui lo not. Jesse...? disse, meravigliata. Lui le corse incontro e le prese la mano. Cerc di sorridere. Si salutarono, sorridendo. Jesse vide che il suo viso non era del tutto pronto per lui - aveva una patina ruvida e unta sulla fronte e i capelli scompigliati dal vento. Ma era sempre bellissima.

Non stare a entrare in casa. Andiamo via. Facciamo una passeggiata disse Jesse.

Io... io voglio cambiarmi i vestiti...

No, lascia stare, stai benissimo. Sei adorabile disse Jesse.

Lei sembrava evasiva sotto il sorridente stupore. Jesse percepiva che stava pensando in fretta. Forse non lo amava, pens con rabbia, forse voleva sposarlo solo perch sarebbe diventato un medico. Tutte queste infermiere, queste ragazzine sveglie, speravano di sposare un medico... Ma perch pensava queste cose? Lui l'amava. L'amava moltissimo. Gli piaceva che fosse un'infermiera, sentiva quanto il loro matrimonio fosse giusto. Era tutto giusto. Avrebbe funzionato.

Passeggiarono lungo Geddes Street, verso l'arboreto. Era una delle loro passeggiate abituali. Jesse non riusciva a prestare attenzione al chiacchiericcio di Anne-Marie; pensava solo ad abbracciarla, a fare l'amore con lei. Quando furono nell'arboreto, su uno dei sentieri vuoti, la abbracci e lei lo cinse forte fra le braccia. Era cos dolce, cos leggera fra le sue braccia... Il desiderio che provava per lei era doloroso.

Poi si divincol. Gli prese la mano e camminava di fianco a lui, mentre lui avvertiva la sua separatezza, il suo isolamento. A cosa stava pensando? Jesse la condusse gi per un pendio, cos ripido che dovettero affondare i talloni nel terreno. Erano soli adesso. La cinse di nuovo fra le braccia. Non riusciva a smettere di strapazzarla, di stringersi a lei. Tutto di lei gli pareva vitale e misterioso, reso opaco dalla confusione velata dei suoi occhi chiusi, lo sfregare dei loro visi, la pelle calda della schiena di lei attraverso l'uniforme, le spalline strette contro cui sfregavano le sue mani, la sensazione del suo piccolo corpo teso e compresso... Le stava sussurrando qualcosa. Lui l'amava. L'amava. Aveva bisogno di lei. Un'immagine gli balen in mente: quella ragazza per strada con l'abito bianco, che aveva scambiato per Anne-Marie. Una ragazza con cui avrebbe potuto fare l'amore, cos. Un'altra immagine: la signora Spewak dall'altro lato della porta del bagno, che lo chiamava. Che lo scherniva. Era una donna attraente; a volte si aggirava per la casa mezza svestita; sapeva esattamente cosa stava facendo... E perch era sempre pronta a strusciarglisi addosso o a tirarlo per un braccio, stuzzicandolo? Ricord. Trick sulla soglia del laboratorio. Trick che indietreggiava. Quell'espressione sul suo viso. Le labbra ritratte con amarezza, lo sguardo di sdegno. Innamorato! Che diavolo  l'amore? E anche la signora Spewak aveva fatto una smorfia amareggiata, bench la sua pelle fosse tonificata dall'energia della rabbia: Maiali.

Jesse aveva voglia di mettersi a singhiozzare. Era folle d'amore per Anne-Marie. Non riusciva a controllarsi. Lei stava sussurrando: Jesse? Jesse?. Si sdraiarono. Anne-Marie disse: Jesse, io ti amo, ti amo, ma non ce la faccio ad abituarmi a te... Tutte queste emozioni... Con me sei felice e poi, quando ci rivediamo, sei arrabbiato... Non ti capisco. La baci con impeto, con gioia. Non sono arrabbiato con te. Non sono arrabbiato disse. Aveva un viso cos bello - perch non riusciva a fidarsene? Forse non si fidava della bellezza. La pelle di lei era chiara e liscia, i capelli lucenti, sempre puliti, curati con amore... Si curava sempre, si controllava negli specchi... Ho paura di te sussurr lei. Jesse, per favore, non farmi del male...

Non riusciva pi a ricordare dove fossero. Erano stati spesso sdraiati l'uno nelle braccia dell'altro l fuori, lontano dai sentieri ampi e dalle altre persone, e in quelle occasioni Jesse aveva avuto la lieve, pungente impressione di essere spiato, anche se nessuno guardava mai gli altri da quelle parti... e ora provava la stessa sensazione ma sembrava provocarlo di pi, aumentare il suo desiderio... la certezza che qualcuno li stesse osservando, che Trick in persona li stesse in qualche modo fissando, sardonico, con le labbra pronte ad articolare una parola di spregio: Maiali... Era possibile che Trick fosse stato l'amante di Anne-Marie, che l'avesse conosciuta mentre lei studiava alla scuola per infermiere anni prima. Era possibile che lei avesse mentito su quello e su altre cose. Non poteva crederle. Non aver paura, io ti amo, ti amo disse Jesse pieno d'angoscia mentre il veleno montava dentro di lui, un dolore acuto e ritmico. Avevano fatto l'amore solo poche volte prima d'allora, con dolcezza e senso di colpa; ma oggi Jesse si premette contro di lei, dentro di lei, con una violenza improvvisa che la fece urlare. La mente di Jesse pareva rimbalzare da tutte le parti, da un punto della collina all'altro, colpita dall'agitazione cieca del momento...

Lei pianse dalla sorpresa, aggrappandosi a lui.

Io ti amo... disse lui, come se questo spiegasse tutto. Ma ora, col viso schiacciato contro i suoi capelli, le pupille intorpidite, come bruciate, percep l'inizio di un lungo, esitante sospiro di disperazione. E seppe che non l'amava, non pi. Non credeva che Trick fosse stato suo amante, eppure era come se fosse successo - come se l'avesse visto con i suoi occhi. Trick, curioso e cinico fra le braccia di quella bellissima ragazza, nel silenzio di quel luogo, nell'erba umida. Trick che contorceva la faccia in una smorfia e sputava. Che pronunciava il suo giudizio su di lei. La faccia saggia, da monaco, di Trick...

No, non poteva amarla dopo questo, anche se l'avrebbe sposata ugualmente. L'avrebbe sposata. Non gli era possibile amarla ma l'avrebbe sposata come aveva promesso.
3

Un giorno di fine maggio, Jesse era al volante dell'auto della sua padrona di casa, parcheggiata davanti a una drogheria dove la signora Spewak stava facendo la spesa. L'auto era una vecchia Ford col parabrezza tutto macchiato e i sedili sudici e logori. Una medaglietta di san Cristoforo, di una plastica giallognola che nelle intenzioni avrebbe dovuto sembrare avorio, era attaccata al cruscotto con una ventosa; sul sedile posteriore sedeva Carla, otto anni, intenta a colpire il sedile di Jesse con le ginocchia e a ciarlare con la sua voce acuta ed esasperata. Qualcosa a proposito di sua madre - di quanto sua madre fosse ingiusta con lei. Carla aveva l'espressione sincera, assorta e tormentata di un adulto in miniatura ma l'instancabilit di un bambino, e si accaniva sullo stesso argomento: La odio. La odio!.

No che non la odi disse Jesse severo.

Ma aveva gli occhi puntati su una coppia che si avvicinava all'auto, passeggiando sul marciapiede.

L'uomo aveva un'aria familiare ma in un certo senso fuori luogo l - inaspettata - quella camminata attenta, schizzinosa, il modo in cui muoveva le mani in gesti lenti, artificiali, contenuti, come per spiegare qualcosa che dovesse essere visualizzato con precisione. Jesse riconobbe il professor Cady. Era Cady. E la donna probabilmente era la moglie: indossava un completo verde scuro, con la giacca un po' maschile, ampia come un abito premaman, che le dava un aspetto robusto, sformato. Jesse vide che aveva le gambe molto snelle, per, e con ogni probabilit dentro quel completo che non le donava era snella, flessuosa, attraente. Cady, evidentemente, aveva sposato una donna di parecchi anni pi giovane di lui. Jesse non sapeva se lo approvasse o meno. Li fissava, sperando che non lo notassero - Cady non era pi alto della donna, con i capelli quasi bianchi tagliati corti e ordinati sul suo bel cranio, il cappotto color kaki scuro, semplice e corretto come un'uniforme. Sembrava inglese. Jesse aveva sempre immaginato che i suoi vestiti fossero costosi; erano cos sobri, cos tenui. Solo la voce di quell'uomo, con una specie di trucco, attirava l'attenzione: l'alzarsi delle parole sul finale di una frase, una sottile enfasi sulle parole che precedevano le ultime, in un modo che sembrava chiamare in causa i suoi ascoltatori. Si sentivano messi in allerta, un po' intimiditi da lui. Di solito aveva un'espressione neutra e priva di emozioni. I suoi occhi erano acuti ma piuttosto piccoli e ravvicinati. Erano grigi, di un colore prossimo al neutro? Jesse si chiedeva se i denti piccoli e perfetti di quell'uomo potessero davvero essere i suoi.

Jesse trattenne il respiro mentre guardava Cady e la donna avvicinarsi, era ovvio che quei due fossero insieme, uniti. Stavano discutendo con entusiasmo di qualcosa che li univa. Le mani aggraziate di Cady, che tracciavano buffi piccoli cerchi e scatole nell'aria, li univano con la loro seriet e la loro precisione. Cosa stavano dicendo? Cady aveva sposato una donna giovane e attraente. Jesse la osserv con occhio critico e vide che il suo viso era serio e intelligente, le labbra pallide piegate in un sorriso incerto mentre Cady le stava spiegando qualcosa. Annuiva esitante. Lui sorrideva. Jesse si chiese di cosa stessero parlando. Di cosa parlavano le persone sposate? Improvvisamente si domand come fosse essere quell'uomo, quell'uomo illustre - Cady era stato collega di Walter Cannon a Harvard, anni prima, era stato insignito del Premio Nobel insieme ad altri due uomini e di certo alla Michigan era molto rispettato, quasi idolatrato da certi studenti - la mente di Jesse galoppava all'idea di incontrare Cady ora, faccia a faccia sul marciapiede. Perch no?

Eccolo l. L. Eccoti qui, seduto qui. Non lasciarlo andar via.

Avevano oltrepassato l'auto. Il cuore di Jesse batteva di un'invidia pesante e cupa per la loro intimit, quell'uomo ingrigito e la sua giovane moglie, perfetti insieme... nobilitati...

Mugugn qualcosa a Carla e usc dall'auto.

Dottor Cady! chiam. Cady e la donna si voltarono. Jesse corse loro incontro, arrossendo. Il cervello gli vorticava - cosa avrebbe detto? - ma il sorriso educato e attento di Cady lo incoraggiava. Era il sorriso di rappresentanza di quando era a lezione, generoso e impersonale ma privo di minaccia. Volevo solo salutarla, dottor Cady. Volevo dirle quanto mi sia piaciuto - quanto io abbia imparato - ho seguito il suo corso di neurochimica quest'anno...

Cady gli sorrise.

 bello che lei lo dica disse, tendendogli la mano. Come si chiama?

Jesse Vogel...

Ah, Jesse Vogel, mi pare di ricordare questo nome... Probabilmente non era vero e non insistette a questo proposito; si limit a stringere la mano di Jesse con fermezza e la lasci. Era un uomo piuttosto basso, circa un metro e settanta. Signor Vogel, questa  mia figlia Helene;  stata cos gentile da restare con me nelle ultime cinque settimane a prendersi cura di me.

Jesse e la giovane annuirono timidi. Jesse vide che lei era molto giovane - era ovvio che non potesse essere la moglie di Cady; era ovvio che fosse sua figlia. Gli abiti che indossava non erano premaman, era solo un completo un po' troppo grande per lei. Le piace Ann Arbor? le chiese Jesse. La guard bene in faccia e non diede segno del proprio nervosismo. Lei rispose, e Cady riprese a parlare, chiacchierando di Ann Arbor, che era molto pi tranquilla di Cambridge, molto pi piacevole sotto certi aspetti. Parl di un'esibizione solista di musica da camera che lui e la figlia avevano ascoltato la sera prima e bench Jesse non ne sapesse nulla annu svelto, come se ci fosse andato anche lui. Il suo sorriso era tirato ma ambizioso, abbastanza largo sia per Cady sia per sua figlia. Com'era stato facile stringere la mano a Cady! Cady pareva non avere idea della propria importanza. Parlava con Jesse con una tale naturalezza, come se fossero amici o colleghi di pari grado all'universit. S, siamo entrambi incantati da Ann Arbor, ma temo che siamo impazienti di tornarcene a casa... Helene non conosce nessuno qui, naturalmente. Cady aveva l'amore per la precisione tipico degli uomini piccoli, le sue parole erano curate e rapide e asciutte e consapevoli, come per richiamare l'attenzione su qualche sottigliezza di significato. Jesse avvert un'ondata di emozione - di affetto - e ricord con quanta prontezza, con quanta allegria, Cady gli aveva stretto la mano. Ce l'aveva fatta. Ce l'aveva fatta. Sempre, per tutto l'anno, aveva ammirato quell'uomo, forte della conoscenza sufficiente a valutare la conoscenza di Cady e la sua esposizione priva di emozioni di materiale emozionante, la sua pazienza, la sua capacit di anticipare le domande nelle teste assonnate e confuse degli studenti in quella grande aula a gradoni. Aveva sempre avuto la sensazione, inoltre, che Cady in qualche modo sapesse di lui.

In piedi davanti a Cady e a sua figlia, Jesse sent che la propria altezza era un problema - era parecchio pi alto di entrambi. Forse ai loro occhi sembrava un ragazzone troppo cresciuto e goffo? E indossava abiti vecchi - era un sabato mattina - una camicia sdrucita con le maniche arrotolate, il colletto non pulitissimo, pantaloni di cotone macchiati, scarpe senza calze. Non si era neppure fatto la barba quella mattina.

Ora di salutarsi. Jesse ringrazi Cady per il corso e Cady incass con cortesia. Mi spiace di avervi disturbati si scus Jesse, allontanandosi. Era andato tutto bene. Cady era chiaramente adulato, e la ragazza era orgogliosa del padre, mentre gli gettava un'occhiata di sbieco fredda e contegnosa, un'occhiata da moglie. Jesse salut e si volt per andarsene.

Il suo cuore martellava.

Torn alla macchina proprio mentre la signora Spewak stava uscendo dal negozio. Che fortuna che non fosse sbucata fuori mentre parlava con i Cady... Dio, Jesse, ci ho lasciato venticinque dollari l dentro. La roba  subito dietro la porta l, puoi andarla a prendere?  troppo pesante per me. Dio, mi sento male. Indossava pantaloni verde lime e un maglioncino di nylon color pesca pallido, troppo stretto per i suoi seni piccoli e appuntiti.

Certo, vado. Vado disse Jesse in fretta.

Non vedeva pi Anne-Marie. Avevano litigato per qualche motivo - lei lo accusava di non amarla - e avevano deciso di rompere il fidanzamento. In ogni caso era stato ufficioso. Ufficioso. Non contava, aveva detto Anne-Marie acida. Con Anne-Marie fuori dalla sua vita, Jesse si ritrov sempre pi spesso con la signora Spewak. Successe. Inerzia, un vago desiderio di accontentare, un vago senso di colpa: i sospiri di lei, i suoi mal di testa, i suoi mal di schiena, il suo continuo stupore davanti ai problemi che una donna doveva affrontare. E quella figlia! Carla non era proprio una bambina di intelligenza superiore, secondo Jesse, ma aveva una mente svelta, micidiale, un cinismo prematuro che a volte passava per intelligenza. Era molto magra di torace, gambe e braccia erano cos sottili che Jesse avrebbe potuto racchiuderle senza problemi nell'incavo fra pollice e indice. Aveva allergie strane e non diagnosticate che, pareva pensare la signora Spewak, l'avrebbero resa pi interessante agli occhi di Jesse dato che sarebbe diventato un medico: era allergica alla polvere e al polline e al cibo e al pelo e a talune combinazioni di luce solare e umidit; era frenetica, irrequieta, sorrideva di rado, spessissimo scalciava e si aggrappava alla madre o a Jesse, reclamando attenzioni. Ma quando riceveva attenzioni si imbarazzava e si annoiava in fretta. Odiava essere guardata. Si metteva le dita sugli occhi come per nascondersi... Quando la signora Spewak usciva, cio spesso, Jesse si prendeva cura di Carla.

Dov' mia madre? Dov' andata? chiedeva Carla.

Quando Jesse glielo diceva, non ci credeva.

Nemmeno Trick ci credeva. Probabilmente aveva ragione lui: la padrona di casa di Jesse lo stava solo usando. Stava approfittando della sua gentilezza. Era una donna ignorante e pigra e c'era qualcosa di non perfettamente chiaro nella sua vita, ma non aveva fatto del male a Jesse nel senso vero e proprio del termine, non aveva davvero interferito con i suoi studi pi di tanto. Jesse tendeva a difenderla. Era evidente che fosse stata sposata a un certo punto ma il marito l'aveva lasciata oppure lei l'aveva sbattuto fuori di casa; forse era ufficialmente divorziata, forse no; si diceva cattolica, anche se non andava a messa di frequente. Quando chiedeva qualche favore a Jesse parlava in tono rapido, contrito, e lo guardava fisso di modo che a lui mancava il cuore di dirle di no.

Vuole mangiarti vivo, ragazzo mio rideva Trick.

Ma i bisticci domestici, a cui Jesse era costretto a partecipare, la routine di fare la spesa al sabato e poi sistemare gli acquisti in cucina, occuparsi dei cestini della spazzatura, battere i tappeti per lei, placava il galoppare del suo cervello che a volte lo spaventava. Era molto debole, davvero... A dispetto di ci che pensava la gente, era molto debole, non osava restare solo troppo a lungo, non osava permettersi di pensare molto, di ricordare molto... Era grato per le faccende della vita familiare, anche per le voci noiose ed esigenti della signora Spewak e di Carla.

Non mi pesa darle una mano diceva Jesse a Trick.

Vuole solo usarti.

Cosa intendi per usarmi? Non mi pesa.

Si offre di pagarti?

Non ha soldi.

Potrebbe scalarteli dall'affitto. Potrebbe fare qualcosa per te.

Non potrebbe permetterselo.

Jesse, Jesse!... Sei cos ansioso di darti via!

Erano amici adesso, Jesse e Trick. In qualche modo erano diventati amici. Jesse non sapeva se essere infastidito dall'interesse di Trick nei suoi confronti o ringraziare che qualcuno sembrasse averlo a cuore. Si era fatto l'idea che gli altri studenti lo invidiassero perch era amico di Trick - del dottor Monk - e cos non se la prendeva quando Trick arrivava con un'ora di anticipo per prendere il caff con lui, interrompendolo mentre lavorava, o quando si presentava da Jesse di notte, lamentandosi di non riuscire a dormire.

Noi insonni condividiamo una certa mistica diceva Trick.

Non parlavano mai di Anne-Marie.

A Jesse sarebbe piaciuto spiegare a Trick che si era completamente disamorato di lei. Era finita. Era quasi dimenticata. Non odiava Trick. Trick non c'entrava proprio nulla, Jesse aveva semplicemente smesso di amarla, tutto qui. E anche se aveva odiato Trick, anche solo un pochino, era tutto dimenticato insieme all'amore per Anne-Marie... Trick era come un fratello maggiore, un apprensivo parente pi vecchio. Criticava le abitudini di Jesse.  una specie di mania, il modo in cui ti costringi a lavorare. Ma fintanto che funzioni cos bene, questa  l'unica prova, l'unica prova che sei sano. A Jesse sembrava un uomo superiore, un uomo eccezionale. Ci che in lui gli era sembrato pericoloso in realt erano solo la sua sincerit e i suoi capricci, che a Jesse giungevano nuovi.

A volte pungolava Jesse con gentilezza, con uno strano sguardo intenso sul volto. Come sta la tua padrona di casa questa settimana? Ti sta ancora appresso?

La metti gi troppo dura replic Jesse.

Ha l'occhio lubrico, ne sono sicuro. Ha un certo aspetto umido, morbido, anche per la sua et... E in effetti non  poi cos vecchia. Sicuro che non sei il suo amante e non vuoi dirmelo?

Non sono l'amante di nessuno disse Jesse.

Trick sorrise. C'era questo amico di mio nonno a Minneapolis, un vecchio molto ricco, che si era fatto costruire uno zoo personale - no, non uno zoo, un santuario faunistico, una giungla privata - e che si accaparr anche un bel numero di mogli di fila, e le mogli erano sempre pi giovani a mano a mano che lui diventava sempre pi vecchio. Una di loro somigliava alla tua signora Spewak, anche se era pi bella. Credo che l'avesse acquistata insieme a qualche leone. Era una domatrice di leoni, o quella era una parte del numero del circo con cui viaggiava. Se ne andava in giro con una tenuta da cavallerizza e stivali che le arrivavano alle cosce, e portava con s una piccola frusta con l'impugnatura di velluto. Ah, era una meraviglia vederla aggirarsi con quelle sue grandi falcate! Il vecchio aveva una casa enorme e brutta, una specie di magazzino fatto di mattoni. In casa sua c'erano stanze che lui stesso non aveva mai visto. E questa donna, anche se rischiava di perderci qualche milione di dollari e di finire risbattuta al circo, prendeva la macchina e attraversava la giungla e usciva dal cancello e percorreva le strade statali - perch c'erano le statali, statali normali, era una parte del mondo come le altre - verso i distributori di benzina e i negozietti di paese e l rimorchiava i ragazzini, ragazzini sulla ventina, voglio dire; era una specie di leggenda della contea... Me non mi ha mai disturbato, per. Non mi ha mai dato manco un'occhiata. Forse perch io non ho nulla del leone.

Che ne  stato di lei? chiese Jesse, stupefatto.

Se ne and via e lui fin per divorziare. Spos una ragazza di vent'anni.

Aveva davvero i leoni, l? Negli Stati Uniti?

Aveva leoni, aquile, scimmie - un sacco di scimmie e di scimpanz e perfino qualche scimmia antropomorfa - e pappagalli e grandi cinghiali dalle Everglades - e tutte quelle donne, quelle mogli.

Certo che ne hai conosciuta di gente stramba disse Jesse lentamente.

Pi tardi si chiese se le storie di Trick fossero vere: cominciavano sempre in modo abbastanza innocente, erano sempre legate a Trick tramite un suo parente o un amico, e poi si espandevano, sbocciavano, finch toccavano mondi che Jesse non comprendeva. Lui voleva credere nel normale, nell'ordinario. La sua mente faticava ad accettare il bizzarro.

S, la gente stramba  attratta da me disse Trick con un sorrisone.

Da vicino, la sua faccia era butterata e irregolare, bench non fosse brutto. Ma possedeva questa carnagione disomogenea, piuttosto ruvida e costellata di pori dilatati che dava l'impressione di essere ricoperta da strati di cerone che avevano iniziato a sciogliersi e rovinarsi. Da questo miscuglio di tonalit - pelle lardacea, pelle rosea, pelle giallastra - i suoi occhietti sbirciavano con un'allegria che a volte era esagerata, sproporzionata rispetto al suo oggetto, come se Trick vedesse al di l dell'ordinario in un'altra dimensione invisibile a chi lo ascoltava. Aveva un che di enorme e divino, di una divinit svilita, per, come il figlio di un dio che non fosse all'altezza del proprio retaggio. Mi piace tantissimo la gente stramba. Vorrei collezionarla. Magari diventer un patologo di provincia e far le autopsie in qualche piccola cittadina... Sarei pi delicato coi morti che coi vivi perch, naturalmente, i morti non ti rifilano nessuna ipocrisia...

Jesse rise a disagio. Si chiese se lui stesso non fosse uno degli strambi attratti da Trick.

Adesso pensava, quasi di continuo, al dottor Cady e alla figlia. Ma a Trick non disse nulla in proposito. Provava un'agitazione particolare, quasi un senso di disperazione, a pensare che l'anno si stesse avviando al termine - che i suoi anni da studente di medicina si stessero avviando al termine - eppure mancava qualcosa. Trick gli chiedeva quale fosse il problema: perch era cos silenzioso? Ma lui non diceva nulla: non sarebbe riuscito a spiegarsi. Si stava per laureare fra i migliori della classe, e questo rappresentava il compimento di tutti i suoi progetti, dei suoi progetti pi febbrili e improbabili, eppure mancava qualcosa; qualcosa era andato perduto. Non era Anne-Marie. Aveva smesso di amarla e ora perfino il ricordo del suo amore, della sua angoscia, lo sconcertava. Non gli sembrava credibile averla amata tanto. A volte non riusciva neppure a rammentarne il viso se non per ricordarne la bellezza luminosa, impersonale e sana che avrebbe potuto appartenere a qualunque ragazza. In qualche modo la perdita ruotava intorno a Cady. Sedeva in prima fila nell'aula a gradoni fissando il volto calmo e intelligente dell'uomo, chiedendosi come fosse stato possibile che un giovane crescesse fino a diventare quell'uomo preciso, maturasse in Benjamin Cady. L'anno accademico stava per finire, e la sua malinconia frenetica in qualche modo era concentrata sul volto di Cady.

Come diventare quell'uomo senza svilirsi?

Un pomeriggio port Carla al cinema mentre la signora Spewak andava dal dentista, dal dentista disse, e Jesse scelse di crederle, e durante il film Jesse fu ispirato dall'energia dello schermo - cowboy e mandrie di bestiame giganti che correvano fragorosamente avanti e indietro - e decise che non avrebbe lasciato che l'anno finisse in modo cos fiacco. Non avrebbe lasciato che i Cady gli sfuggissero. Cerc il loro nome sull'elenco telefonico, non lo trov, e telefon alla segreteria della scuola di medicina per farsi dare l'indirizzo di Cady. Era il figlio di un amico di Harvard, disse. Jesse, che non mentiva mai, ora mentiva spudoratamente e allegramente, sentendosi al sicuro nella cabina telefonica sul retro del cinema semivuoto. Vi erano possibilit teatrali nella vita che sgorgavano dal buio di una sala cinematografica, balzavano fuori con un lampo dalle confuse chiazze di colore e luce che costituivano le immagini sullo schermo, come il sottotesto di un sogno si fa largo verso la superficie della mente.

Alla fine del film port Carla a fare una passeggiata. Le piaceva passeggiare per il campus. Jesse la port diversi isolati oltre la Washtenaw, fino al condominio in cui viveva Cady. Carla era di buon umore: il film le era piaciuto. Sembrava cos piccola, cos docile, che avrebbe potuto essere figlia di Jesse. Malgrado il viso magro e stanco di lei, era orgoglioso di essere con la bambina: qualcuno avrebbe potuto scambiarlo per il padre. Il padre di una bambina. Padre.

Carla chiacchierava del film, ma Jesse ricordava solo uomini incombenti, uomini privi di espressione, vasti cieli e orizzonti colorati, la promessa del deserto eterno, montagne che sembravano imitazioni frettolose della Terra, della Terra cos come la si immagina, bisognosa di una fine. Ricordava il tonfo fastidioso degli zoccoli dei cavalli e il tonfo colossale del bestiame al galoppo. Forze che picchiavano in una direzione e poi di nuovo nell'altra. Avanti e indietro. Un tornado della mente. Una spirale che calava dal cielo. Era il Vecchio Testamento, tutta quell'attivit! E lui era assurdamente, improvvisamente grato per i film, che vedeva cos di rado, per il loro procedere a chiazze e schizzi, non in forma di storie coerenti ma di pezzetti frastagliati di una storia che non si addensava mai davvero in qualcosa di credibile. Anni prima, l'esercitatore di inglese del primo anno di universit gli aveva detto che c'era qualcosa di strano nella sua comprensione della letteratura: era incapace di seguire una trama. Era incapace di vedere l'evoluzione attenta di una storia. Lo schema necessario, il ritmo che richiedeva compimento, il calore interno, la gravit che costringeva tutto a una conclusione adeguata... Cosa significava tutto questo? Lui non aveva capito, anche se ci aveva provato. Ma alla fine non sapeva cosa fosse una storia. Secondo lui quelle che la gente riteneva storie erano frammenti di interi fatti a pezzi, gli schemi, le onde cerebrali, un certo uomo in un certo momento della sua vita, la registrazione della sua vita interiore controllata e incontrollata: di conseguenza tutta la scrittura era autobiografia, no? L'esercitatore, un giovane newyorchese entusiasta, aveva tentato di spiegare cosa non funzionasse nelle idee di Jesse. O nel suo temperamento, magari; lui non possedeva un temperamento letterario. Ma Jesse credeva ancora che tutta la scrittura fosse vera e fattuale, in quanto parte di un intero fatto a pezzi che non poteva pi essere rimesso insieme ma andava esperito solo per parti, eppure non era credibile nel modo in cui lo erano i suoi testi di medicina. La vivevi ma non potevi crederci.

Entrando nel condominio dei Cady fu colpito da una sensazione di reverenza. Era piuttosto piccolo, tre piani, fatto di pietra segnata dalle intemperie e macchiata, in parte coperto d'edera, con l'aspetto di una vecchia chiesa. Ombre ovunque nell'atrio; un'aria ferma e umida che dava un senso di riserbo, di austerit; un ascensore di elaborato ferro battuto che a Jesse fece pensare confusamente a una fortezza. C'era uno spirito austero, riservato, l dentro e una variet di stili: gli svolazzi del ferro battuto, pomelli d'ottone, piccole bestie araldiche nella modanatura, quasi perse nelle ombre e nella polvere, una carta da parati invecchiata ma molto rispettabile che mostrava disegni argentati simili a fogliame, assolutamente piatta, immota, a differenza del turbolento schermo del cinema dove Jesse era appena stato. Carla gli tir un braccio e si lament di voler tornare a casa: non era ora di tornare a casa? Che ci facevano l?

L'appartamento dei Cady era al pianterreno, cos non dovette prendere l'ascensore. Probabilmente Carla si sarebbe rifiutata di entrarci. Trov la porta senza problemi, si chin a dare una rapida ravvivata a Carla, nascose il proprio nervosismo. Suon il campanello e la figlia di Cady venne alla porta quasi immediatamente. Successe cos in fretta che Jesse non era pronto a parlare.

Il dottor Cady...?

Non  in casa in questo momento.

Oh... non  in casa?

Lei non rispose, spostando lo sguardo da lui a Carla e viceversa.

Quando pensa che sar a casa?

Non lo so.

Jesse sorrise nervoso. Volevo salutarlo prima che partisse... Volevo... Questa  una mia piccola amica, Carla Spewak. Probabilmente lei non si ricorda di me... mi chiamo Jesse Vogel...

Lei annu, ma in modo cos veloce e vago che Jesse non avrebbe saputo dire se si fosse ricordata o meno. Il viso gli si infiamm di delusione.

S, dir a pap che  passato di qui.

Mi dispiace disturbarla.

Non si preoccupi.

L'ho disturbata...?  occupata? Mi chiedevo se potessi parlarle un minuto.

Lei esit.

Ora Jesse sapeva perch si era portato dietro Carla.

Non voglio farle perdere tempo, ma vorrei parlarle un minuto disse Jesse.

La figlia di Cady non ricambiava affatto il suo sguardo. La pelle della sua fronte parve irrigidirsi, come per paura o attesa; Jesse si ritrov a fissarle la zona cerea al centro della testa. I capelli neri erano stati spazzolati all'indietro sui entrambi i lati di quella zona, severi e lisci, ma davanti alle orecchie c'erano leggeri viticci di capelli, non abbastanza spessi per essere ricci. Il suo viso era pallido e pulito - niente trucco, niente rossetto. Un viso spogliato di ogni astuzia, niente stratagemmi qui, niente intense, false ondate di entusiasmo del tipo che riceveva dalle altre ragazze e che l'avevano tanto disturbato in Anne-Marie. Lui voleva solo la verit dalle donne. Voleva i loro volti veri. Non gli importava della bellezza, si diceva Jesse fissando quella giovane donna, che non era bella ma gli sembrava pi forte e pi preziosa proprio perch non era bella e possedeva invece quel viso austero, dubbioso...

Lei sorrise improvvisamente. Un sorriso di cortesia, esattamente come quello di suo padre. S, prego, entri. Pap probabilmente sar a casa fra poco. Li condusse all'interno e Jesse fu soddisfatto della parsimonia, della pulizia: mobili consunti, un tavolo ovale con una tovaglia a smerlo stesa sopra, una scintillante ciotola bianca priva sia di frutta sia di decorazioni, lampade dall'aspetto tozzo e fuori moda e ricurvo, paralumi che erano un po' ingialliti. I suoi occhi saettarono subito verso una fotografia in una cornice di metallo scuro, posta su un tavolo: vide il dottor Cady in un gruppo di uomini, ritti in quello che sembrava un giardino. Si pieg a osservarla. Stoccolma, 1947.

Suo padre - il dottor Cady - qui  quando ha vinto il Premio Nobel? balbett Jesse.

Si sentiva frastornato dal fatto di essere l, di trovarsi l.

Helene Cady parve sul punto di dire qualcosa, poi esit. Forse percepiva l'agitazione di Jesse. Incontr lo sguardo di lui un po' di lato, e cos lui vide i suoi fermi occhi scuri oltre la linea sottile della guancia, e qualcosa si mosse dentro di lui: avrebbe amato quella donna.

*

In seguito, avrebbe ricordato Carla Spewak come se fosse stata la loro prima figlia. La pi indifesa ed essenziale dei loro figli, una ragazzina lamentosa, malaticcia, precocemente problematica, i cui occhi avevano iniziato a lacrimare nei primi cinque minuti di quella visita, innescati da una logora pelliccia nera gettata su uno dei divani. Da quella visita sarebbe scaturito tanto che era necessario credere che molto vi avesse contribuito; pi dei suoi desideri vagabondi, esacerbati dalla tarda, calda primavera, o della sua esasperante reminiscenza di Anne-Marie, del corpo di Anne-Marie, o della bizzarra, mezzo dimenticata storia di Trick su una donna in tenuta da cavallerizza che portava con s una piccola frusta dal manico di velluto, mentre cercava amanti lungo una statale del Minnesota. Cosa poteva portarlo da Helene, direttamente da lei, senza esitazione e senza vergogna, se non l'ardore del suo rispetto per lei, l'invidia del corpo fermo, intelligente e in ascolto di lei?
4

Una giornata limpida, chiazzata di sole. La foschia del primo mattino si era dissolta, il cielo era enorme, stavano guidando lungo una strada di campagna che scendeva e pareva rimbalzare intorno alle curve, come se potesse esserci qualche sorpresa ad attenderli. La strada era completamente sgombra. Jesse sedeva fra Trick e Helene, con la mano stretta attorno a quella di Helene, e al di l della conversazione distratta (Trick stava parlando dei suoi progetti per l'anno venturo, l'internato al Massachusetts General Hospital, dove avrebbe studiato medicina psichiatrica con Francis Ehrlich) Jesse avvertiva il richiamo della distanza, delle colline coltivate del Michigan. Dritto fino al margine della strada correva un campo di granturco nuovo, alto neanche mezzo metro. L'aria vi nuotava attraverso, increspature silenziose; sembrava che una mano invisibile lo stesse accarezzando. Jesse si sentiva accarezzato da quello stesso vento, riusciva a prestare un'attenzione solo minima alla voce di Trick.

Le sue dita si muovevano senza tregua sull'anello al dito di Helene.

Aveva chiesto un prestito a Trick per poter comprare a Helene un anello di fidanzamento - un anello con un piccolo diamante, un modello semplice con fascetta e castone. Ne era orgoglioso. Era orgoglioso della palese felicit di Helene nel portarlo. Senza volerlo, i suoi occhi andavano sempre a cercare quell'anello sul dito di lei, ansiosi di vedere se fosse ancora la sua promessa sposa, se non si fosse sbagliato. A volte se ne stava sdraiato a occhi aperti, insonne, e gli sembrava incredibile che si sarebbero sposati davvero - avrebbe davvero sposato Helene Cady? Lui sarebbe diventato un uomo sposato, lei sarebbe diventata sua moglie...? Nella sua timidezza, lei era ansiosa di compiacerlo, era gi una brava moglie devota. Aveva imparato in fretta da lui il cameratismo affettuoso di questo genere di amicizia inebriante e intima; Jesse aveva trovato in s la capacit di guidare tanto se stesso quanto lei, rifiutando di sentirsi a disagio o imbarazzato, rifiutando di cedere al suo perenne senso di inadeguatezza. Doveva nasconderlo a lei. Non era mai stato amico di Anne-Marie, non veramente. Erano stati amanti e nulla pi. Se era sembrato che parlassero di altre cose, era l'amore ci di cui parlavano davvero - Jesse con impazienza, agitato, geloso dell'attenzione di lei e della sua bellezza, diffidente - anche se non erano mai stati abbastanza sinceri da utilizzare il lessico dell'amore. Con Helene, Jesse continuava a pensare a quanto fosse giusto il loro matrimonio. Continuava a pensare ai limiti di Anne-Marie. Lei era stata in grado di rispondergli solo in quanto bella donna, sempre consapevole della propria bellezza, consapevole di Jesse in quanto giovane uomo che la desiderava, e loro due camminavano paralleli in questi ruoli come su binari ferroviari che non si sarebbero mai incontrati... E cos lui non aveva mai provato autentica amicizia per lei, non si era mai fidato di lei nel modo in cui si fidava di Helene. Non era mai stato amico di nessuna ragazza prima di Helene. Nemmeno di Hilda Pedersen. Sua sorella. No, non era mai stato amico di nessuna ragazza, e dovette inventarsi la leggerezza con cui salutava Helene ogni volta che si incontravano, come se non provasse alcuna ansia di perderla o di violare in qualche modo l'affetto che lei nutriva per lui. Era tutto cos precario, questa compravendita di emozioni - esattamente cos'era l'amore, cos'era? Ci si poteva fare affidamento?

Amava Helene.

L'amava, s. Voleva parlarle, sottoporle domande bizzarre e casuali sulla vita; voleva parlarle di stranezze, promesse, incidenti, articoli di giornale, dei pettegolezzi alla pensione, del tempo, di tutto. Voleva consultarsi con lei su come gestire ogni singolo giorno. Tutto questo doveva significare, credeva Jesse, che adesso era davvero innamorato; non si sentiva ansioso n combattivo in sua presenza. A guidarlo non era la brama disperata di seppellirsi nel corpo di lei.

Avevano programmato di sposarsi una volta che Jesse avesse concluso l'anno di internato, nel luglio successivo.

Quel giorno Trick li aveva invitati a fare un giro in macchina per la campagna. Era molto sorpreso e lieto del fidanzamento, lo ripeteva spesso - non aveva mai neppure intuito che loro due uscissero insieme. Che strano, che sorpresa... Trick era parso stupefatto quando Jesse gliel'aveva detto, ma dopo un attimo gli aveva rivolto un sorriso rapido, educato, piuttosto paterno, e si era congratulato con lui. Aveva incontrato Helene qualche volta. Dopo che Jesse gli ebbe detto del fidanzamento, col passare delle settimane, Trick prese a farvi cenno in tono familiare, sorridendo, con entusiasmo, come se in realt avesse puntato a farli mettere insieme da sempre. Ce l'avevo in mente, sul serio.  una giovane eccezionale - molto intelligente - proprio giusta per te. Una donna molto intelligente. Trick lo diceva a Jesse di continuo. Jesse lo scrutava in volto alla ricerca di qualche traccia di cinismo, ma Trick era sincero. Parlava rapidamente, con voce neutra e onesta.  proprio giusta per te. Proprio giusta.

Davanti a Helene, Trick lodava Jesse con la medesima voce onesta. Andava avanti e avanti, appiattita, un po' spenta, la voce di un clown costretto a essere serio. Jesse lavora pi di chiunque altro io conosca.  totalmente concentrato e assorbito. Quasi posseduto.  uno dei suoi doni, riuscire a lavorare tanto. Tuo padre mi ha detto che pensa che Jesse abbia davanti a s una brillante carriera in qualunque cosa, qualunque cosa sceglier di fare... deve stare attento a non buttarsi via... Lo stavano spingendo verso la ricerca, la ricerca pura. I suggerimenti di Cady lusingavano e insieme mettevano a disagio Jesse: poteva ottenere una borsa di studio postdottorale a Harvard e lavorare con Cady in persona. Oppure ottenere una borsa di studio analoga da qualche altra parte e lavorare con un amico di Cady, un'altra figura di spicco. Jesse tentava di spiegare che lui era interessato alla medicina clinica. Lui voleva lavorare con le persone. Discuteva dei suoi progetti con Trick, con Helene, e ne discusse con lo stesso Cady, in una lunga serata in cui Helene aveva preparato la cena per tutti e tre. Il cibo sul piatto di Jesse si era raffreddato, aveva perso ogni attrattiva, mentre discutevano. La fronte di Jesse si corrugava sotto la pioggia di consigli, suggerimenti, sotto il suo stesso bisogno di decidere mentre tutti gli consigliavano gentilmente di non prendere nessuna decisione per il momento, di prendersi il tempo necessario. Cady fu generoso. Disse con delicatezza a Jesse: In te vedo una simpatia genuina per le persone, forse hai perfino bisogno delle persone. Vuoi andare avanti con cautela sondando le opinioni che gli altri hanno di te, se sono soddisfatti di te, e questo sembra in assoluto pi facile in termini di pazienti. I malati sono sempre speranzosi e sempre riconoscenti. Sono sempre immediati. Sono molto reali. Posso capire che ti interessi questo tipo di medicina... Ma anche la ricerca  fatta di altre persone. Queste persone non ti sono fisicamente a portata di mano ma ci non significa che non esistano. Esistono in grandi numeri, sono un multiplo delle persone che potrai mai aiutare davvero con la pratica medica. Dopotutto, Jesse, un uomo non esiste solo nella propria pelle, non  che dobbiamo andare in giro a toccare tutti...! E poi avrai un certo rapporto con i tuoi colleghi, anche con quelli che si trovano in altre parti del mondo. Sarai costantemente in comunicazione con loro. E questo  in ultima analisi l'aspetto pi soddisfacente nella ricerca. Quello che ottieni - i progressi che fai - permetteranno a migliaia di altri medici di curare i malati, ti moltiplicher nell'ordine delle migliaia, sarai tu in persona moltiplicato per migliaia, perfino per milioni... Devi pensare a questo, Jesse, tienilo sempre a mente!.

Moltiplicato per milioni...

Quando lasci Cady, bruciava di entusiasmo, quasi convinto. Si sentiva cos sano adesso, cos forte! Mangiava regolarmente, perfino. Stava attento a mangiare cibi caldi, a dormire quanto pi poteva. D'improvviso era diventato molto importante. Se solo avesse potuto seguire il consiglio di Cady e nello stesso tempo fare ci che davvero voleva fare, completare un internato normale e mettersi a lavorare nella sanit pubblica, esercitare la medicina generale... era stato cos toccato lavorando nelle corsie spesate dal servizio pubblico che non riusciva a immaginarsi in nessun altro ambiente... Dottor Vogel, direttore di...

Helene, rispettando la sua riservatezza, non cercava di discutere con lui.

Trick lo stuzzicava un po' sulla sua predilezione per il trambusto delle corsie d'ospedale. Vuoi guarire gli storpi e i paralitici, vuoi resuscitare i morti... un'ambizione da nulla! Ma non gli metteva molta pressione. Gli piaceva soprattutto parlare di se stesso, e quel giorno in macchina Jesse era sollevato che Trick non lo stesse seccando. Parlava con leggerezza, con bonomia, ed era molto attento nei riguardi di Helene. E da l in poi voler da una capitale mondiale all'altra stava dicendo curando solo ricchi pazzoidi e cenando con re e dittatori. Inventer un nuovo movimento psicoteologico e mi far annunciare come suo Messia e comparir sulla copertina di Time Magazine. E scriver poesie, poesie bellissime, poesie d'amore e di tenerezza, e finir nei diari intimi della gente pi eccentrica. Ma non sar mai troppo occupato da non venire a trovare te e Jesse, mia cara, ogni volta che mi vorrete; mi candider a qualunque posizione nella vostra vita: padrino del vostro primogenito, psichiatra titolare, tutto! Baster un ordine e sar al vostro fianco.

L'auto sembrava saltellare ai buoni auspici di Trick. Era una delle sue giornate buone, una giornata sorprendentemente buona. Evidentemente aveva cambiato idea sul trasferirsi in Massachusetts. Per qualche tempo aveva parlato in tono vago di abbandonare la medicina e ritirarsi, a trentun anni, in qualche fattoria, la fattoria di uno zio nel Minnesota settentrionale, o di offrirsi volontario in un progetto medico delle Nazioni Unite, o di lavorare da qualche parte usando le mani. Aveva perfino sospirato e accennato al matrimonio. Devo sposarmi? Devo correre il rischio? Ma Jesse diede per assodato che fosse una battuta, dato che non aveva mai visto Trick con una donna. E Trick non parlava mai di una donna in particolare. Se alludeva alle donne, di solito lo faceva al plurale, una folla indistinta e cinica di femmine di Ann Arbor che smaniavano per lui perch sarebbe diventato un medico, e tutti sapevano che le donne impazzivano per i medici e per i loro soldi, per le loro mani abili ed esperte. Purtroppo, l'unica donna adatta per gente come te e me, Jesse,  una donna come Helene, perch arriva da una famiglia di medici e sa cosa aspettarsi. Sa tutto, eppure  abbastanza coraggiosa da sposare un medico. Ma l'hai acchiappata prima tu.

Ora diceva, sporgendosi davanti a Jesse per parlare con Helene: Me lo darai, l'ordine? Di accorrere al tuo fianco, voglio dire. Negli anni a venire. Sar lo zio Trick per i tuoi figli? Non ti dimenticherai di me, vero?.

Certo che no disse Helene.

Perch, sai, anche se faccio tanto il buffone, voi due siete le persone che mi piacciono di pi - che ammiro di pi - insieme a tuo padre, Helene, e a poca altra gente, pochissima altra gente... Tutti gli altri non mi hanno soddisfatto, in un modo o nell'altro. Mi hanno deluso. Sono passati gli anni e voi due siete praticamente tutto quel che mi  rimasto... Ma non voglio mettervi in imbarazzo...

Non ci stai mettendo in imbarazzo disse Helene a disagio.

Jesse stava zitto, non gli piaceva l'esagerazione di Trick. Perch diavolo esagerava sempre?

Jesse disapprova fece Trick furbescamente. Mi accorgo sempre quando Jesse disapprova. Non  sicuro che mi chieder di essere il padrino di suo figlio, e neppure che si fider a lasciarmi avvicinare ai suoi figli. Io riesco a leggergli nella mente.

Riesci davvero a leggermi nella mente, Trick? chiese Jesse in tono leggero.

Da sempre. La tua mente  complessa, ma ricompensa l'impegno. La voce di Trick riecheggiava di soddisfazione. Il suo buonumore, il suo entusiasmo, facevano venir voglia a Jesse di mettergli una mano sulla bocca per farlo tacere prima che dicesse troppo. La sua spudoratezza suscitava pudore negli altri.

Non sto pensando al futuro n a nulla disse Jesse. Stavo solo guardando la campagna. Sfreg le dita avanti e indietro sulla mano di Helene, nervoso. Era un gesto privato, eppure aveva l'impressione che Trick ne fosse consapevole.

Jesse, non sei sincero fino in fondo.  impossibile non pensare a nulla.

Li stava portando alla fattoria di patologia, sul cui conto Jesse aveva sentito storie assurde; Trick ci aveva trascorso qualche settimana conducendo esperimenti sui cani per un professore di nome Ross, famoso al Centro Medico per i fondi federali che aveva ottenuto. I dettagli dei fondi erano riservati - Jesse aveva sentito voci incredibili su progetti da milioni di dollari, gruppi di ricerca vincolati al segreto - e tutto quanto, immaginava, era una gelosa replica della tensione che aveva circondato i chimici e i fisici nucleari nei primi anni quaranta. E come il loro segreto era diventato pubblico, e come era fiorito in una realt catastrofica! Non c'era da stupirsi che gli altri fossero invidiosi. E ora si parlava di ricerca biochimica, di studi antiradiazioni, di indagini sugli antidoti contro le nubi batteriologiche. Studenti di medicina che si proclamavano politicamente onesti presero a difendere i soldi che avrebbero fatto nel giro di qualche anno. Era un fatto, affermavano, che gli altri si sarebbero occupati di quelle stesse cose, che loro facessero altrettanto o meno, quindi non c'era alcun problema morale di mezzo; era la necessit storica a farli andare avanti. Jesse non si pronunciava. Non lo riguardava in prima persona. Non riteneva di essere tenuto a dichiarare di avere alcun tipo di rapporto con quelle faccende. Perch per quanto voleva ricordare - cio, da quando era Jesse Vogel - lui si era fatto strada attraverso le tremebonde, affollate strade di questa vita puntando lo sguardo fisso davanti a s, badando agli affari suoi, e se il selciato si fosse ristretto di colpo fino a ridursi a una corda da funambolo, avrebbe proseguito con quel suo metodo saldo, fermo, privo di fantasia; sapendo che la salvezza la si conquista solo mettendo da parte le emozioni.

Il capo su alla fattoria  Gatti, ma  raro che si faccia vedere. Dice che  allergico all'odore del letame. Ma in realt ha un'ulcera emorragica e non sta granch bene, temo... stava dicendo Trick. Sapeva tutto, conosceva tutti; nessun pettegolezzo vagante o curiosit gli sfuggiva. Pareva non dimenticarsi di nulla e a volte intratteneva Jesse e Helene ripetendo a loro conversazioni che aveva avuto con altra gente. Conosci Gatti, Helene? Sembra un eschimese. Il suo viso ha qualcosa di freddo e selvaggio. Baffoni, faccia grande e piatta, fronte inclinata. Probabilmente l'hai incontrato. Non riesco a immaginarmi nessuno pi all'opposto di tuo padre, che  cos aristocratico... voglio dire come portamento, come cervello; Gatti  grezzo e goffo, ha un squadra di ragazzini ai suoi ordini da queste parti che sono una specie di numero da circo. Te li presenter. Se Gatti avesse pi buonsenso vieterebbe le visite come la mia, ma a quanto si dice potrebbe voler portare la fattoria al disastro completo per vendicarsi di Ross... O non lo sapete? Jesse lo sa, della faida tra Ross e Gatti.

No, non ne so nulla. Ma non importa disse Jesse.

In effetti andiamo indietro a prima che tu arrivassi ad Ann Arbor. Non c' bisogno di ritirarla fuori. C' gi in giro abbastanza merda in questo momento senza bisogno di metterne in circolo altra disse Trick, e si imbarc in una serie di nomi e progetti della fattoria mentre Jesse cercava di ascoltare. Sfreg il pollice sul dorso della mano di Helene, tra le delicate, piccole ossa delle nocche. Helene disse Trick sei stata saggia a restartene nella chimica. E sei stata saggia a lasciare dopo la specializzazione. Una volta che ti metti a perder tempo con la biologia, una volta che immergi le dita nel sangue, qualcosa viene assorbito nella tua circolazione e ti contamina. Chiedi al tuo futuro marito. A momenti vomitava quando ha visto il suo primo cadavere, ma la seconda volta  andata meglio, e da l in poi sono tutti uguali. Non  vero? Jesse aspira a una condizione di esanguit personale - me l'ha detto in un attimo in cui aveva abbassato la guardia- ma ci implica l'espulsione di una gran quantit di fluidi. Anche dal punto di vista chimico non  molto pulito; in effetti, puzza parecchio, ma per lo meno la puzza non  nulla di personale. Da queste parti... be', da queste parti alla fattoria... capitano momenti esilaranti, se non sei debole di stomaco.

Helene si agit imbarazzata.

Quella l davanti  la fattoria. Stiamo attraversando i loro pascoli. Vedete tutti i cartelli di ACCESSO VIETATO? Alcuni ragazzini delle fattorie qui intorno hanno scavalcato la recinzione un giorno e stavano esplorando. Si saranno presi un colpo a vedere il nostro bestiame in bella mostra; erano come in catalessi e non sono scappati neppure quando il custode  arrivato con la jeep per urlargli dietro... Vedete il cancello l davanti? Quando si facevano lavori davvero di alto livello da queste parti tutti dovevano avere un tesserino identificativo con le impronte digitali eccetera. Poi  successo qualcosa, il progetto  saltato, qualcuno ci ha mollati ed  passato a Berkeley, e l'atmosfera si  fatta un pochino pi rilassata. Vi piace l'odore? Sentite gi qualche odore strano?

Jesse sentiva qualcosa di acre, un vago odore di putrefazione.

Non mi pare rispose Helene, incerta.

Forse sono io che sono ipersensibile fece Trick. Si fermarono all'ingresso e Trick suon un campanello. Dopo una breve attesa, un uomo di mezz'et usc di corsa; sembrava un comune contadino in salopette da lavoro, dalla testa placida e calva e il viso abbronzato. Lui  il custode. Strana sistemazione, lui e la moglie e sei o sette figli vivono qui mentre noialtri ci facciamo gli esperimenti. Ciao, Franklin. Come stai oggi? Come vanno le cose da queste parti? L'uomo arross leggermente alle allegre attenzioni di Trick e apr il cancello in modo che Trick potesse portar dentro l'auto.

Il vialetto era fatto di ceneri. Dietro la fattoria c'era quello che doveva essere stato il suo fienile originale, un grande edificio a cupoletta rivestito da uno strato fresco di vernice rossa e, disposti in file su ciascun lato di questo fienile, alcuni bassi capanni dal soffitto inclinato fatti di metallo e dipinti dello stesso rosso, con tetti di lamiera ondulata. Jesse poteva vedere il bestiame che si muoveva nello spazio fra gli edifici. Vicino erano parcheggiate alcune automobili e un grande camion giallo e malconcio con la scritta U-M Laboratorio di patologia. Due ragazzini, i figli del fattore, stavano giocando nel vialetto e alzarono lo sguardo mentre Trick parcheggiava.

Sentite gi qualche odore? chiese Trick.

Scesero dall'auto. Una mosca and subito a sbattere contro il viso di Jesse e lui la scacci con un gesto. Si sentivano cani che abbaiavano, che guaivano. Qualcuno stava ridendo. Trick fece strada verso il capanno pi vicino e Helene afferr il braccio di Jesse. La stranezza di quel luogo, l'odore acre e le risate li facevano irrigidire entrambi. C' nessuno in casa? url Trick. La porta con zanzariera del capanno si apr e ne spunt la testa di un giovane. Poi una ragazza gli scivol accanto, in pantaloncini e maglione, e grid allegra a Trick: Dottor Monk, ciccione! Com' che tu ci fai l'onore di venire a trovarci?. Poi, notando Jesse e Helene, esit; improvvisamente imbarazzata, si tir via qualcosa dai capelli che cadde per terra. Dietro di lei, sulla soglia, due studenti stavano ridendo per qualche motivo. Jesse non li conosceva bene. Il nome della ragazza era Peggy, ma Jesse non ricordava il cognome. Era bassa e molto vivace, con un viso riservato e scimmiesco. La cosa che si era tolta dai capelli giaceva ai suoi piedi: sembrava una striscia rosa di qualcosa, forse gomma. Arross e strinse la mano a Trick. Sembrava fossero due vecchi amici. A sua volta, lui la present a Jesse e Helene. Sentendo che Helene era la figlia di Benjamin Cady, lei annu con aria seria; a Jesse disse: Oh, s! Jesse Vogel! Ci conosciamo, giusto? Ho sentito parlar bene di te. Gli studenti alle sue spalle uscirono alla luce del sole, stiracchiando le braccia. Uno di loro si mise un paio di occhiali da sole. Indossavano tutti abiti vecchi e maglioni con sopra sbaffi di sangue o grasso.

Ehi,  quasi ora di pranzo! Cosa state preparando l dentro? disse Trick, sfregandosi le mani.

Oh - oh, non guardate! Non guardate l dentro disse Peggy in fretta.  una specie di casino - questi qui hanno giocherellato tutto il giorno - lo sai come sono fatti, Trick.

Si pass di nuovo una mano fra i capelli, come se pensasse che potesse ancora esserci impigliato qualcosa. Jesse vide che la cosa ai suoi piedi era un pezzetto di intestino.

Che progetto hai per le mani, sempre gatti? Anche io disse Trick, facendo una smorfia. Chi c' da queste parti adesso? Di chi sono queste macchine?

Quella verde  di Edna Bruner. I suoi ragazzi stanno giocherellando con le scimmie alla porta accanto disse il ragazzo con gli occhiali da sole. Ges, dovreste sentire come gridano quelle cose!  peggio rispetto a quando c'eri tu da queste parti. Il prefabbricato di fianco  libero ma dovrebbe venirci Ray Easton per la sessione estiva. Spero di lavorare per lui, se riesco a fare cambio. Poi, laggi, nel prefabbricato grande, stanno giocherellando con le pecore. Potete vedere le pecore sulla passerella laggi. Vero che sono fenomenali?

In un recinto dietro al capanno c'era un gruppetto di pecore di tutte le dimensioni, perfino agnelli. La maggior parte stava ferma. Alcune si spostavano penosamente nelle pozze di fango e letame. Le mosche ronzavano ovunque. Jesse e Helene si avvicinarono per guardare. Le pecore erano state tosate a grandi chiazze goffe e sulla pelle erano stati dipinti dei numeri in vernice brillante rossa e gialla. I loro movimenti facevano sprigionare uno strano odore, non di letame ma di metallo.

Jesse scacci via le mosche da s e da Helene. Quindi le pecore li fanno ancora gli agnelli, perfino da queste parti?

Oh, certo. Fa parte del progetto disse il ragazzo.

Direi proprio che fa parte del progetto rise Peggy. La sua faccia era diventata rosso fuoco, non per l'imbarazzo ma per l'eccitazione; continuava a sorridere a Jesse come se fossero davvero vecchi amici. Jesse la trovava singolare. Sono sempre l a mettere le povere vecchie femmine insieme a quei maledetti arieti. Ci sono tre arieti da queste parti. Le femmine hanno la peggio, naturalmente, come nei cosiddetti consorzi umani, e gli arieti non fanno che ingozzarsi al trogolo. Guarda quella povera femmina, l! Vedi quale intendo? Barry Wilkinson un giorno aveva un nugolo di studenti del primo anno, giuro che erano al primo, che giocherellavano da queste parti, non credo li pagasse pi di cinquanta centesimi all'ora, e stavano cercando di iniettare non so cosa alle pecore. Quella ha iniziato a sanguinare e non la finiva pi e i ragazzi sono corsi da noi in cerca di aiuto. Che ne so io di come si mette un laccio emostatico a una cazzo di pecora?

Ma Peggy le ha salvato la vita!  stata molto nobile!

Riuscivo a malapena a respirare, quella cosa puzzava da morire. Oh, quegli occhi azzurri! Le pecore hanno degli occhi azzurri pazzeschi! Me li sogno, quegli orribili, stupidi occhi azzurri, come gli occhi dei pazzi o dei moribondi disse Peggy con un brivido falso. Stava di fianco a Jesse e si strinse fra le braccia come se avesse freddo, scoccandogli un gran sorriso. Vedi quel grande fienile?  l che fanno il lavoro.  attrezzato apposta per lavorare con le radiazioni. Fa sempre venire i brividi l dentro... Vedi tutti quei pazzeschi occhi azzurri che ti fissano dovunque... Molte pecore muoiono l dentro e hanno una bella faccia tosta a lamentarsi di noi... Perch Wilkinson sta provando tutti questi nuovi metodi didattici, capisci, porta fuori quelli dei primi anni e li lascia sperimentare. Dice che questa  una comunit elitaria e che andrebbe democratizzata. Al diavolo il budget. Loro non lavorano proprio con la roba radioattiva, i ragazzini, credo preparino le pecore e basta. Ma non sanno farlo bene. Sono talmente imbranati coi rasoi che non so come riescano a farsi la barba la mattina.

Un giovane usc dal prefabbricato a fianco, lasciando sbattere la zanzariera alle sue spalle. Jesse lo riconobbe, era un membro della facolt. Ciao, Trick, che ci fai di nuovo qui? Sorrise allegro e fece un cenno agli altri.  una brutta giornata per le visite. Le mosche mordono. Ovunque c'erano grandi mosche nero-bluastre, intorpidite dal proprio peso o dall'odore intenso e vagamente putrescente del luogo. Strisciavano su per le pelli imbrattate delle pecore e sulle loro facce passive, pazienti. Una pecora tutta inzaccherata con il numero 18 dipinto in rosso su un fianco si diresse verso il recinto vicino a Jesse, prendendolo a colpetti. Jesse e Helene si guardarono. Ai lati del collo della pecora c'era una serie di croste orlate di pus. Le mosche ci strisciavano sopra pigramente.

Cosa stanno facendo con le pecore? domand Jesse a Peggy.

Oh,  un esperimento sulla fertilit. Credo che mettano della roba nella vena giugulare e poi vedono cosa succede - voglio dire, come vengono fuori gli agnelli. Come mutano. Non so quali risultati abbiano ottenuto finora. Hanno un sacco di soldi con cui giocherellare, comunque rispose lei, abbassando la voce e Phil laggi si macera per l'invidia. Il suo progetto sta per saltare, dicono tutti. Vieni a dare un'occhiata alla sua roba dalla finestra; non se la prender disse. Prese Jesse per un braccio. Era cos bassa che dovette salire su un blocco di cemento per guardare dalla finestra, ma Jesse riusc a guardare dentro mettendosi semplicemente in punta di piedi - vide recinti in cui erano stati ammassati molti cani, una serie di piccole gabbie singole di metallo piene di cani. La maggior parte dei cani se ne stava curva e immobile. Un grande collie con quasi tutto il pelo rasato e lunghe incisioni violacee sul corpo ricambi lo sguardo di Jesse da qualche metro di distanza; a Jesse ricord un paziente che aveva visto il giorno prima durante i suoi giri visita in ospedale. Un cocker spaniel giaceva sotto il collie, fra le sue zampe. Il pelo dello spaniel era tutto sciupato e gli veniva via in brutte ciocche. Le mosche gli strisciavano su una grande piaga aperta sul collo. Forse non dovresti guardare disse Jesse a Helene, ma lei aveva gi guardato dentro. Si volt con freddezza, senza dar segni di malessere.

Perch i cani sono cos silenziosi? chiese Jesse.

Li hanno sistemati disse Peggy, passandosi velocemente un dito da una parte all'altra della gola gli hanno rimosso le corde vocali. Dio, te lo immagini come sarebbe?  questo che fa imbestialire tutti per le scimmie della Bruner. Da queste parti a volte sembra di stare in una giungla, sentissi come strillano quelle cose! Per fortuna, la vecchia Edna  l'unica in giro oggi e star scrivendo le relazioni, quindi  tutto tranquillo. Stanno facendo esperimenti sulle ustioni, con i lanciafiamme, ed  il cazzo di odore pi assurdo che tu possa sentire. Si riesce a sentirlo anche adesso, e non ci giocano dalla settimana scorsa. Quell'odore di bruciato - sa di pelo e di carne - proviene dalle scimmie. Lo senti?

Penso di s disse Jesse.

Dio, le odio le scimmie disse Peggy. Gli hanno sparato un po' di fuoco in gola, cos quelle scimmie non fanno molto rumore. Ma da queste parti sembra un mattatoio, sapessi come puzza certe volte. Mi hanno chiesto di entrare in un comitato di riforma e potrei anche farlo.

Jesse vide altre pecore che si muovevano all'interno di un ovile dietro al fienile. Si muovevano lente, rigide. Ebbe una visione improvvisa, una visione involontaria, della campagna che si riempiva di pecore, dei loro corpi martoriati, goffi, sporchi che si muovevano lenti, assonnati, che sbattevano gli uni contro gli altri mentre la loro vista diminuiva, che affondavano nel terreno mentre sul loro corpo spuntavano tumori, gli agnelli che colpivano le femmine col muso, tutti sonnolenti e ammassati insieme e troppo stupidi per urlare dal dolore, tutti che riempivano il paesaggio, che venivano avanti cos da spingere contro le recinzioni e romperle...

Se Helene era sconvolta non ne dava segno; stava un po' discosta dagli altri, vigile e composta.

Trick li port in un altro capanno, dove diverse persone erano sedute a mangiare panini. Una di loro, un uomo sui quaranta, era Gordon Howe, un professore del dipartimento di biologia; dei due uomini pi giovani Jesse non conosceva i nomi; e l'unica ragazza, che aveva tratti asiatici, era un'estranea per lui. Sedevano sui gradini d'ingresso del loro prefabbricato, con la carta oleata aperta ordinatamente sulle ginocchia. Offrirono caff a tutti ma solo Trick accett. Peggy li rincorse e url che non dovevano perdersi la stanza delle uova:  refrigerata -  l'unico posto sopportabile da queste parti. La ragazza orientale si alz in piedi, come se i visitatori o la voce squillante di Peggy la mettessero a disagio. Avvolse quel che restava del suo panino in un pezzo di carta oleata. Qui si parlava di criceti, a quanto pareva un argomento poco entusiasmante. Howe li condusse all'interno per guardare le gabbie: file e file di animaletti nervosi con code rosa da ratto e curiosi musi pieni di tic. Il fetore era pungente. Stiamo lavorando sulle lingue. Circuiti sensoriali disse Howe. Mentre camminava fra le file di gabbie ci tamburellava sopra con affetto. Trick pareva interessatissimo al progetto. Abbiamo una nuova borsa di studio per l'anno prossimo disse Howe, e Trick gli fece le congratulazioni.

Nelle vicinanze ci fu uno strillo - un serie di strilli sempre pi acuti - e poi silenzio.

Howe mostr loro un grafico con un complesso sistema di linee e barre rosse e nere. Jesse cerc di interessarsi al grafico, ma continuava a gettare rapide occhiate a Helene. Aveva indossato un abito giallo quel giorno, e bench il colore fosse piacevole, dava al suo colorito un sottotono giallastro; aveva un'aria un po' malata. I capelli erano divisi con cura come sempre, tirati dietro le orecchie, e portava piccoli orecchini di giada. Sembrava circospetta, in guardia. Aveva qualcosa della fredda alterigia di suo padre. Lo strillo giunse di nuovo da uno dei prefabbricati adiacenti - Howe spieg che era una scimmia - e le labbra di Helene si strinsero. Jesse le prese la mano, che rest nella sua, inerte e umida.

Tornarono fuori. Qualcuno era appena arrivato con una station wagon e parecchi studenti erano impegnati a scaricare scatole. Trick li accompagn al termine della fila di prefabbricati dove schiamazzava una radio e poi di nuovo intorno all'ovile. Jesse si accorse del modo passivo e immobile in cui Helene fissava le pecore.  un progetto molto importante questo a cui stanno lavorando disse Trick eccitato. Mettere roba radioattiva nelle pecore per fare i test sulle mutazioni. Dovrebbe finire in prima pagina. Gli auguro ogni bene. Ma mi chiedo che diavolo ne facciano delle pecore morte. Non credo che si possa smaltire una pecora radioattiva morta nei soliti modi, o sbaglio?

No disse Jesse.

Devo chiederglielo fece Trick.

Peggy li port attraverso un prato disseminato di blocchi di cemento e altro ciarpame, fino al grande fienile. Sentivano un rumore, un ronzio. All'interno era accesa un'altra radio, ad alto volume, ed entrando nel fienile Jesse avvert la puzza acuta, per met gradevole, di sangue rappreso. S, c'erano macchie di sangue sul pavimento, grandi pozze secche ovunque. Nei paraggi c'erano solo pochi assistenti laureati ma non parevano occupati. Sui banconi c'erano stracci e aghi e flaconi, tubi, rotoli di nastro adesivo, portapranzo, bottiglie mezze vuote di bevande gassate, lattine, scatole. Contro una parete c'erano ripiani di barattoli che contenevano embrioni, un embrione per barattolo, fila dopo fila. Gli embrioni erano piccoli, incurvati, piccole creature perfette.

Almeno questo posto ha l'aria condizionata disse Peggy. Gatti ha progettato l'interno di persona. Ha un debole per collezionare le cose in bottiglia. Insiste che i suoi raccolgano qualche centinaio di campioni, cos in caso di incendio o danni eccetera gliene rimangono un bel po'.  molto prudente. Non  elegante, questo posto? Si danno le arie da queste parti. Ma io non vorrei lavorare con tutte queste cose morte.

A Peggy piacciono le cose vive. Pecore e capre e roba del genere ridacchi qualcuno.

Oh, sta' zitto! Solo perch ho salvato la tua pecora dal dissanguamento... Di' ai tuoi ragazzini di non disturbarmi la prossima volta. Avevo i vestiti pieni di sangue, perfino dentro le scarpe. Secondo te com'ero conciata tornando ad Ann Arbor? disse lei rabbiosa.

I ragazzi risero.

Tornarono fuori nell'aria calda. Jesse guard Helene, ma l'espressione di lei era contegnosa e opaca. Era come se si stesse impercettibilmente tenendo lontana da lui, quasi volesse cederlo all'esuberanza di Peggy. La sua passivit lo turbava. Trick continuava a rivolgersi a lei, cercando di coinvolgerla nella conversazione rumorosa con gli altri, ma lei non faceva nulla pi che sorridere, un sorriso teso, appena accennato. Una volta si protese a toccarle una spalla, un gesto distratto, una semplice parte della conversazione. L'espressione di Helene non cambi, ma lei si ritrasse. Come con gli animali, cos  per noi disse Trick. Ma loro guariscono senza tutte le nostre complicanze, e non ne sanno abbastanza per farci causa. Pensavo di averne abbastanza dei gatti, ma ripensandoci li preferisco alle tue pecore. Non puzzano cos tanto. Il miglior materiale da lavoro sarebbero gli esseri umani, naturalmente, ma in questo paese non  possibile. Siamo cos civilizzati disse, con sguardo malizioso e cupo. Si port in fretta in testa al resto del gruppetto come per guidarli, al centro della loro attenzione. Jesse, che camminava al fianco di Helene, si sentiva zuppo, pieno della vista di quel luogo e dell'odore di carne bruciata e sangue e putrefazione. Era stanco della voce di Trick. Avrebbe voluto prendere da parte Helene e spiegarle che lui non aveva scelto quel tipo di esistenza per s, non questa esistenza precisa: era necessario elaborarla, costringersi a passarci, per riemergere dall'altra parte trasformati in... in uomini in grado di salvare la vita di altri uomini... Che altro modo c'era, se non inseguire la verit attraverso i corpi degli animali?

Trick stava dicendo qualcosa sulla birra. Volevano mettersi in macchina e andare tutti a farsi una birra?

Si sta facendo tardi per noi. Dovremmo tornare a casa disse Jesse.

Cosa? Perch?

Dobbiamo tornare.

Oh, che diamine. Non farti maltrattare, Helene disse Trick. Vuole sempre far finire la festa, vuole sempre lavorare! Andiamocene tutti da qualche parte e facciamoci una birra.

Preferirei tornare ad Ann Arbor replic Jesse. Devo scrivere un paio di relazioni per l'ospedale.

Dio, mia cara ragazza disse Trick, passando un braccio sulle spalle di Helene  chiaro che non resterai fedele a Jesse molto a lungo. Lavoro, lui conosce solo il lavoro! Visto che non  un genio come me (e quanti di voialtri lo sono?), questo povero ragazzo deve sfiancarsi il cervello. Ti deluder - e quando lo far, ricordati di dare un colpo di telefono al vecchio Trick; baster un ordine, e sar tuo, correr al tuo fianco...

Jesse sussult; Helene, senza sorridere, si scost da Trick. Gli altri risero. Peggy pungol Trick sulla pancia. Tu, a che ti serve la birra? Te la porti tutta appresso come un cammello! url.

Non farlo disse Trick. Non vado di corpo da quindici giorni. Sono un disastro ambulante.  tutto arrotolato dentro di me e mi serve lo spazio extra. Risero. Jesse fece una smorfia in preda a un'improvvisa rabbia feroce e riaccompagn Helene all'auto. Gli altri risero alle loro spalle. Trick url: Arrivo subito, bambini! Arrivo subito!.

E in effetti li segu di corsa, sbuffando, ansimando, rosso in viso, e sembrava vergognarsi.

Con uno stanco gorgheggio scivol in macchina di fianco a Jesse. Ah, parlo troppo, lo so disse.

Jesse e Helene stavano zitti.

Pensavo solo che sarebbe stata un'idea carina farsi un paio di birre disse Trick stancamente. Ma probabilmente voi non ne avete voglia. Avevi ragione, Jesse, avevi proprio ragione. Questa gente non mi piace in ogni caso. A parte Gordon Howe, sono delle piattole. Chiacchier per tutto il tragitto di ritorno ad Ann Arbor, e il suo umore miglior a poco a poco anche se Jesse non si disturbava a rispondergli. Helene guardava fuori dal finestrino.

Trick sembrava non comprendere la portata della loro disapprovazione, o fingeva di non comprenderla. Quando li lasci nei pressi del campus sorrise allegro. Be',  stato interessante, no? Splendida giornata per un giretto in campagna!

Quando furono soli nell'appartamento dei Cady Helene si sedette, come esausta. Si mise le mani sulla faccia, massaggiandosi gli occhi. Jesse, in piedi accanto a lei, aveva paura di toccarla - era cos fredda, cos distante, cos indipendente da lui.

Ti ha sconvolta? le chiese.

Lei scosse appena la testa, senza guardarlo. Fuori dalla finestra un olmo bloccava i raggi del sole; quella stanza, una specie di salotto, era fredda e all'ombra. Jesse percepiva la presenza del dottor Cady qui, bench fossero soli. Su un tavolo vicino si trovava la fotografia incorniciata - Cady e gli altri due covincitori del Premio Nobel, gentiluomini sorridenti che sembravano guardare direttamente Jesse, invitandolo a unirsi a loro. Se doveva raggiungerli facendosi strada fra la puzza di sangue e gli intestini e la carne bruciata, imparando dove trovava da imparare, cosa importava? Cosa importava?

Jesse baci Helene sulla fronte e l'abbracci senza forza. Lei non si ritrasse. Si chiese a cosa stesse pensando. Il suo profumo era lieve, pallido, un profumo di colore biondo. Lei era un mistero, come i misteri che venivano esplorati da quelle parti nei capanni, sotto gli arrugginiti tetti ondulati, al frastuono delle radio portatili e delle battute da pausa pranzo. Ci che era vivo compiva i riti dei vivi; quando non compiva pi tali riti non era vivo. Non era Jesse stesso un regno di queste cellule vive, in cui tutte loro compivano i propri riti alla perfezione? Non era Helene, cos austeramente attraente, cos testarda sotto l'apparente sottomissione, lei stessa un meraviglioso regno di cellule, cellule imperscrutabili che richiedevano timore reverenziale? Era necessario che un uomo si gettasse nello studio di tali misteri, pens Jesse. Tutta la verit, qualunque verit, giustificava se stessa. I grandi occhi vitrei di quel collie. La puzza di carne putrida, carne bruciata, gli strilli di un animale terrorizzato, Peggy che strillando flirtava con lui.

Ti ha sconvolta, tutto quanto?

No. Ma sto pensando a cosa ci tocca subire.

Cosa? Chi deve subire?

Tu e io. Le persone. Come dobbiamo vivere e morire. Come puzzeranno i nostri corpi disse lei con un filo di voce.

Alz lo sguardo verso di lui. Aveva gli occhi scuriti da fili di sangue, come per la seriet dei suoi pensieri. Jesse era stupefatto. Aveva voluto confortarla, ma come poteva dare conforto a quelle parole? Gli faceva male pensare che lei dovesse riflettere sulla sofferenza in quel modo, muovendosi senza posa e indipendentemente da lui, dal suo amore per lei, come se lui non avesse il potere di proteggerla... Davvero pensava che dovessero soffrire come quegli animali? La carne di lei e la carne di lui, carne non pi divina di quella degli animali, condannate alle stesse sorti indecenti?
5

E la tua famiglia ...

Sparpagliata.

Tutta la tua famiglia  sparpagliata...?

I miei genitori sono morti.

Mi dispiace immensamente.

Un incidente d'auto.  successo molto tempo fa. Sotto Natale... le strade erano ghiacciate.

Silenzio, durante il quale le domande spuntavano come bollicine nella testa di Cady: Jesse immaginava di poterle vedere. Cosa, cos'hai detto di preciso? La tua famiglia  sparpagliata o morta? I tuoi genitori sono morti? Come sono morti di preciso?

Jesse sedeva faccia a faccia con quell'uomo, suo erede, genero speranzoso, una specie di ladro. Voleva spiegare a Cady che quelle morti erano state tanto tempo prima, tanto tempo prima. Non avevano importanza ora. Come potevano avere importanza ora? Voleva cancellare ogni pensiero di quelle morti dalla mente di Cady, voleva afferrare quell'uomo per le sue nobili, fragili spalle e scuoterlo... Morti? Tutti morti? Dove sono sepolti? Dove vanno i morti? Dove sono i morti in questo momento, Jesse?

Dopo qualche momento Cady inizi a parlare con gentilezza. Raccont a Jesse della morte di sua moglie molti anni prima. Helene aveva dodici anni all'epoca. Anni, anni erano passati, eppure la morte era in qualche modo fresca, eternamente fresca nelle loro vite. Jesse fissava le mani di Cady; le sue unghie piccole, perfette, ovali, che erano ben curate. Quelle mani erano sopravvissute alle mani della moglie. Cosa significava? Dove sono i morti in questo momento? Jesse inizi a sentirsi girare la testa. In panico. Su un tavolo vicino giaceva una copia di Time e Jesse riusciva a vedere la fotografia di Harry Truman sulla copertina. Pendeva verso di lui, il volto distorto, accorciato, gli occhi poco pi che fessure. Il volto di un padre. Vivo o morto?

Jesse sedeva con le ginocchia unite, col timore improvviso di poter dire qualcosa di sbagliato. Di fare un errore. Avrebbe potuto chiedere a Cady dove andavano i morti, e dove erano stati tutti quegli anni, poteva quasi sentire la propria voce che interrompeva la voce di Cady, pretendendo che gli si dicesse la verit...

Un incidente d'auto. Feste di Natale. Molto tempo fa.

E non hai altri parenti, Jesse?

No. S. Sono sparpagliati. Non riesco a trovarli. Non sono riuscito a trovarli.

Hai cercato di trovarli?

No.

Perch no?

Sono al cimitero, aspettano.

Vai a trovarli?

No, no!

Perch no, Jesse?

... quindi siamo stati piuttosto fortunati ad avere due coppie di nonni, nonni molto amorevoli, per Helene... stava dicendo Cady.

Jesse annu con aria grave, comprensiva. Di cosa stava parlando quell'uomo? Jesse faticava a seguirlo. Quando sedeva a lezione da Cady riusciva a seguire tutto ci che quell'uomo diceva, a prescindere dalla complessit; qui, cos vicino a lui, mentre parlavano di questi argomenti delicati, la mente di Jesse sembrava una palla impazzita.

... hai detto che hai vissuto con tuo nonno, Jesse?

S.

Per quanto tempo?

Per qualche anno, finch non me ne sono andato per gli studi... qualche anno... non ricordo di preciso...

Mio Dio, pens Jesse, quante domande gli vengono in mente! Cosa vuole da me?... Benjamin Cady aveva vinto il Premio Nobel per il suo lavoro in fisiologia cerebellare e faceva sempre domande, guardava in faccia la gente. In sua presenza Jesse provava una soggezione che sconfinava nella paura. Pensava sempre. Pensava. Jesse desider che Helene li raggiungesse; una terza persona sarebbe stata d'aiuto, avrebbe deviato il discorso in un'altra direzione, l'avrebbe salvato. E anche tuo nonno  morto? Come, sono tutti morti? Tutti morti? Non trovi che sia strano?

... e tuo nonno...?

 morto qualche anno fa.

Cady annu. Il suo viso era grave come quello di Jesse, ma teneva ancora puntato su Jesse un certo sguardo penetrante, come se lo stesse valutando.

Dov'era Helene? Era pura e cameratesca, la sua Helene. L'amava. L'amava. Con lei si dimenticava del passato; oppure, se doveva parlarne, mentiva senza paura. Mentiva sempre. Mentiva automaticamente, senza paura, ma quando Cady lo interrogava cos mentiva malissimo, non riusciva a tenere a bada la vergogna. Helene era sul retro dell'appartamento e Jesse aspettava con ansia di udire i suoi passi; se solo l'avesse sentita arrivare, o avesse potuto fingere di sentirla, avrebbe potuto mettersi in piedi e porre fine a quella conversazione.

Guard in su, immaginando di averla sentita. Cady not la sua attenzione e ne sembr compiaciuto. Mia figlia  una giovane molto seria, molto solida... una giovane molto speciale, credo disse Cady. L'hai gi resa molto felice. Te ne sono grato. S, molto grato. Spero che amerai Helene e la rispetterai sempre, per tutta la vita disse Cady, con la voce che si affievoliva d'improvviso come se stesse per piangere.

S, lo far disse Jesse, sorpreso e con un po' di vergogna. Amer e rispetter sua figlia per sempre, s...

Sembrava che stesse facendo un voto.

*

Corse su per i gradini d'ingresso del condominio col pezzo di carta piegato in tasca, dapprima accartocciato per la rabbia e poi piegato in due. Lei lo stava aspettando nervosamente, con indosso lo stesso abito giallo che aveva portato quel giorno alla fattoria sperimentale. Lo indossava di proposito? Il suo viso era teso e febbrile. Jesse si chiese se Trick le avesse gi telefonato. Quanto sapeva? Cosa stava succedendo?

Sembravi cos agitata al telefono... disse Jesse.

Strizz gli occhi nel vedere la sua espressione intensa, confusa. Non era da Helene essere cos nervosa.

Non credo sia importante, Jesse.  solo -  arrivata nella posta - ho pensato che dovevo fartela vedere disse lei.

Jesse le prese il foglio, vide che era la stessa sbiadita, pesante carta bianca che Trick aveva usato per la lettera di Jesse. Nessuna sorpresa. Tristemente, col viso impostato per la disapprovazione, Jesse lesse la lettera di Trick a Helene:

Carissima Helene,

sono sempre stato convinto che l'amore, poich si basa sulla pulsione sessuale, sia un'illusione, proprio come la pulsione sessuale  in certa misura un'illusione, che dipende unicamente da condizioni biologiche e ambientali ideali. Il desiderio sessuale  un istinto superficiale che sparisce al primo segno di pericolo, come sai, e di conseguenza ogni emozione basata su di esso  immaginaria e superflua. Ma tu tutto questo lo sai! Un'altra cosa che sai, e che io ho imparato,  che l'amore pu esistere davvero, al di l degli accidenti del corpo e dell'ambiente.  qualche tempo ormai che sono innamorato. Ma esitavo a dirtelo a causa dell'imbarazzo e del disagio che avrebbe potuto procurarti. So che stai per sposare Jesse e che non c' alcuna possibilit che io ti faccia cambiare idea. Come potrei farti cambiare idea?  un giovane eccezionale, molto superiore a me. Tutti ammirano la sua ambizione, anche se non sempre apprezzano Jesse di per s. Quando mi accorsi di lui per la prima volta, fui colpito dalla sua seriet, dalla sua devozione al lavoro, da una sua strana sicurezza interiore che al resto di noi manca. A volte ha un'espressione cos strana! Esagero se ti dico che  un uomo pericoloso? - o che sarebbe pericoloso se non ci fossero il tuo amore e il suo lavoro ad arginarlo?

Sempre tuo, purtroppo,

Trick

Helene stava guardando il viso di Jesse. Sei molto arrabbiato con lui? disse.

Jesse scroll le spalle irritato.

Io... io sono rimasta cos sorpresa... Non avrei mai pensato... Per favore, non essere arrabbiato con lui, Jesse.

Non sono arrabbiato. Io non mi arrabbio disse Jesse. Ebbe l'impulso di accartocciare anche quel pezzo di carta. Era sicuro che a Helene fosse piaciuto leggerlo e farlo leggere a lui. Era molto calda, agitata, eccitata. Com'era donnesca nella sua eccitazione! Voltandosi, infastidito da lei, Jesse lesse di nuovo tutta la lettera, pi lentamente. Riusciva a riconoscervi il sorriso luccicante di Trick, quel suo cauto, scettico sguardo lascivo. Un uomo pericoloso...

Non ha detto che non dovevo farti vedere la lettera disse Helene. Mi dispiace molto per lui... e non lo vedremo pi, Jesse, dopo la prossima settimana...

No, non lo vedremo pi.

Tir fuori la sua lettera per mostrarla a lei. Non era battuta a macchina, al contrario di quella per Helene, ma scarabocchiata nella calligrafia obliqua di Trick, che cadeva ignobilmente e clownescamente gi per la pagina.

Ecco. Leggi qua disse Jesse.

Caro Jesse,

lei ha ricevuto una lettera da me oggi. Te la mostrer? O la terr segreta? Se ti ama te la mostrer.

Mi perdonerai, Jesse?

Le ho spedito una dichiarazione d'amore stamattina.  tutto il giorno che sto male dalla vergogna, voglio morire, credimi quando dico che la mia vita mi disgusta, che provo disgusto per il mio lavoro e le mie battute, un disgusto mortale. Jesse, c' un tale dono dentro di te! Dentro di me non c' nulla. La tua anima  salda come i muscoli del tuo corpo ma la mia anima  flaccida e prosciugata e farinosa per l'incuria. Mi esamino allo specchio di continuo, nella speranza di un cambiamento. Tu non sai com' la mia stanza perch non sei mai venuto quass. Non hai mai visto lo specchio che ho nel bagno. Non puoi immaginare quanto sembri brutta una faccia in quello specchio, soprattutto la mia faccia. Fisso me stesso di continuo. Gonfio le guance di continuo per mettere in mostra i miei occhi bordati di rosso e folli. Sembro uno scimmione. Mi prendo gioco di me stesso allo specchio. Tu sei un uomo che non si prende nemmeno il disturbo di guardarsi allo specchio, perch sa bene quale sia il suo aspetto. Sempre.

Ho sbagliato a mandarle quella lettera. Perdonami. Dopo la prossima settimana non vi vedr mai pi. Non vi disturber mai. Posso ritirarmi dalle vostre vite con la vostra benevolenza, posso vedervi solo un'altra volta? Telefoner a Helene e le chieder se tu mi perdonerai. Ti supplico di perdonarmi. Posso portarvi fuori a cena? E poi sparir dalle vostre vite per sempre. Sto lavorando ad alcune poesie. Penso che le chiamer Poesie senza persone. In tutte sono io che parlo ma io non mi annovero fra gli esseri umani, perch sono prosciugato e senz'anima. Ecco una poesia che ho scritto stamattina:

CANTO DI ME STESSO

Sono una vile gelatina

che ha messo le ali

e una struttura facciale irregolare

sotto i tuoi piedi nudi

di nuovo mi ridurrei

alla gelatina

alla gioia

Sempre tuo,

Trick

Helene rilesse tutta la lettera due volte, con attenzione. Non capisco quella poesia disse.

Al diavolo disse Jesse.

Cosa sta cercando di dire...?

Jesse le prese la lettera e se la accartocci nel pugno.

Jesse, non dovresti fare cos. Per favore, Jesse.  come colpire lui... ... Ci ama molto entrambi...

Al diavolo il suo amore.

Ma  una brava persona.  una brava persona disse Helene lentamente.

 pazzo.

Prese la lettera di Helene e accartocci con rabbia anche quella.

Ci chiede di perdonarlo...

Il telefono squill.

Helene esit. Jesse fece un gesto di stizza, con il cuore che martellava. E va bene, rispondi. Avanti. Lascia che ci porti fuori. E poi basta, fine, non lo vedremo mai pi. Diglielo.

Lei and a rispondere al telefono, sollevata. S, era Trick. Jesse si mise alla finestra e la osserv di sottecchi, geloso della sua pelle rosata, dell'energia delicata del suo viso. Era una splendida giovane donna, s, e quella rivalit la rendeva pi attraente. Lo capiva. Si disse che era naturale, non avrebbe dovuto prendersela tanto con lei; doveva controllarsi. Una volta che fossero stati sposati non ci sarebbe stato nessun rivale per l'amore di lei. Nessun Trick che si pavoneggiava e si compiangeva... In effetti, pens Jesse all'improvviso, non avrebbe incontrato molti uomini, punto, non avrebbe conosciuto i suoi colleghi, sarebbe stata sua moglie e la madre dei suoi figli e sarebbe stata completamente sua. Sarebbe stata sua. Il cuore gli martellava per l'urgenza bruciante di questo fatto, per il bisogno di trasformarlo in realt, mentre Helene stava a qualche metro di distanza, ascoltando Trick. Jesse riusciva a distinguere la voce di Trick; come faceva a parlare tanto? Come aveva osato telefonare? Helene stava dicendo piano: No... Oh, no. Niente affatto, Trick. No. Non  arrabbiato, no. Per favore, non dire cos... S.... Dopo un istante mise una mano sul ricevitore e disse: Vuole parlare con te, Jesse. Vuole organizzare quando portarci fuori a cena.

Non voglio parlare con lui.

Jesse...?

Organizza tu.

E cos lei organizz.

Trick sarebbe dovuto passare a prenderli domenica, alle sette; ma per qualche motivo arriv con un'ora di anticipo. Jesse era gi l. Ricordava le molte volte che Trick era arrivato in anticipo per prendere un caff con lui, insistendo sempre di essere in orario e che Jesse si sbagliava; ora, con una certa allegria, insisteva che sarebbe dovuto arrivare alle sei, che Helene doveva essersi sbagliata, la accus perfino di essere un'incantevole idiota... Aveva comprato un nuovo completo per l'occasione: una giacca a strisce bianche e celesti, una cravatta scura a scacchi che non si intonava affatto alla giacca ma sembrava molto elegante, e pantaloni azzurri stretti in vita, cosicch la pancia di Trick sporgeva penosamente. Si era tagliato i capelli. Jesse vide, involontariamente, che il cranio di Trick aveva un aspetto rosato e debole sul cocuzzolo.

S, ci eravamo messi d'accordo per le sei... non ti ricordi? disse Trick a Helene.

Devo averlo dimenticato disse lentamente Helene.

Alle sei. Sicurissimo.

Li port in centro, in una grande steak house. Trick e Helene condussero il grosso della conversazione. Erano svelti e astratti l'uno con l'altra, le loro osservazioni rimbalzavano intorno a Jesse senza mai toccarlo davvero, come se entrambi avessero paura di lui. Lo stesso Jesse si sentiva inspiegabilmente nervoso. Faticava a guardare in faccia Trick. Trick chiacchierava rapido degli argomenti pi svariati, per poi tornare sempre alla vicenda delle lettere e della poesia. Non avrei dovuto scaricarvi addosso i miei problemi disse. La brutta poesia dovrebbe sempre restare segreta.  noiosa come i sogni, privata e noiosa come i sogni...

Ordin i cocktail per loro e offr i suoi suggerimenti per la cena, leggendo il menu ad alta voce. Sono stato qui diverse volte. Il cibo  eccellente.  un posto molto valido. In effetti, i miei genitori volevano portare qui Jesse l'ultima volta che mi hanno fatto visita ma Jesse quella sera aveva troppo da fare.

A Jesse faceva male la testa. Tutta la situazione lo turbava, lo irritava: i discorsi di Trick e Helene che concordava svelta, cauta... Il ronzio degli altri clienti della domenica, viaggiatori e genitori venuti a trovare i figli all'universit... Tutta quella gente, tutti quei tavoli affollati, tutte quelle conversazioni confuse! Jesse non mangiava mai in ristoranti come quello. Lo nauseava un po', il tintinnare delle voci e dell'argenteria, la spesa, la cerimonia del cibo ammucchiato sui piatti, ogni tavolo centrato verso l'interno sul cibo e sulle bevande. Arrivarono i drink e Trick propose un brindisi al loro matrimonio e alla loro felicit vita natural durante. Jesse si chiese se stesse scherzando: ma no, sembrava serio.

S, alla vostra felicit vita natural durante - alla vostra felicit! disse Trick.

Jesse fiss lo sguardo su un elaborato lampadario d'ottone e cerc di non prestare molta attenzione a quel che diceva Trick. Torn di nuovo al discorso delle lettere, si scus di nuovo, e sgrid di nuovo Helene con gentilezza per aver dimenticato l'orario giusto. Il cuore di Jesse martell di una rabbia improvvisa, perch era ovvio che sull'orario Helene avesse ragione e Trick torto... Eppure Trick continuava a insistere che aveva ragione lui! Jesse non osava guardarlo. Fu sollevato quando Helene mormor qualcosa di sereno, di gradevole - una vaga scusa per essersi scordata l'orario - Ho tante di quelle cose a cui pensare disse.

Ah s, ovvio! disse subito Trick. Nella tua esistenza io non sono un evento particolarmente fondamentale. Ovvio! A dispetto della mia stazza, sono grande pi o meno come il fante di cuori visto di lato - o forse sono il jolly? Quando Helene non rispose e Jesse rimase seduto in silenzio, prosegu parlando dell'anno a venire e delle sue prospettive a Boston. Lo attendevano molti anni di studio e avrebbe dovuto sottoporsi formalmente alla psicanalisi. Intendeva diventare psicanalista in prima persona. Che ironia, starete pensando... scherz, ma non era una battuta, e n Helene n Jesse reagirono. Dopo un istante Helene parl dei loro programmi per la settimana successiva. Sarebbero andati in citt e Jesse si sarebbe trasferito alla residenza dei tirocinanti. Lei aveva intenzione di restare a Chicago per qualche tempo, forse si sarebbe trovata un lavoro l, avrebbe cercato di risparmiare qualche soldo... Trick rise a questo punto, come per suggerire che Helene non aveva bisogno di soldi con un padre tanto facoltoso; Jesse avvert un'altra fitta di rabbia. Fin il suo drink.

Trick ordin immediatamente un altro giro.

Ma Trick, io non ho finito il mio drink... non ne voglio un altro, davvero disse Helene.

Trick si chin sul tavolo, grande e ansioso, con i capelli che gli si stavano spettinando su un lato della testa e cadevano flosci in avanti. Jesse strinse gli occhi e cerc di guardare Trick. Erano troppi mesi che vedeva quella pelle sincera, piena di chiazze. E quella bocca. Quella bocca che si muoveva. E i grandi piedi di Trick sotto il tavolo, accalcati su quelli di Jesse. Anche quando Jesse spostava le gambe di lato Trick le urtava.

Una sigaretta. Facciamoci tutti una sigaretta disse Trick.

Offr le sigarette a Helene, che non fumava, e a Jesse, il quale pens all'improvviso che gli sarebbe piaciuto fumare, ma esit, e poi rifiut. Non avrebbe preso una delle sigarette di Trick.

Le mani di Trick tremavano. Aspir dalla sigaretta e poi dal bicchiere, uno per mano. Nei suoi occhi c'era una sfumatura febbrile. Non penso che voi mi possiate perdonare disse infine.

Trick, per favore... disse Helene.

 Jesse. Jesse non mi perdona.

Jesse ti perdona. Ti perdona.

Perch non mi guarda?

Con difficolt Jesse si costrinse a guardare Trick negli occhi. Ti sto guardando. Ti perdono disse. La sua bocca si produsse in un sorriso assurdo.

Non appena ho imbucato la prima lettera ho capito di aver commesso un terribile errore...

Per favore, non continuare a pensarci disse Helene.

Ma continuer a pensarci per il resto della mia vita.  uno degli eventi della mia vita disse Trick.

Possiamo parlare d'altro stasera...

S, altro... possiamo parlare d'altro... dovrei essere in grado di esprimermi con pi coerenza borbott Trick. Voglio solo farvi felici. Entrambi. Non voglio che ve ne andiate da Ann Arbor odiandomi. Ma cosa pu dire un uomo a due persone innamorate, due persone che stanno per andarsene via insieme...? Le persone innamorate non hanno bisogno di nessun altro che le completi o che dica loro addio o che le porti fuori a cena. Ovviamente no. Assecondano i loro amici solo per carit.

Oh, Ges disse Jesse.

Jesse  irritato con me. S. Lo sapevo. Me l'aspettavo. Sono stato sveglio tutta la notte scorsa e ho scritto alcune poesie... vi andrebbe di vederle?

Trick parve non accorgersi che la cameriera stava portando la cena, e quando si allung goffamente verso la tasca del cappotto per poco non la urt. Oh, mi scusi! esclam. Non l'ho vista...  gi tornata?... Sta andando tutto cos veloce...

Possiamo leggere le poesie dopo. Qui dentro  troppo buio disse Jesse.

Puoi alzarle verso la luce disse Trick.

Le pass sopra il tavolo a Jesse e Helene mentre la cameriera posava i piatti. Jesse voleva fare a pezzi i fogli e gettarli in faccia a Trick.

Helene alz il primo foglio. Perch le chiami Poesie senza persone?  un titolo proprio strano...

Perch, perch io non sono capace di scrivere delle persone. Io non so nulla delle persone disse Trick con calore. Si curv in avanti sul tavolo, spingendosi sull'orlo della sedia. Il suo ginocchio tocc quello di Jesse. Cosa ne pensi? Quale stai leggendo? Mi dispiace non aver avuto il tempo di batterle a macchina... la mia calligrafia  un disastro...

Jesse guard in su mentre Helene teneva il foglio alzato verso la luce.

LA FOLLIA DELLE MASSE

il selciato si sta spaccando per la brama

dei loro piedi

gli edifici rabbrividiscono per il loro peso elastico

costruiti di fresco, eppure gli edifici sono obsoleti:

i cavi dei loro ascensori sospirano perfino di notte

guarda, ci sono macchie di fumo che sbocciano

in anime!

esseri grandi come impronte di pollici fioriscono

schiumando dalle fogne

le lastre dei tombini pi strette non possono tenerli sotto

stanno cadendo leggeri su pezzi di fuliggine

angeli grandi quanto la nostra pi piccola unghia

protoplasma scintillante!
stiamo affogando

 come l'acqua gassata

 come i cristalli induriti in tonnellate di ghiaccio
stiamo affogando

le nostre dita attraversano l'aria luccicante

affoghiamo e torniamo in noi stessi

nell'onda urlante

siamo indifesi come l'incontro di due vuoti

caldi muri d'aria

o due amanti stretti assieme

nell'eterna luce del giorno

Cosa pensate? Cosa ne pensate? chiese Trick.

Stava parlando a voce molto alta.

Jesse, per il quale la poesia non aveva alcun senso e che si sentiva improvvisamente, violentemente esasperato da Trick, tolse le poesie a Helene e le pieg in due. Possiamo parlarne dopo cena disse.

Oh... le hai piegate? domand Trick.

Passarono alla cena - Jesse afferr la forchetta con rabbia; Trick afferr coltello e forchetta come se non avesse la minima idea di che farsene. Si mise a segare la carne che aveva nel piatto. Tagli la bistecca in molti pezzi grandi e se ne port uno alla bocca. Sto solo facendo congetture sulla vita disse con umilt. L'unica persona di cui posso parlare sono io stesso. Ecco perch chiamo la serie di poesie Poesie senza persone. Perch l'unica persona che vi compare sono io e io non conto.

Trick lanci un'occhiata alla carne sulla sua forchetta e l'abbass nel piatto, confuso.

Per qualche motivo Jesse sent che la bocca gli si storceva in un sorriso, in un gran sorriso. Rise forte. Trick alz subito lo sguardo, sbattendo le palpebre. Perch stai ridendo, Jesse? Stai ridendo di me? Davanti a lei?

Non avevo intenzioni particolari disse Jesse.

Ma il suo viso era ancora stranamente, intensamente divertito, a malapena riusciva a impedirsi di scoppiare a ridere di nuovo.

Trick tagli il pezzo di carne in due pezzetti pi piccoli. Si muoveva in modo brusco e imbarazzato. Mi piace veder ridere Jesse. Non dovrei lamentarmi. Non ride abbastanza spesso per un giovane della sua et. Mi piace vedere voi due insieme, sorridere insieme. Sapete che vi ho seguito? Oh s disse in tono grave, annuendo. Abbass coltello e forchetta e fiss il cibo ammucchiato nel piatto. Pur di patate, carote glassate, una grande bistecca unta e sugosa... Sembrava incapace di immaginare cosa farsene. Lev lo sguardo su Jesse, sorridendo. S, potrei anche ammetterlo. Non ho nessuna vergogna. Vi ho seguiti spesso, voi due, a distanza di sicurezza, in incognito. A volte travestito da bidone della spazzatura, a volte da orso ballerino... Ma  cos crudele essere sempre tenuti a distanza, specialmente a distanza di sicurezza...

Trick, stai scherzando? chiese Helene nervosamente.

Scherzando disse Trick in tono piatto. Sembrava che stesse sperimentando, assaporando le parole. Scosse la testa in segno di diniego. No. Confuso, afferr una grossa pagnotta e la ruppe in pezzetti pi piccoli; n imburr alla bell'e meglio un pezzo, ma poi lo pos sul tovagliolo accanto al suo piatto. Spost gli occhi sui piatti di Jesse e Helene.

Non vi state godendo la cena. Non state mangiando nulla.

Jesse e Helene non avevano toccato cibo.

Perch non state mangiando insieme a me? Vi do fastidio? disse Trick.

Trick, per favore...  uno scherzo, vero? disse Helene.

Avete accettato il mio invito a cena e poi vi siete dimenticati l'orario. Apposta. Avete cercato di suggerire che io sia arrivato con un'ora di anticipo per mettermi in imbarazzo. E ora siete fuori con me, siete miei ospiti, e non mangiate per mettermi in imbarazzo. State dimostrando che in mia presenza non avete appetito! Trick spinse via il suo piatto all'improvviso. La tovaglia si sollev e il bicchiere d'acqua di Trick avrebbe traballato se Jesse non fosse stato pronto a tenerlo fermo. Mi state giudicando e io non posso fermarvi. Potete vedermi attraverso, direttamente nel cervello. Posso confessare una cosa...? Ho fatto una cosa terribile qualche giorno fa. L'ho fatto con in mente te, Helene. In un obitorio... d'un tratto ho avuto un'idea... l'idea mi  venuta nel modo in cui vengono le poesie, fluiscono di colpo e violente, come un sogno... in un obitorio mi sono preso un pezzo di essere umano...

Sorrise con aria furba.

S, un essere umano... me lo sono preso... lo so che non dovrei dirvelo. Ma penso che lo far. Voglio confessare tutto. Da una femmina pi o meno della tua et, Helene, ho asportato un utero che non era per niente danneggiato, e me lo sono portato a casa in un sacchetto di carta marrone e l'ho tenuto nel frigorifero per un po'... e poi ho fatto una cosa stranissima: ho cercato di farlo arrosto... volevo farlo arrosto e mangiarlo come il pollo, in parte sono anche simili...

Jesse e Helene lo fissavano.

Cosa...? disse Jesse.

Non si  arrostito per bene. Una parte si  bruciata e una parte era cruda. E non sapeva di pollo disse Trick con un brivido, bench sorridesse ancora.

 un altro scherzo? disse Jesse esterrefatto.

Il viso di Trick si indur. Gli scherzi. Cosa sono gli scherzi? Non so cosa sia uno scherzo disse sprezzante. Gett un'occhiata a Helene e la faccia gli si contorse come se stesse per sputare. Non hai appetito, eh? Sei piuttosto freddina, Helene. Come farai a stare insieme a un giovane cos focoso?

Jesse, credo che dovremmo andarcene disse Helene con un filo di voce.

Jesse l'aiut ad alzarsi.

Torniamo in taxi. Non disturbarti a venire con noi disse Jesse.

Andate, ve ne andate di gi...? Perch sta andando tutto cos veloce? disse Trick con aria assente. Fiss Jesse. Oh, per favore... non andatevene cos presto... ho aspettato questa serata per tanto di quel tempo, per tante di quelle ore...

Noi ce ne andiamo disse Jesse con rabbia.

Trick li segu, protestando. Si stava portando dietro il tovagliolo. Oh, per favore, non andatevene! urlava. La gente lo fissava. Non abbandonatemi! Perch la gente ha paura dell'onest, perch tradisce gli amici quando gli amici aprono il proprio cuore? Lo sapete che vi amo, entrambi. Ma ve ne state andando. Mi state costringendo a inseguirvi.

Sta' lontano da noi, maledizione disse Jesse. Nessuno ti costringe a far nulla.

 malato sussurr Helene.

Andiamo. Prendiamo un taxi disse Jesse.

Corsero verso l'angolo della strada ma Trick li segu, ansimando. Quando, inferocito, Jesse si guard intorno, vide il faccione di Trick tutto rosso e la sua mano, con il tovagliolo, chiusa a pugno e premuta contro il petto. Dietro di lui, sul grande ingresso decorato del ristorante, qualcuno li stava chiamando. Trick disse forte: Un poeta pu esprimersi in modo obliquo, nelle poesie, pu dire cose che i suoi amici non gli permetterebbero di dire alla luce del giorno! Ho un'altra poesia intitolata Bocca che  dedicata a Jesse. Parla della mia bocca. L'avete lasciata al ristorante ma posso recitarvela a memoria....

Va' all'inferno!

Trick si rivolse a loro con voce acuta, declamatoria. La mia poesia si intitola Bocca. Fa cos - Quella bocca. Enorme. /  un'apertura come la sabbia / che ti cade sotto i piedi - / un buco sorprendente, che sparisce / all'improvviso...

Vuoi star zitto? Va' all'inferno url Jesse.

Sull'orlo della bocca / sorprendi te stesso / non vedi l'ora di essere...

Sta' zitto!

Mi fai confondere, non ricordo il resto - Jesse, mi fai confondere - Sull'orlo della bocca - sull'orlo - diventi questa polpa / cedi il tuo nome - non mi ricordo l'ordine giusto. Mi hai fatto confondere. La gente sul marciapiede si era fermata a fissare Trick. Raggiunse Jesse e Helene e afferr Jesse per un braccio. Jesse, nella tua anima non c' liricit. La tua anima  pura e astratta. Ha progetti per il futuro, Helene, che sono puri e astratti e criminali! Me l'ha detto lui. Vuole solo far del bene e salvare la gente, non vuole ficcare il naso nel muco di nessuno - eppure ha sempre intenzione di farsi una famiglia, Helene, quattro o cinque figli come minimo - me l'ha detto lui! Ma ai tempi la futura madre aveva il bacino pi largo del tuo. O vuole cinque figli pure da te?

Jesse spinse via Trick.

Oh, vuoi fare a botte! Vuoi fare a botte con me! disse Trick.

Vuoi andartene, maledizione?

Facciamo a botte allora. Dai.

Vattene via!

Si lanci contro Jesse. Jesse lo spinse via di nuovo. Intorno a loro sul marciapiede la gente si fermava, a bocca aperta, e il direttore del ristorante era uscito. Trick cerc di afferrare Jesse, cerc di stringerlo fra le braccia, e stavolta Jesse lo spinse via con un ginocchio. Il ginocchio colp Trick alla pancia. Trick grugn dalla sorpresa ma reag subito: si lanci contro Jesse ed entrambi inciamparono e caddero. Trick cadde sopra Jesse. Jesse rotol via con agilit; non si era fatto male, provava solo un'immensa rabbia esaltante. Che sorpresa, provare quella rabbia! Sentirsi il sangue scorrere con tanto vigore! Salt su, sulle gambe forti, gli stessi muscoli delle gambe pronti da tempo a quel momento, e i muscoli del torace e delle spalle e delle braccia pronti da tempo, impazienti, a mettere le mani su quell'uomo, a sbattergli in faccia; Jesse si sentiva i pugni duri e lontani come rocce. Senza dolore. Helene stava chiamando il suo nome e cercava di trascinarlo via. Ma era tutto distante, senza dolore. Il suo respiro ansimante era senza dolore.

Trick, di nuovo in piedi, era piegato in avanti come in agonia, barcollando. Si port le mani alla pancia. Il sangue gli scorreva gi dal naso sulla camicia, e gocciolava sul marciapiede. Barcoll e rabbrivid eppure pareva stesse raccogliendo le forze per un altro affondo contro Jesse.

Non farlo! Ti ammazzo! sussurr Jesse.

Ma gli corse addosso di nuovo e a malapena riusc a tenersi dritto. Stavolta riusc ad avvolgere le sue grandi braccia attorno a Jesse in una presa stretta e soffocante, ma Jesse si divincol, la forza di Trick venne meno all'improvviso e lui vacill all'indietro, col pugno premuto sul petto. Url di dolore.

Le gambe gli cedettero. Cadde pesantemente sul marciapiede.

Te l'avevo detto... Te l'avevo detto! url Jesse.
6

In attesa all'ospedale, immense ore insulse: l'odore del panico intorno al corpo di Jesse, al suo corpo freddo. Si sentiva la testa vuota e fredda. Jesse seduto su una sedia economica di tubi metallici, col cuscino di gommapiuma, in attesa. Helene con lui, che gli teneva la mano, che chinava la testa stancamente finch la fronte non andava a premere contro le nocche di lui; fece un piccolo balzo quando la vide cos docile, cos vicina a lui. In pubblico. Aveva tanto sonno...

Lo specializzando al piano disse a Jesse di andare a casa. Ma Jesse voleva aspettare, doveva aspettare. Trick sarebbe sopravvissuto?

Non  stata colpa tua sussurr Helene.

Non era stata colpa sua, ma Cady aveva chiamato subito un avvocato. L'uomo era brusco e di poche parole. Quell'emergenza della domenica sera lo seccava. Continuava a chiedere dei testimoni: s, c'erano tre testimoni oltre a Helene, tre uomini disposti a testimoniare. Bene. Jesse ricordava quel colpo alla pancia - il suo ginocchio che si sollevava con forza e finiva proprio addosso a Trick - Quel giovane, il dottor Monk, l'ha colpita per primo? S. Ha insistito per fare a botte? S. Era stato provocato in qualche modo? No. In nessun modo? No. Lei sapeva del suo difetto cardiaco? No. Un difetto cardiaco di origine reumatica... Non gliene aveva mai fatto parola? Mai? No.

Jesse che saltava su, il sangue che scorreva dentro di lui, la rabbia che esplodeva dentro di lui...

Lei ha detto ripetutamente al dottor Monk di lasciarvi in pace...?

S.

Era lui quello che voleva fare a botte. Ha insistito per fare a botte con Jesse disse Helene. Era accesa da una strana energia, mentre si chinava in avanti sui fianchi per guardare l'avvocato ben dritto negli occhi, mentre dichiarava la propria posizione. Una certa ferocia, un'aria di possesso, dava al suo viso stanco un aspetto appassionato, da ragazza.

A Jesse disse: Voleva che facessi a botte con lui cos l'avresti ucciso. Adesso lo capisco. Voleva che tu lo uccidessi.

Jesse si sfreg gli occhi come per vedere meglio l'affermazione. Ma non riusciva a capire.

S,  vero. Capisco. Adesso lo capisco disse Helene.

Aspett in ospedale con lui, tenendogli la mano. L'avrebbe sposato subito; si sarebbero sposati subito. Perch avrebbero dovuto aspettare la fine dell'anno di internato di Jesse? Perch? Lei sapeva come sarebbe stato essere la moglie di un tirocinante, non sarebbe certo stata una sorpresa per lei, figlia e nipote di medici. S, dovevano sposarsi presto, nel giro di una settimana o due. Non l'avrebbe mai lasciato. Quei primi passi di corsa di Trick... la goffa stretta da lottatore... il ginocchio di Jesse sollevato nella pancia dell'altro... Lei lo rassicur. Lui voleva piangere, lei gli era cos vicina e cos pubblica, cos amorevole, cos arrabbiata per lui. Non l'avrebbe mai lasciato.

Perch avrebbe voluto morire? le chiese Jesse.

Voleva che tu lo uccidessi.

Ma perch? Perch?

Fiss Helene.

Perch avrebbe voluto che io lo uccidessi?

Era la stessa domanda che aveva posto anche l'avvocato. Perch questo giovane avrebbe voluto che lei gli facesse del male? Perch l'avrebbe provocata deliberatamente quando era debole di cuore?

Il viso di Jesse si stava trasformando in un muscolo che smaniava per mostrare dolore, dolore intenso. Voleva piangere. Ma non si permise di piangere. Trick stava morendo, chi avrebbe pianto per Trick? Protoplasma scintillante: Trick. Affogando. Stiamo affogando, aveva detto Trick. Jesse non aveva capito la poesia e ora non riusciva a ricordarla. Le parole si mischiavano. Protoplasma... amanti... amanti stretti assieme nella luce del giorno...

No, non capiva.
7

Un pallone, sottile e trasparente. Ha un che di terrificante. Galleggia su uno sfondo di oscurit, un universo di oscurit, punzecchiato da minuscoli punti di luce. Sono come stelle. Sono poco pi che tracce di luce. Il pallone non si muove ma ha l'aria di potersi muovere, all'improvviso; a chinarsi e respirarci sopra, certo volerebbe via.

No, non vola via.

Passagli vicino le dita leggere, senza toccarlo. Cosa sono quelle linee granulose? Sono come linee a matita. Come capelli. Sembra che stiano per sollevarsi, per levarsi al calore delle tue dita. Ma non si muovono. Il pallone in s  immobile, come fosse dormiente da secoli. Puoi vederci attraverso, eppure non c' nulla dietro. Lungo i suoi bordi ci sono lunghe lesioni sottili, come se qualcuno si fosse avventato sulla carne di questa cosa con un coltello. Puoi passare un'unghia lungo il bordo del pallone e distruggerlo, e la tua unghia balza nella lente del microscopio come un pianeta...

Helene stava guardando nel microscopio di Jesse. Era uno strumento enorme e costoso che gli aveva dato suo padre. Era sola nell'appartamento; erano le cinque e trenta del mattino e Jesse era di turno in ospedale per la seconda notte. Non riusciva a dormire, non le importava di dormire, cos aveva vagato per l'appartamento con la vestaglia allacciata stretta intorno al corpo.

Aveva acceso la luce nello studio di Jesse ed era china sul microscopio, con le braccia conserte. Non mise a fuoco la lente perch ci avrebbe significato che lei aveva guardato nel microscopio, che era stata nello studio di Jesse, una stanzetta sul retro grande a malapena per ricavarne la stanza di un bambino. Non voleva che lui sapesse che era stata l. Sarebbe tornato a casa esausto, avrebbe dato un'occhiata alle sue cose, e percepito che lei era stata l... Voleva tenersi separata da lui; provava un'attrazione strana, quasi rabbiosa per il bisogno di essere separata dal marito. Lo amava e capiva che lui amava lei, eppure doveva conservare quella separatezza...

Com'era strana, quella cosa sotto la lente del microscopio!... un pallone sottile, cellulosa trasparente, un enorme sole, un oceano di luce, un viso senza lineamenti...

Helene diede una scorsa alla catasta di documenti che Jesse aveva lasciato sulla scrivania: appunti sui pazienti, riviste, periodici, l'estratto patinato di un articolo scritto da suo padre, pubblicato in origine su una rivista di neurologia. Le cose di Jesse erano conservate in pile attente, in ordine, con i documenti uniti dalle graffette e disposti lungo i bordi della scrivania in modo che lui potesse vedere in un attimo cosa era cosa. Helene prov un'eccitazione particolare, impetuosa davanti alla possibilit di distruggere quell'ordine, ma rimise tutto di nuovo al suo posto.

Erano i primi giorni di settembre. Jesse faceva parte del personale tirocinante del LaSalle da due mesi, ormai. Da principio era stato assegnato al reparto di medicina e gli mancava ancora un mese; lavorava come Helene aveva saputo che avrebbe dovuto lavorare, tornando a casa intontito dalla fatica, con gli occhi infossati, agitandosi e borbottando nel sonno. L riviveva i suoi primi fallimenti. Helene stava sveglia e cercava di consolarlo mentre dormiva, sapendo che la propria calma avrebbe dovuto bastare a entrambi. Con amore, con compassione, gli accarezzava la fronte umida, riavviandogli all'indietro i capelli, studiandolo. I suoi muscoli facciali si riunivano a formare un'espressione di angoscia; era cos crudele e cos inutile, qualunque cosa fosse a spaventarlo. A che serviva? Cosa stava rivivendo?

Se lo immaginava mentre si affrettava fra i corridoi dell'ospedale e qualcuno lo chiamava all'altoparlante, dottor Vogel, dottor Vogel, un uomo in un sogno. Si immaginava quel mezzo secondo di nero completo intanto che alzava il ricevitore di un telefono per rispondere alla chiamata: alzare il ricevitore in quel modo era come avventurarsi nello spazio.

Portava a casa le notizie dei casi gravi, delle brutte sorprese. Le altre notizie - i pazienti che rispondevano bene, che venivano dimessi, che tornavano a svanire nella citt - non lo interessavano affatto. Continuava a parlarle dei suoi errori, dei suoi quasi-errori, dei suoi fallimenti. Era di turno al pronto soccorso ogni due settimane, e in quei casi era reperibile ventiquattr'ore su ventiquattro e doveva restare in ospedale. Allora poteva succedere di tutto. Doveva essere la gelatinosa aria di fine estate a Chicago, le notti umide e torbide, l'aria stuzzicante per le strade, il prurito al cervello a causare quegli incidenti cos bizzarri: automobili maciullate attorcigliate l'una sull'altra, operai che cadevano nel vuoto, crani spaccati in due da gesti giocosi. Le mani di Jesse non riuscivano a lavorare abbastanza in fretta, la sua mente non riusciva a far spazio a tutte quelle persone. Una volta torn a casa e chiese a Helene di sdraiarsi con lui, di tenerlo stretto. Pianse. Le raccont di un bambino che avevano portato al pronto soccorso: un piccolo di due anni col corpo ridotto a un relitto, escoriazioni e lividi ovunque, un occhio pesto e chiuso e probabilmente distrutto da minuscole emorragie, costole spezzate, diverse dita rotte. Jesse chiuse forte gli occhi e sfreg la faccia contro Helene, piangendo, abbandonando la propria coscienza a quella di lei, come se cercasse di metterla incinta del proprio orrore in modo da riuscire a dormire.

Lei aveva cercato di consolarlo ma non aveva parole adatte.

Ora, nel territorio del marito, faticava a dormire. Jesse restava in ospedale due notti ogni settimana, in una stanza soffocante nella zona riservata ai tirocinanti. A casa, Helene pensava a lui di continuo. Cercava di leggere; scrutava fra le cose sulla scrivania di lui come per evocare un altro Jesse, pi studioso, un uomo non turbato e sopraffatto dal disastro; guardava fuori dalla finestra, vagava senza requie per l'appartamento vuoto. Lei riusciva a dormire solo poche ore ogni notte. Jesse ormai riusciva a dormire ovunque. Riusciva a dormire alla mensa dell'ospedale, poggiando la testa sulle braccia per un pisolino di cinque minuti. Quando si svegliava era fresco, diceva, come se avesse dormito un'ora. Riusciva a sonnecchiare appoggiandosi a una parete. Riusciva a dormire in una cabina telefonica mentre stava chiamando Helene, in attesa che lei alzasse il telefono; e appisolandosi subito, completamente, in modo che quando lei rispondeva, si trovava in linea col nulla, collegata al nulla. Sei tu, Jesse? gridava, con la voce pi alta per la preoccupazione.

Ma lei non parlava mai della propria solitudine o della propria amarezza. Le mogli degli altri tirocinanti si lamentavano di continuo, piene di rabbiosa sorpresa nello scoprire in cosa si fossero imbarcate, ma Helene ne sapeva a sufficienza da restare in silenzio. Non diceva mai ad alta voce ci che sembrava tanto chiaro: che avevano commesso un errore a sposarsi cos presto. Suo padre aveva cercato di convincerli a lasciar stare, e in privato aveva raccontato a Helene cosa avrebbe dovuto sopportare. Ma lei aveva insistito. Doveva sposarlo, aveva il dovere di sposarlo. Il collasso di Trick lo aveva terrorizzato. Lui aveva avuto bisogno di lei, era rimasto ammutolito dalla paura, bisognoso di lei... Aveva dovuto sposarlo, per consolarlo... E Trick non era morto. Quindi alla fine il padre l'aveva appoggiata con riluttanza, e poi con severit, con possessivit, le aveva dato il denaro e le aveva ordinato di usarlo. Lascia perdere di parlarne con Jesse, aveva detto suo padre. La vita di Jesse  troppo complicata in questo momento perch si preoccupi dei soldi. Da tirocinante, Jesse riceveva una paga misera. Helene lavorava part-time al dipartimento di chimica dell'universit di Chicago, ed esagerava l'ammontare del proprio stipendio in modo che Jesse non dovesse venire a sapere degli assegni del padre. Gli assegni arrivavano ogni due settimane. A volte li accompagnava una breve lettera, poco pi di un ordine - Chiamami incassa domenica, per favore - a volte nulla.

Galleggiava fra loro, fra il padre e il marito. Non sembravano avere alcuna consapevolezza di lei se non come un punto di contatto, un oggetto, un oggetto molto caro. Telefonava ubbidiente al padre e avvertiva la propria anima protendersi verso di lui per tutta la distanza che li separava, come se non volesse nulla pi che ritornare d'un balzo nella sua vita... Lo studio col soffitto decorato, gli oggetti d'antiquariato, i dipinti nelle loro pesanti cornici, la casa vittoriana a Cambridge dove aveva trascorso la maggior parte della sua vita. Ma lo voleva davvero? Le girava la testa. No, lei voleva Jesse, suo marito. Voleva che lui si sdraiasse fra le sue braccia e le parlasse dolcemente d'amore, voleva sentirsi separata da lui eppure legata a lui dall'attenta articolazione del suo amore, non dalla sua nullit di paura e passione.

Jesse faceva l'amore con lei al buio, come in segreto, di fretta, prima di addormentarsi. Era uno dei tanti atti che doveva compiere. Era responsabile fino a un dato punto, doveva agire in fretta, con abilit, e poi doveva addormentarsi di un sonno profondo in modo da risvegliarsi abbastanza forte da far fronte a un'altra giornata. Era pesante, il fardello del suo amore! Era opprimente, innaturale. Helene percepiva l'angoscia di lui che si trasmetteva a lei, dal basso ventre, dove era vulnerabile a lui, aperta e priva di resistenze. C'era sempre qualche residuo d'orrore che lui le lasciava: Negli escrementi del corpo c'erano tutti questi vermi... Cos lui dormiva mentre lei restava sveglia al suo fianco, stupefatta. La pelle di lei prudeva del dolore di lui. Era una presenza a letto con loro che lei doveva tenere lontana, Helene sola, proteggendo Jesse mentre dormiva.

... Diede un'altra occhiata al microscopio. Quel pallone. Era come una bocca, una bocca senza corpo. Pura bocca. Sottile e trasparente ed eternamente affamata. Era morto o vivo? C'era qualcuna fra quelle cellule che fosse davvero morta? Barcoll sulla scrivania di Jesse, con la testa che girava al pensiero della folla di cellule che la circondavano ed erano dentro di lei, che non potevano mai morire davvero e che erano invisibili. Energia invisibile. Lei stessa, Helene stessa, era costituita da cellule simili e nient'altro... Se avesse avuto il bambino che Jesse voleva in modo tanto strano, disperato, sarebbe esplosa in un ammasso di nuove cellule saltate fuori dalle sue, energia pi nuova, pi ricca, pi intensa che si spingeva fuori dalla nullit del suo utero...

Suo padre aveva fissato l'appuntamento per lei, telefonando dritto da Cambridge. Oggi alle undici. Per essere sicuro che ci sarebbe andata, aveva chiamato lui di persona per fissare l'appuntamento con un uomo che conosceva da molti anni, un ostetrico e ginecologo di Chicago.

Oggi alle undici.

E adesso erano le cinque e trentacinque, una mattina di settembre. Gi caldo. Helene sistem il piano della scrivania di Jesse in modo che fosse in perfetto ordine. Si sentiva narcotizzata, con la testa vuota, come se avesse appena avuto un'altra di quelle discussioni tranquille con Jesse: Come puoi volere che io abbia un bambino? In questo periodo delle nostre vite? O con suo padre: Perch continui a dirmi di far fare a Jesse questo e quello? Con ferocia, difendeva il marito dal padre. Non avrebbe convinto Jesse a venire a est. No. Anche se lei per prima voleva tornare a Boston, non avrebbe fatto pressioni a Jesse. Nessuna domanda per posti da ricercatore. Nessuna domanda per borse di studio. Non voleva davvero che Jesse diventasse un medico, un medico praticante; odiava l'idea che un giorno dirigesse una grande clinica; ma non avrebbe cercato di mettersi a discutere con lui. Disse a suo padre che non doveva chiederle di mettersi a discutere, doveva lasciare in pace il suo matrimonio. Con Jesse, difendeva la propria separatezza, il suo corpo cristallino e spaventato: perch non riusciva a capire che avere un bambino adesso era una pessima idea? Perch non riusciva a capire la sua paura del dolore, dell'amara, inevitabile maturit che il suo corpo doveva sopportare? E poi sarebbe stata madre per tutta la vita. Per tutta la vita. Lei non voleva essere madre. Aveva paura. Non voleva entrare in quel nuovo stato, essere partorita in quella nuova condizione vita natural durante... La signora Vogel, madre.

Suo padre non sembrava ascoltarla e Jesse non sembrava ascoltarla. Le parlavano. Le parlavano e poi continuavano con le loro faccende, che avevano poco a che fare con lei.

Usc nella piccola cucina e scald un po' d'acqua per il caff. Si accese una sigaretta. Da quando erano arrivati a Chicago aveva iniziato a fumare, bench Jesse disapprovasse e a lei stessa non piacesse l'aspetto della gente che fumava. La fronte le si corrug bruscamente al pensiero delle donne che fumavano, donne incinte che fumavano, pance incinte... No, era troppo brutto. Era impossibile. Non poteva essere davvero incinta. Il suo corpo era troppo magro e austero, non possedeva nessuna luce propria, nessuna elasticit. Aveva fatto la conoscenza della giovane moglie di uno degli specializzandi con cui Jesse lavorava nel reparto di medicina. Gli specializzandi, come i tirocinanti, venivano pagati poco. Eppure quella donna era incinta e il suo viso e il suo cuore erano vigorosi, quasi arroganti nella loro salute, e lei non esprimeva che sdegno per i rimproveri che la sua famiglia le rivolgeva. Si chiamava Susan; il marito, Milton Kuzma, sembrava avere un'alta opinione di Jesse. Milton diceva di Jesse: Non riusciranno a spezzare lui. Ed era inteso come un complimento. Non riusciranno a spezzare lui.

Helene guard fuori dalla finestra della cucina. Si chiese se lei sarebbe stata spezzata. Cosa significava, essere spezzati? Continuava a vedere Trick che crollava sul marciapiede, le sue gambe che cedevano... Era in un ospedale privato in Minnesota ora. Continuava a vedere, a intravedere, i pazienti di cui Jesse parlava quando tornava a casa particolarmente rattristato, finch le stanze di quel piccolo appartamento furono piene di estranei fantasmatici, tutti alla disperata ricerca di attenzioni. Helene guardava fuori dalla finestra, sentendosi lei per prima molto, molto sola. Il loro appartamento si trovava al terzo piano di una vecchia casa in arenaria non lontana dall'ospedale. Il quartiere era in decadenza: grandi, bellissimi edifici diroccati con alte finestre e porte e colonne, scalinate d'ingresso che si allargavano verso la strada, tutto sporco e segnato dalle intemperie e molto umano, tanto che Helene certe volte voleva fermarsi per strada a osservare, a memorizzare. Gli edifici erano stati bellissimi un tempo. Increspati da volute decorative, da teste umane e bizzarri animali corrosi, perfino i comignoli erano notevoli. Il loro spirito austero, mascolino. Adesso erano destinati all'estinzione. Alcuni erano gi stati rasi al suolo, e si potevano distinguere i segni delle scale sulle pareti ancora in piedi; i segni dei tubi simili a vene; i punti in cui i cavi erano stati strappati o penzolavano come nervi scoperti. Bambini neri giocavano fra le macerie. Un paio di lotti erano gi stati ripuliti e i bulldozer avevano coperto gli avvallamenti sventrati riempiendoli di sabbia e argilla e mattoni, preparandoli per nuove costruzioni. Rimanevano gli edifici pi piccoli, come quello in cui vivevano Jesse e Helene, e altre case in arenaria bifamiliari. L'aria della strada era eccitata e polverosa tutti i giorni della settimana: un perenne senso di meraviglia, la sorpresa delle mura a un passo dal crollo, mattoni sul punto di sbriciolarsi, sempre quel monotono, pesante ritmo, non del tutto spiacevole, di un peso che colpiva qualcosa. Gli operai arrivavano alle otto e si mettevano subito al lavoro. Martellavano, rompevano, l'acuto tagliente ronzio rabbioso delle macchine, l'agitarsi di grosse ruote sulla terra soffice... I Kuzma vivevano a solo mezzo isolato di distanza, in una strada laterale. Il loro appartamento era pi piccolo di quello di Helene e Jesse, pi vicino ai lavori di demolizione. Spesso Susan si sedeva e si premeva una mano sulla pancia, accigliandosi, e si lamentava del rumore. Delle vibrazioni. Odiava il rumore ma a Helene segretamente piaceva perch non era umano. Jesse e Milton non lo notavano, non avevano tempo per queste cose. Ma a Helene piaceva perch non era un rumore umano, non era come gli strilli e i passi in quel vecchio edificio che portavano gli inquilini senza volto troppo vicino a lei, le imponevano un'intimit che non voleva. Quando era sola nell'appartamento, cio spesso, cercava di concentrarsi sul rumore lontano, il pesante, affidabile rumore dei macchinari, per rimuovere dalla sua coscienza questo rumore pi vicino e inquietante. Un padre che urlava contro il figlio... le grida di frustrazione di un bambino... donne che urlavano perennemente dietro ai bambini, come se quei bambini fossero ancora legati ai loro corpi da qualche convulsa, straziata striscia di carne.

Non era possibile che fosse incinta...

Per tutta la vita aveva provato violente ondate d'attesa e di apprensione. Essere una donna. Una moglie. Per essere complete serviva un uomo: era ovvio. Per essere una donna, una moglie. Aveva avuto paura di pensare all'amore, ad amare un uomo, perch le era sembrato impossibile, brutto, rozzo. Aveva resistito al pensiero nello stesso modo in cui resisteva al pensiero della morte. Era troppo brutto. Era cresciuta con l'avversione a essere toccata, perfino dai suoi genitori. Eppure sapeva di dover essere toccata prima o poi. Doveva essere toccata, amata, completata da un uomo e trasformata in una donna. Una donna: una moglie.

Voleva essere amata ma essere separata e sospesa, all'interno dell'idea dell'amore, cosicch l'uomo potesse esistere in una parte della sua mente, castamente. Aveva sempre avuto paura del proprio corpo. Sua madre aveva alluso a certe cose in modo obliquo, con una vergogna brusca e asciutta - suo padre non vi aveva alluso mai e poi mai - e Helene era cresciuta con una resistenza nei loro confronti, al pensiero di quelle cose, e al suo stesso corpo con la sua carne indifesa. Cosa significava esattamente, avere un corpo? Vivere in un corpo? Abitava nel proprio corpo come un'inquilina? Immaginava il suo corpo come una sostanza di un certo peso, pura e inviolabile dall'esterno. E cos non pareva possibile che un uomo, il corpo di un uomo, potesse entrare liberamente nel suo e farci tutti quei danni... Strato su strato gli anni la formarono: Helene adesso era una donna sposata, della stessa et del marito, eppure aveva anche diciannove anni, aveva di nuovo dodici anni, era una bambina. Tutti gli strati erano intensi, frementi, consapevoli di esistere. Consapevoli di essere femmina, un po' vergognosi di essere femmina.

Susan Kuzma mostrava di non vergognarsi di nulla. Parlava della sua infiammazione alla vescica davanti a chiunque, aveva creato una specie di barzelletta sull'umiliazione di una visita ginecologica in ospedale. Helene ascoltava stupefatta. Le sembrava quasi impossibile che un'altra donna potesse parlare di quelle cose. Lei non sarebbe mai riuscita a parlarne in quel modo. Mai. Era sospesa in una condizione spaventata e cauta, cauta specialmente a proposito dell'amore di Jesse, come se arrendersi a lui l'avrebbe infettata con quella grezza, sfacciata corporalit che lei tanto detestava nelle altre donne.

Fece una doccia, tremando al pensiero della brutta cabina doccia e della sua puzza perenne. Ma era una delle cose che doveva fare ogni giorno. Lo scarico era arrugginito e sempre intasato dai peli e dal sapone, anche se lo puliva spesso. Jesse faceva la doccia sia all'ospedale che a casa, e ogni volta che faceva la doccia si lavava i capelli. Il sapone gli si rompeva fra le dita, doveva averlo usato con chiss quanta forza. Si era portato a casa dall'ospedale l'abitudine di sfregarsi forte, per molti minuti. L'ospedale era cos contagioso... e Jesse stesso, le sue mani, era cos contagioso...

S, quella mattina pezzettini di sapone erano impigliati nello scarico e Helene si pieg a tirarli fuori uno per uno.

Dopo che si fu vestita gli operai avevano iniziato il loro martellare. Grandi pesi parevano cadere dal cielo su masse solide, resistenti. Erano le otto, ed entro le undici sarebbe stata nella sala d'aspetto dell'amico di suo padre. Lui avrebbe deciso il suo destino. Ora non aveva nulla a che vedere con lei o con Jesse o perfino coi desideri di suo padre. Jesse che la raccoglieva fra le braccia, senza fiato, in quell'istante prima di perdere i sensi... Ma ora non aveva nulla a che vedere con lui. Il dottore l'avrebbe visitata, le avrebbe fatto fare un test, e poi le avrebbe detto cosa le era successo. Cos'era successo al suo corpo.

Jesse non ne sapeva niente. Quella sera avrebbe trascorso la notte l e lei avrebbe dovuto dirglielo. Suo marito avrebbe portato a casa con s il vago, doloroso odore della malattia, un turno di due giorni sui sette piani di un ospedale; si sarebbe passato le mani sugli occhi e avrebbe sussurrato: Mio Dio, ho finito per odiarla certa gente... e lei avrebbe avvertito la tensione dentro di lui, per il fatto di dover ammettere un'emozione simile: Jesse, che di rado odiava. Poi, con uno sforzo, le avrebbe chiesto di lei. Com'era andata al lavoro? Esausto, avrebbe cercato di parlarle come se fosse una paziente speciale, particolarmente difficile a cui doveva fare un controllo completo, la sua malattia un mistero. Ci sarebbero voluti interrogatori, indagini, per scoprire cos'avesse che non andava. Ci sarebbe voluta tutta la sua astuzia giovanile. Ma una certa esitazione nello sguardo di lui avrebbe detto a Helene che stava per crollare, e cos lei l'avrebbe portato a letto con dolcezza, come un bambino, mentre lui cercava di parlare con lei, scuotendo la testa per restare sveglio. Era successo tante di quelle volte... A volte Jesse passava anche trentasei ore senza dormire quando era di turno. Aveva gli occhi cerchiati dallo sfinimento ed era dimagrito. Ma non si lamentava mai se non per raccontare pieno di stupore a Helene che odiava qualcuno, oppure che aveva perso le tracce di un paziente, oppure che qualcuno del personale lo aveva messo a tacere, oppure che aveva commesso un errore. Ma queste non erano vere e proprie lamentele. Jesse pareva pensare a se stesso, il dottor Vogel, come se questa persona fosse un estraneo, senza emozioni. Non c'era tempo per le emozioni. Jesse, il marito, a volte sembrava possedere emozioni perch capiva che la gente ne aveva, capiva di avere il dovere davanti alla sua giovane moglie di mostrarne. Ma davvero non ce n'era il tempo. Lei lo portava a letto e si sdraiava al suo fianco, tenendolo fra le braccia, e lui sprofondava in un improvviso sonno torpido. A volte digrignava i denti. A volte sembrava discutere con parole incomprensibili. Helene sussurrava: Jesse, sei a casa. Sei a letto. Ma i suoi muscoli si contraevano ancora, le sue pupille si muovevano dietro gli occhi chiusi. Con che cosa stava lottando? Helene aveva una visione fugace di gente che correva nei corridoi dell'ospedale - e Jesse fra loro, che correva. A volte diceva ad alta voce: L'ascensore  bloccato o Dov' la luce?.

Helene voleva dormire quella notte, cos usc e and in una farmacia a prendere delle pillole. Pillole per dormire comuni, del genere che si vendeva senza ricetta. Non aveva mai preso nulla di pi forte perch non aveva mai voluto chiedere una ricetta al padre; non aveva mai voluto che lui scoprisse nessuna delle sue debolezze. Suo padre aveva fatto un bel po' di soldi con vari tipi di barbiturici che aveva brevettato, e questa le sembrava un'ulteriore ragione per evitare di prenderne. In farmacia esit davanti a diverse marche di pillole. Immagin che il farmacista la stesse osservando attentamente. Le dita le tremavano un po'. S, tremavano, e al bancone, dove pag le pillole, una commessa parve dispiaciuta per lei. Doveva esserci una tristezza misera e indifesa sul suo viso.

Usc con un barattolo da cento pillole rosa. L'intera giornata era sua.

Poteva telefonare al dottor Blazack e annullare l'appuntamento. Ci sarebbe voluto solo un minuto. Poi avrebbe potuto guidare verso il centro e intorno alla citt senza meta, oppure lungo il lago, dovunque, con l'auto che suo padre aveva regalato a lei e Jesse ancora ad Ann Arbor.

Il suo orologio da polso era piccolo e delicato. Era appartenuto a sua madre. Il quadrante era un minuscolo ovale, i numeri puntini d'oro bianco. Il cinturino era come un braccialetto, fili d'oro bianco intrecciati a sembrare pizzo. Solo le dieci e trenta. Era in piedi dalle cinque e trenta quella mattina, ad aspettare che arrivassero le undici, col viso che si induriva e prendeva un'espressione ironica sapendo che sarebbero arrivate molto lentamente. Si port l'orologio all'orecchio per controllare che ticchettasse. A guardarli, i puntini parevano ciechi. Si chiese cosa significasse il tempo, perch se ne stesse seduta l in quella citt estranea, una citt che non conosceva n le piaceva, perch stesse iniziando a riempirsi di un panico freddo e malato, perch si fosse sposata e avesse completato se stessa. Era una donna adesso, una moglie. Era completa; se fosse stata incinta sarebbe stata completa. Sarebbe stato un segno che un uomo l'aveva completata. Osserv l'orologio e vide che il tempo si muoveva molto lentamente. Quella medusa anonima, quel pallone, le sue lesioni e i peli e la sua sottile testarda trasparenza...

Decise di guidare subito verso il centro. Aveva sempre voluto esplorare Chicago in uno dei suoi giorni liberi dall'universit. Lei e Jesse avevano programmato di esplorarla insieme, ma Jesse non aveva mai avuto tempo. Diceva che gli piaceva camminare, ma non aveva mai tempo di camminare. A Cambridge, Helene e suo padre avevano fatto spesso lunghe passeggiate la domenica. Avevano camminato un bel po' anche ad Ann Arbor; in effetti, era stato durante una delle loro passeggiate del fine settimana che Helene aveva incontrato Jesse. Qualcuno aveva chiamato Dottor Cady! e quando si erano voltati avevano visto un giovane alto, con i capelli rossi, dal viso molto chiaro eppure non pallido di quel pallore malaticcio di alcune persone coi capelli rossi, vestito di abiti vecchi, con una certa rapida urgenza nel modo di camminare che aveva messo in allarme Helene, perch le era parso, nella confusione dei primi secondi, che avesse chiamato per avvertire suo padre di qualche pericolo. Ma era solo uno studente, uno studente di medicina. Era educato, sincero, un po' nervoso. Helene, osservandolo, aveva sentito levarsi in lei un familiare senso di impotenza, perch quello era il tipo d'uomo con cui non era mai riuscita a rapportarsi con serenit, non si era mai sentita eguale a un uomo del genere; li aveva sempre evitati con timidezza, ritraendosi. Lui aveva un volto emozionato, intelligente, attraente. Era ovvio che provasse soggezione per suo padre, eppure parlava in modo chiaro e sincero. Aveva qualcosa di nuovo, qualcosa di nuovissimo, unico, che sorprendeva quel giovane per primo come se con la sua audacia, come se parlando stesse creando se stesso, inventando se stesso. Quel giorno a Helene era parso troppo vigoroso. Una minaccia. Si era allontanata da lui piano, senza fidarsi.

Sarebbe andata in citt da sola, ci avrebbe passeggiato da sola. Con un angolo della mente si immaginava mentre camminava tutto il giorno, perdendosi nella citt. Jesse l'aveva messa in guardia dall'andare in giro da sola. Chicago era pericolosa, diceva. Le raccont di una donna che era stata portata al pronto soccorso, stuprata e poi fatta a pezzi con un coltello, del suo corpo che ancora si scuoteva nel tentativo di respingere un aggressore, di come avesse lottato contro lo stesso Jesse, credendo che fosse il suo aggressore. Il nemico. Gli uomini sono il nemico. Anche con questo vecchio abito indosso, con le scarpe senza tacco, Helene avrebbe potuto attrarre l'attenzione di uomini che bramavano le donne, il sangue delle donne; perch no? Era possibile. C'erano molti uomini cos in una citt tanto grande. Nel mondo. Le gambe di Helene parevano nude perch i suoi collant erano cos trasparenti...

Cosa, erano ancora le dieci e trenta?

Lo studio del dottor Blazack si trovava in un edificio alto e affascinante sulla Drive. Helene ne era contenta. Non voleva avere nulla a che fare col LaSalle o con i suoi tormentati tirocinanti e specializzandi. Grazie a Dio suo padre era ricco! Il dottor Blazack era uno degli ostetrici che gli altri medici disdegnavano e invidiavano, un uomo ricco, che si occupava di donne ricche. Doveva andare da lui perch suo padre le aveva fissato un appuntamento: non c'era verso di uscirne.

Nulla da vedere in direzione del lago; l'aria si alzava neutra dalle sue acque, molto umida.

Helene entr nel blocco di studi del dottor Blazack e i suoi occhi saltellarono nervosamente fra i divanetti e le alte lampade moderne. Una donna con un abito premaman alz gli occhi da una rivista per guardare Helene, come pronta a riconoscerla, ma Helene distolse lo sguardo in fretta. Si sedette. Un'infermiera usc a salutarla come se fossero vecchie amiche. Signora Vogel...? Venga dentro con me, prego. Aveva un ufficio piccolo e ordinato tutto per s, dove fece a Helene alcune domande per la cartella del dottore. Queste domande gi marchiavano Helene come una sua paziente... Il suo cuore inizi ad accelerare, anticipando la visita. Odiava essere visitata. Odiava essere toccata.

Da quanto tempo  sposata, signora Vogel?

Da luglio.

Oh, solo da luglio? disse l'infermiera in tono dolce.

Helene venne rilasciata e torn nella sala d'attesa. Un'altra infermiera comparve e port via la donna nell'abito premaman. Helene osserv le loro gambe mentre se ne andavano: quelle dell'infermiera erano muscolose e diafane nei collant bianchi, le gambe della paziente erano slanciate ed eleganti. Una donna giovane, giovane come lei. Helene diede un'occhiata involontaria alle proprie gambe e vide che era solo una donna fra le donne, dopotutto. Un corpo di donna fra corpi di donna.

Jesse aveva gi prestato assistenza ai parti in ospedale.

Prese una rivista ma non riusc a leggere. Non riusciva a concentrarsi su nulla. Tent di costringere la mente a farsi dura e precisa; tent di pensare agli angoli di quella stanza, che erano pi reali delle lampade e dei divanetti e dei tappeti costosi. La stanza era una scatola impossibile da camuffare. Comparve una terza infermiera - una ragazza sui venti - e la chiam per nome. Signora Vogel? Helene la segu in un corridoio posteriore, dove le luci fluorescenti sussurravano fioche. Odore di plastica e piastrelle. Il dottor Blazack sar da lei fra un minuto disse l'infermiera in un sussurro. Helene si sedette di nuovo passivamente. Quello era l'ufficio personale del dottore: aveva una scrivania ovale estremamente grande; c'erano litografie costose su due pareti e un'ampia finestra guardava sul lago. Qualcuno si stava lavando le mani nelle vicinanze. Schizzi d'acqua. Quante volte al giorno doveva lavarsi le mani, questo dottore? Jesse si tratteneva nella doccia per dieci, quindici minuti, come se avesse paura di non riuscire a pulirsi... Su un tavolo vicino alla grande scrivania c'erano pile di lettere e riviste e pubblicit. Helene vedeva la copertina patinata di una famosa rivista di medicina, la fotografia di una cellula. Una fotografia espansa al punto che la cellula era enorme, ingrandita pi intensamente della cellula sotto il microscopio di Jesse. Dietro Helene, nel bagno, qualcuno stava chiudendo i rubinetti alla svelta. La porta si apr e lei si guard intorno.

Bene, signora Vogel! Come andiamo stamattina?

Il dottor Blazack era un uomo piuttosto anziano, vide. Piccolo, asciutto, ambizioso; quando sorrideva i suoi denti erano di una sfumatura di bianco perfetta, assoluta, proprio il colore dei denti veri. Sapeva di sapone. Helene lo riconobbe non per se stesso ma nella forma di una certa tipologia di medico, gli amici di suo padre, che erano affermati e gentili e in gioioso moto perpetuo come suo padre. Le mani erano rosse come per un'ondata fresca di sangue.

Non c' bisogno di fare quella faccia tesa, mia cara.  una bella giornata e nessuno ha intenzione di farle del male disse in tono gentile. Per prima cosa, vorrei chiederle di suo padre, se non le dispiace. Come sta? Sono dieci anni - almeno dieci anni! - che non vedo Benjamin di persona...

E cos lei parl diligentemente di suo padre. Il dottor Blazack sorrise allegro, annu al suo resoconto, sospir come se invidiasse l'esistenza di Benjamin Cady; era l'atto di cortesia di un ricco ostetrico verso uno scienziato puro. A sua volta parl del padre di Helene come se fossero stati amici molto intimi. Helene ne dubitava. Suo padre non aveva amici intimi. Helene fingeva di essere d'accordo, ma la sua mente vagava nervosamente. La rivista con la patinata copertina in bianco e nero sembrava luccicare. Protoplasma che stava per prendere vita, come la gelatina, come un pallone. Helene aveva esaminato migliaia di cellule nei vetrini. Strisci di cellule. Jesse, nei laboratori di patologia in cui aveva lavorato, si era impratichito nell'esaminare cellule di tutti i tipi. L'universo poteva schiudersi in una tormenta di cellule... Unit vive. Unit morte. E ciononostante le unit morte forse non erano davvero morte. Nulla muore. Nulla muore in eterno, era una legge della fisica? Vita in ogni cellula, come sabbia, come un granello di sabbia nell'occhio che non pu essere annientato. La cellula avvizzisce fino a questa puntura di spillo di vita... o forse impazzisce e inizia a dividersi, a moltiplicarsi, a ingrandirsi fino a diventare un tumore grosso come un pallone...

Credo di essere incinta disse infine Helene.

Ah!

Il dottor Blazack sorrise come se non avesse mai sentito un'affermazione simile prima d'allora. Quindi apr una cartella, afferr una penna, pronto a prendere appunti. L'infermiera gli aveva dato la cartella di Helene. Era gi una sua paziente, nella sua documentazione. Quando avrebbe dovuto avere il ciclo, Helene? chiese.

Helene stava fissando le mani di lui. Le donne si innamoravano dei propri ostetrici, lo sapeva. Nove mesi d'amore. I loro medici diventavano i veri padri dei loro bambini. I loro medici diventavano i loro veri padri, per nove mesi.

Non mi ricordo... sussurr.

Non si ricorda? chiese lui sorpreso.

Credo... credo che fosse due settimane fa, due o tre settimane fa...

Rimase in silenzio.

Lui doveva aver pensato che fosse strano; le fece un sorriso severo. Poi, osservando un calendario sulla scrivania, disse allegramente: Ah, s, quindi sarebbe stato il quindici...? Se fosse stato due settimane fa?.

S, s...

O era tre settimane fa?

Lei fissava in silenzio le mani di lui.

Dopo una pausa imbarazzata il dottor Blazack disse: La visito e poi le predispongo il test. Che ne dice?.

Va bene.

Non c' bisogno di fare quella faccia nervosa, Helene! Lei non  cos ingenua. Non ha mai nessun senso preoccuparsi, dare le cose per assodate, mai... Aspetti di vedere i risultati del test.

S, lo so.

Qualunque ospedale le far fare il test. Ha detto che suo marito era al LaSalle?

Non gliel'aveva detto: doveva averlo saputo da suo padre. Ma annu ugualmente.

Non c' proprio nessun bisogno di fare quella faccia preoccupata!

Helene cerc di sorridere.

Una delle infermiere buss piano sulla porta aperta. Dottor Blazack, c' il dottor Brant al telefono. Pu parlarci? Il dottor Blazack fece un gesto d'impotenza, sospir, cedette e alz il telefono. Pronto...? Non ti sento. Oh, s. Quando? Domani? Ma non pensavo che avrebbe avuto voglia di vendere cos presto... E la commissione autostradale? Cos' successo?... Bene, allora domani? Alle due?

Domani alle due tutto sar cambiato, pens Helene.

Poteva ancora andarsene. Poteva uscire da l, correre fuori per strada, via, libera per le strade di Chicago. Poteva perdersi tra la folla, camminando libera tra la folla. Nessuno l'avrebbe riconosciuta. I tacchi duri contro il selciato. Dentro di lei, quel piccolo nucleo caldo non sarebbe stato rimosso... lei avrebbe camminato veloce e battuto i tacchi sui marciapiedi... avrebbe sentito il calore che saliva, si diffondeva dentro di lei, una luminescenza che non poteva essere rimossa.

Il dottor Blazack si alz e chiuse la cartella di cartoncino.

Ora la visita.

La giovane infermiera riapparve e l'accompagn nella sala visite. Il cuore di Helene stava martellando. La stanza sapeva di cuoio nuovo di zecca. Vedendo il lettino, Helene avvert qualcosa muoversi dentro di lei, nei suoi lombi. Era un flusso che cominciava? L'inizio del sangue? Credo... credo che forse... balbett.

L'infermiera le sorrise. S, signora Vogel?

Ma nulla. Certo che no.

Nulla.

Il viso dell'infermiera brillava di efficienza. Cos'era quella stanza, pensava Helene con un senso di vertigine, perch si trovava l? Un giovane aveva chiamato il nome di suo padre... Ed ecco qui il lettino con le sue staffe. Tutte le donne sono uguali su quel lettino, con i piedi intrappolati in quelle staffe. Tutte le donne sono la stessa donna. L'infermiera stava aprendo dei cassetti con destrezza - stava preparando alcuni strumenti su un vassoio. Tir un pezzo di carta bianca pulita lungo il lettino.

Vuole prepararsi per la visita? disse l'infermiera.

Helene prese passivamente vita. Percepiva la perplessit dell'infermiera. Perch era cos rigida, cos spaventata? Non era normale. Tutte le pazienti del dottor Blazack splendevano di vita, grate di essere incinte e di essere sue pazienti. Donne normali. E cos Helene fece un passo avanti, avvertendo una specie di potere dentro di s. Un potere amaro e oscuro. Sarebbe stata visitata su quel lettino, avrebbe provato dolore, e quel dolore era necessario. Se lo meritava. Il suo corpo lo meritava, dopo quello che Jesse gli aveva fatto. Si era sdraiata fra le braccia di quell'uomo, obbediente alle sue richieste, bench avesse avuto paura della gravidanza e avesse avuto paura di Jesse stesso. Gli aveva permesso di fare l'amore con lei. Aveva violato se stessa. Ora si sarebbe sdraiata di nuovo, sulla schiena, per un altro uomo.

Sdraiati. Sdraiati.

Adesso era nuda, indossava solo un ruvido camice bianco che era troppo grande per lei. Si legava allentato sulla schiena. Si sdrai sul freddo lettino di cuoio e la carta sferragli sotto di lei come fosse metallo. L'infermiera, dolce e cortese come una sorella, disse: Potrebbe venire pi avanti, signora Vogel?. Helene punt i talloni nudi nelle staffe sul bordo del lettino. Scivol goffamente in avanti. Solo un pochino pi avanti, per favore. Un pochino pi avanti.

L'infermiera le divaric le gambe. Un piccolo palmo su ogni ginocchio di Helene, divaricandoli. Adesso tutto in lei era aperto. L'infermiera le stese sopra un panno bianco, fino alla vita. Come se stesse coprendo un cadavere.

Molto bene, signora Vogel. Il dottore arriva subito.

Le donne se ne stavano sdraiate con le gambe aperte cos tutti i giorni.

Helene guard la finestra dall'altra parte della stanza attraverso le ciglia. Era orlata di una luce inquietante - luce scura - il cielo fuori si era rannuvolato. A Chicago la luce cambiava in fretta. Non ci si poteva fidare del sole. Le riusciva difficile ricordarsi che era a Chicago e non da qualche altra parte. A Chicago. Era sposata adesso. Suo padre aveva organizzato quella visita e quindi era in buone mani. In buone mani. Il tempo si sarebbe fermato ora. Il ticchettio di quel piccolo orologio implacabile si sarebbe fermato. E poi, pi tardi, quando la visita fosse finita, l'orologio si sarebbe rimesso in marcia... Quando la visita fosse finita Helene si sarebbe precipitata fuori di l e sarebbe scomparsa nella citt. Migliaia di donne scomparivano nella citt. Sarebbe andata da Kresge e avrebbe comprato un ferro da calza, o li vendevano solo per paia? Avrebbe preso una stanza in un hotel e usato quel ferro da calza di metallo su di s, nel modo in cui le ragazze usavano i ferri da calza su di s...

Il dottor Blazack entr piano nella stanza. Era paterno e santo. Disse: Non le far male. Ci vorranno solo pochi minuti. Era chiaramente il suo stile: faceva s che le pazienti si vergognassero di provare dolore, cos avrebbero sopportato il dolore in silenzio piuttosto che deludere lui.

Signora Vogel, per favore, si rilassi.

E ora un rapido suono come di sbucciatura - pelle contro qualcosa di scivoloso - si stava mettendo i guanti di gomma. L'infermiera giovane stava in piedi al suo fianco, pi alta di lui. Helene non osava aprire gli occhi per guardarli davvero. Se le pupille dei suoi occhi si fossero dilatate per una frazione di secondo avrebbe potuto mettersi a urlare. Fra le sue gambe, in quello spazio magico, qualcosa lampeggi. L'infermiera le stava applicando qualcosa picchiettando. Odore di sostanze chimiche, disinfettante... La stavano pulendo e preparando per lui. Rumore di strumenti su un vassoio, che sferragliavano. Il dottor Blazack disse qualcosa che lei non riusc a sentire.

Ci vorranno solo pochi minuti, Helene.

Poi inser lo strumento. Era molto freddo e affilato. Helene cerc di non muoversi, era decisa a stare immobile. Ma accadde qualcosa e fece un balzo all'indietro.

Mi dispiace disse. Si costrinse a rimettersi sul bordo del lettino.

Non dovrebbe far male, Helene.  gi stata visitata prima d'ora, non  vero?

Ma credo di essere incinta...

Quella risposta pareva non significare nulla.

Credo di essere incinta disse.

Se potesse venire avanti ancora, per piacere, signora Vogel... disse l'infermiera.

Credo di essere incinta, io... disse Helene con foga.

Vuole che continuiamo con la visita? disse il dottor Blazack.

S. S.

Si prepar di nuovo. Goffa, rozza, scivol di nuovo in avanti e lasci che le ginocchia le si aprissero. Il dottor Blazack le afferr le ginocchia con fermezza e le divaric ulteriormente. Quando lo strumento fu inserito stavolta lei si mantenne immobile.

Adesso cominci a divaricarlo. A torcerlo per divaricarlo.

Si costrinse a rimanere immobile. Assolutamente immobile. Non riusciva a ricordare il nome di quell'uomo. Un uomo sul finire della mezz'et, un estraneo, con quella cosa piantata nel corpo di lei. Era metallica e affilata. Adesso la stava aprendo, stava divaricando il suo corpo. Sembrava che stesse girando. Lentamente lo strumento girava e si allargava. Era come un cerchio di nulla, che si allargava, che la apriva e la rivoltava...

Io non volevo...  un errore...

Cominci a respirare velocemente. Avrebbe potuto esserci qualcuno che le premeva una mano su e gi per il petto, scuotendole i polmoni. Sul bordo del lettino le sue mani si contraevano e si rilassavano. Il cuoio si era inumidito; lo sentiva scivoloso sulle dita. Com'era possibile che tutto in lei fosse cos esposto adesso? Le pi segrete vene del suo corpo erano aperte all'aria di quella stanza impersonale. La sua testa prese a muoversi, dapprima piano, da una parte all'altra. Non riusciva a fermarla. No. No. Non voleva quella cosa dentro di lei, non voleva un bambino, non voleva un marito, non voleva essere completata... Cosa significa? mugugn, senza sapere cosa diceva. La morsa era fredda e dura dentro di lei, stava creando un bordo, un braccialetto dentro di lei, la stava esponendo. Il suo corpo inizi a contrarsi. Non riusciva a fermarlo. Il suo utero voleva rimpicciolirsi, ritrarsi, nascondersi. Le parti segrete del suo corpo si stavano raggruppando dal terrore. Le sue ginocchia si unirono con forza...

No, signora Vogel, per favore disse un uomo sorpreso.

Le afferr le ginocchia e le divaric di nuovo.

Stava cercando di rimanere immobile ma il cuore aveva cominciato a martellarle all'impazzata.

Sudore sulla faccia, sotto le pesanti spire dei capelli, che si erano sciolti. Un lampo di calore schizz verso l'alto dalla fredda oscurit fra le sue gambe, quell'oscurit aperta, dicendole che sarebbe morta. Stava per morire. Sarebbe avvenuto cos, con l'inserimento di uno strumento, che la apriva e la rivoltava, il calore oscuro che si levava verso il suo cuore con la ferocia dell'amore...

Inizi a divincolarsi.

Signora Vogel... si far male...

L'infermiera le agguant le mani.

Ma il suo corpo aveva iniziato a lottare e non poteva essere fermato. Il lettino sbatacchi. Qualcosa si allent - una delle staffe. Helene avvert se stessa che balzava indietro sul lettino, lontano dallo strumento, ma quello la segu, dentro di lei, facendole male... Vide uno spazio selvaggio, nero, aperto alla luce e con le vene che pulsavano, qualcosa che non doveva essere visto. L'uomo estraneo poteva vederlo. Jesse poteva vederlo. L'orlo di quello strumento era come una luce intensa e lancinante.

Ud se stessa urlare.

Il medico le stava dicendo qualcosa. Stava dando istruzioni. Helene gett la testa da una parte all'altra. Non riusciva a sentire nulla. Perch quell'uomo le stava parlando? C'era qualcosa conficcato dentro il suo corpo, un terribile dolore luminoso, e quell'uomo stava cercando di parlarle! Poteva ucciderlo!

Signora Vogel...

Il camice era arricciato sotto il suo corpo. I muscoli delle sue gambe lottavano. Url. Un'altra contorsione del suo corpo, una piccola sottile stilettata di dolore...

Poi tutto fin. La cosa era fuori. Andata.

Helene si scagliava ancora da una parte all'altra. La sua testa colp il tavolino; le guance bollenti contro il cuoio, che pareva a sua volta una guancia. Facce contro facce. Tutte sudate e scivolose. Cos Jesse, suo marito, si era gettato su di lei, con il volto che sfregava contro quello di lei nell'oscurit, cos era entrato nel corpo di lei con il suo, la carne di lui dentro la carne di lei, sposandoli.

No...

E improvvisamente vide una giovane donna sdraiata su un tavolo. Lei stessa, contratta in quel modo: una donna su un tavolo, sulla schiena, col viso contorto e folle. Era caduta da una grande altezza e il suo viso era contorto in eterno.

Signora Vogel...?

Che cos'era quel buco scorticato e arrossato fra le sue gambe? Cos vivido che risucchiava tutta l'aria - l'intero cielo bianco avrebbe potuto esserci trascinato dentro e andare perduto - un viso pi potente del suo stesso viso, una bocca scorticata ed esigente.

Signora Vogel, la prego...

... non  il mio nome...!

Si mise a sedere, piangendo. Sola con l'infermiera. Aveva spaventato l'infermiera? Il dottore se n'era andato. Due donne sole in quella stanza, entrambe spaventate. Helene non riusciva a capire cosa fosse accaduto.

Si  fatta male, sta sanguinando... Ecco, aspetti...

Si diede da fare con qualcosa, senza guardare Helene. Helene vide di sfuggita un batuffolo di cotone con sopra una strisciata di sangue fresco.

Avrebbe potuto farsi molto male disse l'infermiera.

Helene si costrinse a smettere di piangere. Fece respiri lunghi, lenti, cauti per calmarsi.

Mi dispiace disse.

Tent di alzarsi. Le gambe le tremavano.

Non ha concluso la visita? chiese.

Temo di no.

L'infermiera le diede un fazzolettino e lei si pul il viso bagnato. Si sente meglio adesso?

S. S. Mi spiace di aver perso il controllo.

Diede un'occhiata di sottecchi al volto pudico dell'infermiera. Aveva deluso quella ragazza.

Quando l'ebbe lasciata sola, Helene si vest in fretta. Gett il camice bianco su una sedia e vide con disgusto che era macchiato di sangue. Per lei non c'era nulla a cui pensare adesso; stava in una specie di vuoto, vestita per andare in strada, pronta a fuggire. Durante uno dei suoi corsi all'universit aveva studiato i difetti fisici che a volte accompagnavano il ritardo mentale - bambini senza braccia, senza gambe, alcuni perfino senza faccia - e aveva pensato, mentre osservava le fotografie in preda a una fascinazione agghiacciata, Non c' nulla a cui pensare a proposito di questi bambini. Pensare richiedeva uno spazio in cui fosse possibile entrare - si faceva un passo in avanti dentro quello spazio, facendosi largo fra le altre cose, reclamando una vittoria, un territorio. All'interno di un vuoto non ci si poteva muovere da una parte o dall'altra. Tutto era trasparente ed eterno. Non c'era nulla a cui pensare.

Un'eternit nel corpo di una donna: l'esplosione di piccole, morbide, delicate cellule, spirali di assoluto potere. Nulla poteva fermare quel potere. Galleggia su uno sfondo di oscurit, un universo di oscurit, punzecchiato da minuscoli punti di luce.

La carne le formicolava ancora fra le gambe. Avrebbe potuto splendere. Un minuscolo grumo bruciante di umidore ne col gi... Helene trasse un fazzolettino dalla borsetta e ci si tampon fra le gambe. Fa' che sia sangue. L'inizio di cinque giorni di sangue. Ma quando ne estrasse di nuovo il fazzolettino appallottolato, attenta a non toccare i vestiti, vide che era sangue vivido, troppo vivido per essere sangue mestruale. Cos rest ferma immobile, in attesa. Le ultime tre settimane erano state un incubo d'attesa simile. Sentiva qualcosa che le si muoveva nei lombi, che colava bollente... Ma poi si rivelava solo un umidore insulso e incolore, non sangue. Muco. Un quarto di dollaro di scuro sangue coagulato l'avrebbe salvata. Ma no. Niente sangue. Il ciclo non sarebbe giunto a termine stavolta.

Era gi al secondo mese di gravidanza. Lo sapeva. Voleva strillargli addosso con rabbia, gridarlo contro le loro facce soddisfatte: Jesse, sono incinta, sei contento? Pap, sono incinta! Era un fatto che non aveva nulla a che fare con lei personalmente. Lo si sarebbe potuto dire di qualunque donna, qualunque. Qualcosa stava galleggiando leggero, invisibile, dentro di lei. Nuotava in una tazza di liquido che era il suo universo, trasparente ed eterno...

Quando usc nel corridoio vide il dottor Blazack in persona che l'aspettava. Era un uomo piccolo, dopotutto. Signora Vogel, le spiacerebbe venire qui dentro per un attimo...?

Me ne vado. Vado a casa disse lei in fretta.

Ma signora Vogel...

Corse fuori, senza guardare nessuno. Aveva fallito. Il dottor Blazack avrebbe telefonato a suo padre, e quella sera il telefono avrebbe squillato e lei avrebbe dovuto rispondere prima di Jesse. Suo padre. Avrebbe dovuto parlare con lui... Cosa le era successo alle unghie? Due erano rotte. Doveva essersele rotte mentre era in preda al panico, durante la visita. Era ancora tesa e contratta. I suoi muscoli rabbrividivano. Camminava goffamente, con la consapevolezza dello sfregare delle sue cosce, l dove l'interno di ciascuna coscia strusciava contro quello dell'altra. Era molto consapevole del fatto che si toccassero e si chiese come mai non l'avesse mai notato prima.

Jesse le raccontava sempre delle brutte sorprese all'ospedale. Le cose si rompevano, andavano storte, crollavano, scoppiavano. C'erano ore di lavoro di routine, a stilare relazioni, i campioni di sangue, le rachicentesi, trasfusioni, iniezioni, nutrizioni endovenose, e poi improvvisamente c'erano le sorprese, polmoni che d'un tratto si riempivano di fluido, labbra che diventavano bianche, la pressione sanguigna che scendeva, scendeva, mentre da qualche parte le arterie collassavano. Come si poteva trarre un senso da queste cose? Il corpo  una macchina, ma la macchina a volte si rompe.

Poteva capitare a lei: poteva punzecchiare la parete dell'utero finch non si fosse rotta con un'emorragia.

Guid lungo State Street in una nube di traffico. Era libera per tutto il resto della giornata ora. Avrebbe trovato un hotel, affittato una stanza. Sarebbe corsa da Kresge. Poi, nella stanza d'albergo, avrebbe fatto scorrere l'acqua calda nella vasca da bagno e si sarebbe spogliata e seduta nella vasca, con le gambe che si divaricavano piano. Avrebbe inserito delicatamente la cosa dentro se stessa. Con rabbia e con calma. La sua pressione sarebbe stata molto acuta e molto lieve, non come la robusta, rude pressione che le portava Jesse.

Pressione. Poi un improvviso rilascio simile a un sospiro mentre l'ago affondava all'interno.

L'acqua che si arrossava di sangue.

Quel che doveva tenere a mente era di lasciare la vasca stappata e l'acqua aperta. Cos ci sarebbe stato un flusso continuo d'acqua pulita, gorgogliante e calda. Il sangue sarebbe andato gi per lo scarico e nuova acqua si sarebbe riversata nella vasca e tutto sarebbe stato pulito.

Mezzogiorno: un orologio che pubblicizzava pneumatici. Automobili e camion si stavano muovendo per il centro di Chicago a ritmo regolare, in un costante, rumoroso andirivieni. Il suono dei clacson. Altri clacson. Una corsia era interrotta pi avanti, davanti al Drake Hotel; doveva esserci stato un incidente. Avrebbe dovuto entrare nella corsia di sinistra. Non aveva prestato attenzione e ora la stavano trascinando nella corsia interrotta, non riusciva a venirne fuori... Un'auto della polizia era parcheggiata laggi e degli uomini la circondavano. Aspett con pazienza. Quel che doveva tenere a mente: lasciar scorrere l'acqua calda nella vasca.

Dopo qualche minuto si inser piano nella corsia di sinistra. Lentamente, dolorosamente, la colonna di traffico la trascin in avanti. Quel che doveva tenere a mente; il semaforo davanti pass dal verde al rosso. Cosa significava? Aspett finch non divenne verde di nuovo. Guidare era una sfida: percepiva i veicoli attorno a lei da tutte le direzioni, sul punto di balzarle addosso. Ma quando guard fuori vide solo automobili e camion con persone normali all'interno, con le mani aggrappate al volante come le sue.

Fren e si ferm all'improvviso. Poi avanz ancora e tutto era sospeso. Non riusciva a ricordare esattamente cosa stesse facendo. Dov'era diretta? Non doveva dimenticarsi la vasca da bagno, avrebbe dovuto strofinarla prima, essere certa che fosse pulita, poi aprire l'acqua calda... acqua molto calda... Dietro di lei, intorno a lei, in ogni direzione il traffico procedeva in avanti. Le si premeva addosso e non la lasciava libera. Avrebbe urlato a Jesse: C' troppa gente! Non posso avere un bambino in mezzo a tutta questa gente!

Ferri da calza d'acciaio.

Avrebbe parcheggiato e abbandonato l'auto. Si sarebbe messa a correre, sarebbe entrata nella folla sul marciapiede, diventata anonima. Diventata protoplasma. Ma non riusciva a trovare un punto dove parcheggiare. Il pallone era dentro di lei, fisso. Stava oltrepassando farmacie, bar, negozi di scarpe, banchi di pegni, negozi di liquori, negozi di vestiti. Cinema. L i vecchi bighellonavano sui marciapiedi, guardandosi attorno vacui, senza giudicare. Il centro citt a mezzogiorno. Ci che vedeva confondeva Helene. Forse si era intrufolata in un paesaggio sacro, era cos certo, cos definito. Tutti gli edifici erano vecchi, stabili, avevano l'aria di essere l da decenni. Tutti sapevano dove andare alla perfezione. Tutti coloro che erano l appartenevano a quel luogo. Avevano scelto di venire l, camminando a falcate lunghe e misurate o stando in piedi sul marciapiede, immoti, guardandosi attorno. Erano nati tutti in un momento o nell'altro, in un momento preciso. Se le loro madri avessero cercato per la disperazione di raschiarseli via e perderli nell'acqua del bagno avrebbero resistito - si sarebbero aggrappati alle mura di carne e avrebbero rifiutato di staccarsi - perch? Perch qualcuno dovrebbe rinunciare alla vita? Perch non combattere per essa? C'era un esercito nell'utero e non sarebbe morto senza combattere.

Lo sguardo di Helene venne attirato da tre giovani donne che passeggiavano sul marciapiede - vestite in modo appariscente, molto economico e grazioso, con i capelli ossigenati e gonfiati intorno ai visi risoluti, affascinanti, pieni di colore - quanto le odiava! Quanto le temeva! Devo ricordarmi di comprare una confezione di Dutch Cleanser. La vasca probabilmente sarebbe stata sporca. L'avrebbe strofinata per bene e si sarebbe sbarazzata di tutto lo sporco impersonale... Segu le ragazze con lo sguardo, schifata dalla loro allegra luminescenza sessuale che era come un faro che splendeva dai loro volti, cos ovvio, cos disgustoso, e pens alla sottile linea di sporco che si formava sui colletti dei suoi vestiti e delle camicie di Jesse dopo averli indossati una volta sola. Da dove veniva, quello sporco? Puliti com'erano lei e Jesse, in realt non erano davvero puliti. Doveva ricordarsi di comprare il detersivo. Altrimenti non sarebbe stata capace di costringersi a sedersi in quella vasca.

I pedoni le passavano vicini tutto intorno, attraversando al semaforo. Camminavano coi baveri alzati contro il viso, come arabi, cercando di proteggersi da piccoli mulinelli di sabbia e cartacce. Il vento era molto forte quel giorno. Avevano gli occhi mezzo chiusi, come per uno strano appagamento. Tutte quelle persone che si gonfiavano verso l'esterno dentro sacchi amniotici, con le labbra secche premute contro le pareti del sacco, che succhiavano sangue. Nulla poteva staccarle.

Non riusciva a trovare posto per parcheggiare. Continuava a guidare impotente, dirigendosi a nord verso il LaSalle Metropolitan Hospital. Sentiva di essere attirata laggi, che l'auto era attirata laggi. C'era una cosa che doveva fare ma non ricordava affatto cosa fosse: la vasca da bagno, il Dutch Cleanser, l'acqua calda. Acqua bollente. Le persone passavano davanti alla sua macchina quando si fermava ai semafori rossi, camminando instancabilmente, accanitamente. Avevano l'aspetto di gente di citt che avesse trascorso tutti i giorni della propria vita a calpestare le strade cittadine, su e gi, soddisfatta, sapendo alla perfezione dove stesse andando. Helene aveva paura della loro forza. D'un tratto si sent stordita, sapendo che stava per succederle qualcosa.

Quel che doveva tenere a mente...

Voleva fermare quella macchina, parcheggiarla di fianco a un cordolo. Ovunque. Voleva abbandonarla. Voleva correre in una cabina telefonica e chiamare suo padre e urlargli addosso. Io sono Helene Cady! Che cosa mi  successo? Avrei dovuto crescere per diventare una certa persona, ma dov' quella persona? Ho aspettato per anni e non  successo nulla, il matrimonio non ha fatto nessuna differenza... e ora la mia vita  finita, non riesco a dire a me stessa che avr luogo nel futuro, ne ho abbastanza di aspettare che la mia vita abbia luogo... Adesso, in questo momento, io sono tutto ci che potr mai essere.  finita.

Parcheggi nella zona riservata ai visitatori dell'ospedale. Niente umidore fra le gambe? Niente dolore al basso ventre? L'ospedale era un grande edificio a sei piani con un'ampia facciata sabbiata e decine di finestre. Aveva un aspetto vecchio, decrepito, macchiato; sembrava che il catrame fosse colato gi dai tetti; i camini erano enormi e anneriti, come i comignoli delle fabbriche. Il vasto prato anteriore era di un verde luminoso e posticcio, crivellato di rifiuti. Stavano aggiungendo una nuova ala, ma i lavori erano stati temporaneamente sospesi e le travi portanti erano esposte come ossa crude, arancioni, esagerate in modo comico.

Helene entr nell'ospedale dal grande ingresso principale. Un sibilo mentre la porta si apriva. All'interno, il familiare odore di ospedale. Helene si diresse subito all'ascensore e scese nel seminterrato, consapevole delle persone che le vorticavano intorno, nel trambusto del mezzogiorno. Nell'ascensore con lei c'erano due giovani medici, probabilmente tirocinanti, dell'et di Jesse, e una piccola infermiera civettuola, e una donna in abiti da passeggio costosi che si guardava attorno speranzosa. Helene corse gi verso la mensa dell'ospedale. Aveva incontrato Jesse l dentro un paio di volte. Ma ora non lo vedeva, cos si sedette da sola a un tavolino d'angolo, esausta, e fiss dritto davanti a s. La sua mente ebbe un brivido e si spense. Medici, giovani uomini, le passavano a fianco: qualcuno stava ridendo forte, con una risata fragorosa come quella di Trick; gli uomini confabulavano insieme come se avvertissero che tutto fosse sotto la loro custodia, che tutto fosse loro. I visi stanchi e segnati dalle risate, visi giovanili e invecchiati, possedevano sicurezza, un potere, una mascolinit che in loro era inconscia. Helene li fissava tetra.

Qualcuno la tocc.

Torn in s, allarmata. Erano passate ore.

Cosa ci fai qui, Helene?

Era Jesse, allarmato quanto lei.

Un uomo di altezza superiore alla media: fitti capelli rossi, occhi stanchi e scuri nelle orbite come quelli di lei. Il suo gemello. Suo marito. Era un estraneo per lei, cadendole fra capo e collo in quel modo, uno dei molti uomini vestiti di bianco che passavano tanto frettolosi e tanto inconsapevoli intorno a lei, scorgendola a malapena; eppure non era affatto un estraneo ma suo marito. Le aveva afferrato il braccio, come in un moto di rabbia.

C' qualcosa che non va? domand Jesse accigliandosi.

No.

Si sedette di fianco a lei, molto vicino. La fiss. Sto proprio andando a fare colazione adesso,  tutto il giorno che corro come un pazzo... Sicura che vada tutto bene?

Avevo appuntamento da un medico stamattina.

Cosa? Dove?

Il suo viso le parve enorme. Riusciva a vedergli le lentiggini, le chiazze indistinte di lentiggini sulla fronte.

Che vuoi dire? sussurr Jesse.

Strinse le dita sul braccio. Era quasi uno spasmo, il modo in cui le si aggrappava. Lo sa. Era inconfondibile, il modo in cui si era avvicinato a lei e l'aveva reclamata.

Jesse, sembri cos stanco disse lei.

Si fissavano a vicenda, con espressione dura.

Intorno a loro, dietro di loro, le persone mulinavano e andavano a sbattere contro le sedie. Un uomo in bianco si sedette dall'altra parte del tavolo con una tazza di caff, ma Jesse non si volt. Fissava Helene e aveva una potenza, un'urgenza febbrile, fin nelle ossa della faccia.

Lei non aveva voluto che succedesse in quel modo.

Ma era successo: era l con lui, con questo specifico uomo. Erano insieme. Lui sapeva. Chin la fronte contro il bordo della spalla di lui, contro la rigida stoffa bianca che indossava, e chiuse gli occhi. Esausta, chiuse gli occhi.

Helene... sussurr Jesse.

Lei non riusciva a parlare. Premette la fronte contro quell'uomo e tutto si ferm.
8

Che genere di sanguinamenti?

Abituali.

Ma di che genere? Sangue nelle urine?

Sangue dal naso.

Sangue dal naso?

S. Sangue dal naso.

Jesse fiss l'uomo ed ebbe l'impressione che stesse mentendo. Ma perch mentire? Prese nota dell'informazione.

Brutti sogni. Faccio anche brutti sogni.

Jesse annu sovrappensiero.

Quel vecchio ristorante su cui abitavamo prima... Continuo a vederlo... Qualcosa con le scale, il mio vecchio... Brutti incubi davvero. Faccio lo stesso incubo tutto il tempo, di continuo... Sono tutti morti adesso.

Parlava con una rabbia cieca. Seduto sul letto, con l'ampio torace e la pancia che si gonfiavano sotto il camicione da ospedale, dardeggiava contro Jesse come se fosse lui il responsabile di tutti i suoi guai. L'espressione scaltra, evasiva malgrado la stanchezza. Gli puzzava l'alito. Era stato ricoverato per uremia. Jesse stava stendendo una relazione su di lui di fretta, e percepiva la tensione che saliva fra loro, una tensione senza senso, come se quell'uomo incolpasse Jesse del fatto che lui si trovava l a letto, malato, mentre Jesse stava stendendo una relazione su di lui. Era un animale feroce in una zona delimitata in modo netto dalle lenzuola, dalle sponde precise del letto.

E poi da che son qua, la mattina, non riesco a vederci bene. Vi faccio causa se voialtri mi state imbottendo di medicine sbagliate. Lampi di luce negli occhi, come a diventar ciechi. Conosco un avvocato e vi faccio causa fino all'ultimo centesimo.

Erano gi le nove e trenta del mattino e Jesse era indietro sulla tabella di marcia. Doveva sbrigarsi. Non c'era tempo per indagare sulla nota intima, subdola, spaventata nella voce di quell'uomo; una curiosit, quell'annotazione sulla sua cartella: era un lottatore professionista, o lo era stato; adesso aveva cinquantacinque anni e stava ingrassando. Voleva parlare con Jesse dei suoi brutti sogni, ma Jesse era di fretta e poteva solo annuire bruscamente, vagamente, pensando a Helene che era l nell'appartamento - aveva avuto la nausea di nuovo quella mattina, una nausea atroce, adesso era al settimo mese di gravidanza e avevano entrambi paura che potesse perdere il bambino, dopo tutti quei mesi di sofferenze - doveva telefonarle il prima possibile, era corso via dall'appartamento senza salutarla perch Helene non era uscita dal bagno. Era rimasta l dentro come per nascondersi da lui. Come poteva capirci qualcosa delle lamentele adulatorie di quell'uomo? Riesco a sentire il mio odore. Puzzo. Riesco a sentire il mio odore e puzzo disse l'uomo arrabbiato. State tutti aspettando che io muoia.

Jesse corse dal paziente successivo. Un'ora indietro sulla tabella di marcia che si era prefissato. In fondo alla sua mente la sagoma della moglie tremolava, pi sottile per lui del paziente in quella camera: una donna di trentaquattro anni con uno sguardo molto acceso, intenso, fisso. Mesi prima uno sguardo come il suo l'avrebbe impressionato; ora lo disturbava a malapena poich sapeva di essere solo una forma nell'aria che tirava fuori l'amarezza di lei, non aveva nulla a che fare con lui di persona. Ma continuava a perdere Helene, a perderla nello stanco ronzio dell'ospedale, nel suono dell'altoparlante e nello squittio delle ruote e nel suono della propria stessa voce, che faceva domande, domande. Nulla giungeva a conclusione. Piccole storie iniziavano e poi s'interrompevano bruscamente. Nulla veniva completato, nulla veniva finito; esauriva le domande e doveva correre nella stanza a fianco.

Quella donna aveva un cranio duro, lucente; i suoi capelli erano molto sottili. Fronte grande, brutale, minacciosa. Era stata ricoverata due giorni prima ma non c'era ancora nessuna diagnosi. Continuava a fissare Jesse intensamente, quasi come per socializzare, ma non rispondeva alle domande di lui. Dio Santissimo, pens Jesse. Un'infermiera si frappose tra loro, attraversando il campo visivo della donna, ma lei non parve vedere l'infermiera. Jesse doveva farle una rachicentesi. Le mani gli si raffreddarono. Lei avrebbe lottato, lo avrebbe fatto a pezzi; immagin quella sua dura bocca squadrata che si apriva e i denti che gli affondavano forte nel polso. Jesse prepar l'ago e si osserv bene le mani. Non tremavano. Non ancora. La donna cominci a lamentarsi mentre lui le si avvicinava. Un unico strillo acuto. Ma il suo corpo non si oppose, pesante e voluttuoso malgrado il camice bianco che indossava; quando fu finita ebbe le convulsioni o finse di averle, cos Jesse dovette tranquillizzarla.  tutto finito. Stia tranquilla. Tutto finito. Era stata mandata al LaSalle da un ospedale psichiatrico privato per indagare su un possibile tumore al cervello.

Era opinione personale di Jesse che fosse semplicemente pazza, ma probabilmente non avrebbe mai scoperto cosa le era successo.

E poi un vecchio che aveva avuto un ictus. Jesse cerc una vena buona ovunque. Inizi a sudare. Dove diavolo era una vena buona, non gli era rimasto pi nulla a quell'uomo? Braccia e gambe erano magre, spettrali. Jesse lo tast per quasi dieci muniti, con un laccio emostatico. Un giovane medico di nome Diebold, il capo degli specializzandi di turno, si avvicin a osservarlo. Jesse prese una vena sul piede sinistro dell'uomo e inizi con le flebo. Diebold fece un commento caustico e arguto a proposito di qualcosa - Jesse cerc di rispondergli con una risata - ma era consapevole, in modo vago e nervoso, di un'altra coscienza nella stanza, il vecchio che respirava rantolando, occhi chiusi, bocca appena aperta. Ma non c'era proprio tempo di pensare a lui.

Nel corridoio Diebold disse: Quel vecchio  morto, detto fra noi.  spacciato.

Jesse annu e si allontan.

Chiam all'appartamento ma non rispose nessuno. Al sesto squillo si sent chiamare: Dottor Vogel, dottor Vogel. Lo volevano in pronto soccorso, dove stava coprendo un altro tirocinante che aveva preso la mononucleosi. L'ascensore era troppo lento per Jesse, cos corse da basso per le scale di servizio; fuori l'aria di marzo scintillava di sole e salute che gli parvero molto lontane da lui. Non aveva tempo per loro. Al pronto soccorso dovette ripulire un giovane nero, portato l dalla polizia dopo un inseguimento e un incidente d'auto; tampon il sangue e rimise in sesto il ragazzo, mentre nel suo cervello risuonava lo squillo del telefono. Perch lei non aveva risposto? Se ne stava l in piedi, a guardarlo, sapendo che era Jesse?

Non litigavano mai. Il silenzio di lei, la sua strana, ostinata mitezza, lo confondevano. La gravidanza l'aveva sfibrata, le gambe le dolevano in continuazione, eppure non si lamentava mai, nascondeva le nausee come se se ne vergognasse, proprio come sembrava vergognarsi di essere una donna. Ma non si lamentava mai. Eppure Jesse si era imbattuto in una lettera che le aveva inviato Cady, in cui Cady alludeva a qualcosa che Helene doveva avergli scritto: Stai prendendo il suo desiderio di mettersi nella sanit pubblica troppo sul serio. S, sono d'accordo che sia un'illusione, ma passer. Jesse esagera... Quella lettera l'aveva punto sul vivo. Aveva desiderato strapparla in mille pezzi. Davvero Helene aveva detto che lui era un illuso, aveva veramente usato la parola illusione? - una volta lo aveva accusato, ma con molta gentilezza, di voler ottenere troppo, di volersi muovere troppo in fretta. Ma cosa voleva dire questo, cosa voleva dire Cady, dicendo che lui esagerava? La frase continuava a ricomparirgli davanti. Sono d'accordo che sia un'illusione, ma passer. Jesse esagera... Jesse aveva intenzione di specializzarsi in medicina generale l e di unirsi a una clinica della sanit pubblica nel giro di un anno o due; era proprio un obiettivo modesto. Cady avrebbe voluto che si preparasse a molto di pi. Jesse non capiva cosa mai stesse esagerando.

Ma lei era rimasta incinta, per lui. Avrebbe avuto il suo bambino, il primo dei suoi bambini.

I poliziotti portarono via il giovane. A quell'ora era ormai troppo tardi per il pranzo e in ogni caso Jesse non aveva appetito, cos and dritto al quinto piano per lavorare all'ennesimo nuovo ricovero con Myron Diebold; una donna di sessant'anni che era stata portata l in insufficienza cardiaca. Le sue gambe erano grottesche, gonfie da scoppiare. Diebold la sottopose a una sventagliata di domande e Jesse annot le risposte. Scriveva velocemente, con una grafia larga e spaziosa che si era inventato per s: il dottor Vogel che si appunta le informazioni, il dottor Vogel che inventa se stesso. Evidentemente quella donna aveva avuto la febbre reumatica da bambina; Jesse pens subito a Trick, che era andato in insufficienza cardiaca ad Ann Arbor, ma ne era stato tirato fuori e si era ripreso, perch stando alle ultime notizie che Jesse aveva avuto di lui, Trick viveva con i genitori in Minnesota. Jesse era contento che fosse sopravvissuto, eppure il pensiero di poterlo incontrare di nuovo un giorno lo metteva a disagio... Myron borbott a Jesse mentre uscivano: La vecchierella non mi sembra in forma. Spero non muoia subito. Cammin con Jesse lungo il corridoio, camminando veloce. Myron stava parlando di qualcosa, lamentandosi, dandosi vaghe e cogitabonde grattate al naso, e Jesse avvert un'ondata di disperazione al pensiero che nulla fosse mai portato a termine, nulla gli fosse mai davvero chiaro. Dal luglio precedente correva senza sosta. Aveva dovuto coprire troppi pazienti, lavorava con troppi altri specializzandi e tirocinanti, mentre le rispettive mansioni si sovrapponevano, non arrivava alla conclusione di nulla, perdeva i contatti con i pazienti che lo interessavano, non aveva il tempo di consultare le cartelle cliniche di quell'ospedale e sicuramente di nessun altro ospedale - all'inizio aveva desiderato con zelo rintracciare le cartelle dei bambini maltrattati, sapendo che i loro genitori li portavano da un ospedale all'altro, ma non aveva mai avuto tempo, e comunque l'avevano avvertito di non farlo perch avrebbe potuto mettersi nei guai. Non dormiva abbastanza e non mangiava abbastanza, aveva improvvisi attacchi di panico, aveva impulsi improvvisi di ridere nel momento sbagliato. Myron lo stava sgridando perch si era perso una colazione di lavoro per la seconda volta in una settimana. Jesse sorrise debolmente e gli disse che aveva avuto da fare. S, sembri esausto disse Myron in tono sbrigativo, sospirando; pure lui sembrava esausto. Ma Jesse in realt si era dimenticato della colazione di lavoro. La locuzione colazione di lavoro lo colp come fosse una parola straniera. La disse ad alta voce, come per provarla: Colazione di lavoro. Non riusciva a ricordare di aver mai usato quella parola in quel senso in vita sua prima di allora. Mi sono dimenticato della colazione di lavoro disse, mentre Myron lo guardava strano. Colazione. Colazione di lavoro. Colazione. Colazione.

Lasci Myron e sal alla saletta dei tirocinanti, e l dovette costringersi a scegliere fra andare al gabinetto o stendersi subito. Milton Kuzma stava dormendo su una sedia. Aveva i vestiti sporchi, con qualche traccia di sangue e di vomito. Jesse non voleva svegliarlo; Milton stava passando un brutto periodo in ospedale e a casa il bambino di due mesi disturbava le sue notti. Jesse non riusciva a decidersi: andare in bagno o stendersi? Era stanchissimo. Ma se si fosse steso forse si sarebbe dovuto alzare di nuovo di l a qualche minuto. Rimase di fianco a una branda, a pensare. I minuti passavano. Si premette l'indice contro i denti, sfregando la sottile patina piuttosto vischiosa che li ricopriva: la feccia residua di un attimo di panico, ora dimenticato. C'era un'altra cosa che doveva fare. Telefonare a sua moglie. S, doveva telefonare a sua moglie. Ma non riusciva a decidere se muoversi in avanti, indietro o in qualsiasi altra direzione. Sentiva le gambe lontane da s, non stanche ma impersonali, remote. Quella donna in insufficienza cardiaca: gambe gonfie. Liquido che le allargava la carne. Curioso, Jesse si pieg a toccare le proprie gambe, per vedere che sensazione dessero. Non ricordava di averlo mai fatto prima. Poteva sedersi sul bordo della branda e riposarsi cos, o poteva sdraiarsi e dormire, o andare al gabinetto subito e farla finita; oppure poteva telefonare a Helene.

Milton Kuzma si svegli con un gemito.

Jesse...? Cosa stai facendo? Che ore sono? disse Milton in tono vago. Si pass le mani sul volto. Ges, che brutta giornata. Ne hai sentito parlare, immagino. Quella ragazzina...?

Jesse rimase stupefatto davanti agli occhi assonnati e alle labbra secche e macchiate di Milton.

... l'hanno portata qui con la meningite...? Ges, se ne stava andando in fretta, e se tu sai com' finita per favore non me lo dire...

Poi lo chiamarono - dottor Vogel, dottor Vogel - con quella voce efficiente e priva d'espressione, e corse al telefono sollevato. Era bello sapere cosa doveva fare! Solo qualcuno che era morto, e il dottor Vogel sarebbe stato cos gentile da venir su a dichiarare il decesso? Era solo una rampa di scale. Il paziente, un uomo anziano, aveva un'aria familiare per Jesse ma Jesse non riusciva a ricordarselo. Lo dichiar morto. S, era morto. Una giovane infermiera bionda, tremando, stava dicendo a Jesse:  la prima volta che qualcuno muore mentre sono di turno... ma Jesse si era gi rimesso in marcia. Aveva nuovi ricoverati da controllare per tutto il pomeriggio, e dato che aveva deciso di non fare un sonnellino e di non pranzare, tanto valeva che cominciasse subito con loro. Ora che era in movimento, con le gambe tornate a muoversi attivamente, avrebbe sfruttato lo slancio. Era una specie di gravit, una gravit laterale. Gravit orizzontale. Era soddisfatto di s.

Sedette sul bordo di un davanzale e chiese di malesseri, sintomi, problemi, costretto ad alzare la voce in modo che l'uomo a letto lo sentisse. Non molto vecchio, ma era quasi sordo; diabete; problemi alla colecisti. E le malattie precedenti? Doveva chiedere tutto, ogni minima briciola di cattive notizie. L'uomo lo fissava con espressione stupida. Malattie precedenti? Dopo qualche spiacevole minuto Jesse ottenne una risposta, almeno qualcosa di cui prendere nota. Ora, le malattie di genitori, nonni, fratelli e sorelle? Sguardo sconcertato. Questo vecchio poteva aver avuto dei genitori? Nonni? Jesse riusc a cavargli qualcosa, qualcosa di cui prendere nota. S, s.

E ora un prelievo di sangue. Un'operazione semplice. Ma il vecchio trasal, poi indietreggi. Cominci a inveire contro Jesse. No! Vattene! Troppo giovane! Non tu! Jesse cerc di tranquillizzarlo. Prese il vecchio per un braccio e il vecchio si divincol. Poi, di rimbalzo, colp Jesse su un lato del viso. Non te lo do il mio sangue, non te lo do! Ti ammazzo! Bucati tu con quel coso! Jesse aveva paura che l'ago si fosse spezzato, ma sembrava integro. Torn ad avvicinarsi al vecchio, spiegandogli cose che aveva gi spiegato centinaia di volte. Il viso gli pizzicava lievemente. Stavolta i piedi del vecchio parvero prendere vita, si agitavano sotto le lenzuola. Si fece piccolo contro i cuscini rigidi, gemendo: No. No. No. Jesse teneva d'occhio il piede sotto le coperte e si chiedeva se l'uomo fosse abbastanza forte da tirarlo fuori di scatto e prendere a calci Jesse. Probabilmente no.

Bianco in volto, l'uomo lo fissava. La saliva gli luccicava intorno alle labbra. Jesse gli parl con dolcezza. Con dolcezza. Qualcuno si affacci dalla soglia e disse: Serve una mano qui? e Jesse, senza spostare lo sguardo, disse che tutto era sotto controllo. Il vecchio rabbrivid e allung un braccio verso Jesse. Ah, bene. Bene... Poi, al terzo piano, un ragazzino di quindici anni, nanerottolo e tutto pesto; la madre che camminava su e gi per il corridoio fra i letti, troppo profumata e impaziente come una ballerina. Il ragazzo era bruttino, con lividi sulla faccia e sulle spalle, graffiato, disorientato. Aveva il labbro gonfio ed esangue. Era caduto da una rampa di scale. Caduto o l'avevano spinto? si chiese Jesse mentre prendeva appunti. Era molto piccolo per la sua et. Apatico, occhi aperti ma vacui. Era ritardato? Jesse non si capacitava del numero di ritardati mentali che vedeva l. La madre si ferm di fianco a Jesse e si lament:  caduto. Cade in continuazione. Non riesce a camminare bene. O forse non ci vede bene. Cade perfino salendo le scale. I ragazzi lo spintonano, quei bastardi lo inseguono sempre.  da quando era piccolo che cade. Cade di testa. Gli sanguina il naso senza motivo... Quando ci mette le dita gli sanguina il doppio. Aveva l'alito intimo e liquoroso. Jesse cerc di non guardarle il maglione attillato e i pantaloni rossi, aderentissimi sui fianchi. Scarpe senza punta. Qualcosa tintinnava - i gioielli, forse gli orecchini - ma lui non voleva alzare lo sguardo. Continuava a toccare Jesse, ma molto piano, come se stessero semplicemente facendo conversazione. Cosa ne pensa, dottore? Lei  un dottore, no? A me sembra un po' giovane. Ma scommetto che sa quel che fa, eh? Che ne pensa di lui? Dicono probabile trauma cranico. Cos'? Quando posso portarlo a casa? Jesse visit il ragazzo e vide le vecchie cicatrici, i vecchi lividi giallastri, di qualche settimana prima, che si allargavano a macchia d'olio, vecchi bernoccoli, i denti guasti, i bizzarri occhi spenti. Nessuna resistenza. Jesse agit una mano davanti al viso del ragazzo e i suoi occhi non parvero accorgersi di nulla. Cieco?

La madre si stava lamentando con un tono di voce che si alzava e si abbassava nell'attimo in cui pensava agli altri pazienti nei letti vicini e poi se ne dimenticava presa dalla rabbia, poi se ne ricordava di nuovo in una specie di misurata vergogna. Non so quanto resister ancora. Mi sente?  un bambino cattivo. Lo picchiano in continuazione. Non ascolta. L'hanno sbattuto fuori da scuola, era talmente stupido. Quel maledetto di suo padre ciuccia birra e basta. Non  che la responsabilit sia proprio tutta mia. Senta, lo deve prendere a sberle anche solo per costringerlo a guardarla in faccia. Non sto scherzando. Ho dovuto prendermi un giorno libero al lavoro oggi solo per questo... Dopo qualche minuto Jesse individu uno dei medici giovani dell'ospedale e gli chiese un consulto. Poi, con la voce della donna ancora acuta e civettuola in testa, scese in mensa per le scale di servizio. Doveva mangiare. Mangiare era importante.

Si ricord del giorno in cui Helene se ne stava seduta l, seduta l e basta, da sola. Che shock era stato, avvicinarsi a lei e capire che non si accorgeva di nulla! Si era risvegliata solo quando lui l'aveva toccata... Gli odori del cibo lo scoraggiavano, ma Jesse si fece largo tra la piccola folla e prese un vassoio. Era ancora bagnato. Jack Galt, un altro tirocinante, si volt per parlargli. Viveva vicino a Jesse e a volte passava a trovare lui e Helene; un giovane con gli occhiali, alto, magro e leggermente incurvato, molto intelligente, molto nervoso. Stava parlando a Jesse con entusiasmo. Qualcosa a proposito di un medico fuori citt che quella mattina aveva avuto un attacco di cuore nel corso di un'appendicectomia di routine. Jack era di turno in chirurgia. Jesse non riusciva a prestargli molta attenzione perch doveva decidere cosa mangiare: meglio un panino al tonno, col pane bianco avvolto nel cellophane, o uno con l'insalata di pollo, col pane di grano spezzato? Osservava i panini mentre Jack parlava. Jack gli diede un colpetto sul braccio. C' la fila dietro di te disse. Jesse si precipit avanti e prese solo una tazza di caff. Dopotutto non aveva una gran fame. Jack gli si sedette di fronte, sospirando per la spossatezza e per una specie di disperazione artefatta. Che casino di sopra! Quel tizio si  semplicemente accasciato. Eravamo tutti nel panico! Una volta quando Jack era venuto a trovare i Vogel si era lamentato con quello stesso tono di un suo amico che aveva restituito una sinfonia di Mahler, un disco, tutto graffiato; e ora Jesse confondeva queste vecchie notizie con le notizie che parlavano di quell'attacco di cuore in sala operatoria. Si sentiva le vertigini. C'era una cosa che lo tormentava: doveva tornare di sopra e controllare il caso di uremia? Non aveva fatto tutto il necessario per quell'uomo. E quando quell'uomo aveva cercato di parlare dei suoi brutti sogni Jesse non aveva reagito... E il ragazzo tutto pesto con la madre. Doveva verificare, vedere se avesse una storia di ricoveri registrata. Qualcuno lo picchiava, era ovvio. Ora Jack Galt stava spettegolando su Milton Kuzma, a cui il dottor Perrault aveva fatto passare un brutto quarto d'ora solo il giorno prima. Jesse ne aveva sentito parlare? Tutti erano d'accordo che non fosse stata colpa di Milton, di qualunque cosa si trattasse. Ed era accaduto qualcos'altro, non a un paziente di Perrault ma a un uomo che veniva da fuori citt: un malato d'ulcera che aveva avuto un'emorragia e aveva perso un litro di sangue nell'atrio. Jack disse tagliente: Stai rovesciando il caff, Jesse. Per qualche motivo questo ricord a Jesse che aveva bisogno di telefonare a casa.

Abbandon il caff e Jack Galt e and a cercare un telefono. Tutti occupati. Poteva tornare su nella saletta. O aspettare. Decise di aspettare. Poi sent chiamare il suo nome, e fu richiamato al terzo piano per dare un'occhiata a un paziente con Myron Diebold e il dottor Costello, che stava illustrando i problemi del paziente quando Jesse entr nella stanza. Il dottor Costello aveva una piacevole voce acuta. Dolore addominale senza diagnosi: non era la colecisti; ernia, un calcolo da qualche parte? Costello era un uomo molto pragmatico, sulla quarantina, con sopracciglia ordinate e severe e l'abitudine di salire in cattedra con i suoi subalterni a prescindere dalla conversazione. Jesse era sempre modesto in sua presenza. Pose allora una domanda a Jesse e, anche se avrebbe potuto arrivare a una conclusione plausibile, Jesse ritenne pi prudente dire che non lo sapeva. Diebold tent una risposta e venne interrotto da un Costello trionfante: Ah! E questa dove l'ha scovata?. Diebold arross. Dopo questo episodio, Jesse sal verso la saletta e il gabinetto, finalmente, e ora un altro tirocinante stava dormendo sulla sedia al posto di Milton Kuzma, con il respiro rauco e affaticato. Jesse ci mise un bel po' a lavarsi le mani, con aria sognante. Poi venne chiamato di nuovo gi al pronto soccorso: un bambino che aveva non pi di tre o quattro anni, viso e testa gonfi, soprattutto le palpebre e le labbra. Era privo di sensi. Jesse stim un centinaio di punture, punture d'insetto di qualche tipo. Grandi rigonfiamenti rossi, minuscoli puntini feroci macchiettati di sangue, aree di pelle violacea... Elaborati bozzi di colore vivace che si sovrapponevano uno con l'altro. La madre, che sembrava sui sedici anni, gironzolava l vicino, piangendo. Ges, certo che fa impressione disse uno dei medici di turno, con un piccolo fischio. Le palpebre del bambino erano rigonfie e chiuse, le labbra enormi, come ingrandite, la pelle sensibile e di un rosso vivido, sottilissima per la tensione intensa a cui era sottoposta. Jesse si sent male. Un sapore di veleno improvviso in bocca: il veleno che circolava nel sangue di quel bambino.

Quando ebbe finito, telefon di nuovo a Helene. Questa volta rispose al telefono. S, pronto, sei tu Jesse...? chiese debolmente. Prov per lei un'ondata d'amore che aveva a che fare con il bambino che aveva appena visto; lo spavent, il suo amore per lei e per il bambino che portava in grembo, la sua dipendenza da lei. Le chiese come si sentiva. Helene rispose con poche parole: ancora un po' di nausea, ma niente di pi. Poi piombarono nel silenzio. Il tipico silenzio. Jesse era improvvisamente ansioso di farla parlare, era disperato, colpevole... Doveva farla arrivare alla fine della gravidanza, doveva impedirle di fuggire da lui... Inizi a sfregarsi un occhio in quel silenzio, chiedendosi a cosa stesse pensando lei. Temeva che fuggisse da suo padre, che tornasse a Cambridge e alla comoda vita isolata che aveva condotto l. Cosa aveva voluto dire la lettera di suo padre, cosa aveva voluto dire lui parlando dell'esagerazione di Jesse? Ma non osava chiedere. Invece, come se gli fosse appena venuto in mente, chiese: Helene, che ore sono?. Le dieci. Le dieci di sera? disse, sorpreso. Smise di sfregarsi l'occhio e si guard attorno nella saletta. S, doveva essere la fine di una giornata, perch sul pavimento erano sparpagliati dei giornali; mozziconi di sigaretta nei portacenere, alcuni dei quali erano anche sul pavimento. Odore di stanchezza, di stantio. Ma dov'era andata la giornata...? Sent che forse stava perdendo la testa. Sei sicura che siano le dieci di sera? chiese.

Dalle finestre della saletta si vede il buio all'esterno. Non l'aveva notato prima.

Helene gli parl con dolcezza, come consapevole del suo stupore. S, s, continua a parlare. Amami, pens Jesse. Cerc di immaginarsela, sua moglie: la sua pelle sottile che sbiadiva con la gravidanza, i suoi capelli flosci e pieni di doppie punte, non pi cos ben pettinati all'indietro. Le vene rigonfie sulle sue gambe. Gambe snelle, vene che si rompevano. Un corpo troppo gonfio, sproporzionato e difficile da mantenere in equilibrio. Le faceva male la spina dorsale. La sua spina dorsale era troppo delicata per il pancione. Non faceva posto al bambino, non intendeva cedere, essere elastica. Una spina dorsale cocciuta. Una spina dorsale tanto cocciuta avrebbe potuto spezzarsi... Sotto le sue ordinarie parole di moglie c'era un silenzio, ancora, che lo rimproverava perch non la conosceva. Ma Jesse conosceva davvero qualcuno, quanto poteva avvicinarsi a conoscere qualcuno? Cosa doveva fare per conoscere lei?

Una volta era venuta a prenderlo in ospedale, alle otto del mattino. L'aveva vista attraversare il parcheggio, farsi strada con rapidit e destrezza attorno alle automobili parcheggiate, e dal nulla era comparso un uomo; quell'uomo parve sbarrarle la strada, e poi si interruppe, si ferm, si accese una sigaretta con le mani a coppetta intorno a un fiammifero, voltandosi piano per guardarla correre oltre. Jesse si era arrabbiato per l'arroganza dell'uomo, ma Helene gli aveva semplicemente scoccato un'occhiata fredda e sprezzante, senza trasalire, levando il volto verso l'uomo proprio al momento giusto, senza dir nulla, respingendolo con la propria arroganza. Se l'uomo le avesse detto qualcosa o meno Jesse non lo sapeva e non avrebbe voluto chiederlo. In quell'istante lui stesso si era sentito in qualche modo indebolito e scacciato, come fosse il fratello di quell'uomo cos freddamente ignorato e non il marito della donna...

Il sorriso privato di lei, lento, giovane e femminile. La sua pelle cinerea. La lunghezza del suo corpo cinereo, stranamente snello a parte quella pancia gonfia. Pensava a lei di continuo e gli sembrava che il segreto del mondo fosse in qualche modo dentro di lei, nel suo corpo, posseduto per caso da lei ma a lui nascosto. Cosa doveva fare per apprenderlo, per apprendere lei? L'occhio gli prudeva dolorosamente e se lo sfreg forte. Anne-Marie l'aveva conosciuta meglio. Ad Anne-Marie era stato pi vicino. Quante volte hai dato di stomaco oggi? le chiese con titubanza, sapendo che lei odiava parlarne. Non rispose subito. Poi disse:  solo che non avevo voglia di rispondere al telefono quando  suonato. Non avevo voglia. S, lo so, ma come stavi? Stai meglio adesso? domand Jesse. S, sto meglio adesso. Sto meglio disse lei con asprezza. Qualche altro secondo di silenzio... Jesse inizi a sudare, chiedendosi cosa fare. Poi Helene prosegu con lo stesso tono: Ho mangiato qualcosa per cena cos pi tardi avr qualcosa da vomitare. Grazie per l'interessamento. Domattina vomiter ancora - mezzo litro o un litro -  tutto prevedibile. Ho risposto alla tua domanda?. Jesse, scioccato, guardava il buio fuori dalla finestra, le luci del parcheggio. Dopo un minuto o poco pi Helene disse in tono diverso: Quando torni a casa, domattina?. S rispose Jesse. Vuoi che venga a prenderti? chiese lei.

Jesse non parve udire la domanda. Stava in piedi sfregandosi l'occhio lentamente, pensierosamente. Helene disse: Jesse, se metto al mondo questo bambino tu non me ne farai avere un altro. Vero? Non un altro bambino, Jesse. Tu non mi farai avere un altro bambino, vero...?. Aveva qualcosa nell'occhio, forse un ciglio. L'altro giorno aveva lavorato per dieci duri minuti per tirare fuori un ciglio dall'occhio arrossato di una donna. Lacrime. Un minuscolo ciglio pungente. Sar meglio che venga a casa disse Jesse. Helene rise e disse in tono leggero: No. No. Non ce n' motivo. Non dicevo sul serio. Non sono nemmeno sicura di aver detto quelle cose.

Si salutarono e Jesse rimase col ricevitore in mano. Un vicolo cieco. Nemmeno un segnale di linea. Nulla.

Le donne si presentavano all'ospedale, sanguinando. Tutto il tempo. Nel tentativo di rimuovere la carne all'interno dei loro uteri, frenetiche per il bisogno di raschiarsi. Che disastri facevano, e poi toccava ad altri pulire...! Feti grandi come il pugno di un uomo. Catini pieni di sangue. I medici dicevano che erano pazze. Perch tanta furia? Tanta ferocia? Selvagge come bestie che si rivoltano contro se stesse, ma anche molto furbe e fantasiose. I medici dicevano che erano pazze ma Jesse non credeva che fosse cos semplice. Qualche settimana prima un'infermiera del turno di notte aveva chiamato Jesse da basso. C'era una donna che sanguinava intensamente, sembrava sorpresa e sconvolta. In effetti, era appena entrata dalla strada; aveva chiesto dove fosse il bagno delle signore. Voleva darsi una sistemata, diceva. Quando Jesse era arrivato da basso il sangue stava sgocciolando libero sul pavimento, trasformandosi in un piccolo ruscello. La donna, poco pi di vent'anni, era una ragazza sana dalle ossa grandi con petto e pancia pesanti. Non voleva sedersi. Continuava a barcollare in giro, reggendosi agli schienali delle sedie, a un tavolo. Era vestita in maniera bizzarra per quel periodo dell'anno: indossava solo un top senza maniche di una stoffa beige simile alla seta ed economica, infilato in una gonna di tweed che secondo la moda era troppo corta da diversi anni. Era scossa da brividi convulsivi. Il petto si alzava e si abbassava. E ancora, con tutta quell'emorragia, non voleva sedersi. Jesse e Jack Galt, che stavano coprendo il pronto soccorso insieme, dovettero calmarla. Il sangue le colava gi dentro le scarpe. Sul pavimento. Jack cercava di spingerla in una direzione, ma lei si voltava e si stringeva contro Jesse alla cieca, e poi di nuovo verso Jack, mentre una delle infermiere cercava di convincerla a sdraiarsi. Alla fine la misero sul tavolo operatorio. Prese Jesse per un braccio e url: Non so cos', dottore!  successo e basta. Non so cos'.... C'era sangue ovunque e quando Jesse tent di fare un esame vaginale la donna prese a lottare contro di lui. Ci vollero diverse persone per tenerla ferma. No, lasciatemi andare! Loro non sanno dove sono andata... mi stanno aspettando a casa... L'emorragia pareva in peggioramento. Jesse, ora in preda al panico, era coperto di sangue. Stava per morire dissanguata davanti a lui. Morire dissanguata. Cerc di visitarla di nuovo. Stavolta ne venne fuori con un pugno di sangue scuro e coagulato e carne e quelle che sembravano schegge di vetro... Poteva essere vetro? Le schegge erano piuttosto grandi, pezzetti incurvati di vetro comune, probabilmente da una bottiglietta di succo di frutta; Jesse aveva osservato i motivi a losanga rossi e gialli sul lato esterno...

Le urla della donna. Urla.

Una bottiglietta di succo di frutta incastrata verso l'utero.

Myron Diebold entr nella saletta. Jesse, sorpreso, rimise a posto il ricevitore del telefono. Myron porse un panino a Jesse. Dottor Vogel, amico mio, Jack Galt ci stava dicendo che non sembri molto in forma. Ecco. Forse hai fame. Jesse scart il panino con impazienza. Era un panino formaggio e lattuga con pane bianco, non della mensa ma della macchinetta automatica; ma la sua bocca saliv con violenza. Lo mangi in quattro o cinque bocconi. Ora, perch non dormi? disse Myron. Io rester nei paraggi ancora per un'altra ora e posso coprirti.

Va bene disse Jesse.

Hai sentito di Milt Kuzma...?

S disse Jesse, non volendo sentire altro.

Perrault gli ha davvero fatto passare un brutto quarto d'ora. Stai alla larga da Perrault.

S.

 arrivato niente di interessante oggi?

No.

Myron se ne and e Jesse si sedette sul bordo di una delle brandine. Non si sentiva stanco. C'era una cosa che lo tormentava: quel ragazzino, quel nanerottolo. Quegli occhi opachi e vacui. Di certo non aveva visto il ragazzo prima d'allora. Ma il ragazzo aveva un'aria familiare. Doveva controllarlo ancora, doveva tornare alla stanza quando la madre non era in vista e fargli qualche domanda. Doveva mettere una nota speciale sulla cartella clinica: ferite sospette. Irrequieto, Jesse si alz e, non avendo nulla da fare, scese al terzo piano. La notte, quando tutto era pi tranquillo, l'ospedale non pareva cos frastornante; ogni piano aveva il proprio aspetto inconfondibile, le proprie luci ombrose gettate da certe sistemazioni nei gabbiotti delle infermiere e dalle macchinette automatiche che vendevano caff e sigarette. Ogni piano pareva avere il proprio odore, il proprio sapore. Jesse non riusciva a ricordare in quale camera fosse il ragazzo. Era certo che fosse su quel piano. Domand a una delle infermiere, che gli sorrise in modo curioso. Quando le chiese del ragazzo con le ferite alla testa, lei non parve sapere di chi stesse parlando... Presero un caff insieme e Jesse pens a disagio ad Anne-Marie. S, era stato legato a lei, l'aveva amata. Ricordava la violenza della sua passione per lei. Poi la sua mente salt a Trick, poi al collasso di Trick sul marciapiede. Che crollava. Le sue gambe che crollavano. Jesse inizi a respirare velocemente, come se fosse sfuggito a qualche orribile pericolo.

Dopo qualche minuto inizi a sentirsi meglio. Sarebbe passato a controllare il ragazzo di l a pochi giorni. Avrebbe verificato in altri ospedali, avrebbe visto se ci fosse modo di recuperare la storia clinica del ragazzo altrove. Credeva di poterci riuscire. Ora che tutto era pi tranquillo... C'era la possibilit di portare a compimento qualcosa, di seguire qualcuno fino alla fine, e non questi frastagliati stralci di persone, le loro personalit ridotte a una colecisti, a un cuoio capelluto lacerato, a una chiazza di pelle contusa. Li amava, quanto voleva aiutarli...! Li amava davvero. Avrebbe potuto infilarsi nel letto con loro, accostando la propria lunghezza alla loro. Collegarsi a loro: il suo sangue e i suoi fluidi corporei che fluivano dentro di loro. Il suo vigoroso battito cardiaco avrebbe incoraggiato il loro... Quella piccola infermiera gli disse di chiamarsi Rosemary. Era molto interessata a tutto ci che lui aveva da dire. Esausto, Jesse cominci a parlare. Parl del bambino con le punture d'insetto, del vecchio che lo aveva picchiato, di quel relitto di ragazzino nanerottolo e di come avrebbero dovuto essere curati i suoi genitori, non solo lui, perch era ovvio che fossero malati, erano tutti matti, l'intera famiglia avrebbe dovuto essere portata dentro. Non solo una vittima. L'intera famiglia disse Jesse. Rosemary pensava che fosse un'idea meravigliosa.

Non si dovrebbe permettere alla gente di morire, disse Jesse d'un fiato. Non si dovrebbe abbandonarla. I medici non dovrebbero mai arrendersi, mai, non importa quanto siano stanchi...

Rosemary pensava che fosse un'idea meravigliosa.

Jesse si sent la gola secca. Stava parlando troppo. Salut con riluttanza, allontanandosi, e la piccola infermiera contraccambi con riluttanza, come se le seccasse lasciarlo andare.

Sal alla stanzetta di reperibilit dei tirocinanti, dove si stese rigido e prese in considerazione l'idea di dormire. Ma se si fosse addormentato il telefono avrebbe probabilmente squillato. Aspettava che squillasse, agitandosi di tanto in tanto come fosse addormentato, consapevole dei propri muscoli che si agitavano in modo bizzarro. Non era addormentato, ma sogn quel pugno di sangue coagulato nero e sangue rosso vivido che aveva tirato fuori. Una bottiglietta di succo di frutta rotta. Che sorpresa gli aveva fatto quella giovane! Le donne erano sempre delle sorprese, per; dai loro corpi poteva uscire di tutto... Si mise seduto, spaventato. Pensava che il telefono avesse squillato, ma chiaramente si era sbagliato. Cos di distese di nuovo e si addorment. Torn subito al sogno sul corpo di quella donna, tutto quel sangue, il casino, il feto mutilato. Il corpo di una donna e le sue oscure sorprese. Come un corridoio: come il corridoio fuori dalla porta di quella stanza. Nella stanza faceva troppo caldo. Il corridoio era pieno di spifferi, soprattutto vicino alle scale di servizio. Caldo e spifferi. Il caldo che aumentava, l'aria fredda che lo tagliava in due, caldo e freddo, su e gi. I corridoi erano avventure. Le porte si spalancavano a destra o a sinistra, porte che ti stuzzicavano a entrare. Prima apri la zanzariera, poi la porta interna. Gira il pomello. Spingila e aprila.

Il telefono squill, svegliandolo di soprassalto. Sobbalz dal terrore.

Solo l'una.

Lo chiamarono per dare un'occhiata a un caso di colecisti in postoperatorio. La donna piagnucolava che aveva paura di morire. Jesse non si prese la briga di arrabbiarsi con l'infermiera, si limit a passarle oltre e and a controllare la donna. Stava piangendo e si aggrappava al braccio di Jesse. Era una camera semiprivata, e l'altro paziente, una donna addormentata, russ per tutto il frenetico consulto. La faccia di una donna cambia cos in fretta, pens Jesse, sembra che cambi colore... Ma perch piange ora? Va tutto bene disse Jesse con dolcezza.

Il viso di lei era enorme per la paura, si contraeva, rabbrividiva, tutta la sua forza umana di donna concentrata su di lui, aveva bisogno di lui. Non poteva andarsene. Rimase con lei mentre piagnucolava sul morire, sul dolore che provava, sulle infermiere brusche, sul sapore che aveva in bocca... Jesse la tranquillizz a parole. Parole. Non era sicuro che tutto ci fosse reale o parte del suo sogno. Lei mugugn qualcosa sulla sua et: aveva l'et di suo figlio. Jesse arross come se gli avesse fatto un complimento spropositato. Dopo circa venti minuti su questo tono, con l'infermiera di notte che gironzolava intorno zitta e curiosa, Jesse venne convocato in psichiatria, dove un paziente aveva iniziato a vomitare violentemente. L'infermiera al telefono disse a Jesse che l'uomo stava cercando di vomitarsi gli organi interni. Jesse si precipit l, chiedendosi se l'infermiera lo stesse prendendo in giro, se per caso la notte non ci fosse qualche complotto per costringerlo a non fermarsi, per impedirgli di dormire, per scherzare con lui, per gettarlo in pasto alle rogne pi triviali e banali... Ma rallent alla vista del paziente. S, sembrava davvero una faccenda seria. Un enorme ciccione, non molto pi vecchio di Jesse; ammassi di carne, grasso, ciccia, il petto nudo e tremolante chiazzato di vomito e sangue - dardeggianti occhi da pazzo. Oh, quegli occhi! Jesse ci stava facendo l'abitudine.

Odiava i grassoni. Odiava i pazzi. Be', forse non li odiava sul serio, no, perch l'odio era fuori posto nel suo lavoro; lo agitavano. Avevano una malattia che non lo interessava. Ai pazzi non si poteva infilare dentro un tubicino e cavar fuori il veleno o il fluido in eccesso; non si poteva attaccare una flebo con un po' di plasma e fluidi e rimetterli in salute. La loro malattia era una malattia testarda, testarda come un pugno che non si riesce ad aprire... Quel paziente aveva le convulsioni. Si gettava di qua e di l come un piccolo elefante, una piccola balena. Jesse si chiese se non fosse in qualche modo riuscito ad avvelenarsi, il suo vomito emanava una puzza cos innaturale. Mise l'uomo in contenzione e disse con voce ipnotica, sfinita: Non sta per morire. Non sta per morire. Non abbia paura. Il cuore dell'uomo batteva a ritmo folle, come se volesse scoppiare; ma Jesse non aveva intenzione di lasciarlo scoppiare. Non quella sera. Non quando Jesse era di turno. L'ago che tent di usare sull'uomo si spezz in due e quindi ripieg su un sedativo rettale, e ormai la stanza puzzava. Bleah, quanto odiava il grasso! E quegli strati di grasso! Nessuna parte del corpo era brutta di per s, nessun viso era davvero brutto, ma quantit tali di grasso non appartenevano proprio al regno fisico, erano una specie di oscenit spirituale.

Gli occhi si rivoltavano indietro nelle orbite. L'uomo perse conoscenza all'inizio di una convulsione. Ah, ecco disse piano Jesse. Tampon con una spugna il viso bagnato dell'uomo. Poi tampon la propria, di faccia, respirando forte. Chiese alle infermiere del paziente, curioso come sempre, eppure cauto, perch a volte aveva paura di ci che poteva sentirsi rispondere. Nella vita reale disse un'infermiera, aggrottando la fronte, insegnava alle superiori.

Nella vita reale!

Jesse fiss il grassone. Respiro roco e difficoltoso, piccole contrazioni della pelle, spasmodiche contrazioni delle dita... Jesse avvert la propria pelle pungere, come sul punto di contrarsi per empatia con l'uomo. Jesse odiava la morte. Odiava il modo in cui la gente cercava la morte, come allungandosi per raggiungerla, grugnendo per lo sforzo. Perch tanti di loro volevano morire? Era terribile vedere un essere umano convinto di dover morire.

Le infermiere, schizzate di vomito, raccontarono a Jesse tutti i guai che quel giovane aveva causato loro. Mentre parlavano, imbronciate e vagamente eccitate, Jesse osservava l'uomo privo di sensi, questa creatura grassa, malata, che gli sembrava esistere ai limiti della vita umana, della realt umana, a malapena compresa nella famiglia del genere umano. Lo spaventava, la massiccia sicurezza carnosa dell'uomo, il suo essere assoluto, come se tutta quella carne fosse una parodia della modesta carne di Jesse. Il viso dell'uomo ebbe una contrazione e parve attraversare qualche cambiamento. Rapidi lampi di sogni - incubi - gli contorcevano il viso e lo sformavano, poi tornavano a rilassarlo. Cosa stava sognando? Jesse avvert un improvviso desiderio, un desiderio quasi doloroso, di sapere cosa stesse sognando quell'uomo. Avrebbe trascorso tutta la vita al servizio dei malati, era pronto a cedere molto della propria vita per loro, eppure non avrebbe mai saputo cosa succedeva nelle loro teste...

Corse di sopra per farsi una doccia, per togliersi di dosso quella sporcizia. Non riusciva a sopportarla. La grande faccia tirata del grassone gli restava nella mente. Era quasi una faccia umana, eppure non del tutto umana. Jesse credeva di avere a sua volta una faccia segreta, una faccia mostruosa che conferiva il suo tocco speciale ai suoi lineamenti normali e che lui doveva combattere, tenere nascosta. Non aveva mai davvero visto questa sua faccia segreta. Quel ciccione mostruoso aveva mostrato la sua vera faccia rabbiosamente, ferocemente, senza vergogna. E il suo cuore... Jesse l'aveva sentito quel cuore, enorme e martellante. Quale intimit, Jesse che sentiva il cuore di un estraneo! Quanto erano stati vicini, come fratelli, come gemelli...! Jesse si arrovellava sulla puzza atroce del vomito. Era stato qualche tipo di veleno?

Insaponato e risciacquato per bene, strofinato e asciugato con un telo. Sospir. Si stese e il fondo della sua mente s'intorbid subito. Si stava bene e in pace in quella brutta stanzetta, la sua stanza privata per la notte... S, era bello essere di turno, essere responsabili di tante persone. Gli dava felicit essere l e sapere che c'era bisogno di lui. Nel giro di una settimana sarebbe passato in chirurgia, cosa di cui aveva un certo timore perch temeva il dottor Perrault, che era il primario di chirurgia... E in verit non provava interesse per la chirurgia, lui voleva darsi alla medicina generale. Esercitare la medicina generale: la sua vita lo stava conducendo in quella direzione.

... Svegliato improvvisamente da una telefonata: le tre. Un'infermiera da qualche parte nell'ospedale voleva il permesso di dare una pillola per dormire a qualcuno mezz'ora prima di quanto programmato. Jesse si stese di nuovo e doveva aver dormito, perch il telefono squill di nuovo, squillando forte, e salt su con il cuore che martellava e per un istante non riusc a pensare a dove si trovasse. Helene? Era successo qualcosa a Helene? Chiamavano dal pronto soccorso: un'infermiera che sembrava isterica. Jesse si infil i pantaloni, inciampando. Le cinque e quindici. Quando Jesse arriv di sotto cap perch l'infermiera fosse isterica: un uomo perdeva un copioso flusso di sangue da quello che pareva proprio il basso ventre, l'inguine, tenuto fermo su un lettino da due addetti dell'ambulanza e un'infermiera. Grida. Confusione. Mio Dio disse Jesse quando vide cos'era la ferita. Per un momento non riusc a muoversi, era paralizzato, e poi l'orrore di ci che vedeva fece scattare qualcosa nel suo cervello: troppe cose da valutare, doveva affrontare un passo alla volta. Primo, far sdraiare l'uomo. Sdraiato bene. Una giovane donna che doveva essere stata a bordo dell'ambulanza era sulla traiettoria di Jesse e lui la spinse da parte con impazienza e si mise al lavoro. Quanto sangue! Perch c'era tutto quel sangue? L'uomo aveva poco meno di quarant'anni; aveva un volto che doveva esser stato bello ma ora si era fatto bianco e duro, macchiato del suo stesso sangue. Sangue fra i capelli. Aveva le labbra bianche e lottava per respirare, lottava contro l'infermiera e Jesse. Il battito cardiaco era fuori controllo; l'uomo era andato in shock. Jesse sistem le barriere contenitive e il lettino venne fatto scattare all'indietro, e ancora l'uomo lottava, e Jesse dovette tenere a bada una sensazione di soffocamento. Tutto quel sangue lo impressionava, ci stava perfino scivolando dentro, eppure sapeva che il sangue non era molto importante - era la dotazione pi facile da procurasi - non aveva che da fare un prelievo e preparare una trasfusione, s, lo aveva fatto molte volte prima di allora, solo che adesso le sue mani erano cos piene di sangue e le infermiere cos spaventate e la strana giovane donna - era poco pi che una ragazzina, aveva forse vent'anni - cos terrorizzata che la sua mente sembrava sul punto di andare in pezzi. E se troviamo parti di vetro rotto incastrate nell'inguine di quest'uomo? Ma l'uomo l'aveva fatto con un coltello, secondo l'addetto dell'ambulanza, tutto da s con un coltello. Un coltello! Jesse ascoltava e continuava a lavorare, a lavorare cos in fretta che non aveva tempo di andare in pezzi. I testicoli squarciati, odiati con tanta ferocia e squarciati con tanta ferocia... Ma era tutto sotto controllo. Jesse non avrebbe commesso errori. Non provarci, pens mentre l'uomo cercava di gettarsi indietro, come per fuggire dalla sua stessa ferita. Non provarci, non si muore stanotte, non in mano mia! Odore pungente di alcol. Odore di panico.

La giovane donna, indietreggiando, era andata a sbattere contro un altro lettino. Teneva le mani protese in avanti in gesto di supplica. Mani macchiate di sangue. Unghie che erano state dipinte con cura, di un rosa molto pallido, e ora le mani macchiate di sangue. Jesse alz gli occhi sul suo viso. Stava guardando l'uomo che sanguinava, lo guardava fisso, col viso reso infantile dalla preoccupazione. La pelle sembrava di colori leggermente diversi, o punte di colori, come petali sovrapposti a petali. Una pelle molto bella, sana. Gli occhi della ragazza erano dilatati, stupefatti, come se stesse guardando in direzione di Jesse attraverso l'acqua, incapace di mettere a fuoco, di credere. Snella, bionda. Pennellate di sangue sul viso come tenui pennellate di acquarello. Indossava qualcosa di beige - anche questo macchiato di sangue, zuppo di sangue sul davanti. Ci manca solo che svenga, pens Jesse.

Una chiamata per qualcuno che aveva cercato di uccidersi stava dicendo a Jesse l'autista dell'ambulanza sovreccitato, ma, Ges, che sorpresa! Ho quasi vomitato! L'ho dovuto portare fuori subito attraverso l'atrio del Palmer House, sanguinava come un maiale!

Jesse sbatt le palpebre.

Gli pass per la mente che non aveva pagato il panino al formaggio che aveva mangiato quella sera.

Nel giro di qualche minuto l'emorragia era sotto controllo, l'uomo attaccato alle flebo; i pantaloni ridotti a un grumo sanguinolento ai suoi piedi, come fossero stati parte di lui, amputati e scartati. Jesse si sentiva come se lo stesse spingendo una vigorosa folata di vento, un elemento turbolento e buono. Intorno a lui c'erano persone tremanti, esauste. Sembravano malate. Pallide quasi quanto l'uomo sul lettino. Ma Jesse si sentiva la testa leggera e non pot impedirsi di gongolare: Stanotte non morir nessuno se posso evitarlo. Ripulendosi, si guard intorno nella stanza a soqquadro, le superfici metalliche luccicanti, gli schizzi di sangue come punti esclamativi, e tutto gli pareva gestibile adesso, sotto il suo potere, un'area sacra che dominava. Stanotte non morir nessuno...

Dov' andata lei? url Jesse.

La giovane donna era sparita.

Corsero fuori in corridoio. Era sparita. Una delle infermiere scese in un gabinetto delle donne ma era vuoto.

Dov' andata? Cos' successo? domand Jesse.

Dovette stendere la relazione medica con l'aiuto dell'addetto dell'ambulanza e del portafoglio dell'uomo, ripescato dai pantaloni insanguinati. Jesse stava scrivendo la relazione quando arriv Milton Kuzma.

Jesse disse. Era pi che un saluto. Jesse alz lo sguardo, un po' confuso. Milton era in abiti da tutti i giorni e per un istante Jesse non lo riconobbe. Jesse... tutti parlano di quello che  successo qui;  davvero un casino, a vederlo  un casino... Ma senti, Jesse, non c' nulla di cui preoccuparsi disse, poggiando la mano sul braccio di Jesse mentre Jesse tentava di mantenere una parte di attenzione sul modulo della relazione, il fatto  che sono venuto qui a prenderti per via di Helene, ma non c' nulla di cui preoccuparsi,  tutto normale e regolare... Jesse? Helene ha iniziato ad avere dolori qualche ora fa e ci ha chiamati, e Susan l'ha accompagnata al Women's Hospital. Non  riuscita a mettersi in contatto con te. Va tutto bene, Jesse,  tutto sotto controllo, non preoccuparti... Blazack lo sa e sta arrivando, a quest'ora del mattino... Secondo me  eccezionale da parte sua... Jesse, mi ascolti? Le contrazioni sono ravvicinate adesso - quindi, Jesse - senti, Jesse, ora ti copro io e tu puoi andare in ospedale. Il Women's Hospital, capito? Sai cosa fare? Ho detto al taxi di aspettare fuori sul retro e ti aspetter.

Cos'hai detto? disse Jesse, alzando gli occhi.

Metti gi quella roba, vieni di sopra con me e fatti una doccia e cambiati. Hai tempo a sufficienza disse Milton severo. Andiamo. Non c' nulla di cui preoccuparsi ma  meglio che tu vada l pi in fretta che puoi.  in anticipo di qualche settimana...

Jesse non riusciva a capire di cosa stesse parlando quell'uomo. Era strano vederlo in quella zona dell'ospedale con abiti normali, da tutti i giorni; Milton sembrava rimpicciolito e banale. Aveva bisogno di radersi.

C'era una ragazza qui, una testimone, che se n' andata disse Jesse, confuso. Se n' andata e basta. Aveva i capelli biondi e il sangue su tutto...

Andiamo, Jesse, dobbiamo farti fare la doccia e rimetterti in piedi. Stai per diventare padre.

Cosa?

Jesse si lasci condurre all'ascensore. L'occhio gli dava ancora fastidio. Inizi a sfregarselo lentamente. La sua mano era come una grande zampa goffa adesso, solo una mano comune, macchiata di sangue che si seccava.

Susan  con lei e Blazack sar arrivato, ormai disse Milton. C' un taxi che ti aspetta sul retro. Gli ho detto di non schiodarsi e aspettare. L'ho gi pagato.

Mi sono scordato di pagarti quel panino disse Jesse all'improvviso.

Quale panino?

Sar stato un quarto di dollaro disse Jesse. Era al formaggio.

Jesse si frug nelle tasche in cerca di spiccioli, ma Milton gli spinse via la mano.

Cosa, cosa? Jesse, sei fuori di testa!

Ma ti devo un quarto di dollaro...

Milton lo afferr per le spalle e lo scosse.

Vuoi svegliarti? Mi stai ascoltando? Stai per diventare padre!

Jesse lo fiss sfinito. Stavano salendo con l'ascensore e tutto era misterioso e senza peso. Padre. Padre. Hai detto padre? Padre? chiese Jesse. Una strana parola. Strano suono. Non riusciva a ricordare di averla detta ad alta voce prima di allora. Padre. Padre. Padre.

... padre? sussurr Jesse.
9

Un giorno di primavera del 1955, Jesse stava portando sua figlia Jeanne da un pediatra in Adams Street quando vide una persona che riconobbe. Pens di riconoscerla: una donna che aspettava di attraversare la strada, il volto di profilo. L'aveva gi vista da qualche parte. Il suo cuore salt un battito all'improvviso: c'era un'intimit fra lui e quella donna, qualcosa che era accaduto sotto stress, opprimente e indimenticabile... Eppure non riusciva proprio a ricordare.

Si ferm a osservarla. Indossava un soprabito primaverile marrone chiaro, fatto su misura e semplice, e la carne delle gambe pareva incresparsi nella fredda aria primaverile di Chicago, muscolosa e liscia. O se l'era immaginato? La sua carne pareva rabbrividire come fosse consapevole della sua presenza. Non portava guanti. Niente anelli. Non portava nemmeno il cappello: i lunghi capelli biondi erano scompigliati dal vento, e mentre Jesse guardava lev una mano per premerseli su un lato della gola in un gesto che a Jesse parve in qualche modo familiare.

Era stata sua paziente?

La figlia lo tir per la mano. Pap...?

Jesse stava ancora guardando la donna. Si accorse che la sua attenzione aveva iniziato ad attirare quella di lei, che lanciava occhiate nervose verso di lui. Eppure i loro occhi non si incontravano. Spost lo sguardo, turbata. Eppure il suo viso pareva voltato verso quello di lui, levarsi verso lo sguardo di lui come un fiore attratto dal sole, con i petali che maturavano.

Una donna impressionante. Una sorpresa: come se Jesse l'avesse conosciuta quando non era cos bella.

Jeanne gli stava picchiettando le gambe.

Un attimo solo, tesoro disse Jesse.

La bambina gli si strinse addosso e gli tir la mano. Pronta a piangere. Era tutta la mattina che piangeva a intermittenza perch odiava il dottor Leventhal. Va tutto bene, Jeanne disse Jesse in tono gentile, vago, mentre cercava di capire dove aveva incontrato quella donna e se lei potesse ricordarsi di lui. Si chiese se non potesse essere la moglie di un medico. Ma no, credeva di no. Non credeva fosse la moglie di nessuno.

Non riuscire a ricordarsela lo indispettiva.

All'ospedale aveva fama di uno che ricordava tutto. Ricordava le storie dei pazienti, le cartelle cliniche, i registri, pur avendoli visti una volta sola; riusciva a tenere a mente le cose pi disparate per settimane. Se un paziente veniva ricoverato ancora dopo vari mesi fuori dall'ospedale, Jesse riusciva a rammentare al volo le stranezze del caso, il nome del paziente e i suoi parenti... Non sapeva spiegare questo suo talento, che non aveva particolarmente desiderato o allenato, ma ne era sicuro: l'avrebbe avuto per sempre. Eppure per lui questa donna era un enigma.

Ora lei lo guard, come per caso. Vide Jeanne. Una specie di sorriso le comparve sul viso - timido e cauto - e quando il semaforo pass da rosso a verde si mosse per scendere dal cordolo.

Aspetti disse Jesse all'improvviso aspetti...

La donna lo fiss. Esit. Jesse la salut, costringendosi a sorriderle, a rassicurarla; che bellissimo viso aveva questa giovane donna! Salve, ci siamo gi incontrati, credo disse. Era tanto abituato alle persone brutte che la bellezza di quella ragazza era un piacere per lui. Non voleva perderla cos in fretta.

Lei non disse nulla. Lo guard con aria sincera e curiosa.

Sono Jesse Vogel. Non si ricorda di me?

Tese la mano. Il gesto fu cos diretto che lei per poco non lo ricambi; quasi gli strinse la mano. Stava molto rigida, guardando gi verso Jeanne, poi di nuovo in su verso Jesse, cercando di capire chi fossero quell'uomo e la figlia, l'espressione sempre cauta. Aveva un viso molto grazioso, incorniciato da fitti capelli biondi che portava spazzolati all'indietro e le cadevano sparsi sulle spalle. Era un'acconciatura massiccia, esagerata. Aveva l'effetto di appesantirla. Il volto era ovale, le ossa degli zigomi prominenti e in qualche modo enfatizzate dall'aria chiara, biancastra. Il naso era lungo, pallido, quasi bianco come la punta. Naso e mento avevano una cereit impersonale, quasi inumana. Ma gli zigomi erano alti e belli e avevano un bel colorito, e le labbra erano scurite con il rosso intenso che andava di moda allora, contornate e riempite con una tonalit color bacca selvatica. Era una donna alta, di poco meno di trent'anni.

Rise per nascondere la confusione. Dovrei conoscerla? disse.

Voce eterea, da ragazza. Jesse non la riconobbe.

S, io sono Jesse Vogel. Il dottor Vogel disse e questa  la mia piccolina, Jeanne. Ma lei non ha mai incontrato Jeannie... Lei e io ci siamo gi incontrati, non si ricorda di me?

Il dottor Vogel...?

Si tolse i capelli dagli occhi. Sospirando come se ne avesse abbastanza di s, o di Jesse, si abbass per stringere la mano a Jeanne: Ciao, Jeannie Vogel disse con la stessa, eterea, voce insincera. Come stai in questa mattinata di vento?

Jeanne si strinse alle gambe del padre, timida.

Temo di non ricordare il suo nome disse Jesse.

Mi chiamo Reva.

Reva...?

Si raddrizz, ridendo. Il suo sguardo si stacc da Jesse e si spost su qualcosa dietro di lui, come se pensasse che tutta quella situazione fosse molto folle, molto arrogante. Era chiaro che fosse una donna per nulla intimorita dagli uomini, che ammirava Jesse per la sua faccia tosta. Jesse fece un ampio sorriso, riconoscente per la sua risata e i suoi denti curati e puliti, perfino bianchi. Un anno a fare domande gli aveva conferito l'aspetto sicuro di s di un'autorit che si aspetta di ricevere risposte e alla quale bisogna rispondere.

Reva Denk. Ma credevo che lei mi conoscesse disse lei.

Tutto tranne il suo nome... disse Jesse.

Ora si strinsero la mano.

La ragazza ritir la mano nervosamente. Intorno a loro le persone passavano, estranei, spingendoli ad avvicinarsi. Jesse si sentiva come prossimo a un'importante rivelazione. Ma... ma non capiva proprio di cosa potesse trattarsi. E ora la ragazza stava per sfuggirgli, perch non aveva motivo di trattenersi oltre; lo slancio frivolo del loro incontro si era quasi esaurito, e neppure la presenza di Jeanne poteva far s che continuasse a parlargli ancora...

Be'... la saluto, dottore disse.

Strinse gli occhi sarcastica per fargli capire che si era approfittato di lei. Il cuore di Jesse salt un battito di nuovo. Ma... ma...

 cos strano che ci siamo dimenticati l'uno dell'altra disse Jesse in tono serio.

Non sorrise.

La giovane donna indietreggi, non sorrideva pi, ritraendosi dalla severit di lui. Si allontan in fretta. Jesse la osserv e la vide sull'altro lato della strada, in un groviglio di persone, mentre gli rivolgeva un'occhiata e poi tornava a voltarsi.

Scomparve.

Chi era? Perch ci siamo fermati? piagnucol Jeanne.

Jesse si chin a prenderla in braccio, sentendo che doveva consolarla. Era stranamente eccitato. In qualche maniera il suo umore si mescolava con il mulinare della luminosa aria fredda e con il ribollire di gente intorno a loro, tutti estranei. Nessuno sapeva. Nessuno aveva visto.

Port la figlia in braccio lungo il mezzo isolato che li separava dallo studio di Leventhal, parlandole nel loro segreto linguaggio degli animaletti, che la divert e le fece dimenticare ogni paura.

*

Il mattino dopo. Le sette e quarantacinque. Stava esaminando un caso spiacevole con il dottor Perrault nello studio di Perrault in ospedale.

Da principio Perrault sedette rivolto alla finestra, testardo e con gli occhi semichiusi nella luce del sole. Era un uomo magro con dei lineamenti che a Jesse facevano venire in mente una statua, una maschera mortuaria, una cosa proveniente da un secolo precedente, rigidamente conservata. Capelli molto ordinati, scuri, che iniziavano a diradarsi, pettinati all'indietro lasciando libera la ragguardevole fronte, sempre umidi, come se ci avesse appena passato un pettine bagnato. Aveva vene pallide ma piuttosto pronunciate sulle tempie, che si torcevano mentre strizzava gli occhi per la luce del sole. Infine starnut. Poi gett con rabbia la sedia contro la finestra e volt le spalle alla luce. Ma ora Jesse doveva coprirsi gli occhi per poter guardare Perrault.

La sto costringendo a diventare cieco, eh? disse Perrault. Aveva la voce roca. Mi scusi. A volte dimentico che non sono solo.  proprio come dice mia moglie... mi dimentico che non sono solo nell'universo.

Spost la sedia girevole verso il muro con impazienza.

Cos va meglio? chiese.

 tutto a posto rispose Jesse.

Oh... a posto! S,  tutto a posto. Certo.

Lasci cadere di schianto una mano sulla cartella che aveva in grembo. Un piccolo sorriso amaro si mostr di sfuggita. Perrault aveva bellissime labbra risolute, quello inferiore particolarmente duro. Il suo mento avrebbe potuto essere il mento di un uomo molto pi grosso. Possedeva una rigidit, una severit, che portava Jesse a credere che Perrault si stesse sempre trattenendo, stesse sempre trattenendo le parole.

Be' disse Jesse esitando c' stato qualche miglioramento... Ormai dovrebbe essere morto.

S. Miglioramento.  quello che intendiamo per miglioramento disse lentamente Perrault.

Aveva una voce profonda, di gola, quasi un sussurro. Da quella voce intima a volte balzava fuori la sua anima: Jesse cercava di non trasalire.

Lo sapevamo... lo sapevamo prima di operarlo... disse Jesse. C'erano alcune parole che venivano sempre dette. Dirle era un rituale, un modo di crescere. Un modo di crescere e diventare paterni.

Roderick Perrault fece a Jesse un sorriso ironico, come se avesse intuito che i pensieri di Jesse e quel fardello di conoscenza, quel fardello di onniscienza, lo addoloravano. Sembrava sempre che sapesse tutto. La pelle sulla testa gli si era irrigidita per l'ironia della sua conoscenza totale, enfatizzando il cranio piccolo, scaltro e scimmiesco.

S, lo sapevamo prima di operarlo disse Perrault piano. Ma uno o muore o non muore. La natura si ribella contro questi stati liminari; hanno qualcosa di osceno, qualcosa che confonde. Violano la nostra definizione di realt. Il miglioramento non  una definizione.  una barzelletta, una battuta. Abbiamo migliorato l'uomo trasformandolo in un maiale in modo che possa stendersi soddisfatto fra gli altri maiali.  questo che vogliamo, Jesse?

Jesse osservava. Il suono del suo nome sulla bocca di quell'uomo - il famoso dottor Perrault, che non chiamava nessuno col nome di battesimo - Jesse era il capo degli specializzandi di Perrault al LaSalle; quella posizione era stata conferita a lui fra almeno altri otto specializzandi del terzo anno che sapeva erano stati ansiosi di affiancare Perrault, e di sicuro c'erano stati altri candidati di cui lui non aveva saputo nulla.

Ecco. La legga di nuovo disse Perrault, passandogli la cartella.

Jesse non aveva bisogno di leggerla, dato che per la maggior parte l'aveva scritta lui. Ma apr obbediente la cartelletta ed esamin i materiali.

Statsky William. 48 anni. Emorragia subaracnoidea... aneurisma dell'arteria comunicante posteriore destra... una seconda emorragia dopo due giorni...

Perrault aveva eseguito una craniotomia che era un piccolo, lindo miracolo; Jesse lo aveva assistito, un avido paio d'occhi e un avido paio di mani, preciso come una macchina. Un altro specializzando aveva presenziato. Erano passate ore senza tempo, erano defluite come il sangue vivido, con gli strumenti di Perrault che lampeggiavano e guizzavano nell'intricato dedalo del cervello di un uomo. Jesse era rimasto ipnotizzato dall'operazione.

E ora...

Un paziente muto. Pelle opaca e pesante. Occhi che non mettevano a fuoco, che non vedevano. Acinetico con emiparesi sinistra. Occlusione intracranica... Pagine di notizie tristi. Cisternografie isotopiche, che sembravano impronte digitali macchiate con troppo inchiostro. Jesse sfogliava la relazione e si sentiva travolgere da una terribile stanchezza.

E la signora Statsky... borbott Perrault.

Tir fuori un fazzoletto bianco appallottolato e si soffi il naso.

Le persone vivono. Le persone muoiono. Ma nel mezzo, in mezzo fra queste due condizioni, urlano contro la natura stessa, sono offensive e distruttive al massimo nei confronti di un'interpretazione felice dell'universo. Non mi stupisco dell'odio che la signora Statsky prova per me.

Non la odia disse subito Jesse.

Statsky era il proprietario di una ditta che si occupava di alluminio, la Standard Aluminum Products. Nel corso delle ultime settimane Jesse aveva trascorso tanto di quel tempo nella camera di Statsky che aveva iniziato a sentirsi lui stesso un membro della grande, gregaria, ricca famiglia di Statsky, i ragazzi all'universit che comparivano diretti e disinvolti coi loro cappotti color cammello, le sorelle con gli occhi pieni di lacrime e aggressive, la moglie sopraffatta da pellicce di visone azzurro ceruleo, di ermellino, qualunque pellame esotico e sciocco fosse abbastanza costoso per lei. Jesse percepiva il modo in cui si aggrappavano a lui per la sua identit, per la sua empatia, la sua buona volont, come se avesse qualche potere sulla sfortuna di Statsky, dal momento che era tanto vicino al grande Roderick Perrault.

Capiscono tutti che non  colpa di nessuno disse Jesse stancamente.

Perrault non disse nulla. Rimase seduto sulla sua sedia girevole, si muoveva appena. Trascorsero cinque minuti. Trascorsero altri cinque minuti. Jesse si adatt all'attesa in silenzio ed era pronto a un improvviso movimento rabbioso da parte dell'uomo pi anziano. Ma Perrault si limit a prendere una sigaretta da un pacchetto sulla scrivania, muovendosi con aria indifferente.

Lei non fuma?... con le sopracciglia che si levavano in educata, distratta sorpresa.

No.

Ah, bravo il mio piccolo dottore. Il mio io migliore. Il mio io di un metro e ottanta disse Perrault.

Rest seduto per un altro po' di tempo, senza accendere la sigaretta. Il suo volto era tutto stretto in un insieme di lineamenti rigidi, da maschera, terribilmente grinzoso. Jesse sfogli la cartella di nuovo, chiedendosi se gli fosse sfuggito qualcosa. Ecco l una storia, una storia non ancora compiuta; quando sarebbe stata compiuta? La morte portava a compimento tutte quelle relazioni. Le dimissioni dall'ospedale erano temporanee e insoddisfacenti, in verit; solo la morte poneva fine alle domande sulla salute e sul recupero. C'era una volta un uomo di nome Statsky. Due anni di scuole superiori, istruito per conto proprio. Socio di una ditta che imballava carni. Socio di una ditta di vernici. Di rivestimenti di amianto. Di rivestimenti di alluminio. Sposato con una donna dalla voce impastata, intima, un'ex bellezza, figlia di un ricco stock specialist di Chicago. Patrimonio dieci, quindici milioni.

Non faceva differenza.

Perrault si stava carezzando la fronte senza affetto. Si trattava con malagrazia. Dopo parecchi minuti diede un'occhiata a Jesse, come se si stesse ricordando di lui tutto d'un tratto. Ah disse lei sta aspettando la nostra conferenza su Bruce Dahl.

*

L'intervento di Dahl era programmato per quella mattina. Era gi stato in ospedale; in effetti, a Jesse era stato consentito di svolgere la maggior parte del lavoro, la rimozione di un tumore che cresceva in fretta. Ma il tumore era partito da un cancro al polmone sinistro e ora era ricomparso nel cervello. Perrault si era fatto stranamente irritato con Dahl.

Ancora lui! Ancora lui! aveva borbottato Perrault.

Una disperazione particolare nella voce, una collera quasi volubile, frivola.

Jesse avrebbe voluto dire a Perrault che non era colpa di Dahl se l'operazione iniziale era stata un fallimento. Era gi abbastanza che avesse perso tutto il lobo superiore del polmone sinistro. Era gi abbastanza che fosse sopravvissuto, disorientato ed emaciato, a un periodo di recupero postoperatorio difficilissimo. Era entrato nella vita professionale di Perrault come un uomo dolce, amichevole, costruttore di centri commerciali suburbani che progettava di mettere grandi zone degli Stati Uniti sotto cupole di selciati e termostati, e la sua cordialit era sprofondata nel giro di giorni sotto le suppliche severe rivolte, con occhi spalancati e infantili, a Perrault. Mi aiuti. Mi salvi. Se  un problema di soldi...

Soffriva di attacchi spettacolari, di convulsioni che scuotevano l'intero corpo. Prima iniziava a contrarglisi il pollice, poi tutte le dita, poi tutta la mano, poi il braccio... e avanti cos in tutto il corpo... e aveva fasi di confusione, di buio quasi completo. Bench Perrault fosse sempre riservato in presenza dei pazienti e dei loro familiari, limitandosi per gran parte del tempo a guardare fuori dalla finestra o sul pavimento, da principio si era mostrato entusiasta del caso di Dahl. Mi ci metto io aveva detto. Ci spedir il mio ragazzo. Il suo viso si era corrugato di una gioia vigorosa, intensa.

Poi avevano scoperto che Dahl aveva il cancro al polmone, e Perrault ne era rimasto annichilito come un innamorato deluso. Era stato tradito.

Non era verosimile che il cancro avesse seminato solo un'unica cellula nel cervello, perci per Perrault si sarebbe trattato di un altro salto nel buio, un'altra probabile delusione. Dopo ore di lavoro sarebbe rimasto ironico e ingobbito. Aveva affidato buona parte dell'intervento originario a Jesse e lo aveva assistito, per quanto in modo brusco, per tutta la lunga operazione. Jesse capiva di aver fatto bene, di aver resistito bene. Non sembrava giusto che ora Dahl fosse ricoverato di nuovo con lo stesso problema. Un'altra lesione metastatica al cervello! Un'altra! E cos in fretta!

Credo di essere pronto a farlo disse Jesse a bassa voce.

Lo trasformeremo in un rituale. Il signor Dahl il primo di ogni mese fintanto che durano i suoi quattrini disse Perrault.

Il suo sarcasmo era sgarbato, diretto, doloroso. Eppure Jesse ne sorrise alla cieca, come davanti a una luce sfolgorante. Era l'assistente di Roderick Perrault! Se lo diceva una dozzina di volte al giorno. Si svegliava ogni mattina prestissimo, con un senso di meraviglia, l'impressione di essere benedetto. Tutti gli anni della sua vita lo avevano condotto a quello, a quella fortuna quasi incredibile. Ammirava Perrault, venerava Perrault. Che il vecchio dicesse quel che voleva. Le sue parole non avevano importanza.

Anni prima aveva sperato solo di specializzarsi in medicina generale e di lavorare in una clinica, probabilmente a Chicago, occupandosi di moltitudini di malati comuni. I bollettini del governo federale e dei singoli stati discutevano ogni mese di quanto ci fosse bisogno di medici simili. Che carenza di medici c'era, e quanto sarebbe peggiorata nel corso di altri dieci anni! Jesse aveva creduto di poter gestire una clinica. Poi, col passare del tempo, aveva scoperto dentro di s un bisogno crescente, una brama, di ci che era pi difficile, pi arduo. Le malattie comuni venivano curate in modo comune. Le malattie croniche comuni procedevano mese dopo mese, anno dopo anno, in modo comune. Svolgendo le sue ore di assistenza in chirurgia scopr che quel tipo di lavoro, che pure non lo aveva mai interessato, che era cos sanguinolento e privato e preciso, era ci che gli dava pi soddisfazione. Era arrivato all'attenzione di Perrault da s. Qualche parola di elogio da uno dei chirurghi, la sorpresa di qualcuno davanti alla scrupolosit di Jesse... Era stato risucchiato nella cerchia di Perrault, senza opporre resistenza.

La natura inviolabile della sala operatoria lo affascinava. L'assenza di tempo, l'intimit, i bisticci e gli scherzi confidenziali che mostravano quanto fosse banale il linguaggio umano, dopotutto, paragonato al lavoro delle mani di un chirurgo... Il modo in cui l'io era concentrato, fieramente, nei polpastrelli... Quando operava sotto la guida di Perrault avvertiva le proprie dita che tiravano fuori da lui medesimo il suo io pi profondo, pi insensibile, meno personale, e fuori dall'uomo pi anziano, un potere che era puro controllo, inimmaginato fino a quel momento.

Era subordinato a esso, a quel potere. Non sarebbe riuscito a spiegarlo a nessuno, nemmeno a sua moglie, nemmeno a suo suocero, che era molto contento della sua decisione di rimanere per gli anni aggiuntivi di specializzazione in chirurgia. Non sarebbe riuscito a spiegarlo neppure a Perrault, soprattutto a Perrault. Era subordinato a quel senso di controllo puro, impersonale, bruto, un controllo sui nervi e sui muscoli pi sottili: immaginava le onde del suo cervello che cedevano a un tracciato maggiore, quello di Perrault, che si adattavano al suo. A volte, nel privato dello studio di Perrault, percepiva l'avvicinarsi di un momento drammatico, pericoloso, una rivelazione di qualche genere; la possibilit che Perrault gli parlasse senza ironia, con sincerit, con chiarezza, forse con amore; la possibilit che Perrault si allungasse sulla sua scrivania ingombra, che le sue lunghe dita agili si tendessero verso Jesse, verso le dita a loro volta tese di Jesse...

E se le loro dita si fossero toccate, cos? Con innocenza e sincerit, cos?

Mentre si recava a visitare un paziente provava a volte un senso di paura, di apprensione infantile. Davvero aveva scavato nel cervello di qualcuno, davvero Jesse Vogel aveva piluccato nel cervello di un essere umano? Doveva ripetersi di continuo ci che Perrault pareva sapere per istinto e non avrebbe mai pensato di spiegare: che il cervello umano non era sacro. Non era sacro, poteva essere toccato. Era materia. Come qualunque altra cosa: materia, massa, peso, sostanza, una cosa pesabile e misurabile. Sotto il pollice poteva essere schiacciato e pungolato come qualunque altra cosa. Una volta morto, era morto in eterno: non era un miracolo della creazione. Non c'era nulla da temere.

Ma lui lo temeva. Temeva se stesso, la possibilit di commettere un errore... Sarebbe stato cos facile commettere un errore... Perrault, che di errori non ne commetteva mai, non poteva capire. Sarebbe stato inutile parlare con lui. Fin dai primi giorni al LaSalle, Jesse sentiva le voci sull'indifferenza di Perrault, la sua freddezza, la sua precisione impersonale. Istruiva gli specializzandi sotto gli occhi dei pazienti, aiutandosi con uno spillo per dimostrare dove aveva inizio la sensibilit sul viso o sul corpo di un malato. E ora qui, vede, qui  morto diceva con la sua voce bassa e confidenziale, punzecchiando una guancia. Vede? Morto. Nulla. Inerte. Ma qui - qui comincia il dolore - qui c' la vita diceva, allorch il paziente sobbalzava o urlava. La vita inizia col dolore diceva. La vita  dolore. Il dolore  vita. Capisce?

Quando Jesse fu nominato capo degli specializzandi, fra i candidati che aveva surclassato c'era il suo amico Jack Galt; ma Jack aveva detto acido che comunque non aveva davvero desiderato lavorare con Perrault, non aveva davvero desiderato di farsi conoscere come uno degli uomini di Roderick Perrault: La copia della copia di un essere umano. Jesse era diventato paonazzo dalla rabbia. Helene, che aveva sentito quell'osservazione, l'aveva rassicurato che Jack aveva detto cos solo perch era geloso e deluso. Non erano tutti gelosi di Jesse adesso? E di chi era la colpa? La copia della copia di un essere umano. Forse era vero. Ma Jesse si era messo in testa di copiare l'uomo, riproducendo nel suo lavoro di chirurgo la tecnica impeccabile di Perrault, e cos Perrault arriv a fidarsi di lui e di nessun altro. Lo chiamava perfino Jesse. Parlava di lui in maniera ironica e affettuosa. Trovandosi a portata d'orecchio di Jesse disse una volta che si fidava del dottor Vogel perch quando il dottor Vogel opera sono io stesso che opero, il mio io di un metro e ottanta. A volte scherzava con le infermiere, a volte era silenzioso e prepotente con loro, a volte stuzzicava gli altri assistenti e gli anestesisti; ma sotto la sua corrosivit di facciata Jesse fantasticava su una corrosivit pi profonda, pi buffa, perfino lirica, disseminata ovunque nel corpo di Perrault.

Dopo le mie giornate pi deprimenti vado a casa e suono il clavicembalo stava dicendo Perrault, accendendosi la sigaretta con una serie di movimenti veloci e schizzinosi. Glielo raccomando, dottor Vogel.

Jesse sorrise imbarazzato.

Ma naturalmente lei avr una sua vita privata, una vita familiare. Sua moglie e sua figlia... o figlio?

Figlia.

Ah, s. Bene disse Perrault vago. Quando tentava di essere gentile, la sua vista pareva sfocarsi, il luccichio nei suoi occhi pareva sbiadire. Jesse non sapeva se sentirsi offeso o divertito. S, vita familiare... vita reale... Dobbiamo tutti metterci in pari ogni volta che possiamo. Quindi  pronto per il nostro signor Dahl? E non vede l'ora di ripetere la sua eccellente prestazione?

Jesse annu. Se Perrault intendeva quell'osservazione in senso ironico, Jesse non gliene avrebbe dato atto.

Lo spero disse.

E domani alle nove c' la signora Miller. Ha intenzione di tenere da parte un po' di ispirazione per la signora Miller?

S.

Perrault si sfreg le mani con entusiasmo. Ho un presentimento su di lei, su quell'occhio sinistro. Andremo l dentro e lo sistemeremo, eh? La signora Miller era una donna poco meno che quarantenne con mal di testa e cecit parziale; era un'eco di un caso simile di cui Perrault si era occupato l'anno prima, quando Jesse aveva solo guardato, un caso di vista calante che era stato risolto in tre lunghe operazioni, con Perrault al massimo della forma, trionfante. La storia era giunta a una conclusione temporanea con il ritorno del paziente alla normalit, alla vista normale: un premio inatteso! Perrault aveva presentato il caso a una conferenza internazionale non molto tempo prima. Provava un grande affetto per quel paziente, anche se non riusciva mai a ricordarne bene il nome e non avrebbe riconosciuto l'uomo nemmeno se fosse entrato nel suo studio e gli avesse stretto la mano. Ma l'affetto era abbastanza concreto.

Ora di andare.

Perrault si era zittito e Jesse cap che desiderava stare solo. Jesse si conged e and nello spogliatoio a lavarsi in vista del caso Dahl. Non si era mai sentito pi emozionato, pi sicuro di s. Era una giornata di primavera: il suo futuro lo attendeva. Dal giorno in cui era nata Jeanne la vita aveva iniziato un moto ascensionale, muovendosi verso l'alto come se lui la stesse tracciando di persona, un ragazzo con una matita e una cartina. Una cartina che mostrava la superficie della Terra, che si allargava su nell'atmosfera, nelle misteriose nuvole e nella dimensione misteriosa sopra le nuvole... Era vero che negli ultimi tre anni erano accadute certe cose che gli avevano complicato la vita, cose che avevano scosso il suo matrimonio - Helene aveva avuto un aborto spontaneo un anno prima, e il debito di Jesse con il suocero adesso ammontava a seimila dollari, e i loro timidi rapporti coniugali a volte sfumavano in vaghi mormorii interrogativi e questi mormorii in un silenzio sconcertato - ma Jesse comprendeva ancora che la sua vita era sotto il suo controllo e che lui era in ascesa. Se avesse lavorato duro come in passato, se si fosse fidato della guida di Perrault, sarebbe stato salvo.

Le nove e trenta. Perrault comparve in guanti e camice, perfettamente silenzioso sui suoi piedi piccoli, lesto come una falena o qualunque altra creatura alata e incolore. Assist Jesse. Jesse lavor in fretta e meccanicamente. A un certo punto il sangue produsse una specie di strano crepitio e Jesse si ritrov a pensare a quella donna che aveva incontrato in centro l'altro giorno, la donna coi capelli biondi e il sorriso beffardo, astuto. Pi veloce. Lavora pi veloce disse Perrault. Era sempre un po' nervoso quando non era lui ad avere il controllo assoluto; Jesse se lo aspettava e non si lasci agitare. Perch se ne sta l cos, accovacciato? Cos', in guardia? Mi fanno male le spalle a guardarla disse Perrault stizzoso.

Jesse continu, annuendo in silenzio.

Perrault aveva l'abitudine di infastidire Jesse per la prima ora circa, perch era nervoso o ansioso, o perch trovava davvero da ridire sul lavoro metodico di Jesse; poi aveva l'abitudine di perdere interesse di colpo, di annoiarsi visibilmente. Jesse lo capiva e aspettava. Mentre Perrault lo punzecchiava, fingeva impassibilit, ma in realt aveva ogni singola parte del corpo in tensione, piena di un'eccitazione che poteva scaricarsi solo attraverso i polpastrelli; sentiva che se non si fosse scaricata in quel modo, alla perfezione, sarebbe morto.

Molto bene. Sembra ben fatto. Sar sufficiente diceva Perrault con noncuranza.

L'operazione doveva essere durata a lungo. Jesse era madido di sudore. Debole. Tremante. Fuori in corridoio Perrault gli strinse la mano e disse:  stato un buon esercizio accademico, amico mio e sorrise in modo spettrale, confidenziale, cos Jesse comprese davvero per la prima volta che Dahl sarebbe morto.

Jesse lo fiss mentre si allontanava. Il giovane specializzando che aveva assistito all'intervento, a cui Perrault non aveva dato nulla da fare e se ne era semplicemente stato l a occhieggiare per diverse ore, spostando il peso da un piede all'altro, ora venne verso Jesse per fargli le congratulazioni. Era un giovane bruno, burbero, dell'et di Jesse, ambizioso e indiscreto; si chiamava Lyle e Jesse comprese che era molto invidioso.

Il vecchio era nervosetto oggi disse Lyle.

Era come al solito disse Jesse.

Non voleva essere lui a toccare Dahl, eh?

 probabile.

Nello spogliatoio Jesse si svest e all'improvviso si sent molto triste, inerte.

Credo che tu abbia fatto un buon lavoro disse Lyle. Anche se morisse sul serio...

Jesse annu.

Forse morir di polmonite, eh, e per la sua famiglia sar pi accettabile...

Jesse si fece la doccia. Le ore gli si lavarono via di dosso - lavoro serrato, tedioso, doloroso - le ore di intimit con quel cranio aperto, gli strumenti, la presenza di Perrault l accanto. Voleva essere ancora in sala operatoria. Voleva rivivere l'operazione. Passo dopo passo, ogni suo movimento, ogni piccola osservazione provocatoria di Perrault... Ma doveva andare a casa. Doveva correre a casa. Aveva promesso di portare la figlia al parco; da diversi giorni Helene non si sentiva abbastanza in forze da portarla fuori, e lei adorava il parco... Ma lui smaniava all'idea di tornare in sala operatoria, di rifare daccapo l'intervento su Dahl, o di iniziare subito con la signora Miller e il suo aneurisma gigante, sotto i vigili occhi di Perrault...

Uscendo not una cabina del telefono. Entr e sfogli l'elenco. Denk, Denk, Denk... Non riusciva a trovare il suo nome. Era Reva? Se lo ricordava bene? Reva Denk. Un nome enigmatico. Non sapeva se fosse brutto o meno. Era dolce, tranquillizzante, e poi duro come una morsa; era femminile e poi di colpo maschile, arioso e poi pesante come la Terra. Arioso. Pesante. Lo spargimento di una badilata di terra nell'aria; poi il ricadere di quella terra al suolo. Un'apertura e poi una chiusura, come due mandibole che si serrano. Reva Denk.

Non riusciva a trovare il suo nome. Non esisteva. Fu sollevato e decise di dimenticarla: doveva andare a casa e portare la figlia a fare una passeggiata, e il mattino dopo doveva tornare da Perrault e alla sala operatoria.
10

Jesse si svegli quella notte da un sonno pesante, disturbato. Si svegli con in mente un certo pensiero; due anni prima, durante un turno di notte di routine, si era preso cura di un uomo che era stato portato al pronto soccorso con una pallottola nella gamba. Si era trattato non pi che di un graffio ma ne era sgorgato molto sangue e molta agitazione ed era stata coinvolta la polizia; una volta uscito dall'ospedale, l'uomo aveva mandato a Jesse il suo biglietto da visita con una banconota da cento dollari agganciata con una graffetta. Sul biglietto c'era scritto A.A. Lowe, investigatore privato.

Jesse aveva voluto restituire il denaro, ma alla fine l'aveva tenuto bench, di tanto in tanto, pensasse che averlo accettato fosse qualcosa di vergognoso. Aveva buttato via il biglietto da visita. Ma evidentemente si era ricordato il nome e la mattina telefon a Lowe dall'ospedale... Lowe si ricord di lui subito e continuava a interrompere Jesse per ringraziarlo di avergli salvato la vita. Se io potessi farle un favore, un favore qualsiasi, sarebbe fantastico, davvero fantastico disse Lowe a gran voce. Non  che nel mio lavoro io mi becchi gente cos in alto; voglio dire, potrei anche sopportare di mettermi con gente pi acculturata, come i medici... Jesse gli chiese se potesse individuare una certa giovane donna per lui. Mi dica solo come si chiama disse Lowe. Chiunque mi abbia salvato la vita vale di certo una settimana buona del mio tempo, dico sul serio, non dico cose che non dico sul serio disse lui, bench Jesse cercasse di spiegargli che la sua vita non era mai stata in pericolo, che la sua ferita era stata superficiale. Mi dica solo come si chiama, dottore. Magari ho gi un dossier su di lei.  una citt piccola, si stupirebbe, ci sono donne che a volte le stanno cercando due, tre, anche quattro uomini insieme... potrei scriverci un libro su alcuni di questi casi! Guardi, non c' nessuno che ammiro di pi al mondo dei medici. Bisogna darvene atto a tutti voi. Immagino che la sua famiglia sia bella orgogliosa di lei, dottore.

Jesse si chiese se non fosse il caso di riagganciare.

Be', dottore, come si chiama? Come si chiama la signorina?

Reva Denk disse Jesse.

Mi dia ventiquattr'ore disse Lowe.

Richiam Jesse quel pomeriggio stesso: aveva il numero di telefono di Reva Denk e il suo attuale indirizzo.

Ok, vuole sapere della sua vita privata? chiese Lowe.

No. No, grazie rispose Jesse in fretta.

Vuol sentire qualche nome? Sa... uomini, e tutto il resto? A volte aiuta, in un caso come questo, metterci intorno qualche nome, sa... fargli capire che lei non  cos stupido, che non la fregano mica. Forse potrei darle giusto un paio di nomi che lei potrebbe lasciarsi scappare per sbaglio...

No, va bene cos. Non  necessario disse Jesse.

La sua et, almeno? Quella vuole saperla, no?

Jesse esit. Poi disse: No, neanche quella.

Non appena ebbe riagganciato, compose il numero che gli aveva dato Lowe. Rispose una donna assonnata.

Reva?

Il suo cuore salt di nuovo un battito come aveva fatto per strada quel giorno.

S?

Sono Jesse Vogel. Si ricorda...?

Chi?

Jesse Vogel.

Una pausa. Poi lei disse lentamente: Vuol dire il dottor Vogel? Lei?.

Si ricorda di me?

Solo da quella volta per strada. Solo quell'unico incontro disse lei con un filo di voce.

Bene.

Lei non disse nulla.

Jesse chiuse gli occhi e una sequela di facce volteggi davanti a lui: la faccia sorpresa di sua moglie, la faccia di sua figlia, le facce di Cady, di Perrault, facce ombrose che non potevano essere identificate ma che appartenevano a Jesse, al suo passato confuso. Cerc di rievocare la faccia di quella donna per cancellare quelle altre. Ma l'improvvisa vicinanza di lei, la sua voce ansante e cauta, lo bloccavano; le era cos vicino che non poteva scorgerla. Sembrava che si trovasse nella testa di lui.

Mi piacerebbe vederla presto una volta o l'altra disse Jesse, gli occhi ancora chiusi.

Non credo, no.

Ma... perch no?

Ricord in quel momento la sua leggerezza, la piega sottile del suo sopracciglio. Un bagliore sulla sua pelle come la sostanza dei fiori, dei petali, che non ha profondit. Sent che stava inspirando la sua segretezza attraverso il telefono.

Perch no, Reva? Voglio parlare con lei. Voglio solo parlare...

Non credo.

La voleva, e un genere di furia stizzosa, infantile mont in lui all'idea che gli sarebbe stata negata: aveva voluto cos poche cose in vita sua!

Vorrei parlare con lei disse, con la voce piena di esitazione in modo che non sembrasse affatto quella del dottor Vogel. Sembrava quella di uno dei pazienti di Perrault, che alle spalle di Perrault invocava lui, Jesse, domandando aiuto, consiglio, sostegno, empatia, la verit vera. Ma la verit vera era sempre inaccessibile. Non ci vorr molto tempo... un'ora o due...

Perch mi telefona a quest'ora? Che ore sono?... Mi sono appena svegliata.

Sono passate le cinque.

Del pomeriggio?... Ma perch telefona adesso? Oh, lo vedo che ore sono,  strano... Chi  lei esattamente?

Mi dispiace se l'ho svegliata, mi dispiace disturbarla...

La mia vita  troppo complicata in questo momento disse lei. Lui percep che si sforzava di essere educata; c'era una sorta di generosit musicale nella sua voce.  un brutto momento per telefonarmi, anche se la conoscessi. Cosa vuole esattamente? E come ha avuto questo numero?... Non  il mio numero e non  nemmeno sull'elenco! Ma non me la prender con lei.  solo che non capisco.

C' un motivo se voglio vederla disse Jesse.

Lei rise nervosamente. Ma la prego di credermi, la mia vita  troppo complicata in questo momento. Non ci entri. Perch... perch vuole entrarci? No,  impossibile. Devo riattaccare adesso.

No, aspetti...

Ma cosa vuole? Cosa vuole? Riusciva a immaginare il viso di lei mentre si induriva, si affilava. Quel pallore al di sotto della lucentezza incipriata della pelle giovane mentre prendeva la tinta della paura. Non voleva spaventarla, ma se non altro era un modo per costringerla ad ascoltarlo.

Voglio solo parlare con lei. Credo ci sia qualcosa... lei ha qualcosa... non so spiegarlo disse lentamente voglio dire, cos al telefono, ma sono serissimo, non  nulla di frivolo o di impulsivo...

Mi conosce, ci siamo incontrati? Ma dove ci siamo incontrati?

Non me lo ricordo.

Non me lo ricordo neanch'io. Io credo che lei stia mentendo.

Jesse era scioccato. La ritenne deludente e volgare. Ma... perch dovrei mentire? Non sto mentendo disse bruscamente io non mento.

Devo riattaccare adesso.

Quando posso vederla?

Non c' tempo. E lei  sposato, ha una figlia. Non dimentichi che ho visto sua figlia.

Perch non c' tempo? Non le prender molto tempo. Credo che certe cose potrebbero diventare chiare se potessi rivederla, se...

Ma, ma, ma... poi potrebbe volermi vedere ancora!

No, solo quest'unica volta. Domani?

Non lo so.

Un senso di pace, di improvvisa quiete avvolse Jesse: lei avrebbe accettato di vederlo. Lo sapeva.

Domani a mezzogiorno? disse Jesse.

Ma  cos presto... non so... La mia vita  molto complicata e questo non fa che peggiorare la situazione. Quando qualcuno entra nella mia vita qualcun altro deve uscirne, qualcuno deve essere eliminato... Non posso permettermi di portarla nella mia vita o perfino di pensare a lei in questo momento...

Sembrava cos indifesa, a dispetto del suo tono freddo, circospetto; sembrava che stesse riflettendo mentre parlava. Si sentiva come se in qualche modo si trovasse dentro la testa di lei, alla deriva fra le correnti impulsive del suo pensiero.

Lei non deve affatto pensare a me disse Jesse. Solo vedermi. Tutto qui. Non le causer alcun problema.

Ma fuori per strada sembrava cos serio, era cos... cos determinato, cos sicuro di s. Non lo so. Non c' spazio per lei nella mia vita in questo momento, nulla di personale, ma  un periodo davvero brutto...

Lei rise.

Jesse sorrise.

Mi permetta di passare da lei domani a mezzogiorno disse Jesse.

Da me dove? Qui? Ma come fa a sapere dove vivo? disse lei.

Potremmo incontrarci da qualche altra parte allora.

Va bene. Per mezz'ora. Va bene.

Grazie disse Jesse debolmente.

Organizzarono un incontro, e dopo aver riagganciato fece una smorfia al proprio riflesso sulla porta della cabina telefonica. Un viso furtivo, criminale, il viso intangibile di Jesse, macchiato come la sua anima. Tutto ci, il suo cuore che martellava, non possedeva alcuna limpidezza. Nessuna dignit. Adulterio. Adulterio. Voleva ricordare questo sentimento di degradazione, di vergogna; lo avrebbe aiutato a non farsi piacere Reva.

Corse via dalla cabina telefonica per andare a controllare Bruce Dahl: stazionario. Tubicini, respiro rantolante, pelle terrea. Parl con l'infermiera di turno, la quale gli disse che la signora Dahl stava arrivando - era andata a casa per qualche ora - e Jesse pens che doveva fuggire alla svelta o avrebbe dovuto parlarle, non c'era verso di evitare una sessione di quindici minuti di isteria. Ma mentre pensava queste cose indugi deliberatamente, parlando con l'infermiera, dandole disposizioni di chiamarlo all'istante se qualcosa fosse andato storto... Si attard deliberatamente finch non fu troppo tardi e la signora Dahl si precipit nella stanza, il cappotto sbottonato. Jesse era contento di indossare il lungo camice bianco. Sembrava proteggerlo dal turbinio di quelle donne, di quelle mogli in lutto. Gli chiese subito di Perrault. Dov'era? Perch non voleva parlarle? Era in arrivo via aereo un caso grave su cui Perrault avrebbe lavorato nelle prime ore del mattino dopo: una ragazzina dal Messico. Perrault era molto occupato. Lo chiamo in studio ma l'infermiera non mi lascia parlare con lui. Non lo capisco disse con rabbia la signora Dahl. Jesse cerc di spiegare che Perrault era molto occupato, molto occupato, e per un uomo della sua et... Si sovraccaricava gi cos, si portava all'esaurimento, faceva davvero troppo...

Quanto presto dovrei arrivare? Rester qui tutta la notte disse la signora Dahl. Me lo dica. Me lo dica e basta. E questo... disse, indicando il marito e lui? Me lo dica lei. Arriver qui alle otto del mattino, no, alle sei. Rester qui tutta la notte se  quel che ci vuole per parlare con lui...

Sono sicuro che parler con lei domani mattina disse Jesse.

Lo spero. S, lo spero disse la signora Dahl.

Aveva le zampe di gallina, la tosse secca e indistinta della vedova; perfino il suo grosso corpo, vestito di nero, sembrava greve e immobilizzato come presso una tomba. Jesse desiderava che non continuasse a fissare il marito, che era incosciente, attaccato alle flebo e ridotto a circa cinquanta chili, un lungo bozzolo piatto in un letto. Sarebbe stato pi semplice per la signora Dahl se fosse andata a casa e avesse dimenticato tutto, pens Jesse tristemente, ma come poteva dirglielo?

Pass quindi a controllare gli altri pazienti di Perrault, poi and a casa, dove doveva iniziare a preparare una presentazione che Perrault gli aveva chiesto di fare l'indomani mattina a una delle conferenze dell'ospedale; rest alzato per gran parte della notte a rivedere gli appunti e a rileggere certi articoli che gli aveva dato Perrault. Svegli Helene alle cinque per leggerle una parte di ci che aveva scritto; era ansioso di far bene, era un po' preoccupato dell'opinione che Perrault aveva di lui. Perch non ti ha dato pi tempo per prepararti? chiese Helene in tono aspro. Ho tempo a sufficienza rispose Jesse. Lo difendi sempre. Lo difendi in automatico, senza riflettere disse Helene.

In quanto assistente di Perrault in ospedale, Jesse era responsabile del lavoro di tutti gli altri specializzandi di chirurgia; doveva aiutare Perrault con ogni caso, seguendo i pazienti dal ricovero all'intervento alle dimissioni, stilando le storie cliniche, tenendo aggiornate le loro cartelle, ordinando esami e farmaci per tutti, passando a controllarli due volte al giorno, intervenendo fra Perrault e i molti nemici di Perrault... Era perseguitato dalla piccola faccia avvizzita e scaltra del dottore, dalla sua voce roca, dalle sue sfumature e dai suoi attriti e dalle sue fantasie. Non bastava che Jesse dovesse tenere in vita i malati. Doveva mettersi in mezzo fra Perrault e famiglie ansiose, disperate, esigenti; doveva calmare donne come la signora Dahl, doveva raccogliere i cocci che Perrault si lasciava dietro, sempre di fretta, sbottava davanti a un marito o a una moglie preoccupata che  un caso senza speranza... Siete venuti da me troppo tardi... e procedeva col paziente successivo. Doveva farsi palpeggiare da uomini e donne in lacrime che Perrault eludeva in continuazione. E doveva mettersi in mezzo fra Perrault e altri membri del personale con cui il vecchio era perennemente in urto; c'erano bisticci che risalivano a un decennio prima, bisticci che per Jesse non avevano alcun senso ma nei quali si era dovuto immischiare, riluttante. Perrault aveva l'abitudine di scarabocchiare osservazioni rabbiose su piccoli foglietti di carta gialla e lasciarli ad altri medici e infermiere. Jesse doveva smistare tutti questi problemi e ricavarne un senso. Passava il tempo a correre su e gi dalla zona dei raggi X perch Perrault insultava soprattutto i tecnici dei raggi X. Passava il tempo a cercare di appianare i malintesi con le infermiere, alle quali Perrault si rivolgeva in tono secco e impaziente, senza disturbarsi a guardarle... Jesse passava il tempo a scusarsi, a tentare di scusarsi, a tentare di spiegare, rimettendo a posto il disordine che Perrault causava nella sua richiesta di ordine assoluto.

Doveva rappresentare Perrault in trionfo alle presentazioni come: Polimioclonia con Opsoclono. Era quello il titolo del caso.

Ti tratta come un servo disse Helene.

No disse Jesse.

Mai impaziente. Mai irritato. E non si aspettava, come in passato se l'erano aspettato altri assistenti di Perrault, di entrare a far parte dello studio privato di Perrault come socio pi giovane. Era una barzelletta ricorrente in tutto l'ospedale: gli assistenti di Perrault erano sempre indotti a credere che lui avrebbe potuto prenderli con s in via permanente, sacrificavano tutto per lui, e quando finivano la specializzazione lui li salutava e basta.

Jesse dorm un po', sogn Reva, si svegli, si fece la doccia e and in ospedale presto. Aveva scritto un piccolo case study intitolato Polimioclonia con Opsoclono. Le parole continuavano a dispiegarglisi in testa, confuse con il vago sogno su Reva Denk; parole che scorrevano avanti e indietro; Jesse con la divisa da ospedale che pensava alla Tragedia di Joseph Ross, che sarebbe dovuto essere il vero titolo del suo scritto ma non lo era; il titolo era Polimioclonia con Opsoclono. Nessuna tragedia. Perrault non credeva nella tragedia. Jesse aveva ancora qualche minuto prima che la riunione iniziasse, cos and a dare un'occhiata al signor Dahl - ancora stazionario - forse un pochino peggiorato - un buon esercizio accademico. La signora Dahl gironzolava l vicino, in attesa di mettere in trappola Perrault. Jesse le sfugg e scese in sala conferenze, dove i partecipanti si stavano radunando; Perrault in persona puntuale e raffinato, vestito con un completo gessato blu scuro fuori moda da diversi anni. Joseph Ross era stato uno dei casi soddisfacenti di Perrault; era stato un caso che aveva avuto un suo senso, secondo i canoni di Perrault. Niente tragedie. Le parole che Jesse aveva scritto la notte precedente scorrevano avanti e indietro nella sua mente. Le aveva sognate. Aveva sognato Joseph Ross e Reva. Il sogno si era concluso? Perrault mise una mano sulla spalla a Jesse e si lament con lui di qualcosa. Jesse chin il capo e ascolt. Nervoso, orgoglioso che gli altri membri del personale lo vedessero cos, imbarazzato, incerto su come rispondere... Ti tratta come un servo, diceva sempre Helene. Lei non capiva. Se avesse potuto vedere Perrault in quel momento mentre sussurrava all'orecchio di Jesse, non avrebbe capito. Jesse era un sopravvissuto. Jesse non aveva una personalit. Non voleva una personalit. Il battito del suo cuore gli diceva sempre: eccoti qua, ecco qua Jesse, un sopravvissuto. Uno per uno gli uomini intorno a Jesse, gli uomini della sua et, erano spariti. Le loro personalit erano sparite. Alcuni avevano aperto i propri studi privati, alcuni si erano trasferiti in altri ospedali perch al LaSalle non avevano ottenuto promozioni. Jesse sapeva perch nessuno aveva chiesto loro di rimanere. Jack Galt era andato a Seattle, per proseguire la specializzazione in chirurgia; Milt Kuzma si era accontentato di uno studio privato di medicina generale da qualche parte nell'Illinois meridionale, dove non c'era molta competizione; Myron Diebold faceva l'internista a Evanston, se la passava piuttosto bene ma la competizione lo faceva impazzire. Solo a Jesse avevano chiesto di rimanere per quella specializzazione del quarto anno, solo Jesse aveva raggiunto l'attenzione del dottor Perrault...

A differenza di Joseph Ross, era un sopravvissuto.

Ora di cominciare. Inizi a parlare del caso, consapevole dell'immediata agitazione di Perrault; consapevole del fumo nell'aria, dei tirocinanti che sussurravano da qualche parte in fondo alla stanza, come scolaretti. Questa  la storia di Joseph Ross, caucasico, diciassette anni, indirizzato al dottor Perrault il 1 marzo 1954: lamentava vomito, mal di testa, difficolt a deambulare, nistagmo, calo di tono, depressione... Un diario delle sventure di Joseph Ross: 4 aprile, 11 aprile, 14 aprile, 17 aprile... Jesse aveva trascorso molte ore con Joseph Ross e i suoi genitori. Molte ore. Occhi: oscillazioni orizzontali congiunte. Joseph Ross aveva finito per piacergli. Parossismi. Analisi di laboratorio normali; elettroencefalogramma normale. Jesse avvertiva gli occhi di Perrault piantarsi su di lui; si chiese se stesse parlando troppo rapidamente, troppo nervosamente. Se stesse presentando il caso in maniera non chiara, in maniera non chiara... Il personale non poteva vedere il viso di Joseph Ross, non poteva immaginarlo... Qualcuno stava spegnendo un mozzicone di sigaretta in un bicchierino di carta per il caff vuoto. Terapia. Brevi episodi di oscillopsia. Pneumoencefalogramma: tumore alla fossa cranica posteriore. Craniotomia, terapia. Joseph Ross, alimentato con sondino gastrico e steso docilmente sotto lo sguardo contemplativo di Perrault. La pelle piagata dalle coperte. Una vittima. Una vittima colpita e poi curata. Operata, curata. Periodo postoperatorio caratterizzato da ritorno sorprendente di riflessi normali. Visita neurologica normale eccettuata una tenue instabilit nella camminata in tandem. Ora Joseph Ross poteva camminare normalmente da un capo all'altro di una stanza; se Jesse o qualunque altro medico gli avesse stimolato il ginocchio col martelletto, avrebbe risposto col giusto calcetto. Un bravo paziente. Intelligente. Umile. Terrorizzato.

La presentazione si concluse; qualche domanda; Perrault si accigli con una specie di riluttante piacere; evidentemente la relazione era andata bene. Jesse era ansioso di uscire. Uno dei vecchi nemici di Perrault gli si avvicin poi, tazza di caff in mano. Perrault vede il ragazzo regolarmente dopo l'intervento? chiese. Non credo disse Jesse.

Per spirito di cortesia, l'uomo non chiese nient'altro.

Ora la sua mente andava avanti verso l'incontro con Reva. Gli aveva detto di trovarsi all'angolo fra Adams Street e Michigan Avenue. Jesse ebbe un intoppo all'ultimo minuto e si present con dieci minuti di ritardo, infastidito, preoccupato che fosse arrivata e gi andata via. Aspett all'angolo. Fiss l'Art Institute in lontananza; erano anni che voleva andarci, da quando si era trasferito a Chicago, ma per qualche motivo non ne aveva mai avuto il tempo. Il suo nervosismo aument, fin quasi al panico. Aveva voluto cos poche cose in vita sua... Aveva sognato Reva ma non riusciva a ricordare il sogno. Forse non era ancora finito. Si era steso al fianco di sua moglie e aveva sognato Reva e Joseph Ross, un cranio aperto per esporre il cervello, e magari quella sera avrebbe sognato la signora Miller, il caso del giorno prima, e il signor Dahl, un cranio aperto per esporre il cervello, qualunque cervello. Quando Jesse diceva alla moglie che l'amava, diceva la verit. Quelle parole erano la verit. Ti amo, le diceva. Quella mattina la signora Dahl l'aveva preso di nuovo per un braccio. Un volto debole di lutto stantio. Adesso la signora Dahl amava il signor Dahl? Il fegato che stava andando, il quoziente intellettivo andato, gli impulsi percettivi saltati. Amore coniugale. La signora Dahl amava l'uomo in quella stanza perch era suo marito, assegnato a lei. Una certa mole di carne assegnata a lei. Cieca. Muta: niente discussioni. Jesse pens a Reva, e tutte quelle persone, quelle facce, furono spazzate via dalla sua testa.

All'una meno un quarto una limousine accost al cordolo vicino a Jesse. Un'automobile assurda, gigantesca, guidata da un autista con una zazzera di capelli argentei. Quell'uomo smont come per mettersi in mostra sul marciapiede - i capelli color argento brillante ma davvero troppo lunghi, quasi come quelli di una ragazza. Non indossava un'uniforme convenzionale, solo pantaloni neri e un maglioncino nero a maniche corte, tirato e aderente sul suo petto grasso e sulla pancia e sulle braccia. Quell'uomo si rivolse a Jesse. Dottor Vogel? disse educatamente. Aveva l'accento del Sud. Jesse si liber della sorpresa con un battito di palpebre e si pieg a guardare chi ci fosse sul sedile posteriore dell'auto - era Reva? - e vide una donna che immagin dovesse essere lei, anche se lui non l'avrebbe riconosciuta dal momento che sembrava del tutto diversa.

L'autista gli apr la portiera posteriore.

No, non l'avrebbe riconosciuta. Aveva i capelli raccolti, avvolti intorno alla testa; i suoi abiti bianchi lo accecarono. Salve disse Jesse nervosamente. Salve disse lei.

Sorridente. Era compiaciuta di s. Scaltra e distante, al sicuro da lui malgrado la loro improvvisa, irritante vicinanza. Le era seduto tanto vicino... Pensavo di fare solo un giro qui intorno, perch fra poco ho un appuntamento disse lei.

Quando?

Fra poco.

Jesse la fiss, troppo confuso per essere deluso.

Ma quanto tempo...?

Reva rise. Lei fa troppe domande. Perch  cos strano? Se sapesse tutti i guai che ho passato solo per vederla oggi! Ho mille cose in testa, devo comprare delle cose, ho una lunga lista di cose da fare. Mi sto preparando per un viaggio. Vede... E fece una cosa straordinaria, che Jesse si sarebbe ricordato spesso: apr il cappotto bianco per mostrare la parte superiore del braccio, dove c'era una piccola puntura d'ago rossa. Apr il cappotto in modo cos rapido, cos intimo, come se Jesse fosse stato un vecchio amico, e poi lo richiuse meticolosamente.

Fa male solo un pochino. Nulla di che disse.

Jesse la guardava. Ma credevo che avremmo pranzato insieme... Pensavo che saremmo stati soli, che avremmo avuto il tempo di parlare...

Lui non pu sentirci, dica quello che vuole. Ma non posso passare chiss quanto tempo con lei. Mi dispiace. Parto per l'Italia sabato mattina.

L'Italia.

S, l'Italia.

Da sola?

No.

Ma... quando torner?

Dopo andiamo a Maiorca. Non lo so quando torneremo, di preciso. Forse in autunno.

Star via cos a lungo?

S disse lei, con uno strano sorriso. Perch quella faccia delusa? Lei e io non siamo amici. Non ci conosciamo. Non ha il diritto di fare la faccia delusa prosegu, ridendo. Quella bambina era davvero sua figlia?

S disse Jesse. E aspettiamo un altro bambino fra tre mesi...

Reva rise, tutta contenta. E me lo dice cos candidamente!

Perch non dovrei dirglielo?

Lei parla come un medico,  cos onesto e sincero. Me lo direbbe se avessi il cancro?

Il cancro...?

Era cos guardinga e bella che lui non riusciva a vederla davvero. Continuava a fissarla ma in qualche modo non la vedeva. La sua bellezza era straordinaria. I vestiti bianchi, i capelli avvolti intorno alla testa in una lunga treccia pesante, come se portasse una corona, capelli pettinati in avanti e fitti sulla fronte, tanto che le sopracciglia erano quasi coperte... Una collana d'oro, o delle collane d'oro, una confusione di catenine d'oro punteggiate di piccole perle... Sembrava straniera. Barbara. La sua pelle, che Jesse aveva ricordato pallida, adesso era colorita, da ragazza. Mosse un braccio e qualcosa tintinn, piccoli braccialetti d'oro. E le dita, che tese verso di lui in un piccolo gesto provocatorio, carezzandogli il braccio in finta consolazione, oggi erano coperte di anelli - quattro anelli - fascette d'oro e d'argento massiccio tempestate di piccole perle e diamanti. Jesse ebbe un brivido sulla nuca. Non riusciva a fissarla. Mentre lei chiacchierava non riusciva neppure ad ascoltarla... Come evitare di sciogliersi sul sedile posteriore di quella limousine? Come conservare la maschera del proprio viso?

Non mi fissi. Per favore disse Reva.

Ma... cos' tutto questo? Quest'auto? A chi appartiene? chiese Jesse debolmente. Con chi va in Italia?

Con un mio amico.

Chi?

Sono innamorata disse Reva timidamente.

Innamorata...?

Jesse si costrinse a pensare con lucidit: lei non  una possibilit. Lei  gi innamorata.

S, innamorata,  cos strano? Lei  sposato, no?

Jesse annu vago. Cos non era libera, apparteneva a qualcun altro. Si chiese perch avesse organizzato di incontrarla e perch lo stessero scarrozzando per il centro sul sedile posteriore di quella grande auto ridicola, un'auto che pareva un carro funebre, quando aveva tanto di quel da fare in ospedale.

Com' il suo matrimonio? chiese Reva.

Un matrimonio normale. Un buon matrimonio disse Jesse.

Sua moglie sta per avere un altro bambino?

S, un bambino, un altro bambino, un secondo bambino. S, fra tre mesi. Sono sposato in eterno disse lentamente. Sentiva la propria voce ma non sarebbe stato in grado di prevedere cosa avrebbe potuto dire. Non crede di tornare prima dell'autunno?

Non lo so. Lei  un medico adesso o sta solo facendo il tirocinio?

Sto finendo la specializzazione. In chirurgia.

Chirurgia...?

La pesante corona di capelli sembrava troppo per la testa e il collo fragili di lei. Ma la sua postura era perfetta, perfino un po' esagerata, come se lei, come Jesse, fosse molto emozionata e imbarazzata. Aveva preso a ricordargli la classica paziente donna, una giovane donna consapevole di lui in quanto uomo, troppo consapevole, troppo intensa.

Quel che vorrei mi capitasse disse Jesse, parlando a ruota libera e con impotenza  di essere invitato a restare con l'uomo che sto assistendo... a unirmi a lui nel suo studio privato... Ma ho molti debiti, devo un sacco di soldi a mio suocero, io...

Reva lo fissava in silenzio. Si chiese cos'avesse appena detto: qualcosa a proposito di soldi? Perch li aveva tirati in ballo?

Lei diventer un chirurgo? disse Reva.

Un neurochirurgo.

Ah fece lei, come se avesse indovinato. Lo osserv dubbiosa.

Naturalmente disse Jesse in fretta se avessi abbastanza soldi forse mi dimenticherei di tutto e la porterei in Italia io stesso... non ho mai visto l'Italia... in effetti, non ho mai visto nulla, non so nulla al di fuori della medicina e della chirurgia... non so nulla di nulla.

Reva scosse la testa. Si chiese se improvvisamente lo considerasse un brutto rischio.

L'ultimo uomo con cui sono stata disse lei piano era sempre dal medico, ma la cosa non era di grande aiuto. S'immaginava sempre di essere malato. Poi un giorno, mentre andava in macchina a Detroit a trovare sua madre, ebbe un incidente, si scontr con un camion a rimorchio e rimase ucciso...

Chi? Chi era? chiese Jesse angosciato.

Oh, un tizio. Un uomo. Reva si accigli. Voglio raccontarle di me cos sapr che non sono interessata a lei. Mi sto comportando in modo molto onesto. Non  perch sono innamorata e c' qualcuno che si prende cura della mia vita adesso, non potrebbe davvero esserci nulla fra noi due perch... perch quello che fa mi spaventa, l'idea della chirurgia mi spaventa... Anche il modo in cui mi guarda fa spavento. Quell'uomo, quello che  rimasto ucciso nell'incidente, era solo un uomo normale e non aveva neppure chiss quale istruzione, ma io l'amavo.

 rimasto ucciso?

S, gliel'ho detto. Mentre andava a Detroit. Da allora sono stata sola per qualche mese, non volevo vedere nessuno. Alla fine l'ho superata. Sono riuscita a superarla, e ora la mia vita  cambiata di nuovo... Lo sa disse all'improvviso adesso mi ricordo dove l'ho incontrata.

Dove?

Ma lei non ricorda...?

Dov' stato? Quando?

Fece un sorriso timido, ampio. Jesse fu eccitato da quel sorriso, che gli pareva tanto delicato quanto barbaro: i denti di un bianco accecante, le labbra inumidite, la pelle immacolata, elastica! La sua bellezza era assurda. Come quella grande, silenziosa, magnifica automobile; come l'autista dai capelli argentei dietro il spar di vetro. Assurdo. Eppure voleva solo andarle pi vicino, sentire di nuovo le dita di lei sul braccio, cos leggere e beffarde. Voleva prenderla per le spalle e guardarla bene in faccia. Il corpo gli prudeva di un'eccitazione che era generalizzata, con molti rami, una spinta di grande impazienza animale dietro la pelle.

Non ha intenzione di dirmelo? disse Jesse in preda all'angoscia.

Se lo ricorder.

Perch non me lo vuole dire?

Se lo ricorder fra poco. Dopo che mi avr lasciata.

Ma quanto tempo ho?  di fretta? Lo so che  di fretta, s, e che non dovrei disturbarla, ma... Quando se ne andr?

Tra pochi giorni.

Non potr vederla ancora prima che parta...?

No.

Quando parte di preciso?

Fece un rapido gesto di diniego con la mano, scoraggiandolo. Aveva detto troppo. Era troppo ansioso. Il rifiuto di lei lo fer, ma si limit a sorridere e disse subito: L'autista pu farmi scendere dove vuole. Quest'angolo va bene.

 perch la mia vita  troppo affollata in questo momento disse Reva in tono vago.

Jesse scosse la testa come per sgombrarsela. Se solo capisse... Ma lei si sarebbe ritratta da lui, dal suo desiderio. Era carico di sangue.

S, pu farmi scendere, va bene da qualunque parte. Una persona sta morendo laggi. Non avrei dovuto andarmene disse Jesse.

Morendo? Dove?

Al LaSalle.

Lo guard dubbiosa. Una persona che lei ha operato?

S. Ho paura che non ce la far. Sua moglie  isterica ma non ho tempo per le isterie disse Jesse non ho tempo per le isterie di nessuno... Le persone devono morire,  come una porta in cui devono entrare, ma hanno tante di quelle difficolt a scegliere la porta e ad aprirla e ad attraversare la soglia. S, lei dice che il mio lavoro la spaventa, lo so, spaventa anche me... Lo capisco... E un'altra cosa, un altro paziente, sto pensando a un altro paziente che ho avuto modo di conoscere...

Chi era?

Un ragazzo, diciassette anni.

Sta per morire anche lui?

Vide che era sospesa in una sorta di affanno, una paura falsa. O era vera? La reazione naturale di una donna a quelle parole, una reazione meccanica quanto il desiderio di Jesse di afferrarla. Si stava rigirando uno dei suoi pesanti anelli intorno al dito e per poco quello non si sfil - scivol sulla punta del dito - e Jesse si sporse a prenderlo perch non cadesse, percependo l'allarme improvviso di lei in tutto il proprio corpo. Ma l'anello non cadde. Lei lo spinse velocemente sul dito e fu al sicuro.

Ha solo diciassette anni ed  malato...? domand.

No, sta di nuovo bene. Se l' vista brutta ma  sopravvissuto. Una malattia molto strana, complicata da un tumore... un tumore benigno... Ma lo ha annientato comunque... Ha finito per piacermi. Mi piaceva.

Cos' successo?

 diventato schizofrenico.

Oh... come?

Schizofrenico. Matto.

Ma questo non aveva nulla a che fare con lei, vero...?

No, nulla a che fare con me. Nulla a che fare con noi disse Jesse. Sospir. Tutte le analisi, l'intervento, stare sdraiato in un letto tanto a lungo... si  arreso e non siamo riusciti a convincerlo... Eppure, il trattamento  stato un successo. Ne eravamo tutti contenti.

Lei si accigli, come se l'umore di lui le dispiacesse. Jesse cerc di sorridere, galante, beffardo, perch percepiva adesso che aveva portato quella donna a odiarlo e non aveva nulla da perdere.

Grazie per aver parlato con me disse.

Ma ne  valsa la pena? Ha ottenuto quello che voleva?

Sembrava sincera. I suoi occhi castani lo fissavano con franchezza. Jesse voleva prenderle la testa fra le mani, cullarla fra le mani.

No rispose.

Quando torn in ospedale erano passate le due. Arriv in camera di Dahl giusto in tempo per dichiararlo morto.
11

Ma perch fare una cosa del genere?

 una domanda strana.

Preservare la vita a un simile costo... E che razza di vita sarebbe? I suoi servigi vanno al maggior offerente, no?

Ma il maggior offerente sarebbe il governo degli Stati Uniti disse Perrault.

Guard gli altri commensali, allegro, pareva un elfo. Non aveva mangiato granch, non aveva toccato il vino. I suoi occhi continuavano a spostarsi su Jesse come per stuzzicarlo, per provocarlo, e nemmeno Jesse aveva appetito.

Cosa voleva Perrault da lui?

Cady disse: Verissimo.

Jesse e Helene e il padre di Helene erano stati invitati a casa dei Perrault per la serata. Per quanto ne sapeva Jesse, nessuno in ospedale era mai stato invitato l prima. Nessuno vedeva la moglie di Perrault da anni. Jesse aveva accennato per caso a Perrault che il suocero sarebbe stato a Chicago, e la segretaria di Perrault aveva telefonato a Helene il giorno dopo. Era stato organizzato in modo cos obliquo e formale che la strana aperta informalit di casa Perrault fu per Jesse una sorpresa.

Una grande mente non appartiene semplicemente al corpo in cui le  capitato di nascere stava dicendo Perrault in tono polemico. Tutti ascoltavano a disagio. La serata aveva un nervosismo singolare, un vigore puritano nella voce roca di Perrault, che vietava l'intimit, bench fossero tutti radunati intorno a quel tavolo piuttosto piccolo. Jesse non osava guardare verso Helene, temendo di scorgere quell'indisposizione giallastra sul suo viso, quella disapprovazione testarda, trattenuta. Di cosa stava parlando Perrault? Perch quel sorridere breve, astuto?

La casa era ordinaria, semplice, perfino trascurata. Era ovvio che fosse un uomo ricco - Jesse sapeva quanto faceva pagare ad alcuni dei suoi pazienti - eppure viveva in una normalissima casa di mattoni a Wilmette, circondata da abitazioni dignitose, normali, come se l'immaginazione del vecchio non si fosse mai rivolta al luogo in cui avrebbe trascorso l'esistenza. La signora Perrault era un donnone goffo, buono, fin troppo materno con Helene e preoccupato per il suo stato. Helene, incinta, era stata riluttante a venire quella sera ma era stata un po' confortata dal disordine del salotto dei Perrault, una specie di museo di cimeli e cianfrusaglie di viaggio, provenienti soprattutto dal Sudovest e dal Messico: scialli, coperte, oggetti tessuti a mano, icone di rame e d'ottone. Uno strano posto. Jesse non riusciva a individuare il tocco di Perrault da nessuna parte. Lo studio privato di Perrault nel centro di Chicago era stato arredato da un professionista ed era completamente bianco, pareti, soffitto, perfino le piastrelle sul pavimento; lui si affacciava da quel candore sinistro come da una caverna inondata di luce. L a casa sua pareva soddisfatto di sedere come un vecchio furbo, come un nonno, al capo di quel tavolo traballante in sala da pranzo o su una sedia a dondolo con un poggiapiedi davanti e un tappetino rosso sgargiante sotto il poggiapiedi, un tappetino tessuto a mano che si abbinava a un altro pi grande posto sotto il tavolino da caff in mogano. Alle pareti c'erano esplosioni di luce in rame e litografie di molte linee nervose e squarci, un mistero per Jesse; fiori ed erbe essiccati infilati in numerosi vasi di creta troppo grandi. Il divano del salotto era color verde brillante, ruvido al tatto. Il dottor Cady, entrando in quella stanza, si era guardato intorno stupefatto, come se fosse finito nel posto sbagliato.

Avanti, avanti aveva ordinato Perrault.

Insist perch prendessero dei drink, anche se lui non beveva. Poteva saltar fuori qualcosa in ospedale, chi poteva dirlo? La moglie disse con una risata: Sentito? Ha sempre la testa mezza qua e mezza l. Mezza qua e mezza l. Quarant'anni cos....

Non erano sicuri di cosa intendesse, cos sorrisero. Cady rise. Helene, che era stata male qualche ora prima, adesso sembrava star meglio e pareva interessarsi molto alle fotografie di famiglia dei Perrault. Si comportava in modo tenero e imbarazzato e un po' pungente, di nuovo enormemente incinta. Aveva avuto un aborto spontaneo l'anno prima e aveva paura di averne un altro. Anche Jesse si preoccupava per lei, pensando a quella violenta, irrevocabile espulsione di sangue e poltiglia... Stava molto attento con Helene, non discuteva mai con lei. Il dottor Cady, che non vedeva da qualche tempo, lo sorprese con il suo aspetto elegante e sano. Doveva aver messo su dieci, dodici chili nell'ultimo anno. Aveva comprato occhiali nuovi dalla pesante montatura nera, nodosi e alla moda. Il completo che portava era costoso, come sempre, ma il taglio aveva molto pi stile di quelli che Jesse ricordava da Ann Arbor. Per contro, Perrault, che era alto all'incirca come Cady, quella sera sembrava magro e inconsistente e miope, come se quei convenevoli preliminari, lo scambio di saluti e i commenti superficiali vaganti sulla casa e i souvenir lo annoiassero. Un genio, pens Jesse, tenendosi discosto da Perrault e dall'indaffarata moglie in moto perpetuo, un genio che non sa districarsi con nulla al di fuori del campo in cui lavora...

Cady parlava allegramente e senza esitazioni, come se lui e Perrault fossero vecchi amici. Non erano pi che conoscenti e non sarebbero stati in grado di riconoscersi, e nei primi minuti Jesse percep una certa cautela in entrambi. Cady era arrivato a Chicago in aereo solo quella mattina, spiegando che si struggeva per la nipotina, che non vedeva da qualche tempo, ed era preoccupato per la figlia, non seriamente preoccupato, ma impensierito. Si era seduto sul divano verde brillante e aveva chiacchierato con Perrault di uomini che conoscevano, colleghi e conoscenti, successi e fallimenti e misteri che erano scomparsi nell'America. Jesse sorrideva a disagio, ascoltando questi discorsi. Si sentiva come un genero con due suoceri.

La signora Perrault stava chiedendo qualcosa a Helene, con voce schietta, calorosa e cantilenante. Jesse capt ancora qualche parola sui quarant'anni.

Helene - lei si chiama Helene - un nome molto grazioso - Helene, lei vede come sar la sua vita, hanno la testa mezza con lei e mezza di l, e quando la sera si addormentano - chi pu dire cosa stanno facendo? Meglio lasciarglielo fare mentre dormono!

Questa fase scomoda era durata circa mezz'ora.

Poi la signora Perrault serv la cena. Interruppe una conversazione fra il marito e Cady, dicendo loro che il cibo era pronto, si sarebbe raffreddato. Si alzarono e percorsero qualche metro in direzione della sala da pranzo, che si apriva sul salotto. La tavola era gi apparecchiata. Dove volete, prego, sedetevi dove volete disse lei. Il suo viso piacevole e ordinario splendeva di entusiasmo. Jesse fin per sedersi di fianco a lei e gli venne chiesto di aiutarla a fare le porzioni, piatto dopo piatto, carichi di manzo e patate e fagiolini e crema di cipolle. Non sapeva se essere irritato o grato di avere qualcosa da fare. E sua moglie? Come stava sua moglie? A volte l'odore del cibo le dava la nausea. Ma sembrava tutto a posto. Il dottor Cady mangi tutto quello che gli fu offerto ostentando piacere, anche se quella cena doveva averlo deluso. Il dottor Perrault, a un capo del tavolo, pass gran parte del pasto a fissare il suo piatto con un piccolo sorriso indistinto, come chiedendosi perch avesse invitato quelle persone. Forse aveva avuto un motivo e adesso l'aveva dimenticato...?

Jesse guard l'orologio.

Sopra le loro teste, un lampadario vecchio stile splendeva troppo forte. Le lampadine riproducevano delle fiammelle che spuntavano da polverosi cilindri di cartone che dovevano rappresentare altrettante candele. S, le luci erano davvero troppo forti. Tutto quel calvario ricord a Jesse un'operazione; ma la stanza era troppo calda... Per sopravvivere, pens a Reva. Il viso di Reva. Quel viso perfetto, impeccabile... La bocca con il suo sorriso perfetto...

Anche se non la vedeva da diversi mesi, si era innamorato di lei. Riusciva a ricordare solo frammenti della loro insoddisfacente conversazione. Ha ottenuto quello che voleva? gli aveva chiesto.

Cosa aveva voluto?

Aveva voluto lei, ma poi? Cosa sarebbe successo dopo?

Ma la sua immaginazione si spegneva quando pensava a cosa sarebbe potuto succedere dopo. Non era possibile pensare al futuro. Il viso di Reva, il corpo di Reva e poi... Jesse pilucc il cibo che aveva nel piatto, malato d'amore per Reva. In quei momenti provava una sorta di sofferenza fisica, crampi allo stomaco. Ma doveva mangiare perch era ospite a casa di Perrault, un ospite invidiabile. Dopo dieci giorni in cui aveva sopportato pi insulti del solito dal vecchio, era stato invitato a cena, quindi doveva mangiare, doveva continuare a far passare piatti di cibo intorno al tavolo in un allegro circolo senza fine. Era come far parte di una famiglia... come far parte di una famiglia... eppure continuava a pensare a Reva, che era cos solitaria e cos inaccessibile per lui. Non riusciva a immaginarla catturata e soggiogata come Helene, appesantita dalla gravidanza, seduta di fianco al padre e di fronte al marito.

Eppure, lui amava Helene. Sarebbe morto per lei.

Fette spesse di roast-beef, che trasudavano sangue acquoso. Mangiarono. Perrault non toccava il vino nel bicchiere, bench la moglie lo punzecchiasse; la aggred, sorrise delle scuse rabbiose, qualcosa sul voler restare lucido in caso fosse capitato qualcosa in ospedale... La signora Perrault scocc uno sguardo d'intesa a Helene. Quarant'anni cos! diceva il suo mite sguardo di autocommiserazione.

Ora la conversazione si spost sugli esperimenti di Cady a Harvard, sulla istochimica dei motoneuroni e degli interneuroni nel midollo spinale dei gatti; la signora Perrault scosse la testa solo sentendo quelle parole. Li abbandon ai loro discorsi e and in cucina a prendere altro cibo. Jesse non riusciva a decidere se quella donna gli piacesse o lo mettesse a disagio. Si sent sollevato quando non l'ebbe pi di fianco. Attraverso l'arcata che conduceva alla sala da pranzo vecchio stile poteva vedere una fila di fotografie disposte sul clavicembalo del dottor Perrault, foto di laurea di due ragazzi e una ragazza, i figli Perrault. Jesse intu che i ragazzi dovevano essere andati alla Harvard Medical School come il padre, e ora si trovavano da qualche parte nell'Est. Forse era per loro che spendeva il suo denaro, procurando loro degli studi privati...? Anche in quel caso, gliene sarebbe avanzato ancora parecchio. Ai medici dell'quipe di Perrault piaceva fantasticare sul patrimonio del vecchio. Era difficile immaginarlo come un padre che dilapiderebbe le proprie fortune per i figli e Jesse avvert una fitta d'invidia per quei giovani...

La signora Perrault torn con altro cibo. Camminava con passo deciso, come una contadina, e veniva dritta verso di lui. Mangi, mangi. Non stia ad ascoltarli, mangi e basta. Sul tavolo c'era spazio a malapena per un'altra zuppiera. Una grande zuppiera di ceramica rossa di pur di patate. Jesse vide che Helene stava sorridendo distrattamente alla signora Perrault e si meravigli della sua espressione felice. Nel loro appartamento era raro che fosse felice. I suoi sorrisi erano sottili e forzati. Perfino quando si agitava per Jeanne, quando vestiva Jeanne o quando giocava con lei, il sorriso di Helene era tirato e poco convincente. Quella sera, la stoffa rosa scuro del suo vestito le gettava sul viso una luce delicata e rosata.

Ne prende ancora un po', vero, Helene? Solo un pochino! disse la signora Perrault. Era gentilmente prepotente.

Helene acconsent. Gett uno sguardo a Jesse, sorridendo. Lui cerc di sorriderle di rimando. Ma non si fidava di lei, ne era sconcertato... che cos'aveva questa tavola affollata con le porcellane barocche e sbeccate e i bicchieri da vino scompagnati e i calici per l'acqua e l'argenteria fuori moda, pesante, lievemente annerita da renderla felice?

Bene. Bene. Ha bisogno di nutrirsi borbott la signora Perrault.

Il dottor Cady stava parlando del suo lavoro. ... S, ma non  soddisfacente, lavorare con gli animali. S,  puro e aperto a ogni conclusione, ma non ci sono personalit di mezzo.

Helene si volt verso di lui, sorpresa. Personalit...?

Vorresti delle personalit? chiese Perrault con cautela.

Penso di s, s.

No, davvero,  un elemento che aggiunge angoscia disse Perrault. Incroci forchetta e coltello sul piatto ordinatamente per indicare che aveva concluso il pasto. Si schiar la gola come se volesse schiarirsi la raucedine. Perch la personalit non  permanente.  assolutamente instabile. Di conseguenza ci si ritrova a lavorare con - potremmo dire a fare esperimenti su - una sostanza che ingenuamente si ritiene stabile, quando in realt  effimera. Un animale ha tanta personalit quanto un uomo.

La signora Perrault rise piano.

Ma sentitelo! Io non ci credo disse.

Perrault la ignor. Si rivolse agli altri come se gli avessero fatto una domanda. Cos' una personalit? disse in tono educato. Ve lo dico io,  un sistema di linguaggio conscio. E quando il linguaggio si deteriora, come  fatale che avvenga, la personalit scompare e ci rimane solo la materia cruda, il cervello e i suoi impulsi elettrici. Benjamin, sei d'accordo?

Ma c' ancora un livello inconscio di personalit. La mente  nel cervello, bench sia invisibile disse subito Cady. E fino a un certo punto pu comunicare con te; pu parlarti dei processi del suo stesso deterioramento.

Non  affidabile ribatt Perrault.

Ma certo che  affidabile,  affidabile come ogni altra cosa. Quando una persona ti dice che ha sentito una piccola esplosione nella testa e muore un'ora dopo, puoi presumere prima di un esame diretto che abbia avuto un'emorragia, che qualcosa sia scoppiato...

Perrault gett un'occhiata a Jesse come per spingerlo a intervenire. Jesse disse, meravigliandosi di quella strana conversazione: Non c' bisogno che lo dicano....

Perrault lo interruppe con impazienza. No, certo, non c' bisogno che ci dicano nulla. Siamo noi a dirlo a loro. O non ci prendiamo la briga di dirglielo affatto, semplicemente ne prendiamo nota per nostra informazione. No, la personalit  un'illusione, e fra noi qui seduti attorno a questo tavolo non c' nessuno che davvero possegga una personalit, un sistema di linguaggio permanente conscio o inconscio.  solo una tradizione. La personalit  solo una tradizione dura a morire.

Una tradizione...? disse Helene. Non capisco.

Il dottor Perrault esib il suo sorriso miope, sfocato, come se cercasse di individuare Helene in una dimensione che per lui non era reale, una specie di sogno. Voglio dire che credere nella personalit  una tradizione.  una credenza dura a morire.

Qualche attimo di silenzio. Perrault continu a sorridere rivolto a Helene. Jesse comprese lentamente che il vecchio non credeva nelle donne, nella loro esistenza. Loro non avevano importanza. Loro non potevano capire, parlare con loro era fiato sprecato; eppure toccava parlare con loro per educazione. Anche quella era una tradizione. E forse lo stesso Jesse non credeva nelle donne come credeva negli uomini... Perrault stava dicendo polemico: Cos' dunque la personalit che riscontriamo in coloro che pensiamo di amare? Vi dir anche questo:  uno schema di atteggiamenti che sono espressi in certi schemi di linguaggio che riconosciamo perch siamo abituati a essi, potremmo dire che ne siamo condizionati, per essere tecnici, essendo gli atteggiamenti una barriera per proteggere queste persone e noi stessi davanti all'infinito. Il caos originale. Chi pu negarlo? Non ti sto contraddicendo, Benjamin, sto solo approfondendo ci che tu evidentemente credi. Nessuna sorpresa. Ognuno di noi ha un'ossessione nascosta, suppongo, una sorta di mostro che ha reso le nostre strutture facciali ci che sono in superficie, la maschera facciale che ci  propria, esclusiva nell'universo, e cerchiamo di tenere nascosto questo mostro, tranne forse a noi stessi. E alcuni di noi non vedono mai il mostro dentro di noi... Questa  la personalit che la gente difende. Ma  solo effimera. Con un semplice spillo minuscolo tra le mie dita disse, levando la mano e unendo indice e pollice, posso distruggere qualunque personalit in circa trenta secondi, sessanta secondi al massimo.

Helene lo stava fissando. Jesse avvert uno strano fremito di sicurezza in ci che Perrault aveva detto.

Non lo capisco disse Helene. Vuole dire... cosa vuole dire?

Mia figlia  molto emotiva scherz Cady. Accarezz il braccio di Helene. Ma Jesse vedeva che lui per primo non era convinto.

Ci che lei sta dicendo  terribile disse Helene.

La verit non pu essere terribile disse Jesse.

Perrault lo guard, compiaciuto. Trionfante.

Ah, Jesse! S, Jesse, assolutamente s, s - la verit non pu essere terribile -  la prima legge della scienza! Ci che  terribile pu essere vero o non vero, ma ci che  vero non pu essere terribile. Mi leggi nella mente, Jesse.

Jesse si sent avvampare il viso.

Helene lo stava guardando con un sorrisino rigido. Avvert l'isteria che montava dentro di lei.

Cos'hai detto, Jesse? domand.

Il dottor Cady, cercando di fare una delle sue battute, si volt verso Helene. Credo che la mia bambina sia nervosa stasera. Non  in s stasera. Forse sei preoccupata per Jeannie...

Per Jeannie? No.

Forse dovresti chiamare la baby sitter e sentire se...

Perch? Non sono preoccupata. Jesse  quello che si preoccupa per nostra figlia, non io disse Helene obiettiva. Io non mi preoccupo. No, sto pensando a ci che ha appena detto il dottor Perrault, sullo spillo... lo spillo e la personalit che pu essere distrutta con lo spillo...

Sua moglie  una giovane donna molto seria disse Perrault a Jesse, con quello sguardo speciale che scoccava a Jesse quando uno degli assistenti meno abili prendeva un abbaglio nel corso di un intervento. Dovrebbe prendere in considerazione il destino della personalit quando il cervello viene estratto dal suo alloggiamento e sistemato in un'altra sostanza, quando viene collegato a un altro sistema. Cosa accade allora? Senza i propri sensi, il cervello  ancora una personalit?

S disse Helene.

Cosa intende con s?

S.  una personalit.

Perrault rise. Alz le mani come per mostrare che non poteva discutere, che non aveva interesse a discutere.

Cady disse subito: Ti riferisci ai trapianti di cervello. S, giusto. Giusta osservazione. A me pare che il cervello sarebbe ancora una personalit perch avrebbe una memoria; una personalit  in gran parte memoria, conscia o inconscia. Un numero imperscrutabile di unit di memoria. Dunque conserverebbe in queste unit la sua personalit fatta a pezzi, a meno che quella personalit possa essere spazzata via.

Collegato a un altro corpo, diciamo disse Perrault e con le richieste dei sensi del nuovo corpo, cosa avverrebbe? La stessa personalit, una nuova che apparterrebbe al corpo, o una sintesi delle due?

Dipende dalla memoria...

Ammettiamo la memoria.

Helene disse tagliente: Ma questo non si pu fare.

Certo che si pu fare, Helene disse Cady. Nel prossimo decennio sar fatto.

Non ci credo.

Trapianteremo i reni, trapianteremo i cuori, tutto disse Cady. Il corpo  un insieme di parti meccaniche, alcune funzionano bene e altre arrancano. Le parti possono essere rimosse e sostituite con parti nuove.  male? Helene, tu sai tutto ci, stai solo fingendo di essere scioccata. Credo sia il bambino che stai per avere... ti stai esercitando con l'innocenza per lui, l'innocenza di una giovane madre...

Non agitate la ragazza. A che serve parlare di queste cose? Fatele e basta come avete programmato, portatele a termine e scrivete le vostre relazioni e prendetevi i vostri premi disse la signora Perrault in tono leggero. Sembrava che parlasse a dei bambini. S alz in piedi e chiese se qualcuno volesse il caff.

Perrault la ignor. Si rivolse a Jesse stizzito. Ma sentiamo il dottor Vogel. Pensa che arriver a trapiantare cervelli nel corso della sua vita, dottor Vogel?

Immagino di s disse Jesse.

Sar cos terribile?

No.

Perch no?

Perch nulla  pi terribile ormai. Perch... perch dovr essere fatto... qualcuno dovr farlo disse Jesse.

S, e se non il dottor Vogel, chi, allora? disse Perrault trionfante. Chi altri? Ammiro tuo genero, Benjamin, pi di qualunque altro uomo di mia conoscenza. Non  adulazione.  un fatto. Lui possiede una parte del mio cervello in questo momento, memorizzata nei suoi polpastrelli. Anche quella  una tradizione, la vecchia tradizione dell'addestramento, del rituale. Funzioner per una o due altre generazioni, ancora. Ma poi - il futuro - be', il futuro si annuncia molto interessante.

Il futuro... disse Cady lentamente.

S, renderemo il futuro molto interessante rise Perrault.

Helene stava fissando Jesse dall'altro lato del tavolo.

Tu... tu hai intenzione di fare quel genere di lavoro? sussurr.

Jesse scroll le spalle.

Il cervello potrebbe star meglio senza un corpo disse Perrault. A quel punto non sarebbe cos distratto dai sensi. Sarebbe puro. Qualunque possa essere la sua funzione, risponderebbe pi in fretta.

Helene si rivolse a lui. Ma perch fare una cosa del genere?

 una domanda strana.

Helene gli fece un debole sorriso. Jesse poteva vedere lo sforzo sul suo volto. Preservare la vita a un simile costo... E che razza di vita sarebbe? I suoi servigi vanno al maggior offerente, no?

Una grande mente non appartiene semplicemente al corpo in cui le  capitato di nascere. Appartiene alla sua cultura, al suo ambiente fisico e mentale. Di conseguenza possiamo dire che nessun uomo  padrone di se stesso, nessuna personalit  padrona del cervello in cui risiede, non pi di quanto possiamo essere padroni delle altre persone. Ci abbiamo messo molti secoli a capire che non possiamo essere padroni delle altre persone, voglio dire, nella vita privata, nei rapporti privati. Siamo tutti unici e liberi. Perch, dunque, dovremmo possedere noi stessi? Il governo potrebbe avere ogni diritto di richiedere che alcuni cervelli vengano conservati.

Conservati... perch? chiese Helene.

Per il bene della nazione.

E i cervelli non avrebbero voce in capitolo...?

Adesso che parla di cervelli, e non di personalit vecchio stile, adesso parla una lingua che io posso comprendere disse Perrault educatamente. Naturalmente i cervelli non avrebbero l'ultima parola quanto alla propria fine. Se considera l'enorme valore del cervello di, diciamo, Benjamin Cady, che vale pi di tutti i computer del mondo, il suo cervello  assolutamente senza prezzo e non sarebbe possibile gettarlo via per un suo capriccio. Ma mi verrebbe da dire che i cervelli sarebbero entusiasti di lasciare se stessi in eredit alla scienza proprio come la gente d'oggi lascia i propri organi o il proprio intero corpo. I cervelli sarebbero onorati, sarebbero veramente resuscitati, le prime forme di vita su questo pianeta a essere davvero resuscitate! Forse era questo il senso della promessa che ci ha fatto Cristo, o di quella frasetta stuzzicante: Il Regno di Dio  dentro di voi.

Helene si port le mani sul viso. Le luci del lampadario erano troppo forti, e i suoi lineamenti sembravano duri, tirati. Il suo disagio si comunic a Jesse, al suo corpo. Ma non c' alcuna scelta... disse lei.

Non c' mai stata alcuna scelta a proposito della resurrezione, no? disse Perrault con un sorriso. Gli uomini sono stati giudicati che lo volessero o meno. Non c'era possibilit di fuga. Perch dovremmo essere pi morbidi con gli uomini? Ma certo che non pu esserci alcuna scelta. Gli uomini vivono tanto in salute quanto in malattia, muoiono in malattia, a meno che muoiano improvvisamente. Non potremmo tollerare un cervello prodigioso che perde la propria salute a causa dell'attaccamento sentimentale al suo corpo. Ci attacchiamo ai nostri corpi anche quando sono malati perch sono tutto ci che abbiamo mai conosciuto. Il solo pensiero di perderli ci terrorizza.  come l'antico terrore di lasciare un mondo per entrare in un altro, correndo i propri rischi col mondo successivo. Ma, a differenza di quell'antica cosmologia, il nuovo mondo - il nuovo corpo - sarebbe sempre superiore al vecchio. Garantito. Cos la resurrezione sarebbe reale; ci si sveglierebbe in paradiso. Il vecchio corpo, la vecchia Terra: abbandonati per un vero paradiso. Ma prima dobbiamo educare la gente affinch abbandoni quel perverso sentimentalismo di amare il corpo, amare la personalit, l'io personale, l'anima, quella vecchia illusione... Cos' il vecchio io, dopo tutto? Solo la promessa della malattia. E la malattia  antisociale, mortale, privata, ribelle, eccentrica, imprevedibile, inutile, senza fantasia, senza progresso, senza fascino!

Imbarazzato, si lasci cadere le mani in grembo. Jesse non aveva mai sentito il dottor Perrault parlare tanto a lungo.

La malattia  privata... mormor Helene.

S, certo. Ed essere completamente liberi  essere malati. Andare per la propria strada personale, quella  una malattia disse Perrault. La salute  qualcosa di completamente diverso: un rilassamento dell'ego, l'io, il nome sul biglietto da visita, il nome sul certificato di nascita. La salute rientra nel pubblico dominio,  sempre stata questione di standard e regolamenti medici. Rientra nel pubblico dominio allo stesso modo dello spazio. Lo spazio interno e quello esterno non possono appartenere agli individui. Nessun cervello possiede se stesso; risiede nella natura come l'atmosfera, si leva dalla natura e torna ad affondarvi, e solo un comitato di scienziati ha gli strumenti per decidere quando un cervello superiore deve essere prelevato dal suo vecchio corpo...

Quando deve essere prelevato? domand Cady.

S, quando deve essere prelevato, quando non si pu pi scegliere di aspettare ancora rispose Perrault.

Lei sta parlando sul serio, vero? disse Helene.  la stessa cosa dell'omicidio, quello che lei sta dicendo. S,  la stessa cosa dell'omicidio. La signora Perrault era andata al posto dove sedeva Helene con un grande bricco di caff d'argento, ma Helene non parve notarla. Stava scuotendo la testa, sorridendo. Lei  malato, un uomo malato, lei  pazzo, lei  un assassino, ed  perch vuole uccidere che ha elaborato questa teoria, lei e gli uomini come lei... sapete che nessuno pu fermarvi...

Helene! esclam Cady.

Lei si alz in piedi, spingendo indietro la sedia. Si premette le mani sul viso e si tir la pelle sotto gli occhi, un gesto curioso, privato, di stanchezza assoluta. Jesse corse da lei. Lei gli volt le spalle come se non sapesse chi fosse e si allontan, verso il retro della casa, barcollando. Jesse la segu. Stai per dare di stomaco? sussurr. Le mise un braccio sulle spalle e la riaccompagn al bagno dei Perrault, una stanza minuscola con i muri che si scrostavano e il pavimento di linoleum spento, pieno di strisciate. Va tutto bene, Helene. Possiamo andare a casa. Non appena ti senti meglio torniamo a casa. Il cuore gli martellava. Helene gli volt le spalle, respirando a fatica. Vacill. Il ventre gonfio sembrava maturo e fragile agli occhi di Jesse; temeva che le sarebbe successo qualcosa di terribile. Helene...? disse. Lei non lo guardava. Si chiese se la odiasse per ci che aveva detto a Perrault e ci che stava facendo a se stessa e a lui...

Lasciami in pace. Per favore disse lei.

Ma Helene...

Lasciami in pace!

La lasci. Quando torn in sala da pranzo erano tutti in piedi, quei vecchi, che invecchiavano con le loro facce preoccupate. Jesse li fiss rabbioso. Il viso di Perrault era tutto rosso. Mi dispiace... cominci.

Jesse annu bruscamente.

And al guardaroba dell'ingresso a prendere il cappotto di Helene. Perrault lo segu.

Lei  sconvolto disse in tono piatto.

Non ha importanza.

S, lei  sconvolto, sua moglie  molto nervosa.  per via del suo stato, non  vero? Di questa gravidanza?

Presumo di s.

Mi guardi, per favore. Mi guardi bene in faccia disse Perrault.

Jesse lo guard. Era un uomo talmente piccolo, fragile e docile nel corpo; Jesse non riusciva a pensare al motivo per cui lo temesse tanto.

La pensa allo stesso modo?

Jesse non disse nulla.

Le parole di sua moglie, le sue accuse... lei la pensa allo stesso modo?

Jesse lo fiss e non replic.

Allora non risponda. D'accordo. L'avevo invitata stasera per una certa ragione... per una ragione privata, personale disse in fretta Perrault. Aveva il viso molto rosso. Ma ora... ora io... noi... Possiamo parlarne un'altra volta...

Jesse annu lentamente. La sua mente era uno spazio vuoto, perfino la rabbia e la preoccupazione si erano esaurite: percepiva la terribile, aperta purezza del suo cervello, che non apparteneva proprio a nessuno.

12

Nell'ottobre del 1956, una settimana prima del trentunesimo compleanno di Jesse, la sua assistente entr in studio e disse: Una signorina desidera vederla. Si chiama Rita Smith.

Come?

Rita Smith. Dice che  molto importante. Non ha appuntamento.

La manda qualcuno?

No. Ripete che  molto importante... Le ho detto che era parecchio impegnato, ma mi ha risposto che aspetter, che lei la conosce.

Prov a concentrarsi: conosceva qualche Rita Smith? Il nome non gli diceva nulla. Una certa irrequietezza nell'atteggiamento dell'assistente, insieme a una sottilissima vena di stizza, lo spinsero a chiedersi chi fosse questa signorina... Be', non riusciva a resistere. L'avrebbe ricevuta.

La faccia entrare, prego le disse gentilmente.

L'assistente accompagn nello studio Reva Denk.

Lei gli si precipit incontro, si sporse sulla scrivania e gli strinse le mani con gioia. Dottor Vogel!  cos gentile da parte tua ricordarti di me! esclam scoppiando a ridere. Rideva del suo stupore, mentre si protendeva attraverso l'ampio piano della scrivania con un piacere infantile per averlo lasciato di sasso. Nella nitida luce del mezzogiorno la sua bellezza lo abbagliava.

Sei... sei tornata... sei qui... balbett Jesse.

E tu non mi hai dimenticata disse lei, trionfante.

Indietreggi come per dargli tempo di osservarla, di studiarla. Poi abbass lo sguardo, quasi a studiare se stessa. Era pi bassa di quanto lui ricordasse. Piccola e minuta. Portava scarpe dai tacchi alti e un abito di lana liscia come seta, di un azzurro molto chiaro. Si teneva scostati i capelli dal volto in due ciocche pesanti legate con del filo comune e divise nel mezzo da una lunga linea ondulata. Il suo viso privo di trucco sembrava molto giovane, pi di quanto ricordasse Jesse. Alla luce del mezzogiorno la sua pelle liscia appariva leggermente lucida.

Come osava questa donna presentarsi a lui in pieno giorno?

Ma che cosa... come... come hai fatto a trovarmi? le chiese.

Ti ho cercato sull'elenco. Non ti ho mai dimenticato.

Il cuore aveva cominciato a martellargli. Si alz da dietro la scrivania - su cui erano disposte pile ordinate di lettere, cartelle e documenti, una vita intera, in tutto il suo caos - quasi timoroso di abbandonare quel riparo per affrontare la donna faccia a faccia. Le scrut il volto, la bocca. La sua bocca sorridente. Ingenua, compiaciuta, felice. Nello scorgerle per un attimo le gengive trasal, come se avesse intravisto qualcosa di proibito.

Che cosa gli stava dicendo?

Lei si guardava intorno nello studio e sorrideva beata. Siamo cos in alto che  come stare sopra una torre, in un castello, su nel cielo disse. Che cosa sono tutti quei fogli? Diplomi? Sono tuoi? Tutti quanti per una persona sola? Per te? Non so leggerli...  latino? Non conosco le lingue straniere. Ah, che posto meraviglioso qui, cos in alto! Scommetto che te ne stai un sacco di tempo a guardare il lago da quella finestra. Io non mi muoverei da l. Lascerei la mente volare via dalla finestra e tuffarsi nel lago...

Jesse non riusciva a seguire le sue parole. Era cos colpito da lei, dall'improvvisa intimit della sua presenza, del suo essere. Quel corpo snello e pieno di vita, quelle gambe da ragazzina, quei capelli biondi ora legati in due ciocche sferzanti. Il bagliore di un braccialetto dorato al braccio, il movimento costante di occhi e ciglia... Il suo era un ritmo lento, un turbinio leggero e delicato di ombre e luci, lo sguardo limpido, le labbra umide, i denti candidi, le volute delle orecchie, pallide, quasi di cera, la punta del naso esile confusa con il cadenzato vorticare e sprofondare, innalzarsi e immergersi delle sue parole. L'intenso fulgore dei raggi di sole pareva renderle la pelle opaca e priva di pori, uniforme come carne dipinta su una tela. Si girava verso di lui a provocarlo, a invitarlo. Non aveva sentito, sotto tutte quelle chiacchiere, la sua voce chiamare Jesse? Jesse?

O lei stessa era frutto della sua immaginazione?

Da mesi e mesi la rivedeva dentro di s, la sognava, la esagerava. Al fianco di Helene aveva sognato Reva: aveva fatto l'amore con Reva travestito da marito di Helene. Due corpi si erano riuniti nell'amore, in una pantomima dell'amore, due corpi che Jesse aveva manipolato traendoli da qualche sacro, casto e inviolato ricettacolo della propria mente, a trasmettere gli stimoli nervosi dell'amore, a desiderare che l'amore si facesse carne. Un amore, per, tributato a Reva e Jesse.

Adesso era qui, insieme a lui. Non pi esagerata. Tese incuriosita una mano, non verso Jesse ma verso la finestra, come attirata da questa. C'era qualcosa nella luce del sole, nell'altezza, nel vaporoso orizzonte del lago e del cielo che sembrava attirarla a s. Portava un braccialetto d'oro dall'aspetto primitivo, barbarico, una fascia da cacciatrice larga una decina di centimetri. Doveva pesarle molto sul polso sottile. Su di lei appariva bizzarramente sproporzionato.

Bellissimo si affrett a dire Jesse. Dovette sforzarsi di usare quella parola, costringersi a formularla. Sei... sei tornata a Chicago definitivamente? Ho provato a chiamarti a quel numero tante volte ma...

Oh,  finita. Intendi quel posto nel North Side? Finita. D'inverno sono tornata a vivere da sola, sono rimasta a New York per qualche tempo e adesso mi fermo qui, a Chicago, per un po'. Poi penso che me ne andr nel Nord del Wisconsin.

Nel Nord del Wisconsin? Quando?

Oh, tra una settimana rispose lei spensierata.

Jesse l'osserv. Era una presenza tanto sfolgorante - a cominciare dal colore del vestito, cos brillante, intenso in maniera quasi soprannaturale - da rendergli impossibile concentrarsi su quanto lei gli stava dicendo. Jesse non sapeva quanto fossero importanti quelle parole. Parole che lui aveva ripetuto in silenzio tra s: Sono innamorato di te. Forse, per, lei le conosceva gi. Non voglio nulla da te. Ma adesso che era qui con lui, in questa stanza, l'aria tra loro si faceva eccitata e capricciosa, quasi stimolata dai venti che soffiavano di fuori, nel cielo autunnale, e lui si accorgeva che le stava sorridendo lentamente, senza opporre resistenza, fino ad arrendersi, come Reva stava sorridendo a lui.

L'intimit di quel sorriso. Forse si conoscevano da tanto tempo. Erano amanti che non avevano fretta di toccarsi. Erano fratello e sorella.

Portami fuori a pranzo disse Reva all'improvviso. Usciamo a fare una passeggiata.

Jesse non aveva tempo - gli era proprio impossibile lasciare lo studio - ma disse subito: S, certo....

Voglio fare due passi e parlare con te disse Reva. Ti ho pensato cos tanto. Mi sento come una sorella per te. So che io e te ci siamo dentro, in una storia, voglio dire, dopo lo strano modo in cui mi hai cercato... hai pagato un investigatore per sorvegliarmi? Davvero? Oh, non fare quella faccia! Adesso non ha pi importanza. Non importa come ci siamo conosciuti, appartiene al passato. La mia vita di allora appartiene al passato, meglio scordarsela - quella grossa, assurda auto su cui sono passata a prenderti, ricordi, come se fossimo in un film e dovessimo viaggiare per cinque o dieci minuti, con la pellicola che scorre alle nostre spalle! - oh, meglio scordarsela una volta per tutte! Ti voglio cos bene, Jesse, e sono felicissima del tuo successo... perch la vita mi pare ti stia andando bene, no?

 cos, mi sta andando bene conferm Jesse sottovoce.

Le si era avvicinato ma non osava toccarla. Lei non sembrava avergli dato il permesso di farlo. E lui era vestito di bianco, nel suo costume da dottor Vogel. Non osava toccarla senza il suo consenso. Lei pareva cos agile e flessuosa, in costante movimento come per sfuggirgli e per confondergli la vista - adesso stava osservando attentamente le fotografie della sua famiglia sulla scrivania - che non gli sarebbe guizzata via dalle mani se avesse provato ad abbracciarla?

Questa donna  tua moglie? chiese Reva senza dare segno di essersi accorta dell'agitazione di Jesse. Sembra molto intelligente. S, molto intelligente. Osserv cupa la foto di Helene. Era uno scatto strano, che aveva colto l'essenza di lei solo in superficie. L'occhio vi si posava e si distaccava, imperturbato e blandamente compiaciuto. Quando era Jesse a osservare quella foto, per, riusciva a sentire il mormorio nella mente della donna, il flusso costante e ostinato della sua coscienza impegnata in una silenziosa contesa con lui. Una discussione che lui non capiva. Che bei bambini disse piano Reva. Ecco la ragazzina che ho visto quel giorno, non ricordo come si chiama. Non sembrava che le andassi tanto a genio, vero? E questa  un'altra bambina? Oppure un maschio?

Una bambina. Michele.

Michele. Che nome grazioso. L'altra invece si chiama Jeanne? S, mi sembrava. Me lo sono ricordata concluse compiaciuta. Sollev lo sguardo verso Jesse, quasi per congratularsi con lui per avere generato quelle bambine. Il flusso delle sue parole, come dei suoi gesti, era liquido e in un certo senso sfuggente, ipnotico. Sei felice di avere una famiglia, di essere un padre? chiese Reva.

Per me non esiste niente di pi importante rispose piano Jesse.

S,  vero. Per te  cos assent Reva.

Ma tu... hai un'aria diversa. Sei molto bella disse Jesse ma...

Lei gir la testa mentre rimetteva a posto le fotografie. Una fila ordinata di volti: Helene e le bambine. Una madre e le sue due figlie.

Una madre e le sue due figlie sussurr Reva.

Perch sei qui, Reva? chiese Jesse.

Lei lasci vagare lo sguardo sulle pareti, sul pavimento. Dovunque il colore prediletto di Perrault, il bianco sporco, una tinta sterile che non abbagliava la vista. Avrebbe voluto spiegare a Reva che questo studio non rispecchiava veramente chi lui fosse. La potente, delicata, bizzarra torre d'avorio affacciata sul lago. D'un tratto lei parve diventare nervosa, sfuggente. Jesse si pent di averle fatto quella domanda.

Voglio solo che siamo amici rispose Reva. Ci siamo incontrati in un momento molto felice della mia vita, e in un certo senso io ti associo a quel periodo, perch tra noi due nulla  cambiato; non ci conosciamo e non ci siamo mai conosciuti... Il resto della mia vita per  completamente cambiato. E tu sei ancora qui a Chicago, sembri lo stesso, come se il tempo non fosse passato. Ma naturalmente nella tua vita  cambiato molto: hai un'altra figlia, lavori in questo ufficio... chi  quell'uomo, Perrault? Il tuo socio?

Sono io il suo medico associato rispose Jesse.

 un vecchio?  bravo?

Che cosa significa bravo?  un chirurgo eccellente disse Jesse. Si stava rendendo conto di come non fosse abituato, con una moglie come Helene, a donne prive di un'intelligenza brillante. Non ho mai conosciuto nessuno come lui.  un uomo straordinario...

Ti piace lavorare insieme a lui?

Be' disse Jesse scoppiando improvvisamente a ridere be', no...

Reva gli sorrise in modo strano.

S, mi piace lavorare con il dottor Perrault.  una persona molto difficile ma mi piace lavorare insieme a lui. Mi obbliga a procedere a un ritmo che da solo non riuscirei a mantenere... mi spinge a essere molto meglio di quanto sia in realt.

Reva annu lentamente. Stava in piedi con le mani conserte davanti a s, in un atteggiamento di sollecita, arrendevole, fasulla sottomissione. Se Jesse distoglieva lo sguardo da lei riusciva a parlare senza problemi.

Il dottor Perrault mi spinge a essere una persona che non sapevo di essere prosegu Jesse. Imparo in continuazione, sono esausto per tutto quanto c' da imparare al mondo, perch... perch quando ho finito all'ospedale pensavo di avere imparato quasi tutto. Invece... il dottor Perrault sta scrivendo un libro e mi ha chiesto di aiutarlo. Non riposa mai, non si ferma mai. Non smette di pensare un secondo.

Jesse credette di percepire la presenza del dottor Perrault tra gli studi, e si accorse che era cos anche per Reva, che continuava a spostare lo sguardo da Jesse a dietro le spalle di lui, verso la porta chiusa. Il dottor Perrault quel giorno non riceveva, ma Jesse lo sentiva vicino comunque.

Sembri un po' stanco gli disse con dolcezza Reva.

Davvero?

Hai l'aria un po' tesa.

Penso sia a causa tua.

A causa mia? chiese Reva con stupore ostentato. Dopodich, compiaciuta come una gatta, lo fiss quasi non stesse osservando lui, ma se stessa. Jesse riusciva a sentire lo sguardo di lei abbassarsi sui piedi, sulle gambe, sui fianchi snelli e sul corpo, fino a risalire al viso. Uno sguardo che valutava, calcolava e senza scomporsi lo ignorava. Non sarei dovuta passare a trovarti?

S. Non intendevo quello. Ma mi hai sorpreso, non mi sarei mai aspettato...

Oh, Rita Smith? Quello me lo sono inventata. Sai, non mi piace lasciare il mio vero nome, ma l'infermiera mi ha chiesto come mi chiamavo, cos ho dovuto farmene venire in mente uno in fretta e... e in realt nemmeno Reva Denk  il mio nome, ma solo uno che ho escogitato una volta che mi serviva. Se avessi avuto un quarto d'ora avrei pensato a qualcosa di meglio di Rita Smith disse scoppiando a ridere. Il sorriso di Jesse si trasform in un ghigno. Sembrava che la bocca gli si torcesse in una smorfia incontrollata per assumere la sagoma di un esile e tirato quarto di luna. Reva continu nello stesso tono leggero e sfuggente.  successo a un ippodromo. Ero con qualcuno e poi ho incontrato qualcun altro - appartenevo a qualcuno, ma quando ho incontrato quest'altra persona ho sentito che sarei passata a lui, l'ho... l'ho sentito come ti accorgi che qualcosa non  perfettamente in piano, una piattaforma inclinata o un porticato o qualcos'altro, capisci cosa intendo? Tese la mano con il palmo in alto e la rigir pigramente incuriosita, quasi a misurare l'equilibrio della stanza. Gett a Jesse un'occhiata maliziosa. Perci ho avuto tempo di inventarmi un nome, anche se, sai, tu un nome non lo inventi mai davvero, cos mi ha spiegato dopo quella persona, ti viene da dire un certo nome ed ecco fatto, ti inchioda. Rivela sul tuo conto molto pi di quello con cui sei nato... Oh, questo  per il mal di testa? disse sollevando dalla scrivania di Jesse una brochure che pubblicizzava un nuovo farmaco. Per l'emicrania? A volte ce l'ho anch'io, ma non prendo mai niente. Qualcuno, un'infermiera, disse una volta a mia madre di non prendere niente se poteva farne a meno, nemmeno un'aspirina. E io faccio lo stesso. Voglio mantenere il mio organismo puro, incontaminato. Voglio essere pulita, dentro e fuori. I mal di testa non mi fanno soffrire poi tanto. Non provo mai dolori veramente insopportabili, sono molto forte. E oggi mi sento particolarmente forte disse rivolgendo a Jesse un sorriso che gli ferm il sangue. Eppure, un attimo dopo, la voce di Reva era tornata giocosa. Bene, che ne dici di andare un po' in giro? Voglio mostrarti un posto. Qui a Chicago c' qualcosa di bello che voglio farti vedere. La mia mente  rimasta aggrappata a te, dottor Jesse Vogel - poi ti spiegher il perch - cos ti ho cercato subito e sono venuta qui.  stato uno sbaglio?

No.

Adesso hai tempo?

Adesso s. Proprio ora. Questo pomeriggio devo andare in ospedale, ma adesso... s, ho tempo.

Quell'infermiera, l fuori. Non le vado molto a genio, mi pare. Ha detto che eri impegnato.

Jesse si chiese se stesse dando a vedere la propria agitazione. Temeva che lei decidesse di punto in bianco di uscire, di andarsene. La donna si aggirava per l'ufficio allegramente e al tempo stesso come se avesse un qualche obiettivo, scombussolando ogni cosa, smuovendo il muro d'aria che era calato tra loro. Sarebbe andato a cambiarsi e aveva paura di non trovarla pi quando sarebbe tornato...

Stai bene in camice bianco. Ti d un'aria molto attraente, molto ufficiale osserv Reva. L'aria di un uomo che potrebbe chiamarsi in qualsiasi modo. Immagino che un sacco di donne vengano qui da te a farsi visitare, vero? Dev'essere molto strano. Ti piace?

Jesse era cos nervoso da non riuscire a rispondere.

Dal pesante bracciale di Reva si alz un guizzo luminoso, bianco e lucente come il suo sorriso sicuro, disteso, pieno di salute. D'un tratto Jesse ebbe la visione di un uomo che si aggrappava a lei, le strappava i vestiti, le premeva il volto contro il ventre e i fianchi... Lo disorientava vedere se stesso nell'atto di farlo e rendersi conto che si trattava di un altro uomo, e che lui era innocente.

Ti aspetto di fuori in corridoio. Non in sala d'aspetto, ma in corridoio disse Reva.

Lui si cambi in fretta. Le dita fredde, umide e veloci. Il volto arrossato. Era cos inespugnabile qui, in mezzo all'ampio complesso di studi: un labirinto, un dedalo pulito e costoso dove i pazienti giungevano da lui e dal dottor Perrault solo dopo un complesso sistema di esami e di rinvii da parte di altri medici. Reva era andata direttamente da lui. Eppure non era malata: era piena di forza e di salute. Bastava guardarla per capire quanto fosse forte.

Nell'uscire Jesse spieg di doversi assentare per una commissione privata e che sarebbe tornato il prima possibile. No, niente di serio, nulla di cui preoccuparsi. Le infermiere di Perrault non erano giovani donne ma professioniste mature, devote a lui come a un parente stretto verso il quale non riuscivano a esercitare il minimo spirito critico. Le sue maniere brusche e la sua impazienza non le turbavano, o almeno non a lungo. Lo adoravano. Jesse era una specie di parente pi giovane, un figlio o un nipote di Perrault, promettente e volenteroso, un bravo ragazzo ma che non si poteva prendere troppo sul serio, non ancora. Anche quando il vecchio medico non si trovava nei paraggi, non era Jesse a occupare il centro della scena, ma Perrault.

Ma Reva era andata da lui, non dal vecchio!

Mentre si affrettava a raggiungerla, Jesse avvert nel vuoto un fruscio al volto: i suoi capelli, l'idea dei suoi capelli, la loro morbidezza, il loro profumo delicato. E se non l'avesse pi trovata? Ma eccola l, ad aspettarlo accanto agli ascensori. Si volt verso di lui: il suo viso era incredibile, dolce e radioso eppure dotato di una forza fuori dal comune. Avrebbe voluto afferrarle la testa, sfiorarle gli zigomi, accarezzarle quei grandi occhi irrequieti...

Adesso sei tu che hai un'aria diversa. Sembra che porti una maschera disse Reva. Non sei quell'uomo che ho conosciuto tanto tempo fa... ma tu non te lo ricordi, vero? Non ricordi quando ci siamo incontrati la prima volta?

No, la prima volta no, non me la ricordo rispose Jesse. Intorno a lei aleggiava qualcosa di ricco e brunito: era profumo o la luce del sole? L'odore della luce del sole? Jesse lasci cadere la mano sulla spalla della donna, come per caso. Non riusciva a trattenersi.

Reva si ritrasse con grazia.

Imbarazzati e nervosamente felici, attesero l'arrivo dell'ascensore senza guardarsi, gli occhi fissi sul quadro dei numeri sopra la porta. Jesse era paonazzo, con la fronte pulsante. Che cosa dire a Reva, come spiegarsi? Spesso con Helene provava il medesimo bisogno di chiarirsi, di confessare, di esprimersi a parole. Da qualche parte avrebbe pur dovuto trovare le parole in grado di spiegare con esattezza la sua vita. Ma lui non sapeva dove. Si serviva delle parole in modo timido e crudele. Spettava a qualcun altro, forse a una donna, il compito di trargli di bocca quelle parole custodite religiosamente, di giustificarlo, di redimerlo in quanto Jesse. Lui non riusciva a crearle da s. Non da solo.

No, non ricordo... non capisco che cosa intendi... mormor Jesse.

Alle spalle di questa Reva non c'era nessuno. Nessuna Reva. Niente. Non riusciva a ricordare una Reva precedente e pi misteriosa. Se si sforzava di richiamare alla memoria la prima volta in cui l'aveva vista davvero, sulla sua mente calava un velo bianco come le caste e severe pareti dello studio di Perrault. Si ritrov a pensare al silenzio, ad anni di silenzio, anche se ci non aveva nulla a che vedere con Reva. Era un uomo sposato, e aveva sposato una specie di silenzio. Con Helene, la notte, una notte dopo l'altra, era giunto a una certezza dolce e al tempo stesso spaventosa: gli uomini sposavano il silenzio. Si sposavano sperando di udire quelle parole intime e sacre che li avrebbero redenti, e invece sposavano il silenzio. Disteso al fianco della moglie, pensava alle parole da pronunciare, ma le parole esatte non gli venivano mai. Non si lasciavano plasmare perch lui era solo, in realt stava dormendo da solo. Un'oscura, indistinta, confusa accozzaglia di parole inespresse e poi, poco a poco, lo scivolare nel sonno, nella notte. Una volta addormentato era libero da Helene e da tutte le donne, libero persino da se stesso. Nessuno poteva seguirlo laggi. Dormiva al fianco della moglie addormentata durante le selvagge e imprevedibili ore delle notte, l'uno e l'altra intenti a vagabondare ciascuno nei propri sogni, le menti che risuonavano di parole, forme e azioni che mai sarebbero state portate alla luce... Dormivano camuffati da marito e moglie, con i corpi che non si toccavano o si toccavano solo per caso, non aveva importanza. Se si svegliavano, se Jesse faceva l'amore con sua moglie, doveva immaginarne come oggetto una donna che era Reva... anche se amava Helene, quando pensava a lei. L'amava. Talvolta i sogni di Jesse si concentravano all'improvviso sull'angoscia provata dalla moglie al pensiero che potesse metterla incinta un'altra volta e ucciderla.

Dopo la nascita di Michele, Helene era tornata dall'ospedale con l'ordine tassativo del dottor Blazack: Basta bambini. Aveva pianto. Era diventata isterica, si odiava e si accusava. Un fallimento di donna...

Che cosa c'? chiese Reva. Sembri preoccupato per qualcosa.

Stavo pensando... alla gravidanza, a una donna che ha un bambino...

Reva scoppi a ridere per la sorpresa. Ma che strano... E perch ci pensavi?

Erano soli in ascensore. Jesse avrebbe voluto scrollare la testa per svuotarla del dolore del suo matrimonio. Per liberarsi di ogni pensiero riguardo al suo matrimonio. Mi sei mancata cominci nervosamente. Ti ho pensata tutto il tempo, o quasi... Sono innamorato di te... No, non ridere, ti prego, sono assolutamente serio e... e non voglio che tu rida di me...

Tu non mi ami. Nemmeno mi conosci disse Reva imbarazzata.

Lui le osserv la testa china, con la scriminatura che correva come una vena ondulata lungo la curva delicata del cranio.

No, non  possibile disse lei.

Quando l'ascensore si ferm al pianterreno la donna parve allontanarsi da lui a passo di danza. Jesse la segu per strada. Quaggi la luce non era cos forte. Il rumore del traffico lo confuse. Pens che avrebbe dovuto afferrare Reva per essere sicuro di lei.

Voglio mostrarti una cosa gli disse.

La folla di mezzogiorno si lev come un'onda intorno a loro. Reva sembrava cos fragile... Jesse avrebbe dovuto stringerla, proteggerla. Lei per lo guidava, e nel frattempo continuava ad allontanarsi da lui. Sembrava essersi scordata del pranzo. Jesse ne fu felice: come poteva mangiare in presenza di Reva? Lo stava conducendo da qualche parte a passo veloce, con veloci e vigorose falcate, e intanto chiacchierava, sbattendo qua e l, incurante e fiduciosa, mentre lui si guardava nervosamente intorno nel timore che qualcuno potesse riconoscerlo.

Jesse e Reva, insieme per strada.

Lei camminava con tale naturalezza al suo fianco, inconsapevole della propria bellezza, che Jesse inizi a illudersi fossero gi amanti. Ne avevano tutta l'aria. Se qualcuno dell'ospedale li avesse visti, se il vecchio Perrault li avesse visti, il loro amore sarebbe stato reso pubblico. Era orgoglioso di stare con lei. Era orgoglioso dei suoi gesti da uccellino, del suo vezzo di sollevare un palmo aperto per sottolineare un punto per lei assolutamente chiaro. Era cos banale, cos affascinante! Jesse continuava a sfiorarla per caso. Gravitava verso di lei, sempre pi vicino, e Reva insisteva a spostarsi di lato, inconsapevole, attenta, quasi pudica... Si chiese perch avesse vissuto fino a quel momento senza amore. Non aveva mai amato nessuno... Ma s, aveva amato Helene, l'amava persino adesso, ma continuava a dimenticarsela. Non era il genere di donna che rimane in mente. No, non Helene. L'amava ma non era innamorato di lei. Non l'amava con questa impetuosa, esasperante sicurezza. Perch aveva sprecato tanti anni della propria vita? Anni, anni interi. Desiderava solo prendere questa donna tra le braccia e seppellirsi in lei, dimenticarsi in lei, nel fondo del suo ventre, nella parte pi segreta del suo essere, zittire la propria coscienza e rinascere dentro di lei, trasformato dall'umida, ombrosa, labirintica intimit del suo cervello, e l risorgere...

Non dovresti guardarmi cos per strada sussurr Reva, irrigidita come una ragazzina. Dovr salutarti.

Io ti amo.

Hai detto che sarete marito e moglie per sempre. No, smettila di appoggiarti a me... non mi piace...

Si erano fermati in preda all'imbarazzo. Scusami disse Jesse.

L'anno scorso sembrava che mi amassi cos tanto, senza motivo e senza alcun vantaggio disse Reva. Non lo capivo. Ma per me... era meraviglioso, era cos puro... Voglio mantenermi pura e sana... L'anno scorso ho amato moltissimo un uomo, ma alla fine, un mese dopo l'altro, ho smesso di amarlo. Non potevo farci niente. Ho dovuto lasciarlo perch era tutto orrendamente falso, era tutta una menzogna. Mentirgli mi ha invecchiata. Ha reso vecchia me disse, e non era mai sembrata tanto giovane e anche lui... Ma alla fine ho rotto e sono andata a vivere da sola. Ogni tanto pensavo a te, quando ero da sola e non riuscivo a dormire o camminavo per una citt che non conoscevo, chiedendomi che cosa diavolo ci facessi l. Non avevo mai conosciuto nessuno come te. In te c' qualcosa di misterioso, di protettivo... e di potente... Io mi sento come una sorella per te. Saresti stato un fratello meravigliosamente protettivo. Mi avresti cambiato la vita. Non te lo so spiegare.  pi di quanto abbia mai detto a un uomo, parlando di quello che provo per lui, cio. A dire troppo ci si perde sempre. Le confessioni sono degli sbagli. E comunque nemmeno io capisco che cosa provo e non mi interessa. So solo che ti ho pensato spesso. Ti ho augurato ogni bene. Avevi detto che tua moglie stava per avere un altro bambino, e io mi chiedevo come fosse. Non ho mai avuto un figlio. Non ho l'istinto materno. Ti sembro forse materna? disse scoppiando in una strana risata.

Che cosa? S, penso di s rispose Jesse, ancora offeso dal suo scostarsi. Non sapeva che cosa dire.

Reva si incup. La galleria  appena in fondo all'isolato disse.

Jesse avrebbe voluto sentirsi chiedere di nuovo: Ti sembro forse materna?

Avrebbe potuto mettere al mondo i suoi figli. I suoi figli.

Lo stava portando in un negozio, una galleria d'arte con vetrine stipate di dipinti, bozzetti e sculture moderne. Osserv perplesso i pezzi esposti. L'interno era piccolo e soffocante, con il soffitto sporco di muffa. Lentamente e malvolentieri, Jesse osserv i dipinti in mostra: una decina di grandi tele, pitture a olio a colori vivaci - verde, giallo, arancio - e vertiginose linee zigzaganti. Lei lo prese per mano e l'attir verso uno dei dipinti. Questo qui. Guardalo disse sottovoce. Era una grande tela, di almeno due metri per tre: un enorme e tronfio tumulto di linee e forme inquietanti, vagamente umane. Questo incubo non gli apparteneva, non gli interessava e non lo capiva.

Che ne pensi? gli chiese Reva eccitata.

Lui scosse la testa.

Non ti terrorizza? Non ti fa pensare a niente?

Si avvicin un uomo basso e calvo in abiti giovanili. Reva lo salut con il medesimo entusiasmo che aveva mostrato verso Jesse nel suo studio. Jesse le scocc un sorriso ironico che lei non not. Lo present all'uomo (grazie a Dio chiamandolo semplicemente Jesse Vogel) e Jesse non bad volutamente al nome di questi. Era un ometto elegante e indaffarato. Jesse aspett, prima con pazienza e poi con impazienza, mentre Reva parlava con lui come se avesse ore a disposizione.

... con Annie potrebbe funzionare di nuovo, non so stava dicendo. Non ci spera troppo nemmeno lui, ma non ne vuole parlare. Lo vado a trovare la settimana prossima perch ha chiesto di me, ma non so che cosa succeder... Mi sento svuotata...  per lei che mi dispiace. Lui dice che non gli interessa cosa ha passato disse Reva, e mentre parlava pieg la testa verso una delle grandi e orribili tele, al che Jesse cap subito, come se un lampo gli attraversasse la mente, che stava parlando di chi aveva dipinto quella roba. Lei  una persona cos sfuggente, cos strisciante, cos... cos succube... ma mi spiace tanto ugualmente...

Non  il caso osserv allegro l'uomo.

Jesse lo odi.

Gett terrorizzato un'occhiata all'orologio: ne era passato di tempo! Reva stava per lasciarlo di nuovo. Stava per andarsene. Anche se adesso gli aveva preso il braccio come se stessero insieme, anche se lo guidava su e gi per quella piccola, miserabile galleria, Jesse sapeva che era sul punto di lasciarlo ancora e che non avrebbe potuto fermarla. Rimaneva zitto e imbronciato, mentre Reva continuava a ciarlare. Che cosa diavolo ci vedeva in quei dipinti? Tutto quel caos era una scimmiottatura della vita e delle sue forme naturali. Una visione deteriorata. Squilibrio, collasso. Spasimi. Danni cerebrali. Cancro. Un affollarsi delle forme naturali della vita, un affollarsi della forma stessa delle tele, la follia di sagome e colori senza un significato riconoscibile.

Cancro.

Cancro.

Ah, ecco: adesso stavano osservando la fotografia di un uomo. Un volto che riempiva l'intera inquadratura, grande, scuro, con sopracciglia cespugliose, lineamenti severi, rughe sulla fronte come se si stesse accigliando in preda al dolore e alla rabbia, capelli scomposti, ciuffi di peli nelle orecchie. Un uomo sulla quarantina. Alle sue spalle, uno sfondo di legno sgranato il cui aspetto era pi gradevole del soggetto ritratto.

Questo  Raeder disse Reva.

Jesse annu.

Che cosa ne pensi? gli chiese lei con ansia.

Non penso nulla.

Ma il suo volto...? Il suo volto...? lo incalz Reva mentre si sfiorava incerta il viso.

Il proprietario della galleria si avvicin loro reggendo un dipinto incorniciato. Reva  troppo timida per richiamare la sua attenzione su questo disse in tono civettuolo. Lo sollev per mostrarlo a Jesse, premendoselo al petto e abbassando lo sguardo per fissarlo intensamente a sua volta. Si trattava di un incomprensibile pasticcio di linee, Jesse non cap se di inchiostro o cosa. Scrut il dipinto a occhi socchiusi e vide che si intitolava REVA.

Oh, quello non farglielo vedere! disse lei ridendo.

Sorprendente, vero? disse l'ometto sorridendo a Jesse. Quanta energia! Quanta vita!

Jesse reag con una smorfia di rabbia.

Tutto questo, tutta questa roba,  inutile disse indicando gli altri dipinti e l'intero negozio.  orribile. Non ha alcun valore...

Reva lo osservava a occhi sgranati.

Non ha alcun valore...?

Nulla, non vale assolutamente nulla disse Jesse infuriato.

Lei si gir e si allontan lentamente. Lui la segu. L'ometto disse loro in tono allegramente ironico: Tornate presto, mi raccomando! Tutti e due!.

Reva non si gir.

Una volta usciti, si volt verso Jesse senza guardarlo e gli disse in fretta: Non sarei dovuta venire a trovarti.  stato uno sbaglio.

Non  stato uno sbaglio.

Adesso devo andare.

Non  vero disse Jesse.

Cominciarono a camminare in fretta, con Jesse bene attento a non sfiorarla.

Era una follia il suo desiderio di stringerla, di farle male, di cancellarle dal viso quell'espressione di cocciuto disappunto! Che diritto aveva una donna di osservare con disappunto lui, Jesse Vogel? Lui l'amava e voleva afferrarla, punirla. Le prese il polso per obbligarla a rallentare. Le sue dita si chiusero intorno al metallo freddo e duro del bracciale.

Dove te ne andrai la settimana prossima? In Wisconsin, ma dove?

In una piccola citt. Non sono affari tuoi.

Dove?

Oh... a Hilsinger.

Lei non sorrideva. Jesse percep l'assenza del suo sorriso.

Lo ami? Quell'uomo della fotografia? Quella faccia?

Reva non disse nulla.

Non tornare da lui. Resta con me.

Non posso.

S che puoi. Certo che puoi.

Voi siete marito e moglie in eterno ribatt Reva con ironia. Non me l'hai detto tu? E comunque non ti amo.

Non ti chieder niente. Non ti coinvolger nella mia vita.

Marito e moglie in eterno ripet Reva.

Jesse esit.

Potrebbe non essere vero le disse piano.

Lei non ribatt.

Camminavano in fretta, sempre pi in fretta. Jesse sentiva il tempo correre via. Percepiva un immenso e pericoloso pulsare, quasi fosse vicinissimo ad afferrare il nucleo caldo, cavo e radiante del proprio essere, lo sfuggente Jesse in persona. Stringeva ancora il polso di Reva. Lei era obbediente, stranamente passiva, anche se camminava cos rapida, lo sguardo fisso davanti a s. Jesse poteva condurla dovunque, via dalla strada, via dalla citt stessa; poteva portarla nel buio insieme a lui, costringerla a sdraiarsi... Una volta fatto l'amore con lei il mistero di Reva si sarebbe dissolto: allora sarebbe stata sua moglie.

Se avessi dei soldi... solo un po' di soldi... Se non fossi in debito... balbett. Le gett un'occhiata obliqua. Lei avanzava con il passo spedito e disinvolto di una cacciatrice, senza ritrarsi da lui ma non sottomessa davvero, il braccio passivamente premuto contro il suo, gli occhi sempre puntati davanti a s. Aveva accelerato il passo. Si stava affrettando a uscire dalla sua vita. La mente di Jesse si smarr in una serie di volute, macchie, zigzag di pensieri... E se...? E se...?

Potrei non restare sposato in eterno con lei disse.

Ma io non ti amo.

Allora perch sei venuta da me? le chiese infuriato.

Perch... perch...

Perch sei qui, perch camminiamo qui, insieme? Potrei ucciderti.

Reva allontan il braccio dal suo.

Ti credo gli disse.

Rischiarono di essere separati da una folla di persone che andavano a far compere all'ora di pranzo. Lui la spinse contro un edificio e rimasero l, faccia a faccia, a fissarsi. Il viso di Reva era di un rosso intenso, le tremavano le labbra. Teneva le braccia rigide compostamente ripiegate sul ventre, in una posa che a Jesse parve bizzarra.

Mi sta uccidendo disse angosciato Jesse. Lui, il vecchio, mi sta uccidendo. Io strappo via i tumori, gonfi come piccole prugne, e ce ne sono sempre di pi, altri cinque o sei, altre migliaia che mi aspettano e intanto maturano... Non lo reggo. Non reggo te... che cosa mi stai facendo...

Mi dispiace disse Reva. Si sfior la fronte con una mano. Non sapevo che altro fare.

Jesse si chin per sentirla meglio.

Che cosa? le chiese.

Non sapevo che altro fare ripet lei in un sussurro. Ho bisogno... ho bisogno di aiuto... Mi ricordavo il tuo nome e che eri un dottore...

Jesse l'osserv a occhi sgranati. Che cosa vuoi dire?

Reva sollev gli occhi verso di lui senza incrociare il suo sguardo. Jesse sent tendersi la pelle del cranio e sollevarsi i capelli. Un ciuffo rosso scuro, un riccio che si levava dal suo cuoio capelluto. La fronte gli si stava irrigidendo, come sospinta dai suoi pensieri angosciati. Gli si serrarono i muscoli del viso, delle guance e del collo. Sentiva che il suo volto doveva apparire come un grido rivolto a lei.

Che cosa vuoi dire? grid.

Reva non rispose, ma si limit a osservarlo. Una donna terrorizzata. Lui le gherm le spalle, sentendo tra le dita il profilo delle sue ossa, e dovette trattenersi dallo scrollarla con violenza. Potrei ucciderti!

Invece disse: Puoi... puoi andartene al diavolo! e si allontan.
13

Alcune settimane dopo Jesse stava scorrendo rapidamente la posta in ospedale - quasi tutta pubblicit - quando si imbatt in una busta con il timbro di Lockport, New York.

Mio Dio...

Si sent male. Nascose la busta nel mucchio insieme alle altre. Lockport.

Intontito, si mise ad aspettare l'ascensore. Qualcuno gli stava parlando. Lui annu e si allontan, decise di prendere le scale fino al quarto piano e cominci a salirle di corsa, due gradini alla volta, con il cuore che gli batteva rapido e leggero. Quando arriv al quarto piano la porta dell'ascensore si apr e usc il medico con cui stava parlando al piano di sotto.

Come va la vita, Jesse? gli chiese quello con un sorriso strano.

Bene. Va tutto bene rispose Jesse. Nella confusione si era scordato come si chiamava quel medico. Si avviarono insieme verso la sala operatoria. Il dottore sembrava curioso di sapere qualcosa, forse riguardo a Perrault (girava la voce, infondata, che le condizioni di salute del vecchio stessero precipitando), forse riguardo a Jesse, che doveva apparirgli estremamente nervoso. Aveva in programma una semplice operazione per le nove e mezza, una che aveva eseguito molte volte ma che ora gli sembrava al di sopra delle proprie capacit. Continuava a leccarsi le labbra e a dire: Bene, bene, va tutto bene... s... si sistemer tutto....

Quando voglio sapere ci che succede qui in giro chiedo alle infermiere disse il medico.  cos che scopro chi sale e chi scende.

Chi scende...? chiese confuso Jesse.

Come ti trovi a lavorare in studio con Perrault?  nel Blake Building, non  vero?

S rispose Jesse, elusivo.

Come sta il vecchio in questi giorni?

Oh, bene, bene,  tutto a posto si affrett a rispondere Jesse.

Alcuni tra noi si chiedevano delle sue condizioni prosegu il medico con un sorriso.

Jesse riusc a sottrarsi alla conversazione. Osserv il fascio di posta che stringeva in mano. Se avesse aperto la lettera adesso, prima dell'operazione... Avrebbe potuto essere di cattivo auspicio. Avrebbe potuto distruggerlo. Gi tremava e aveva la nausea, e tra pochi minuti avrebbe dovuto operare... La mente gli si oscur: non si sentiva in grado di eseguire l'incisione pi banale, figuriamoci recidere una scatola cranica. E che dire del sangue? Come poteva coscientemente, volontariamente, avviare la circolazione sanguigna di uno sconosciuto? Aveva sempre davanti agli occhi quella busta, quel timbro postale. Lockport, New York. Continuava a vedere il dottor Pedersen, con il volto acceso, tondo come una mongolfiera, e l'indice alzato, e a sentire quella voce rimbalzare nell'aria...

Buongiorno, dottore stava dicendo qualcuno.

No, avrebbe letto la lettera pi tardi, quando il pericolo fosse passato. Forse gli portava la notizia della morte del dottor Pedersen. In quel caso non sarebbe stato in grado di operare e avrebbe dovuto lasciare di corsa l'ospedale, attirando gli sguardi di tutti. Il dottor Perrault sarebbe stato avvisato. Il paziente - ma chi era? Chi doveva essere operato questa mattina? Che problema aveva? - gi sarebbe stato sotto anestesia e Jesse sarebbe scappato da lui, dalla sega, dal sangue, dal cervello, dal tumore, sarebbe corso per strada in lacrime, e quindi meglio non aprire la busta ora. Dopo l'operazione, una volta che tutto fosse finito, se la sarebbe portata in bagno e l'avrebbe letta l.

Lasci la posta nella sala preoperatoria.

Si strofin le mani, si vest e si sent rassicurato quando alle nove e trenta si trov dove in effetti sarebbe dovuto trovarsi: davanti al paziente, con un sacco di sangue a disposizione, un anestesista di cui aveva stima e persino una ferrista che gli andava a genio, una fedele di mezz'et di Perrault. Jesse aveva ereditato in blocco le simpatie e le antipatie del vecchio. Le indossava quando si infilava il camice d'ospedale, i guanti e la maschera, lasciando il Jesse tremante di fuori in corridoio. Meglio non pensare a quella busta e alla lettera che conteneva. Meglio non pensare a Jesse, ancora una volta in attesa nel corridoio, a leccarsi nervosamente le labbra e a chiedersi che cosa sarebbe stato di lui. Meglio pensare solo al lavoro che lo attendeva, un duro lavoro di poche ore... Il suo assistente durante l'operazione sarebbe stato Lyle Carter. Pur essendo coetanei, Jesse si sentiva molto pi vecchio e pi fortunato di Lyle. Adesso che lavorava in uno studio privato, sotto l'ala protettiva di Perrault, non provava pi alcun disagio nei suoi riguardi; n Lyle n qualcun altro avrebbe preso il suo posto con il vecchio. Era al sicuro, assolutamente al sicuro. Ecco perch parlava cos tranquillamente con Lyle, spiegandogli come intendeva procedere. Era calmo, impassibile, educato con tutti.

Si era allontanato a tal punto dall'ospedale da avere perso traccia della sua gerarchia, tranne che ai livelli superiori. Il piccolo esercito di tirocinanti e medici interni gli era estraneo. Considerava i tirocinanti infantili e inaffidabili. Conosceva alcuni medici interni del primo e secondo anno, ma esitava ad affidare loro i suoi pazienti. Controllava e ricontrollava i malati che aveva in cura, preoccupato che altri commettessero errori su di loro e ne provocassero la morte. Ricordava quanto si sentisse confuso quando era un tirocinante. Ora non si fidava di nessuno. Non fidarti di nessuno. Jesse fiss l'uomo che stava per operare e gli venne in mente che avrebbe potuto morire, morire sotto anestesia, sanguinare a morte, con il sangue che schizzava sugli apparecchi di illuminazione. Avrebbe potuto drizzarsi a sedere ridendo e con un colpo fargli saltare via lo strumento di mano... L'infermiera lo stava guardando. Stava guardando Jesse. Lyle, in piedi accanto a lui, lo osservava. Era pronto a guardare, pronto a imparare ci che Jesse doveva insegnargli. Il corpo lo stava aspettando. Il tumore lo stava aspettando.

Jesse cominci, muovendosi a scatti, contrariamente al suo solito stile. Ma doveva iniziare, non poteva starsene l tutto il giorno mentre la gente lo fissava. Un corpo, un teschio, l'interessante profusione di nervi e ossa e tessuti saldati nell'incavo di uno scudo. Be', fatti sotto e aprilo. Basta cincischiare. Non c' tempo da perdere.

Si trattava semplicemente di rimuovere un tumore. Jesse si impose di rallentare, di costringere le proprie mani a lavorare piano piano. Il tumore si stacc alla perfezione: di certo era benigno. Semplice e benigno. Jesse dunque stava portando la vita, il dono della vita, al corpo disteso sul tavolo operatorio. Una goccia di sudore gli scivol dalla fronte cadendogli sul braccio. Come una lacrima. Jesse lavorava in silenzio, procedendo lentamente. Lyle era chino su di lui. Voleva sapere tutto. Voleva imparare tutto. Bene, che guardasse pure, che imparasse, Jesse non aveva segreti. Il tirocinante assegnato all'operazione non aveva niente da fare a parte guardare. Era un ragazzo molto giovane, con il volto grazioso e i capelli a spazzola. Jesse gli lanciava un'occhiata di tanto in tanto. Il ragazzo sembrava molto stanco. Voleva uscire da l, voleva correre fuori per strada piangendo, nauseato dall'odore di sangue e di anestetico... Jesse ripens a Perrault e alla velocit con cui lavorava, soprattutto quando era di cattivo umore. E cos si costrinse a rallentare. Sarebbe stato lento, metodico, impassibile.

Il paziente? Un uomo sui trentacinque anni, indirizzato a Perrault da un neurologo di Dayton: emicranie, lievi spasmi al braccio destro, una faccia banale e priva di espressione, troppo rigida per mostrare paura. Un corpo massiccio del genere che Jesse aveva visto spesso nel reparto psichiatrico: lo spessore corticale tipico degli schizofrenici, un precoce incurvarsi delle spalle. Era il figlio di un ricco industriale dell'Ohio. Era il figlio di qualcuno con i soldi, e perci giaceva privo di sensi su questo tavolo mentre Jesse gli frugava nel cranio e gli salvava la vita. Per Jesse non si trattava di una persona, non esattamente, ma di un corpo e un cervello. Un grosso contenitore di sangue (il sangue era troppo scuro? Troppo sbiadito? Lo stato del sangue lo preoccupava sempre) che lui doveva continuare a far percolare se non voleva suscitare le ire di Perrault.

La relazione del patologo arriv in un quarto d'ora. Buone notizie. Il tumore era benigno.

Ah, grazie a Dio disse Jesse. Una notizia talmente buona da fargli venire voglia di piangere.

A questo punto Jesse mise Lyle al lavoro. Fiss le mani dell'assistente, le sue movenze manierate. Chi stava imitando? Lo stesso Jesse? Perrault? L'operazione volgeva al termine, e Jesse ne era spaventato. L fuori lo aspettava la lettera, ma qui, in questa stanzetta fredda, era al sicuro. Sapeva ci che stava facendo e ci che aveva fatto. Si fidava di se stesso. Si fidava di Lyle. Ormai niente poteva andare storto. A Lyle non sarebbe scivolata la mano, era impossibile che commettesse un errore... Una volta, da tirocinante, Jesse aveva assistito un chirurgo che aveva aperto una cassa toracica con un unico taglio di bisturi, una fenomenale incisione di una trentina di centimetri per arrivare a un'ernia al diaframma, piena di sangue, gorgogliante di sangue, e gli strumenti erano smisurati quanto arnesi da meccanico mentre schiacciavano e dilatavano le costole per aprire un enorme foro nel petto del paziente. Jesse aveva guardato dentro, nel torace spalancato di un uomo, spalancato a quel modo per cinque ore e mezza... Da allora aveva grande fiducia nella capacit del corpo umano di reggere a qualsiasi cosa, a urti, tagli, schiacciamenti di ogni genere.

Non era possibile che quest'uomo morisse. Jesse se lo ripeteva in continuazione, madido di sudore e ansioso fino a star male. Altri erano morti, altri pazienti suoi e di Perrault, ma non quest'uomo, non oggi, non adesso che si sentiva cos debole ed esposto...

Alla fine si ritrasse tremante. Sembrava tutto a posto. Rivolse un elogio a Lyle e intanto arretr, ansioso di andarsene, di tornare alla sala preoperatoria. Lyle rimase a dettare il rapporto dell'operazione. Jesse ringrazi la ferrista e il resto dei presenti e un passo alla volta torn alla sala preoperatoria - la pila della sua posta era ancora l, nessuno se l'era portava via...

Prese la lettera e chiuse gli occhi.

E se il dottor Pedersen fosse morto?

Non os gettare uno sguardo all'indirizzo del mittente sulla busta. L'apr in fretta e sfil con malagrazia un foglio di carta spessa e crepitante; lo lesse di corsa, spaventato e senza sedersi, ancora con il camice verde addosso: ... eredit di William H. Shirer... spettante a Jesse Vogel (Jesse Pedersen)... una somma di 600000 dollari.... Non aveva senso. Si impose di rileggerla. A quanto pareva si trattava della dichiarazione formale di un avvocato di Lockport il quale gli notificava che aveva ricevuto beni e investimenti per un totale
di 600000 dollari da suo nonno William H. Shirer. L'avvocato aveva cercato di rintracciarlo come Jesse Pedersen ed era stato informato dall'universit del Michigan che il suo nome era Jesse Vogel e che ora... ora aveva ereditato 600 000 dollari dal compianto William H. Shirer... deceduto all'et di novantun anni a Lockport, New York...

Qualcuno gli stava parlando. Jesse annu, si allontan e lesse la lettera ancora una volta.

Guard sul retro del foglio: niente. Non riusciva nemmeno a metterlo esattamente a fuoco. Rimase a fissarlo per alcuni secondi. Scorse alcuni puntolini leggerissimi, quasi impercettibili, lasciati dai punti e punti e virgola sull'altra facciata, premuti con pi forza delle altre lettere dattiloscritte. Gir la lettera e quando gli si schiar la vista rilesse il primo paragrafo. In apparenza ogni parola aveva senso e scorreva fluida verso la successiva, ma i periodi sembravano slegati tra loro. Una frase spiccava: Il signor Shirer ha espresso il desiderio di ricordarla per la gentilezza e l'affetto nei riguardi di sua figlia. Non ha chiarito ulteriormente questo punto, ma suppongo lei sappia coglierne il significato.

Jesse vide una donna grassa e trafelata, insieme a un ragazzone della stessa stazza dall'andatura a papera, attraversare di corsa la lobby di un hotel. I due reagivano con una smorfia allo squillo di un telefono, per poi aprire involti di cibo cinese con la bava alla bocca, disperatamente...

Inizi a tremare.

Brutte notizie, dottor Vogel? chiese qualcuno.

Il giovane tirocinante. Jesse gli rivolse un'occhiata da folle.

Sono... brutte notizie? chiese di nuovo il tirocinante.

No. Sono buone notizie. Buone notizie rispose Jesse in tono piatto. Una grassona e un ragazzo obeso sulla costa dell'Ontario disseminata di pesce, mentre aprono un cesto da picnic e socchiudono all'improvviso gli occhi per la fame e il desiderio...

Avrebbe dovuto ricordare ogni cosa di quella vita. Era condannato a riviverla.

*

La piccola Jeanne era proprio fuori dalla camera da letto e tempestava la porta con i suoi pugnetti. La picchiava e la prendeva a spallate perch uno di loro gridasse: Cos ti fai male, Jeanne!.

Helene schizz in piedi, poi esit. Rimase a fissare la porta come se non sapesse che cosa fare. Fu Jesse a esclamare: Cos ti fai male, Jeanne... smettila....

Silenzio. Jeanne ridacchi.

Jesse osserv la moglie. Il profilo del viso di lei, triste e impietrito dallo stupore.

Meglio lasciarla entrare disse Jesse.

Helene non rispose.

Non volevo... non volevo turbarti cos... Questo non cambier le nostre vite le disse.

Jeanne ricominci a picchiare contro la porta. Forse pensava fosse un gioco: mamma e pap che si nascondevano da lei.

Non mi hai mai detto di avere un nonno con tutti quei soldi disse lentamente Helene.

Non lo sapevo nemmeno io. Cio, che ne avesse cos tanti rispose Jesse evasivo.

La lettera era sul letto, dove Helene l'aveva lasciata cadere. Si volt verso Jesse: il suo sguardo era fermo, sospettoso, impaurito.

Perch sei cos infelice, Helene? chiese lui.

Il viso della donna parve crollare.

Questo non cambier le nostre vite...

Ah, no?

Jeanne li stava chiamando con la sua vocina petulante e spaventata: mamma, pap. Jesse and alla porta. Prese la figlia in braccio e premette il viso contro di lei. Lei si divincol, ridacchiando stupita.

Pap, mettimi gi! Mettimi gi!

Ma quando lui prov a posarla a terra lei gli si aggrapp al collo continuando a ridere. Jesse se la fece sobbalzare tra le braccia, senza osare voltarsi verso Helene per alcuni secondi.

Non cambier le nostre vite? lo incalz lei.

Che cosa vuoi dire?

Adesso non vorrai lasciarmi? Non salderai i tuoi debiti e te ne andrai?

I miei debiti?

Verso mio padre. Verso di me. Ci ripagherai e te ne andrai...

Helene prese di nuovo la lettera e prov a leggerla, per poi lasciarla cadere sul copriletto. Aveva gli occhi lucidi, carichi di risentimento.

Sei innamorato di qualcuno. Lo so disse.

Non parlare cos ribatt Jesse con rabbia. Non davanti a...

Va' al diavolo.

Jesse riport la bambina in salotto e si sedette insieme a lei nella grande poltrona vicino alla finestra, la sua poltrona, imponendosi inebetito di stare a sentire le sue chiacchiere, il fuoco di fila delle sue parole stridule... Jeanne avvertiva l'amore del padre per la nuova arrivata, la preferenza che i genitori mostravano per la sorellina. Si sforz di ascoltare. Aveva sempre davanti agli occhi il viso di Helene teso per l'ansia, la scriminatura perfettamente dritta dei suoi capelli neri, e al di l di quel volto familiare, quasi ne fosse la trasformazione, quello pi caldo e giovane di Reva. Gli occhi irrequieti di Reva. La bocca di Reva...

Quando Helene usc dalla camera si era lavata il viso. Portava la bambina con s e provava a sorridere, come se tra loro nell'altra stanza non fosse accaduto nulla. Michele. Jesse osserv la piccola. Michele e Jeanne. Le sue figlie. Avrebbe voluto altri bambini, figli maschi, ma era impossibile: Helene non poteva pi averne.

Con lo sguardo fisso sulla bambina Jesse disse: Non potrei mai andarmene....

Helene gli sorrise rigidamente.

Non riusciva a cenare, non riusciva a stare seduto. Si allontan nervoso, con aria contrita. Doveva pensare a qualcosa da dire a questa donna, a sua moglie, a qualche pretesto... doveva tornare allo studio perch si era dimenticato di portare a casa un capitolo di quel libro cui stava lavorando Perrault. Tocca a me andare a recuperarlo. Sono io che ho dimenticato di prenderlo le disse.

Va bene.

Non ci metter molto...

Prese la macchina e usc. Parcheggi da qualche parte e rimase seduto per un po' in auto. Poi si avvicin a una cabina telefonica, anche se sapeva che non avrebbe trovato il nome di Reva sull'elenco. Si mise a scorrere fiaccamente l'enorme guida telefonica di Chicago, con la mente avvolta in una sorta di torpore, pensando a quella donna enorme e a quel suo enorme figlio, suo figlio che scardina la porta del bagno, la scardina. Nessuna Reva Denk nell'elenco. Nessuna Reva Denk. Non esisteva, non come Reva Denk. Lei in piedi all'angolo della strada, davanti a tutti, con le braccia pudicamente ripiegate sul ventre come a proteggerlo. Un ventre ancora piatto, si era detto Jesse, come quello di una ragazzina. La signora Pedersen si era gonfiata come se fosse rimasta incinta in tutto il corpo, in tutto il suo essere, nelle sue guance che si allargavano in una smorfia ammiccante e preoccupata. Ah, le donne in gravidanza... Jesse non riusciva a ricordare chi avesse messo incinta. Aveva importanza? E perch? Il suo sperma o quello di un altro, entrambi appiccicosi e anonimi... Che importanza aveva?

Era possibile che Reva non avesse ancora abortito.

Avrebbe guidato fino a Hilsinger per prenderla. Per salvarla. No, non avrebbe praticato alcun aborto su di lei; l'avrebbe sposata; sarebbe stato il padre di quel bambino. Non sapevo che altro fare aveva detto Reva, terrorizzata. Sarebbe stato lui il padre di quel bimbo non nato, quel bambino misterioso, forse l'unico bambino che doveva generare nell'intero universo dei confusi e maldestri esseri umani... In preda all'eccitazione, sfogli di nuovo l'elenco, scorrendo nervosamente i nomi, le colonne di nomi... e nessuno di loro significava nulla per lui, non gliene fregava di nessuno, di nessuno... Se il nome di Reva Denk non si trovava in quell'elenco, il libro era inutile.

Spinse la guida telefonica sullo scaffale metallico e sal in auto. Si avvi verso nord, verso Milwaukee; dopo una quarantina di chilometri si ferm a una stazione di servizio a fare benzina e a comprarsi una cartina stradale, e si disse che forse avrebbe dovuto chiamare sua moglie, forse adesso era il momento giusto... Ma per dirle che cosa? Che lei aveva ragione, che lui voleva ripagare i propri debiti ed essere libero, che non l'avrebbe rivista mai pi, e le bambine insieme a lei?

Continu a guidare.

Non poteva chiamarla. Non ne aveva il coraggio. Si immagin mentre le diceva: Helene, devo lasciarti e si immagin la moglie rispondergli in tono assolutamente impassibile: Ma io ti dar un altro figlio. Un altro bambino per te. Non  ci che vuoi, un altro bambino?

E alla fine non sarebbe mai riuscito a lasciarla.
14

L'alba. Jesse si svegli sul sedile anteriore dell'auto, con la bocca impastata e gli occhi pesti e doloranti. Cap subito dov'era e sent muoversi qualcosa nello stomaco, in fondo al ventre, la premonizione di un disastro.

Si trovava da qualche parte nei dintorni di Hilsinger, Wisconsin. L'auto sul ciglio di un'autostrada dalla carreggiata stretta. L accanto, un fosso invaso dalle erbacce, pascoli, macchie sparse di alberi striminziti. Si sfreg gli occhi, ma anche cos il paesaggio non assunse pi significato. Aveva la bocca secca e sentiva un bruciore alla base della lingua, come se la febbre si fosse concentrata l. Aveva passato la notte ad accapigliarsi? Si ricord di aver litigato nel sonno. Con Helene, con la signora Pedersen, con Reva... c'erano troppe donne nella sua vita e lui doveva liberarsi di loro una volta per tutte.

Si mise a sedere a fatica. Si mosse con cautela. Senza spostarsi da dietro il volante, sbirci il proprio volto nello specchietto: quel ciuffo biondo-rossiccio, scompigliato dopo una notte di pena e litigi, gli si drizzava dalla fronte con la disperata energia di sempre. Voglio sposarti. Nessun aborto.

Perch?

Lui non credeva nell'aborto, nella morte. Credeva solo nella vita.

S, ma perch?

Nella vita. Nella vita.

Ma perch credeva nella vita?

Accese il motore, mise la retromarcia, entr in autostrada e subito oltrepass il motel che aveva trovato chiuso la notte precedente - il proprietario, un uomo di mezz'et, si era rifiutato di dargli una stanza, dicendogli di tornare al mattino. Be', adesso era mattino ma che fosse dannato se ci sarebbe andato. Lo super con rabbia: era solo una fila di orribili stanzette, semplici baracche con zanzariere afflosciate e una discarica a qualche centinaio di metri.

Hilsinger: un nome che sulle labbra di Reva aveva un suono melodioso e invitante. Erano settimane che ci pensava. Il posto visto dal vivo, per, la cittadina in s, non era affatto melodioso e invitante, bens un tetro, deprimente, ordinario agglomerato di circa tremila anime, costruito sulle rive di un fiumiciattolo, con alcune fabbriche, qualche magazzino, e l'unico tocco di novit rappresentato dalle stazioni di servizio e dai chioschi di hamburger lungo l'autostrada. In lontananza si scorgevano delle colline, una mescolanza nebbiosa di terra e cielo verso la quale nessuno, a parte Jesse, si sarebbe preso la briga di alzare lo sguardo. L'aria era gelida e penetrante. Doveva svegliarsi. Doveva togliersi dalla bocca quel sapore di morte.

Svolt nel parcheggio di una tavola calda dove gi sostavano alcuni grossi camion. Entr e chiese un caff. La donna al bancone gli scocc un'occhiata indagatrice. Com'era vestito? Com'era uscito di casa? Non se lo ricordava, ma immagin di avere un aspetto confuso e impaurito. Si sfreg gli occhi doloranti, fin il caff e chiese un bicchiere d'acqua. Sentiva un peso gravargli sullo stomaco. Un senso di nausea. Cogliendo lo sguardo della cameriera, si accorse della facilit con cui si era trasformato in un'altra persona: qualcuno da osservare con tanto d'occhi, che si strofinava lentamente le palpebre, smarrito come un poveraccio in una squallida tavola calda di Hilsinger, Wisconsin. Non sembrava credibile nei panni del dottor Jesse Vogel, medico associato di Roderick Perrault. Nessuno avrebbe detto che era un uomo sposato, padre di due figli, n che avesse ereditato 600000 dollari, o che riuscisse a eseguire con pazienza minuziosi e delicati interventi sul cervello umano, gi, proprio al cervello, anche se in quel momento si sentiva gli occhi e la bocca incrostati da una specie di schiuma smorta e pulsante, come se fosse in preda alla febbre.

Potrei chiederle un'informazione? chiese Jesse.

La cameriera, colta di soprassalto, parve spiccare un balzo in avanti. Prese una sudicia spugna gialla e cominci a sfiorarla e a pizzicarla.

Sto cercando una scuola d'arte che dovrebbe essere qui. Una colonia d'artisti...

Una colonia d'artisti?

Vengo da Chicago e sto cercando un artista di nome Raeder. Credo che abbia una specie di scuola d'arte da queste parti.

La cameriera cominci a passare lentamente e pensosamente la spugna gialla sul bancone davanti a lui. Be', ci sono dei pittori che vivono fuori citt disse. Hanno preso in affitto la vecchia fattoria dei Case...

Dov'?

Oh, proprio lungo l'autostrada, forse un paio di chilometri fuori citt... Lo guard. Jesse vide una donna assolutamente ordinaria, amichevole e prudente, sui trentacinque anni, e prov un improvviso moto di piet per lei e per la sua vita. Fu lei, per, a scoccargli un'occhiata di compassione. Sulla cassetta della posta probabilmente c' scritto Case, mi sa che non si sono preoccupati di cambiarla. Una vecchia grande casa con dei granai...  un pittore anche lei? C'erano dei pittori che arrivavano dalla citt a seguire dei corsi o qualcosa del genere. Non so cos' successo. Ci sono stati dei tafferugli, dev'essere scoppiata una rissa... non l'hanno scritto sul giornale...  successo pi o meno cinque mesi fa...

Non sono un pittore. Sono qui solo per andare a trovare qualcuno rispose Jesse.

Non ebbe alcuna difficolt a trovare la fattoria. Sulla cassetta delle lettere, sopra il nome CASE era stato dipinto MAX RAEDER a grandi lettere bianche e rigonfie, tondeggianti come quelle che nei fumetti indicano che qualcuno sta ridendo. Ridendo di se stesso. Jesse curv per il vialetto sconnesso e subito si trov inseguito da un grosso collie sporco e abbaiante. Alcune galline scorrazzavano qua e l. La fattoria era in cattivo stato. Alle sue spalle sorgevano altri edifici ancora pi malandati: un granaio, una specie di pollaio dipinto fino a mezza altezza di un rosso squillante e inverosimile, alcune baracche. Nel vialetto erano parcheggiate due automobili inzaccherate e un pick up.

Jesse scese dalla macchina, incurante del cane infuriato. Via. Sci. Va' al diavolo mormor. Un uomo sbirci dalla porta appena socchiusa. Jesse vide che non era Raeder. Salve chiam. Posso parlarle? Max Raeder  qui?

L'uomo usc sotto il portico, rabbrividendo. Indossava solo jeans e canottiera. Max  a letto disse. Sei un suo amico o che cosa?

Sono un amico di Reva.

Ah, Reva. Reva. Be', s, Reva... disse piano l'uomo. In realt non era proprio un uomo, piuttosto un ragazzo sui diciannove anni, barbuto, con capelli tra il biondo e il rossiccio. Aveva la pelle ispida, e quando sorrise le lentiggini si raggrupparono in macchie rosse che somigliavano a ustioni. Hai detto Reva? Sei un suo amico?

S, credo che mi stia aspettando.

Be', s... Anche lei  a letto.

Jesse si sent accelerare il polso.

In quel momento dalla casa usc una donna in ciabatte e impermeabile. Alla luce del mattino le sue gambe nude apparivano pallidissime.

Il ragazzo le disse con cortesia: Annie, lui  un amico di Reva. Forse  gi in piedi?.

Lo sai che nessuno  gi in piedi rispose scontrosa la donna, richiamando il cane. Mentre si sforzava di sorriderle, spaventato tanto dal cane quanto da ci che lo aspettava dentro casa, Jesse avvert con un senso di panico, vertiginoso e quasi dolciastro, che la nausea gli risaliva dalle budella fino alla testa, fino in fondo alla bocca. Era all'imbocco della gola che cominciava la sua anima, e l aveva inizio la nausea. La donna lo fiss a occhi socchiusi. Aveva i capelli lunghi e stopposi. Come mai ti presenti qui cos di buon'ora, mister? Non ti sembra un po' presto per causare tutto questo scompiglio?

Jesse immagin Reva a letto con quell'uomo, l'uomo della fotografia, loro due aggrappati l'uno all'altra in un letto puzzolente di muffa, su un materasso lercio, sotto coperte sudicie. Reva avvolta dalle braccia di un estraneo e perfettamente felice.

Non posso aspettare che si alzino disse Jesse, in preda all'agitazione.

Il ragazzo si avvicin a stringergli la mano. Sono Allen e vengo dal Kentucky. Adesso questo posto  ci che chiamo casa. Da dove vieni?

Chicago.

Oh, diavolo, Chicago  una citt malvagia osserv con seriet il ragazzo. Lasciatela alle spalle. Quass il mondo finisce. Qui la tua mente non deve correre per stare al passo con se stessa, perch siamo gi arrivati alla fine del mondo... e ogni cosa  in pace. Non  vero, Annie?

La donna reag con uno sbuffo secco.

Vuoi vedere i nostri lavori? chiese il ragazzo. Tanti di noi sono rimasti qui tutta l'estate. Poi la cosa ha cominciato ad andare a rotoli, le persone non riescono a mantenersi pure, portano male e discordia dappertutto... Allora dormivamo di fuori, nel fienile, quando non faceva cos freddo. Avresti dovuto venire quest'estate.

Vuoi che li svegli? intervenne con rabbia la donna.

Be', non lo so... disse Jesse.

Questo maledetto cane lo trasciner gi dal letto di corsa. Appena sveglio, sar gi matto come un cavallo disse la donna. Portava un impermeabile da uomo macchiato di vernice. Aveva le gambe azzurrognole. Senti, come ti chiami e che cosa ti serve? Lui vorr saperlo.

Sono un amico di Reva.

Lei gli rivolse un sorriso duro. Come ti chiami?

Jesse.

Lei ti sta aspettando? chiese lei facendo lampeggiare di nuovo quel sorriso crudele. O  una sorpresa? Forse  il suo compleanno? O il tuo? Sei suo fratello o qualcosa del genere? Un ex marito?

Solo un amico.

Jesse parlava con calma ma era in preda al nervosismo e all'eccitazione.

Ok, bene. Aspetta qui fuori intanto che vado a vedere com' la situazione disse la donna.

Il ragazzo sorrise imbarazzato mentre cercava di trattenere il collie. Annie non  cos, in realt.  una brava persona disse in tono non troppo convincente. Tu dipingi o che cosa?

No.

No? Niente?

Niente.

Il ragazzo era curvo sul cane e gli stringeva il collo tra le braccia. Alz lo sguardo verso Jesse e gli sorrise. Io lavoro solo su olio. Sono cos maledettamente lento, roba da non crederci! Quest'estate ho preparato solo cinque o sei tele da mandare in mostra, per Max dice che ne valgono la pena... Conosci il lavoro di Max, eh? Hai visto la sua mostra a Chicago?

S.

Tutta quella roba enorme, eh? S,  bravo,  un genio, non c' dubbio. Alcuni di noi lo hanno seguito fin qui da Ithaca. Secondo me... c'erano pi o meno quaranta persone all'inizio, che andavano e venivano, e alla fine quest'estate eravamo s e no una dozzina, ma perch Max  stato in ospedale per un po'. Oh, s, e per qualche tempo  stato anche a New York. Non sapeva che cosa fare, non riusciva a decidersi. Quass ci fa solo pagare l'affitto.  un insegnante eccezionale... l'ho avuto alla Cornell. Un grande insegnante. Non hai mai lavorato con lui?

No.

Tu sei solo un amico di... di...

Di Reva si affrett a precisare Jesse.

Lasci vagare intorno lo sguardo: la vecchia casa, le cataste di legno marcio, un vecchio pagliaio, granai decrepiti. Cos'era questo posto? Perch si trovava qui? Un ragazzo pelle e ossa dalla faccia tutta a macchie gli sorrideva mentre lo fissava incuriosito. Se Reva era effettivamente qui, in questa casa, se davvero stava per comparirgli davanti... diamine, allora gli sarebbe apparsa abbrutita da un contesto del genere, repellente come il posto stesso. A quel pensiero Jesse rabbrivid all'improvviso: Reva diventata abbrutita, repellente...

 una donna... davvero di cuore osserv timidamente il ragazzo.

Jesse reag con una smorfia.

Adesso c' un altro tizio qui disse il ragazzo abbassando la voce ma lui non  una gran brava persona. Dorme nella stanza sul davanti. Un tizio un po' su con gli anni. Anche se lavora in continuazione, e dovresti vedere con che energia. Quaranta tele da luglio, Ges! Le tiene quasi tutte nel granaio. Anzi, ritraggono quasi tutte dei granai, sotto luci diverse e da differenti angolazioni. Hai presente Monet, con la serie dei Covoni, roba del genere.

Che cosa?

Monet.

Jesse sorrise confuso. Di chi parlava?

Come i Covoni e le Ninfee, che giocano con luci diverse e cose cos. Vuole studiare il granaio con la massima attenzione possibile, anche se non gli vengono dipinti proprio come quelli di Monet. Ah! Si sforza di aderire completamente alla realt aggiunse il ragazzo in tono confidenziale nonostante ci che gli dice Raeder. A dire il vero glielo diciamo tutti. Per esempio quando dipinge il granaio per come  davvero, tinteggiato di rosso per met - e viene fuori solo una roba dall'aria assurda. Visto che il vero granaio, il granaio laggi, sembra assurdo dipinto a met com', perch un dipinto che lo raffigura dovrebbe migliorarlo? Non credo che si debba essere fedeli alla realt quando  la stessa realt che non lo giustifica, o no? La realt non  tutto!

Jesse non riusciva a prestargli attenzione. Il cuore gli sobbalzava nel petto e lui continuava a fissare nervosamente la casa in attesa che comparisse Reva.

Senti, dimmi la tua esatta opinione in proposito. Pensi che la realt giustifichi la nostra assoluta fedelt?

No... non so... rispose vagamente Jesse.

Cos'avrebbe la realt da affascinarci tanto? Da sedurci? Da consumarci le dita fino all'osso per l'amore nei suoi confronti? disse il ragazzo. Il suo tono si era indispettito, quasi arrabbiato. Anche Reva  cos, cos difficile ed esigente... cio, nelle sue aspettative...

Che cosa?

Quando posa per noi. Ha delle aspettative su ci che dipingiamo.

Jesse lo guard a occhi spalancati. Lei ha posato per voi?

Certo, un sacco di volte.

Reva vi ha fatto da modella?

Non che sia molto brava, a dire il vero. Non  una professionista. Si limita a starsene seduta. Max la sistema, le gira le braccia di qua e di l ed ecco tutto. La fa sedere con il collo teso all'indietro e la testa all'ins come se stesse guardando il cielo. Forse riesce a tenere quella posa per un quarto dora, il che non  male, ma si vede che non  una professionista perch  troppo consapevole di s. Non riesci a dimenticarti mai che  Reva,  Reva, e ti senti come... come eccitato...

Jesse reag con un sorriso teso.

Posiamo tutti gli uni per gli altri disse il ragazzo. I bambini sono piuttosto bravi, per essere cos piccoli - sono i figli di Max - anche se i bambini in s non sono un granch come soggetto: c' sempre, come dire, qualcosa di banale e sentimentale e noioso nell'immagine di un bambino. A meno che non li voglia rappresentare come smunti o tirati o qualche trucco del genere. Comunque disegnare bambini  noioso.

Jesse sent qualcuno litigare dentro casa.

Dottor Vogel?

La testa di Reva spunt dalla porta sul retro. I capelli biondi, scarmigliati, le ricadevano sul volto e sulle spalle. Non si era ancora spazzolata e batteva le ciglia alla luce del mattino. Un viso velato di sonno, bellissimo. Jesse la guard e sent la propria impotenza attraversarlo come un'onda.

Mio Dio, dottor Vogel - Jesse - sei davvero tu? grid Reva.

Non arrabbiarti si affrett a dirle lui. Dovevo vederti...

Reva usc sul portico. Si era gettata addosso una vestaglia troppo ampia per lei, di un tessuto scuro e macchiato, che le si era aperta sul davanti come a mostrare che sotto non indossava nulla. Aveva le gambe nude, i piedini rosei scalzi, con le dita che si arricciavano sulla soglia. Sei proprio tu? grid Reva.

Posso parlarti?

Ma... Allen, porta via il cane, per favore, quell'abbaiare mi sta facendo impazzire... Ma, Jesse, che cosa vuoi da me, si pu sapere? Reva strinse a s la vestaglia, portandosi entrambe le mani alla gola. Sorrideva assonnata, come con aria di scusa. Il ragazzo condusse il collie verso casa, trascinandolo via da Jesse; salut seccamente quell'ospite inatteso e se ne and. Oh, quel cane  terribile,  fuori di testa. Non  adatto a stare con la gente rise Reva. Il suo sorriso pass da Jesse ad Allen e poi torn a Jesse, come se fosse uno scherzo, niente di serio, come se Jesse non fosse l a guardarla.

Voglio solo parlarti. Puoi venire con me per qualche minuto? disse Jesse.

Non sono vestita.

Va' a vestirti ed esci.

S, ma... ma...

Voglio solo parlarti, devo parlarti ripet sconsolato Jesse. Perch sei scalza? Ti taglierai, Reva. Perch esci a piedi nudi?

Non sapevo chi ci fosse qui fuori.

Che razza di risposta ? chiese Jesse con ansia.

L'ultima volta che ci siamo visti mi hai detto di andare al diavolo disse Reva, improvvisamente seria. Jesse, per, vedeva che non gli serbava rancore, e infatti eccola sorridergli di nuovo. Quel suo sorriso cos strano, che sbocciava senza sforzo! L'osserv. Appariva cos padrona di s, cos distaccata e sicura. La sua pelle sembrava brillare di salute. Era per la gravidanza? Avrebbe voluto aprire quella vestaglia troppo larga e guardare di sotto. La bellezza di Reva era per lui una rivelazione amara e accecante; il potere che le donne esercitano sugli uomini costringendoli a riconoscerne la bellezza... Una specie di nebbia gli attravers la mente. Pens di trascinare quella donna in auto, portarsela via da l, imboccare una strada secondaria e fermarsi in qualche rinsecchito e malinconico campo di granturco...

Sei bellissima... sussurr Jesse.

Reva gli sorrise sognante. In testa non aveva alcuna scriminatura che lui potesse ammirare. I suoi folti capelli le ricadevano dalla fronte lungo le spalle come una criniera biondo-brunita, con il collo che sporgeva con grazia sinuosa. In lei era tutto fluido e vitale. Non riusciva davvero a ricordare di averla mai vista cos, non questa Reva, questa donna in particolare. In lei c'era qualcosa di tanto sorprendente da scombussolarlo. Le osserv le gambe nude, snelle e abbronzate, e le caviglie sottilissime e non troppo pulite, costellate di puntolini rossi, probabilmente punture d'insetto. Punture d'insetto! Aveva le dita sporche. Lui l'amava. Avrebbe voluto spingerla in macchina, salire insieme a lei, sbattere lo sportello e portarsela via di qui...

Sei innamorata di quell'uomo, quell'uomo l dentro? sussurr Jesse.

S disse Reva.

E vivi con lui? Nella stessa casa, insieme a sua moglie?

Oh, e anche con altra gente rispose Reva, sorpresa dal tono di Jesse. Non  come sembra... Annie e Max stanno insieme da tanto, da diciassette anni, e Max non  sempre vissuto con lei, ma qualche anno fa hanno deciso di avere dei bambini... hanno due maschi, di quattro e cinque anni, che si sono rivelati una delusione, cio, si pensava che riavvicinassero Annie e Max e fossero belli come sono i bambini, ma invece sono tosti da gestire, non molto interessanti... e Annie non vuole occuparsene da sola. Non la biasimo. Uno dei bambini, dicono, ha anche qualche problema alla testa... perci Max  tornato a vedere come andavano le cose... Io l'ho conosciuto a New York.  un genio, naturalmente, e pieno di talento, ma ha avuto tanta sfortuna per quasi tutta la vita, e beve troppo, e... e ho paura a dirgli che me ne voglio andare perch quando si arrabbia...

Pensi che ti far del male?  questo?

S, forse disse lentamente Reva. O forse ad Annie o a uno dei bambini... Si infuria tantissimo. Non voglio causare altri danni alla sua vita. Era all'ospedale quando me ne sono andata... Annie dice che ha problemi al fegato. Una roba molto seria, non  cos? Max ha quarantatr anni ed  un uomo pieno di talento; i suoi studenti continuano a seguirlo per tutto il paese, ma il futuro insieme a lui mi spaventa... solo che non posso lasciarlo, non posso andarmene via. Lo amo.

E che mi dici del bambino?

Oh, il bambino disse Reva avvampando. Be', immagino che Max non voglia che io lo tenga. Penso che dovr...

Vieni a fare un giro con me, ti prego. Vieni. Devo parlarti la supplic Jesse.

Non sono vestita...

Reva, per l'amor di Dio! Ho una voglia matta di te, ti amo, farei qualsiasi cosa per te... Perch te ne stai l a fissarmi?

Jesse disse lei pronunciando il suo nome con attenzione, come se non l'avesse ancora imparato bene. Jesse, non credo che riuscirei ad amarti. Non ti conosco a fondo.  Max quello che ha bisogno di me...

Lui non ha bisogno di te!

Perch ti arrabbi tanto? Ti  successo qualcosa per avere fatto tutta questa strada per venire fin qui? Dopo quel giorno a Chicago pensavo che non avresti voluto rivedermi mai pi. Eri cos arrabbiato con me, cos disgustato... la tua faccia era cos piena di disprezzo... Ma adesso a quanto pare mi ami di nuovo. Perch?

Jesse le prese i polsi e le mani.

Reva, ti prego. Lungo l'autostrada c' un posto - un motel, con delle stanze - potrei prenderne una per noi, ti prego, voglio parlarti...

Non posso prendere e andarmene disse Reva scoppiando a ridere. La sua espressione, per, si stava facendo sempre pi guardinga e circospetta. Si volt verso la casa, e per un attimo a Jesse parve di impazzire: e se il suo amante li stesse guardando? Lo avrebbe ucciso! La verit, Jesse,  che io e Annie stiamo discutendo molto seriamente negli ultimi giorni. Abbiamo parlato di tutto e probabilmente io lo lascer per qualche tempo, ma...

Perfetto! esclam Jesse. Tutto a posto, allora! Ti riporto qui domani.

Non cos, di punto in bianco bisbigli Reva, allontanandosi da lui. Vuoi ucciderlo? Non sta bene, mentre tu sei cos forte... sembri cos pieno di rabbia e di vita! Penso che tu voglia farmi impazzire. Come sarebbe vivere con te? Sposarti? Mi comanderesti a bacchetta, mi toglieresti l'aria...

No...

Mi soffocheresti con il tuo amore. So quello che vuoi disse Reva a occhi socchiusi. Era cos dolce e astuta che Jesse non riusciva a capire se fosse seria o stesse scherzando. S, ti conosco... Li conosco quelli come te... Da ragazza mi imbattei proprio in uno come te, oh, il tuo ritratto sputato... ti si iniettano gli occhi di sangue solo a guardarmi... ci che davvero vorresti  trascinarmi fuori di qui e portarmi in qualche vecchio granaio, o in un campo di granturco abbandonato, lo so, so quello che vuoi... Un ragazzone di campagna! Cos vigoroso, cos pieno di rabbia...

Reva gli prese la mano, sorridendo per stuzzicarlo. Chiuse gli occhi e si premette il palmo di Jesse contro il viso. Lui si stup nel sentirle la guancia leggermente fresca...

Pens di stare per svenire.

Be', se diventerai il mio amante devi promettermi questo: che non mi ricorderai mai il giorno in cui sono venuta a cercarti per chiederti di abortire. Con me non tirare mai in ballo il passato disse Reva in fretta, quasi svogliatamente. Per noi comincer tutto da capo. A partire da oggi. Da oggi, tutto nuovo. Un nuovo inizio. Per me niente Max, per te niente moglie. Prometti? Eh?

S... s...

E vuoi ancora che io sia Reva per te?

S...

Non hai obiezioni riguardo a quel nome?

Io adoro quel nome...

E non mi costringerai ad amarti? Non fin da subito? Perch io in questo momento non ti amo, ma ci prover. Ti sar fedele e cercher di amarti, e alla fine ti amer, posso assicurartelo. S, te lo posso garantire. Ma non fare il prepotente con me, non soffocarmi...

Non cercherei mai di forzarti. Mai sussurr Jesse.

E mi sposerai?

S.

E il bambino...?

Voglio che tu lo tenga.

Reva sorrise. E allora tu sarai il padre di questo bambino, bene! Un bambino che sar davvero orgoglioso di suo padre! Cos tu mi sposerai e lascerai che io abbia il bambino disse spensierata, come scorrendo un elenco di attivit da svolgere. Non tirerai mai in ballo il passato con me e non farai mai il prepotente, vero? E non rivedrai le tue bambine mai pi, e nemmeno tua moglie? Sar io tua moglie? La tua unica moglie?

S disse Jesse.

Cerc di abbracciarla ma lei si allontan. No disse. Max potrebbe vederci, siamo all'aperto. Il suo viso era di una bellezza cos febbrile da folgorarlo. Puoi darmi un'ora, Jesse? Un'ora sola? Jesse, puoi andartene per un'ora? Gli spiegher che me ne sto andando, che lo lascio libero, e mi preparer per te - voglio farmi un bagno, ho bisogno di un bagno...

Lei e Jesse scoppiarono a ridere all'improvviso, e la loro risata aveva un suono stridulo, penetrante, terribile.

Allora te ne andrai, Jesse, e mi lascerai un'ora, solo un'ora?

S.

E dovresti darti una sistemata anche tu. Per me. Dovresti prepararti per me. Hai gli occhi iniettati di sangue e non ti sei fatto la barba... i vestiti tutti spiegazzati e puzzolenti...

Il suo tono intimo, ipnotico, quasi cantilenante, faceva impazzire Jesse, che si ritrov incapace di ribattere.

Vattene, ti prego. Un'ora sola. Voglio farmi un bagno.

Jesse torn alla macchina.

Un'ora. Solo un'ora disse lei.

Lui indietreggi barcollando. Afferr la maniglia della portiera. Ora sentiva la febbre in bocca e in gola ardere come fuoco. Nello stesso tempo Reva si allontanava da lui, salutandolo con la mano.

Un'ora! grid Reva.

Un'ora.

Mio Dio... disse Jesse ad alta voce.

Mise la retromarcia e usc dal vialetto. Era cos agitato da non riuscire quasi a guidare. Braccia e gambe si muovevano come di vita propria, a scatti spasmodici. Dove si trovava? A Hilsinger, Wisconsin. E dov'era? Riusc in qualche modo a svoltare e a infilare di nuovo l'autostrada, a superare la tavola calda e ad arrivare al motel. Questa volta il proprietario fu ben lieto di dargli una stanza. Fanno tre dollari al giorno. Per quanti giorni la tiene?

Solo per qualche ora disse Jesse. Voglio lavarmi e radermi.

L'uomo lo condusse attraverso un pezzo di terreno invaso dalle erbacce fino alla prima camera, imbiancata a calce non molto tempo prima, come indicavano gli schizzi bianchicci sull'erba circostante. Bene grugn l'uomo. Se vuole lavarsi non c' problema: l'acqua non manca, vede? Ruot un rubinetto da cui sgorg un fiotto rugginoso, Jesse rispose con un ghigno tutto denti.

Pag in anticipo i tre dollari per la camera.

Una volta solo, corse al lavabo. Ansimante, si guard allo specchio e s, era davvero il suo volto, Jesse, il volto di un trentunenne: pelle elastica e luminosa, bocca ben segnata, tempie forti, una luce febbrile negli occhi e sugli zigomi. Che cosa aveva detto Reva? Cos vigoroso, cos pieno di rabbia. Adesso per doveva radersi. Radersi. Si pass in fretta le mani sul volto, sulle guance e la mandibola ispida.

Non aveva il rasoio. Niente.

Apr inebetito lo sportello del vecchio armadietto dei medicinali sopra il lavabo. Tre scaffali ricoperti di strisce di carta lercia. Salviettine di carta. Niente. No, un momento, sullo scaffale pi in alto scorse una lametta, s, proprio una lametta, leggermente arrugginita ai bordi ma ancora luccicante al centro.

Se la prov contro il pollice: come affilatura poteva andare.

Per gli serviva un rasoio in cui infilarla, altrimenti come sarebbe riuscito a radersi? Tremando, si guard intorno nella stanzetta: un letto bitorzoluto, pareti spoglie, tendine di plastica smunte e cascanti. Zanzariere afflosciate. Sul davanzale mosche morte e un bombo defunto, come poteva radersi senza un rasoio dove mettere la lametta? Guard fuori dalla finestra. La sua auto era parcheggiata l accanto.

Solo una lama di rasoio.

Era innamorato alla follia. Avrebbe portato Reva qui, proprio qui, in questa camera in affitto, e sopra quel lettino squallido, stretto e pieno di bozzi, avrebbe fatto l'amore con lei. L'avrebbe sposata in quel modo. Il feto che portava in grembo sarebbe diventato suo. Il suo bambino. Che magia. Il suo potere di maschio. Prima per doveva lavarsi, doveva radersi... Si sbotton la camicia e se la tolse in fretta. Si annus sotto le ascelle. Odore stantio. Panico. Agitazione. Reva se n'era accorta? Apr il rubinetto e ne usc l'acqua color ruggine. Era tiepida, lui aspett, ma non si riscald. Gli serviva del sapone. Si guard intorno e trov solo una sottile scaglia di saponetta rosa... ma sarebbe bastata, certo che s! Cominci a insaponarsi le mani, prima di rendersi conto che avrebbe dovuto spogliarsi del tutto per lavarsi da capo a piedi. Anche Reva si stava facendo il bagno. Dammi un'ora, gli aveva detto. Si sbotton i calzoni e li scalci via mentre pensava a Reva che faceva il bagno per lui, si sfil le mutande e rimase in calzini, tremante. L'acqua calda cominciava a schizzare a terra. Si rigir furiosamente il sapone tra le mani e se lo strofin sul viso, sul collo, sul mento e sulle guance, a colpi rapidi, veloci, dal basso in alto... e poi prov a lavarsi il petto, maledicendo il pizzicore provocato dai peli rossi e arricciati, che appiatt con le dita per poi passare a stomaco, ventre, genitali... Dammi un'ora gli aveva detto Reva allontanandosi, e Jesse aveva sentito che lei gli strappava l'anima con quel suo sorriso, pigro, malinconico e sognante, con la promessa del suo corpo e del suo nome...

Nello specchio si vide fissare dal proprio corpo, dalla superficie vivente della propria anima: una forma opaca, convulsa, sussultante che riempiva quasi del tutto la superficie giallognola. La pelle appiccicaticcia, come per il terrore. Biancastra, madida, irreale. Era questo Jesse? La sua pelle, che ad alcuni centimetri di distanza mostrava un bell'aspetto, in realt era uno stravagante conglomerato di colori; la pigmentazione chiazzata come una trapunta patchwork, tutta gobbe e piccole alture e pori rigonfi e peli e nei e formazioni misteriose e incomprensibili, come oggetti plasmati dal vento o dalle calde e carezzevoli correnti del mare. Si pass rapidamente le mani sul corpo, insaponandolo. Doveva ripulirsi. Togliersi di dosso quell'odore di panico. Il suo viso, da una distanza normale, era gradevole, ma visto da vicino appariva come un curioso susseguirsi di creste e pendii, pelle e cartilagine e lentiggini e venuzze e peli, selvaggi peli neri, avvallamenti, gonfiori, cavit. Reva l'avrebbe visto cos, guardandolo da vicino, stretta a lui. Aveva spalle belle e muscolose, bicipiti piccoli ma sodi, un buon torace e un tronco rispettabile, ma Reva gli si sarebbe accoccolata tra le braccia, in delirio tra le sue braccia, e lui doveva essere pulito, assolutamente pulito, doveva lavarsi gli ombrosi avvallamenti sotto le braccia, l'addome gracile e bluastro e quella mostruosa parte di s che un po' amava e un po' lo disgustava, cos volgare, impudica e arrogante. Su quel letto, proprio su quel letto...

Il suo corpo dondolava spinto da una certezza che lo riempiva di gioia, un desiderio che si irradiava dai fianchi e lo faceva risplendere in ogni angolo, fino al muscolo pi lontano, fino agli ossicini dentro le orecchie, fino alle pi piccole tra le dita dei piedi... ogni cosa, ogni parte di lui era in festa...! Tutto brillava della certezza, del desiderio e dell'amore per quella donna. Quando l'avrebbe penetrata gli sarebbe parso di penetrare se stesso, ogni parte di s, bene oliata e riscaldata da quella consapevolezza dolce come miele, le cavit del suo corpo smaniose di essere riempite mentre il corpo di Reva smaniava a sua volta per lui, i suoi muscoli che si sforzavano di darle piacere, i suoi organi rigonfi e pompanti sangue. Il tutto in amore, in armonia.

Si guard. Aveva schiuso le labbra in un ghigno atterrito.

Il sapone sul volto. La schiuma si stava dissolvendo. L'acqua non era abbastanza calda ma non aveva importanza, doveva pulirsi e radersi e prepararsi per quella donna. Teneva impacciato la lametta con la destra. Come si faceva? Non aveva mai provato a radersi cos. Non era sicuro che fosse possibile. Si curv, socchiuse le palpebre, si scrut nello specchio offuscato e cerc di capire dove cominciare. La lametta era scivolosa come le sue dita. E se si fosse tagliato...? Ma doveva radersi, non aveva scelta. Prov a passarsi la lametta scivolosa contro la mandibola ma era cos impaurito che non successe nulla, e la lama si limit a graffiargli la barba...

Da capo.

Questa volta la impugn in maniera pi salda. All'ultimo momento, per, temette di tagliarsi e la lasci cadere nel lavabo.

La riprese con cautela, come se fosse un delicato strumento chirurgico. Devi fare attenzione. Fai attenzione. Stava ansimando. Si sentiva tutta l'area della bocca e della parte superiore della gola infiammata dalla febbre. Tenne ferma la lametta contro la guancia sinistra, e in quel momento avvert all'improvviso un brivido di desiderio attraversarlo per l'intera lunghezza del corpo, talmente intenso da piegarlo quasi in due... Non lasci ricadere la lametta, ma la strinse deciso mentre con l'altra mano tendeva verso il basso la pelle della guancia sinistra... Infine, leggermente, timidamente, si sfreg la lama sulla pelle e il sangue schizz all'istante.

Rimase a osservare il proprio sangue.

Poi, come ipnotizzato, si pass la lametta sull'altra guancia.

Ancora pi sangue.

Il suo sgorgare improvviso lo affascinava. Un filo sottile e brillante che scorreva tra la schiuma del sapone. Niente riusciva a fermarlo. Si port la lametta al petto, in alto, e se la pass sulla pelle, cos soffice da tremare al suo tocco - subito un altro lampo di sangue! - e poi sulla robusta epidermide che copriva i muscoli sopra la bocca dello stomaco. Ancora sangue. Un fiotto lento. Affond la lametta e il sangue zampill all'istante, come balzando in avanti.

E adesso...? Si sfior la spalla sinistra. Un altro graffio. Si chin a toccarsi la parte superiore della coscia sinistra. Si scur in volto. Poi, con timore reverenziale, pass la lametta attraverso il ciuffo di peli pubici. Sent solo un lieve e pungente bruciore, ma non vide sangue... e allora affond la lametta un po' di pi.

Ah, ecco il sangue!

Rimase l a sanguinare da una decina di punti disseminati sul suo corpo. Sangue che scorreva leggero, come in un esperimento, e gli dava le vertigini...

Aspett, ma il sangue continuava a scorrere. Prov a tamponarlo con le vecchie salviettine di carta, ma non si ferm. I graffi bruciavano. Alla fine perse la pazienza. Sangue o non sangue, decise di rimettersi i vestiti e cos ridotto guid fino a Chicago.
LIBRO TERZO

Il sogno dell'America
1

Luglio 1970

Caro pap,

la voce deve dire Ti voglio bene. Se non dice Ti voglio bene non  sincera.

Oggi ci hanno dato un passaggio due vecchi su un camper. Dei pensionati di Minneapolis, con la faccia grigia, che chiacchieravano in continuazione. Dovresti sentire Noel quando attacca bottone con gli estranei! A volte non dice di chiamarsi Noel ma d altri nomi, a volte sono sua sorella, altre la sua sposina; a volte lui viene dal Canada o dal Maine, dalla Florida o dalla California. La sua voce riesce a imitare tutti i dialetti, a trasformarsi per piacere a ogni orecchio, ed  cos dolce e carezzevole da ipnotizzarti - Pap, voglio tornare a casa - no, non  la mia voce n quella di Noel, non darle retta...

Con l'autostop siamo arrivati fino a Homestead, in Florida. Non cercarlo sulla mappa. Non appena ci avrai puntato sopra il dito, con la tua unghia pulita e ben tagliata, non sar pi l. A dire il vero me ne sono gi andata. Abbiamo lavorato nei campi per un giorno, mi sono scordata per quante ore, POMODORI U-PICK, dieci centesimi mezzo chilo. Noel dice che il lavoro  ok, puoi mangiare mentre lavori in mezzo a pomodori polposi e pieni di semi, che ti si spiaccicano sotto i piedi nudi (oh, ho le spalle, le braccia e il collo rosa e rossi, e mi fanno male), e la voce si trasforma sempre come il fluido acquoso e pieno di semi dei pomodori, la voce imita sempre altre voci, non  la voce di Noel ma la mia, e dice sempre Ti voglio bene voglio tornare a casa.

FAGIOLINI U-PICK. AVOCADO U-PICK. Qui li vendono a dieci per un dollaro. L'aria sopra i campi trema per il calore, ci sono vecchi bus malandati parcheggiati nei fossi, neri con luridi cappelli di paglia che non ridono mai e guardano me e Noel senza interesse. Noel  cos biondo, ha la carnagione cos chiara!  vero, tu non l'hai mai visto. Non l'hai mai visto neppure nella tua immaginazione, anche se ti sarai augurato la sua morte e per farlo avrai pur dovuto immaginartelo. Pap, mi ascolti? O sei al telefono? La polizia non riesce a trovarmi, sono troppo lontana; se provassero a fermami in uno di questi campi mi vedrebbero sciogliermi in un'onda di calore, Noel e io che ci sciogliamo insieme, che ci dissolviamo...

Senti la voce? La voce dice Ti voglio bene?

Ti sto scrivendo dalla costa del golfo del Messico. Noel  via da due ore. Al suo rientro ci porter una sorpresa, come sempre: certe volte soldi, certe volte altre persone. Una volta si  trascinato dietro un televisore a colori strappato dalla camera di qualche motel.  cos in gamba, e se qualcuno gli si avvicina lui si dilegua subito nel nulla: nessuno pu prenderlo! Tu non ci riusciresti. Non ce la faresti a metterlo sotto anestesia e a strappargli l'anima. A immobilizzarlo su un tavolo operatorio come hai fatto con noialtre.

All'esterno la mano mi si sta arrossando, ma l'interno, il palmo,  ancora pallido. Appiccicaticcio. Sporco, pallido e appiccicaticcio. Ho tutte le unghie nere e spezzate. Se le vedesse la mamma! Penso che me ne staccher una e la infiler in questa lettera, cos potrai mostrarla alla mamma e alla polizia per l'identificazione. E quando alla fine mi troveranno potranno vedere se mi corrisponde... Ho le mani sporche ma non  tutto. Tu sei un uomo cos pulito. Ho provato a spiegarlo a Noel, ma lui non capisce. Crede che pulizia significhi sfregarsi le mani con il sapone, non sa che  una brocca di acqua distillata, una brocca di quella plastica leggera, chiarissima, infrangibile e non pericolosa come il vetro. L'acqua distillata  senza sapore. Non ce l'ha perch  incontaminata.

Hai ricevuto la mia lettera da Savannah? Ero io. Te l'ho spedita per scherzo. Hai capito che ero io? Oppure pensavi davvero che ti arrivasse da un tuo paziente morto? Come se i morti riuscissero a scrivere, a pensare, a rivederti in sogno.

Noel sta facendo molto tardi. Il sole  caldissimo, sento che  molto pi vicino alla Terra qui che a Chicago, me ne sto sdraiata sulla costa ad aspettare Noel e a sognare te, a sognare te e lui che vi fondete uno nell'altro. Tutt'intorno a me piccole conchiglie, milioni di conchiglie. Cerco di non pensare a quei piccoli gusci di animaletti che racchiudevano carne che adesso  colata fuori, ai loro corpi sotto di me. Tutto ci di cui dobbiamo sbarazzarci sono i nostri corpi esterni, i nostri gusci, cercando di trasformarli in qualcosa di bello e poi lasciandoceli alle spalle, grandi mucchi, montagne di conchiglie, cataste di cadaveri su cui si sdraiano i giganti. Noel mi ha ordinato di liberarmi di te. Devi ritrovarlo in sogno mi sussurra Noel all'orecchio. Ritrovarlo in sogno. Sogna il suo viso, la sua voce. E mentre li sogni cancellali dice Noel, accarezzandomi la schiena su e gi, perch mi fa male -  il centro del corpo, la schiena, ogni cosa si irraggia da l, ed  cos piagata e indolenzita - a che cosa  servito tutto quel brontolare della mamma sulla mia postura? Non dimenticarti di mostrarle la mia unghia! La mia unghia nera e scheggiata!

A lei non voglio bene. La voce non ha niente da dire su di lei.

Noel qualche volta si sfrega forte la fronte contro la mia per farmi pensare i suoi pensieri. Sorgono dentro di lui e dentro di me come ondate pericolose e stupefatte, in cui si tuffano uccelli giganteschi. Credo siano pellicani, con quei loro becchi terribili. Si impennano in aria e poi si tuffano di nuovo, all'improvviso, tre o quattro alla volta, e mi sobbalza il cuore quando si schiantano cos a capofitto nell'acqua... Le idee di Noel sono cos. Una volta mi ha detto - eravamo sul retro di un furgone, il pick up di un contadino, e mi faceva male la testa tanto ero stanca - e lui mi ha detto Dammi una spinta e mi ha guardato per vedere se ne avevo il coraggio. Spingimi gi per strada, amore. Ma era uno scherzo. Almeno, credo. Per vedere se riuscivo a ucciderlo quando me l'ordinava, ma io non ce la facevo a muovermi, ecco come le sue idee mi balenano in testa a volte come gli uccelli che si tuffano o le onde pi grandi, che scaraventano in giro le conchiglie e le trascinano di nuovo in acqua, su e gi, ancora, ancora mentre me ne sto sdraiata qui a cercare di lavarmi via, di cancellare quello che ho in testa, pap, tutti i pensieri che ci hai messo dentro. Ritrovalo in sogno e cancella te stessa mi ha detto Noel. E dato che credo nell'ordine, fallo sistematicamente, passo dopo passo, anno dopo anno: cancella i mostri e liberati. Allora sarai mia, Shell ha promesso, e lui non mente mai.

La voce deve dire Ti voglio bene oppure non  sincera. A lei non voglio bene. Sogno te, cos alto, con la testa piena di pensieri come ombre di ali d'uccello, la pelle intorno agli occhi che si oscura per tutte le morti che hai dovuto provocare, c' morte sulle tue dita, nei tuoi polmoni. Tu che mi porti in braccio. Ricordo che mi porti in braccio. Ricordo Jeanne che ci guarda storto, pronta a piangere, tanto  gelosa di noi - Jeanne che sputacchia per la sua asma - ti sento parlarmi come si fa ai bambini e poi cambiare tono per rivolgerti alla mamma, il ronzio della tua conversazione con lei, una conversazione necessaria su come andare da A a B, anno dopo anno, e sento che tu mi sollevi tra le braccia mentre le pareti e il soffitto mi girano intorno, e Jeanne cos lontana sotto di me e la mamma in un'altra stanza che cerca di parlarti.

Sono una bambina che nessuno ha voluto adottare.

Non mi piace pensare al fatto di essere nata. Se tu mi avessi adottata non avrei dovuto nascere cos. Per tanti anni tu e la mamma avete parlato di adottare un bambino, un fratellino per Jeanne e me, un fratello piccolo, io mi preparavo ad accoglierlo ma lui non  mai arrivato. Jeanne si preparava a un incubo ma non  arrivato. La faccia di Jeanne  diventata tutta rossa ma non  arrivato nessun fratellino.

Imita la sua voce nella tua mente mi ha detto Noel. Mi tiene a terra e mi impedisce di scivolare su in cielo. La sua anima tiene a terra la mia, altrimenti salirebbe in aria come fumo e scomparirebbe. Noel, il mio amore. Imita la sua voce nella tua mente, e allora sarai libera ha detto Noel. Ma non ce la faccio. Non riesco a fare uscire da me la tua voce. O quella della mamma.  solo la mia voce che dice Ti voglio bene voglio tornare a casa e devo schiacciarmi la bocca con le mani per non farmi sentire da Noel, altrimenti mi sfregherebbe la testa nella sabbia finch non soffoco. Imita la sua stretta di mano ha detto Noel. Ti ho visto stringere le mani di molti uomini, pap, curvandoti premuroso su di loro perch superavi in altezza quasi tutti, e accigliarti un po', con la faccia che ti si rannuvolava confusa come se le persone con cui eri costretto a scontrarti fossero un mistero, non era cos...? Facce e anime dense e nuvolose. Prova a immaginartele. La gente mi sta appiccicata come a te. Non riesco a togliermeli di dosso, persino il mio corpo scivoloso non pu guizzare via. Il tuo sorriso doveva essere forzato. Mi guardavi senza vedermi, poi apparve una forma che era tua figlia e tu la vedesti e sorridesti. Ma non prima. Che cosa hai visto prima di vedere me, quando mi stavi guardando?

Se potessi leggerti dietro il volto, pap. Manipolare la tua stretta di mano. Se potessi fare risuonare la tua voce in me, nella mia testa. Le tue sopracciglia cespugliose, i tuoi capelli rossi, pi chiari dei miei - i tuoi strani occhi verde pallido, come i miei - perch non riesco a vedere attraverso loro? Cos potrei vedere me stessa. La figlia. E finalmente potrei cancellarmi ed essere libera.

Noel dice: sei venuta da una cellula espulsa da tuo padre, ed  in quella cellula che devi rientrare.

Una cellula ha un punto in mezzo, come un occhio.  quella l'anima?

La mamma non c'entrava niente. Non mi sogno lei. La vedo a sprazzi, come si ricordano immagini sparse di sconosciuti, persone che in quel momento non ti rendevi conto di osservare. Trovano la maniera di entrarti in testa. La vedo alla finestra sul davanti della nostra enorme casa mentre osserva il grande prato anteriore e guarda per strada... La vedo distendere nervosamente un lenzuolo sopra qualcosa per nascondermela...  sangue, quello sul letto di Jeanne? Sangue a forma di stella.

Chiudi gli occhi, Shell. Punta il dito sul giorno in cui iniziano i tuoi ricordi. Me l'ha detto Noel prima di andarsene. Scrivi una lettera a tuo padre... Tuo padre  un uomo famoso, con la fronte nobile e un'espressione autorevole negli occhi infossati, se la merita una lettera d'amore! Con la tua voce, Shell, non con la mia. Devi farlo da te.

Noel  corso da me, pap, un peso che saliva rumoroso le scale, ansimando, il volto acceso, i capelli fluttuanti e la voce che gi si insinuava nella mia mente, la mia preziosa mente, e i bottoni del mio vestito si contorcevano alla vista delle sue mani, il mio cuore gi si gonfiava nello scorgerlo. Qualcosa di insopportabile in lui, nelle sue labbra corrucciate. Uno squillo si  levato in me quando l'ho avuto accanto, oh, non sono riuscita a trattenermi - la piccola Shelley che pensa terrorizzata Non sono riuscita a trattenermi. Lui non  stato il primo, comunque. N il primo, n il secondo e neppure il terzo, ma dopo la mia mente sbiadisce. Non farmi domande... Meglio che tu non sappia, pap! Meglio che non sappia come non sono riuscita a trattenermi!

Delle tue figlie  Michele quella incapace di trattenersi. Jeanne ci riesce benissimo.

Mio padre  un celebre chirurgo, ridacchia la piccola Shelley. L'idea le d alla testa. I tuoi occhi vedono bene e con chiarezza, non sono confusi come i miei. Mi sto trasformando in una deficiente. A volte non riesco a leggere, pap, mi spaventa quando non ce la faccio a leggere i cartelloni lungo l'autostrada, quando non riesco a mettere insieme le lettere e penso di trovarmi in un altro posto, tipo su un altro pianeta, dove il linguaggio non  pi lo stesso, ma Noel mi dice che andr tutto bene, Noel mi canta all'orecchio e mi fa addormentare...

Una volta ero nel panico e non riuscivo a smettere di gridare, ma Noel mi ha strappato dalla paranoia. Anzi, mi ha fatto ridere. Oh, come ridevo! I muscoli della mia faccia indolenzita saltavano qua e l come pazzi, sbatacchiavano contro i muri e tornavano rimbalzando da me. Ero terrorizzata perch un tuo libro stava per cadermi in testa, un libro scritto da qualcuno chiamato Lord De Mente. Dovevo raccontarlo a Noel ma non riuscivo a smettere di gridare. Era un libro sul cervello. Io ero nel tuo studio e lo sfogliavo. L'aveva scritto un certo Lord De Mente e parlava del cervello. Lo leggevo, guardavo i diagrammi.

Pensa al 22 novembre 1963.

Ricordi? Fai uno sforzo per me. Aiutami. Noel dice che devo ricordare e che devo cominciare dall'inizio. Ti voglio bene, pap, non chiamare la polizia: aiutami, ascoltami...

Noel non  stato il primo, comunque.

22 novembre 1963. Siamo a New York. Ho otto anni. Io, la mamma e Jeanne siamo sedute su sedie pieghevoli in fondo a una grande stanza. Tu stai in piedi su un palco. Parli. Con voce chiara e ferma dici qualcosa riguardo alla memoria. La memoria. Il pubblico  composto quasi del tutto da uomini. Teste pesanti, serie, imbottite di cervello. Come la tua. Occhi dietro occhiali, uomini anziani con teste fragili, uomini come tori, cos trasandati che non li si prenderebbe per medici... Stanno ascoltando tutti te, il dottor Vogel, mentre parli della memoria.

 una sala da ballo di un hotel di New York. I lampadari di cristallo sfolgorante sono accesi perch l'interno di questo vecchio albergo  buio. Le pareti sono tappezzate di velluto a motivi strani, di un verde vivace come quello di un tavolo da biliardo... Parli della memoria, di che cos'. Gli uomini ti ascoltano. Il dottor Vogel  mio padre. La mamma ascolta in silenzio con le mani ripiegate, appoggiate sulla borsetta che tiene sulle ginocchia. Jeanne  seduta dall'altra parte, e mentre ascolta senza perdere una parola si preme forte con il pollice contro i denti di sotto. Jeanne, la mia sgraziata e patetica sorella. Continua a cercare di spingersi indietro i denti perch pensa che sporgano troppo.  pi alta di me di quasi due spanne e non fa che spingermi e darmi di gomito. Mi odia.

Jeanne  pulita, fuori e dentro. Acqua distillata. Una brocca trasparente e infrangibile di acqua distillata. Nessun uomo ci ha mai infilato dentro il dito per contaminarla, puoi scommetterci.

La tua voce penetra ogni angolo della sala. Ferma e tranquilla. Dottor Vogel. Jesse Vogel. La clinica Vogel. Mentre ti ascolta, la mamma apre piano la borsetta, prende un fazzoletto e si tampona il naso e poi la fronte. Lo fa in continuazione. Non si pu chiedere a tua madre perch si tampona sempre il volto. Forse ha paura dell'unto che le cola dai pori. Ma la sua pelle non ha pori. La mamma mentre guarda sognante dalla finestra che la cameriera ha pulito alla perfezione. Aspetta che tu torni a casa? Aspetta che arrivi il tramonto? Non pensar male di me, pap, ma non le voglio bene. Non riuscirei mai a pensare a nulla da comprarle per il suo compleanno o per Natale. Una volta, quando le comprai quel piccolo villaggio, il Villaggio del New England fatto di cartone e luccicante di neve finta, con Babbo Natale e le renne che volano sul campanile della chiesa, non riusc nemmeno a fingere che le piacesse mentre con viso concentrato e impassibile si chinava a metterlo sotto l'albero di Natale. La guardavo e riguardavo, aspettando che dicesse che le piaceva, ma lei bad solo a dire grazie, Shelley.

Sei arrivato alla fine della relazione che stai leggendo. Concludi con una serie di interrogativi. Riflessi di occhiali, sguardi seri e giudicanti. Osservo quegli uomini mentre ti valutano, pap, e tirano le somme sul tuo conto. Ti fanno domande complicate e tu rispondi loro con calma e precisione; il dottor Vogel, prudente come sempre: che uomo d'oro! Vorrei tapparmi le orecchie con le mani per paura di sentirti commettere un errore. Per paura che qualcuno ti attacchi. Mi guardo intorno e vedo che tutti loro ti valutano e tirano le somme. Una volta a casa, non c' nessuno che non sappia quanto vali. Ges, lo sanno tutti. I bambini a scuola lo sanno, sanno ogni cosa, non riesco a nascondermi da nessuna parte. Nemmeno nel bagno delle femmine, devo infilarmi per forza dentro le toilette. L'ultima spiaggia. Quando sei l dentro e te ne stai in piedi dietro la porta chiusa, con il chiavistello tirato, sei arrivato all'ultima spiaggia, pi in l non puoi andare. Ed  allora che rischi di impazzire, se non tieni la testa a posto. Ecco perch le porte non dovrebbero avere chiavistelli, o perch le toilette dovrebbero avere un'uscita sul retro. In prigione, di notte, la luce dei bagni resta sempre accesa, tutta la notte, e le porte non hanno chiavistelli, puoi scommetterci.

22 novembre 1963.

Ho otto anni.

La tua conferenza  appena finita, ma non sei insieme a noi. La mamma e un'altra donna hanno portato Jeanne e me da qualche parte, in una gelateria con un nome che sembra uscito da una fiaba, c' odore di sciroppo al cioccolato e di caldi sussurri profumati di madri e figlie, ricordo i pupazzi di animali, i giganteschi panda bianchi e rosa e le bambole di pezza dalle facce radiose come girasoli, tutte occhi e sorrisi. La mamma sembra felice come non l'ho mai vista, anche se non ho il coraggio di osservarla troppo da vicino per paura di scorgerle in viso qualcosa che rimpianger. Ho parlato a Noel di questo incubo sulla mamma, della sua faccia liscia, come svuotata da un intervento chirurgico dove le hanno lasciato solo degli incavi nella pelle per gli occhi, il naso e la bocca, rientranze ombrose e profonde, avvallamenti in un volto pallido, senza sangue. Ma non  la mamma che sto sognando. La donna insieme a noi... s, certo,  la signora Myer, Lauren Myer, l'allegra moglie del dottor Myer, che sta arrivando a Chicago per lavorare nella tua clinica. Andrete molto d'accordo. Tu non ti fai degli amici, pap, ma con il dottor Myer ti troverai particolarmente a tuo agio. Neppure la mamma si fa degli amici, ma io e Jeanne sentiremo spesso sulle sue labbra il nome di Lauren Myer. Mi ricordo il suo cappotto verde lime, i suoi capelli raccolti in alto, il suo orologio dallo spesso cinturino di platino con smeraldi su entrambi i lati... All'epoca non sapevo fossero smeraldi, me lo devono aver detto dopo. Eppure mi ricordo di lei e del suo orologio, me lo ricordo esattamente, e mentre lo ricordo lo cancello.

Cancello la signora Myer. E anche la mamma. Cancello la loro conversazione. Cancello quel giorno.

Deve essere molto fiera di suo marito... sta dicendo la signora Myer.

Una gelateria di lusso, tutta velluti bianchi e decorazioni rosa carico: sedie e tavolini di ferro battuto, profumo dolciastro di vaniglia, caramello, enormi lecca-lecca e, appoggiati sugli scaffali, giganteschi orsacchiotti dagli occhi saggi e lucenti. Hanno spuntato loro le zampe e le hanno ricucite, riducendole a innocui moncherini smussati. Ci sono pagliacci con la pancia a strisce gialle e nere e il sorriso un po' esagerato. Scatole di dolciumi vive quanto i clown e i pupazzi di animali, con grandi fiocchi fruscianti, avvolte in carta liscia e lucida come raso. La signora Myer ricopre di attenzioni me e Jeanne, dovete essere molto orgogliose, sembra un po' perplessa per il muso lungo di Jeanne, non  un posticino grazioso? La sua faccia somiglia a quelle scatole di caramelle: a forma di cuore, troppo truccata, con le labbra di una lucentezza satinata. Ha gli occhi leggermente infossati, pi piccoli di quelli di mamma. Sta arrivando a Chicago insieme a suo marito per innamorarsi di te, anche se a te questo non interessa; forse non lo saprai mai.

Succhio dalla cannuccia un denso miscuglio sciropposo: mi batte forte il cuore per la fretta di finirlo e di andarcene. L'eccitazione del viaggio mi ha dato un po' di nausea.  una specie di beverone alla fragola, un frullato o una bibita in un enorme bicchiere ghiacciato,  troppo grande per me e mi ha stomacato, e dovunque intorno a noi le persone chiacchierano e ridono, che cosa stanno dicendo? All'improvviso la mamma si guarda in giro. La signora Myer si zittisce. Sulla gelateria cala il silenzio: all'ingresso, accanto al bancone della cassiera, qualcuno parla ad alta voce. La cameriera che ci ha servito, una ragazza dai capelli arricciati simili a minuscole salsicce, cammina verso il nostro tavolo senza vederci, sgrana gli occhi verso l'ingresso, urta una sedia, che cosa stanno dicendo?

La mamma si alza.

Grida: Che cosa  successo? Gli hanno sparato? Dove gli hanno sparato?.

La cameriera per non le risponde, e adesso altri clienti sono in piedi, in preda allo sconcerto e al terrore, qualcuno appoggia lentamente il tovagliolo, cos bianco da deconcentrarmi... un'anziana signora si aggira al centro del ristorante guardandosi intorno...

La mamma e la signora Myer ci spingono fuori. Tutti si affrettano a uscire, c' un fuggi fuggi generale mentre le persone alla porta si scambiano occhiate, si cercano a vicenda con lo sguardo... Jeanne sta frignando, vuole farsi dire dalla mamma che cosa succede, io sono eccitata e terrorizzata e sollevata perch non devo finire il gelato... Una radio ad alto volume. Un uomo sta parlando come se si fosse appena precipitato dentro dopo avere assistito a uno spettacolo terribile, quasi grida. La cassiera dietro il bancone ha cominciato a piangere,  una donna di mezz'et, con il trucco pesante, e piange, io mi chiedo impaurita che cosa succeder a tutto quel trucco mentre la sua faccia si accartoccia e si trasforma...

Hanno ucciso il presidente? frigna Jeanne. Qui a New York? Dov' pap?

Di fuori, in strada, continuano a spingerci. La mamma e la signora Myer ci fanno camminare in fretta, i loro tacchi picchiettano sul marciapiede, dobbiamo muoverci, muoverci, e tutto sembra diverso - le altre persone si affrettano come noi oppure se ne stanno ferme in modo strano, senza sapere dove andare. Si guardano intorno in attesa di nuove notizie. Aspettano. E se ci fosse una rivolta? Una rivoluzione? dice la signora Myer.

La mamma ci trascina. Si ferma a un'edicola per gettare un'occhiata ai giornali, ma i titoli non le dicono nulla. Attraversiamo davanti all'hotel, al suo immenso ingresso, alla sua profusione di enormi gradini, e dappertutto le persone sono strane, guardano noi e si guardano tra loro, sento qualcuno dire:  gi morto?  gi morto?. Intorno a noi fischi, sirene, clacson di automobili, qualcuno che piange oppure  Shelley che piange? Che piange come una bambina? E cos Jeanne mi d uno spintone. Ci buttiamo oltre la porta girevole mentre altri corrono di fuori. Si precipitano. Spingono. Nella grande lobby dell'hotel un fiume di gente. Sono spaventata a morte, mi aggrappo alla mano guantata della mamma.

I pomposi lampadari della lobby rendono i nostri volti simili a maschere. Estranee a questa situazione, a questo rumore. I vestiti delle donne sembrano tutti sformati.  morto?  morto? Un giovane con un soprabito che gli svolazza intorno si fa largo tra la folla spingendola da parte. Gli uomini si scrutano l'un l'altro con aria severa come in cerca di un responsabile - conosco bene quello sguardo, ho paura di coglierlo sul tuo volto, pap ti voglio bene voglio tornare da te - le porte dell'ascensore si aprono, un fiume di persone che sgomitano per uscire, gambe e braccia di uomini che mi sfiorano passando, comincio a gridare, la mano della mamma scivola dalla mia e io vengo spinta da parte, ti vedo dall'altra parte della lobby, pap, e comincio a correre verso di te - mi urtano, finisco contro una poltrona, una poltrona di pelle, e mi ci infilo sotto per sottrarmi alla ressa - un uomo in uniforme apre una porta di cristallo per lasciare passare qualcuno di corsa, anche lui ha gli occhi spalancati ma  tutto rigido e impettito; corro in preda al panico, non ti vedo ma corro verso di te, nella tua direzione, con la gente che mi sfiora senza vedermi e non si accorge delle mie grida...

Eppure sto gridando.

Quando Noel mi sveglia dagli incubi dice: Ti stai solo immaginando il dolore, Shell. La sofferenza  finzione.

Eppure sto gridando.

Ti ho sentito raccontare a qualcuno di un tuo paziente che cominci a gridare quando lo intubarono. Un uomo che non pesava nemmeno quaranta chili respinse a forza tutti quanti e si rannicchi sotto le lenzuola fino in fondo al letto per nascondersi, nascondersi da te.

Stiamo gridando tutti.

Qui nella lobby non fa differenza se gridi o ti trattieni, tanto nessuno pu sentirti. Le urla salgono sempre di pi eppure non fanno rumore, imprigionate dietro i volti. Siamo tutti trascinati dalla corrente. Qui dentro c' un vento che ci solleva, ci urta, ci soffoca, copre le nostre grida. Fuggiamo atterriti avanti e indietro, in trappola anche se siamo tutti liberi, nessuno ci conosce, siamo tutti bambini che corrono liberi senza adulti a trattenerli, vediamo persone dall'aria familiare, come in sogno, ma che poi si rivelano sconosciute...

E alla fine tu mi stringi. Stai gridando: Shelley! Smettila!.

Mi prendi tra le braccia.

Alzo gli occhi e vedo la paura sul tuo volto, persino sul tuo volto.

Shelley, smettila! Shelley!

Cerco di sottrarmi alla tua presa, mi butto all'indietro, colpisco qualcosa di duro, qualcuno mi d un calcio, e tu provi a sollevarmi con la forza, io non riesco a smettere di gridare, tu mi urli di smetterla ma non ci riesco, non ci riesco...

Sto ancora gridando.
2

Nelle prime ore del mattino del 23 novembre 1963 il dottor Vogel era a letto, sveglio, nella sua camera al Plaza Hotel, accanto alla moglie addormentata, e irrigidito dal terrore pensava al crollo delle cose, al loro accartocciarsi, al collassare della scatola cranica.

Avrebbe voluto svegliare sua moglie, ma rispettava il suo sonno. Un po' la temeva. Se si fosse voltato verso di lei, questa avrebbe immaginato che lui cercasse solo la sua carne, la certezza della sua carne, qualcosa da poter abbracciare.

Pens al presidente, che prima stava morendo e poi era morto. Pens a sua figlia, al suo corpicino isterico, al suo viso esausto. Tutto quel piangere, quel divincolarsi, quasi non l'avesse riconosciuto. Aveva alzato gli occhi verso di lui come se, pur cos vicina, non l'avesse riconosciuto. Qualcuno stava morendo, anzi, era morto... Da ore qualcuno stava morendo e poi era morto davvero. Adesso era morto. Il mondo era pieno di persone che stavano morendo e poi morivano. Il morto era morto da un pezzo. Jesse, sdraiato sulla schiena, si sent percorrere da un brivido di terrore mentre pensava ai morti e alla vittoria che questi rivendicavano sul mondo; quanto erano pi numerosi i morti dei vivi, e fino a quali profondit la Terra era riempita delle sottili briciole delle loro ossa!

*

Domani saremo a casa, pens Jesse. Domani questa sar storia.

*

La conferenza si era conclusa di colpo, in mezzo al dolore e alla confusione. Jesse pens alla sua relazione sulla memoria, a com'era stata accolta, alla cauta soddisfazione che aveva provato; e adesso tutto ci gli aveva voltato le spalle in fretta per fuggire nel passato, nell'incoerente passato del giorno prima. Esisteva solo una verit riguardo a quel giorno: qualcuno era stato ucciso.

Il dottor Vogel e sua moglie avevano trascorso la serata con un ristretto gruppo di medici e le loro signore che in quelle ore non erano riusciti ad andarsene da New York. Avevano guardato la televisione - i filmati, i resoconti incessanti - e dopo un po' si erano messi a gironzolare nervosi, avevano iniziato a scambiarsi battute e ad alzare il gomito. Jesse era rimasto a guardare la televisione. C'era qualcosa che doveva scoprire. Che doveva capire. Non riusciva davvero a credere che il presidente fosse morto. Morto? Che cosa significava? Una pallottola in testa, nel cervello - s, il cervello - e qualcuno stava per morire e poi moriva? Il presidente era morto per sempre?

Continuava a pensare a Shelley che sembrava correre verso di lui e poi fuggire da lui, al suo terrore, alle sue grida. Era una bambina ipersensibile e molto graziosa: lui ne era incantato eppure, quando si era divincolata da lui in mezzo alla folla, aveva sentito la rabbia attraversargli il cervello come un'ondata di calore che lo facesse impazzire. Perch lo aveva respinto?

Le aveva gridato Shelley, smettila!

Non aveva riferito l'episodio a sua moglie.

Adesso era sveglio e se ne stava sdraiato, senza osare muoversi. Le lenzuola sotto di lui erano bagnate di sudore. Aveva tutti i nervi tesi, come se gli avessero dato un forte pizzicotto, e si sentiva esausto, con la mente che percorreva e ripercorreva gli eventi del giorno prima. Per tutto il giorno qualcuno stava morendo e poi era morto. Alla fine era morto. Era morto fin dal principio e il dottor Vogel lo sapeva, ma quando alla fine era morto, il dottor Vogel era stato incapace di comprenderlo.

Voleva alzarsi dal letto, buttarsi addosso i vestiti, correre per strada...

La clinica Vogel, Chicago, Illinois.

Sarebbe stato lui la clinica Vogel. In persona.

Il dottor Perrault non si era preso il disturbo di unirsi ai neurologi e ai neuropsichiatri che avevano presenziato alla sua conferenza. Continuava a dirgli: S, s, sei pi avanti di me quando avevo la tua et,  questo che vuoi sentire? Hai superato te stesso. Il mondo ha superato se stesso.

Il dottor Vogel, con i suoi progetti per il futuro, in paziente attesa del giorno in cui il dottor Perrault sarebbe andato in pensione, rispettava l'amarezza del vecchio senza replicare. Aveva imparato a tacere. A non discutere mai. Mai. A volte si irrigidiva in volto, ma non diceva nulla.

Perch mi guardi a quel modo? gli diceva talora il dottor Perrault. Sono un fenomeno tanto strano, eh?

All'ospedale Jesse prendeva le sue difese. Gli insulti del vecchio si facevano sempre pi pesanti: stava diventando volgare, offensivo. Jesse lo difendeva con le famiglie dei pazienti. Perch, perch dev'essere tanto insensibile? Non ha rispetto per la morte? Il dottor Vogel era dell'opinione che no, il dottor Perrault non avesse rispetto per la morte. Ecco il segreto del vecchio. Lui, per, non lo avrebbe detto apertamente a nessuno. Era un segreto del dottor Perrault di cui persino Perrault stesso era all'oscuro.

Alla conferenza aveva accuratamente evitato di dilungarsi con chi gli chiedeva notizie di Perrault. Lavorava duro, come sempre, aveva risposto. Lavorava al suo libro. Mentre parlava con quegli ex studenti ed ex associati di Perrault, alcuni dei quali gi abbastanza in l con gli anni, aveva avvertito dentro di s una presenza innaturale, come se il dottor Perrault fosse l ad ascoltarlo, a spiarlo, ad assistere a ogni cosa con la sua sardonica espressione da uccello... Il dottor Perrault odiava il dottor Vogel, era ovvio. Fissava il dottor Vogel con un'espressione affascinata, completamente rapita, come se nel viso del giovane collega ci fosse qualcosa che non gli dava pace. Riusciva a starsene seduto quindici, venti minuti senza muoversi, in una sorta di tranquillit catatonica, a osservare e a riflettere. A che cosa pensava? Il dottor Vogel percepiva il lavorio incessante della mente del vecchio che lo scrutava in continuazione, anche quando lui non era nei paraggi. Sentiva la sua ostilit. Rabbrividiva al pensiero di quella incessante, eterna contrariet di cui ignorava la ragione. I tuoi capelli sono di un colore straordinario gli diceva a volte Perrault con un sorriso.

I miei capelli? chiedeva Jesse preoccupato.

S, i tuoi capelli. Sono di un colore straordinariamente disumano.

Perrault voleva buttarlo gi. Ma non sarebbe riuscito a buttare gi lui, il dottor Vogel.

Ancora pochi mesi e se ne sarebbe liberato. E gi adesso, in realt, se n'era liberato. Era sempre ossequioso verso Perrault, ne accettava le critiche pi prevenute, faceva ci che voleva il vecchio eppure era libero, si stava svincolando da lui. Un processo da portare a termine con cautela. Qualcuno stava morendo, e poi era morto. Jesse era andato a Lockport a parlare con l'avvocato di nonno Shirer, aveva composto la disputa con il dottor Pedersen, deciso a impugnare il testamento, e aveva ottenuto met della somma ereditata. Disponeva di una grossa quantit di denaro per finanziare una piccola clinica sua, perci in quel senso era libero, anche se doveva muoversi con prudenza. Il dottor Perrault poteva ancora guastargli i piani, se avesse voluto. Poteva scrollarsi di dosso la propria tetra inerzia e mandarlo in rovina... Ci aveva messo tanto a ritrarsi, a sprofondare, e mentre si allontanava sempre pi dalla vita Jesse si avviava a prendergli il posto, assumendo sempre pi responsabilit che erano state di Perrault ed esponendosi in prima persona. A volte provava panico allo stato puro nel sentirsi tanto esposto. Cercava di liberarsi del vecchio e se ne ritrovava prigioniero, anche se si rendeva conto che persino ora Perrault lo proteggeva dal mondo. Lo sapeva. Non riusciva a eliminare da s una sensazione di assoluta, totale, sdolcinata dipendenza dal vecchio, un atteggiamento di debolezza in sua presenza, che nasceva dall'affetto e lo avrebbe accompagnato per sempre. Al tempo stesso, per, pensava con impazienza e con un senso di colpa agli anni in cui sarebbe stato libero, un chirurgo migliore dello stesso Perrault, con una clinica sua, una clinica privata che per alcuni lavori sarebbe stata il punto di riferimento nel Midwest. E alla fine, del dottor Perrault non sarebbe rimasto che il ricordo accuratamente custodito nell'animo del dottor Vogel.

Qualcuno stava morendo, e poi era morto.

Helene si mosse. Jesse, che d'un tratto avrebbe voluto abbracciarla e parlare con lei, si sollev puntandosi su un gomito. Sei sveglia? sussurr.

Lei non rispose.

Helene?

La sera prima lei aveva bevuto troppo. Suo padre era andato e tornato da New York, troppo impegnato in misteriose occupazioni per assistere alla conferenza. Quella sera si era trattenuto un po' in loro compagnia a elargire, spavaldo e impudente, le proprie opinioni sull'assassinio - sul complotto dell'assassinio - nell'affollata lobby dell'albergo, versando da bere a s e alla figlia, restando per qualche tempo a guardare la televisione in piedi alle spalle di Jesse ma allontanandosi un po' alla volta per unirsi a un crocchio di altre persone. Jesse era contento che il dottor Cady non si fosse messo a importunarlo. Per fortuna gli erano state risparmiate le continue domande del suocero riguardo al suo lavoro, a Perrault, alla sua vita familiare... Cady stava invecchiando, ma non si comportava in modo meschino come Perrault. Sembrava che col tempo diventasse pi drastico e sfrontato. N Perrault n Cady avevano finito i rispettivi libri, ma il primo continuava a lavorarci o dava l'impressione di farlo - era Jesse a svolgere la maggior parte delle ricerche, a stendere i dati e a tenere la corrispondenza con un gran numero di altri medici: a dire il vero era quasi come se il libro lo stesse scrivendo lui - mentre Cady si limitava alle battute. Il suo lavoro era un progetto semisegreto sovvenzionato negli ultimi quindici anni da agenzie governative. Con tutti quei soldi avrebbero potuto finanziare una piccola guerra ci scherzava sopra Cady. Di sicuro sarebbero riusciti a organizzare un assassinio pi elegante, con pi stile.

Alcuni erano rimasti scioccati nel sentire quella battuta. Jesse, infastidito, aveva finto di non udirla. A volere avanzare un prudente presupposto, il prossimo sar Robert Kennedy disse Cady. Helene aveva reagito con un sorrisetto tirato. La maggior parte della conversazione di Cady, per, aveva riguardato un'automobile su misura che aveva ordinato. Jesse aveva cercato di non stare a sentire nemmeno questo. Avrebbe voluto tapparsi le orecchie con le mani e tenere gli occhi incollati al televisore, ma c'era suo suocero, il celebre Benjamin Cady, che stava parlando ad alta voce di un'auto che qualcuno stava costruendo per lui. Quel giorno era stato ucciso il presidente degli Stati Uniti, ma il dottor Cady insisteva a parlare di un'auto.

 un lavoro assolutamente esclusivo; questa macchina sar l'unico esemplare del suo genere al mondo aveva spiegato Cady. Telaio, motore e cambio automatico sono di fabbricazione General Motors e vengono modificati a mano dagli ingegneri della Richler. L'assemblaggio finale, la carrozzeria, la strumentazione e le finiture li faranno in Germania, ovviamente. Interni in pelle della Connolly Brothers - lavorano per la Rolls, sapete - dovrebbe essere pronta poco dopo capodanno...

Jesse non aveva osato guardare sua moglie in volto.

Ora se ne stavano sdraiati fianco a fianco in questa camera d'albergo, nel buio di una stanza estranea. Sembrava che entrambi fluttuassero separati nell'oscurit. Qualsiasi pena Helene provasse per suo padre era ignota a Jesse; qualsiasi pena quest'ultimo provasse per Perrault era ignota a Helene, n lei avrebbe voluto conoscerla. Alcune donne avevano pianto alla notizia della morte del presidente, ma non Helene. Jesse aveva sentito gli occhi gonfiarsi di lacrime di rabbia e frustrazione, ma Helene era rimasta calma per non spaventare le bambine. Jeanne  gi in preda a una curiosit morbosa e Shelley ha la febbre aveva detto. Giudicava le bambine in continuazione, parlando di loro come se stendesse una relazione in merito a beneficio di Jesse o di se stessa, come se volesse assicurarsi di loro. Ingigantiranno la cosa aveva detto dell'assassinio. Questo paese ingigantisce sempre tutto... Lo render volgare, grottesco. Non voglio che le bambine ci sguazzino.

Il presidente era stato ucciso. Adesso c'era un nuovo presidente. Prima delle due era successo tutto ed era diventato storia: gli spari al corteo di automobili a Dallas, il presidente colpito alla testa, il presidente dichiarato morto. Jesse continuava a sentire l'impatto di quei proiettili sul proprio corpo: la testa, cos vulnerabile, il prezioso cervello... Perch era sempre cos che gli uomini stavano per morire e poi morivano?

Perch il cranio esploso, il cervello scoppiato, perch tanti uomini in processione verso la morte? Il dottor Vogel, in un bagno di sudore, non riusciva a capirlo.

Avrebbe pensato a Reva, invece.

No, non Reva. Non stanotte.

All'improvviso i suoi sensi si irrigidirono dolorosamente. Sempre Reva. Reva. Stanotte per non avrebbe pensato a lei. Sarebbe rimasto fedele a Helene.

Quando non riusciva a dormire pensava spesso a Reva, e una specie di tempesta sorgeva dentro di lui. Stanotte per non avrebbe pensato a lei, non quando qualcuno era appena morto. La sua mente cerc ansiosamente qualcosa su cui concentrarsi. Non Reva. Non le richieste del suo corpo. Spesso la notte stava sveglio per ore, senza riuscire a dormire, e nella sua mente c'erano persone, pazienti, morti, diagnosi, problemi, ricoveri, miglioramenti, imprevisti. Il dottor Perrault aveva appena fatto causa a qualcuno, e Jesse ci sarebbe finito in mezzo. Non aveva scampo. Doveva procurarsi un avvocato suo. Doveva proteggersi. La sua mente era piena delle parole di Perrault, delle smorfie di Perrault, dell'anima di Perrault. Stava sveglio, perennemente vigile, travolto da un incessante flusso di parole. Non riusciva mai a tenere il passo con la propria coscienza.

Che cos'era la coscienza, che cos'era la vita? Che cos'era la morte?

Gli parve di sentire un rumore nella stanza accanto, dove dormivano le bambine. Una di loro si lamentava nel sonno?

Si chiese se dovesse andare a controllare. Helene per dormiva cos tranquillamente e profondamente: lui non voleva svegliarla. Rimase in ascolto e non sent pi nulla. Shelley si era spaventata cos tanto da perdere il controllo... E lui non era riuscito a dirle le parole giuste. Non era riuscito a consolarla. Mentre la stringeva, l'abbracciava e provava a tranquillizzarla, aveva percepito con tremenda esattezza il fallimento delle sue parole, del suo contatto, persino del suo essere padre... Come poteva consolare questa bambina terrorizzata di otto anni, cos graziosa e febbricitante? Era terribile che amasse tanto sua figlia eppure fosse incapace di aiutarla.

Ascolt, ma non ud niente. Dalla camera accanto non arrivava alcun rumore. Sentiva solo la strada otto piani pi sotto, i normali rumori di una citt, impersonali e fuori dal suo controllo. Helene gli dormiva accanto e gli dava le spalle. Jesse si chiese amaramente se fosse umana, quella donna. Era cos verginale e distaccata nella sua met del letto, il tipo di donna che a volte gli si presentava in studio - raffinata, tesa, molto intelligente - e che portava con s la propria carne con leggerezza, come se appartenesse a un altro. Non capiva quelle donne. Shelley non sarebbe stata come quelle donne che abitavano corpi che non appartenevano loro e verso i quali non provavano alcun interesse. Un uomo non pu legarsi a una donna priva di un corpo. Appena prima di volare a New York, Jesse, parlando con una sua giovane paziente, le aveva spiegato che la diagnosi per la sua condizione era miastenia. Lei non gli aveva lasciato nemmeno il tempo di proseguire e di assicurarle che si trattava di una patologia curabile per chiedergli in tono freddo e distaccato: Quanto mi resta da vivere, dottore?.

La diagnosi l'aveva delusa, si era detto.

Il pensiero di Reva lo accompagnava ancora. Non esattamente il pensiero di lei, ma la sensazione di lei. Tocc la spalla scoperta di Helene. Quella carne fresca e liscia gli apparteneva e al tempo stesso gli sfuggiva. Voleva fare l'amore con lei, con sua moglie, ma ci sarebbe stata troppa tensione: il bisogno di parlare, il conflitto tra loro, mai espresso apertamente, la scusa del sonno che avrebbe accampato Helene, la riluttanza con cui alla fine avrebbe ceduto. Quando Helene avrebbe cominciato a mostrare un po' di affetto sarebbe stato quasi troppo tardi. Quasi troppo tardi.

Non si sarebbe mai addormentato se avesse continuato a pensare all'amore.

Non si sarebbe mai addormentato se avesse continuato a pensare al presidente morto, alla morte del presidente, all'esistenza della morte.

Se ne stava sdraiato, incapace di prendere sonno. Di tanto in tanto dal corridoio dell'hotel si alzava una voce impaziente o leggermente perplessa, come se quel lungo giorno convulso avesse tenuto sveglie le persone fino a tardi, spingendole ai limiti della loro forza, della loro resistenza al dolore. Alla fine si esauriva anche il dolore. Lui aveva solo trentotto anni, era appena agli inizi della vita, eppure era inspiegabilmente stanco, la sua anima era stanca, come se avesse gi vissuto diverse esistenze... Come se, in qualche modo, l'invecchiare del dottor Perrault fosse anche il suo, qualcosa che lui aveva gi provato e che stava provando ora, attraverso Perrault, e che prima o poi avrebbe dovuto sperimentare nuovamente come Jesse Vogel...

Jesse Vogel: chi era costui?

Sent un rumore dalla camera delle bambine. Si drizz a sedere di soprassalto.

Si alz, si infil la vestaglia e and nell'altra stanza. Il suo sguardo vol immediatamente ai letti gemelli, alle coperte che sembravano illuminate, quasi fosforescenti, nel buio della camera, e sotto di loro i fragili corpi delle bambine, delle sue figlie. Parevano entrambe addormentate. Si chiuse la porta alle spalle e rimase fermo a fissarle con il cuore che ancora gli batteva forte, come se le avesse credute in pericolo. Voleva solo che continuassero a dormire cos, che fossero in pace, al sicuro, inconsapevoli.

S, dormivano tutte e due. Nessun pericolo.

Quando era nata Jeanne, Jesse aveva provato per lei un amore tale da spaventarlo. Era affascinato nel vederla cos piccola e perfetta, nel constatare la sua stessa esistenza... E poi era arrivata Shelley, Michele, una bimba ancora pi graziosa, e lui aveva percepito in maniera irrimediabile le pi profonde correnti del proprio amore fluire verso di lei, una passione ardente e radiosa, simile a un raggio di luce intensa, fuori dal suo controllo. Era tremendo il suo amore per lei: aveva sentito l'isteria della piccola tra la folla con la stessa chiarezza con cui avrebbe visto squarciarsi la Terra e l'impossibile calare a un tratto sopra di lui.

Stava per perderla.

Si avvicin al suo letto. Una bambina addormentata, rannicchiata sotto le coperte. La bocca aperta. Il rumore del suo respiro. Si chin a sistemarle le coperte sulle spalle. Lei non si mosse. Nell'altro letto Jeanne dormiva di schiena, con la testa perfettamente perpendicolare al cuscino. Jesse trasal nello spostare lo sguardo dall'una all'altra, colto alla sprovvista da quanto fosse cresciuta Jeanne. Adesso aveva undici anni. I capelli scuri, tagliati corti, erano una massa confusa tutta ricci e onde. Sembrava protendersi contro la propria pelle, di modo che la fronte appariva tirata anche nel sonno. Shelley era pi tenera e vulnerabile. Stava distesa su un fianco, con le guance piuttosto paffute del tutto immobili e le palpebre socchiuse, come se non dormisse davvero ma lo spiasse di nascosto. Anche le labbra erano leggermente aperte, e Jesse scorse un luccichio sul mento. Rimase a osservarla.

Senza far rumore prese posto su una sedia accanto al letto di Shelley. Da qualche parte nella stanza una ventola faceva circolare l'aria con un rumore soffocato, cadenzato e distante. Perch piangi? Smettila di piangere! Prov una rabbia sorda verso sua figlia, mista a sensazioni confuse: paura, piet, amore. Non aveva lottato con lui mentre cercava di liberarsi? Lo aveva fissato come se non lo riconoscesse.

Aveva un faccino perfetto. Una pelle da togliere il respiro. Una bellezza sbalorditiva. Era solo una bambina, con un viso infantile, eppure c'era un'eleganza da donna nei suoi lineamenti, una perfezione spontanea e stupefacente nel nasino, nella bocca, negli occhioni dalle lunghe ciglia che sembravano sbirciarlo persino adesso. Si aspettava quasi di vederla drizzarsi a sedere e mettersi a ridere. Gli stringeva il cuore osservare la dolce, inconsapevole bellezza di Shelley; era una sensazione pungente, quasi dolorosa, stare seduto accanto al suo letto, pi a suo agio qui che in quell'altro letto, disteso insonne nella sua parte di matrimonio.

All'improvviso un'ondata di panico lo travolse.

Il presidente era morto: quello era l'inizio.

L'inizio di qualcosa.

Rimase seduto l per il resto della notte a pensare al giovane presidente morto, un avvenimento gi passato alla storia, un avvenimento morto, e alle sue figlie ignare nel loro sonno profondo. Sent gli occhi riempirsi di lacrime che gli rigarono il volto. La sua mente era lucida ma non riusciva a trattenerle, spinte com'erano da qualcosa di amaro e atterrito che sembrava stringergli i nervi fino allo spasimo. In quel momento ebbe la sensazione di piangere la scomparsa del presidente e di qualcos'altro cui non sapeva dare nome.

Il sonno delle sue figlie lo riempiva di meraviglia. Erano tanto fragili e delicate, le sue figlie, che si sarebbe potuto distruggerle facilmente, fracassarle senza fatica, al punto da stupirsi che fossero vissute fino ad allora. Era un prodigio. Una magia. Voleva solo proteggerle, proteggere tutto quanto faceva parte della sua vita, esattamente com'era in quel momento.

Quando torn a Chicago si compr una pistola da infilare nella tasca della giacca e si procur una licenza per portare un'arma nascosta. Questo accadeva nel 1963. Per i successivi sette anni e mezzo ebbe sempre una pistola con s.
3

Ottobre 1970

Caro pap,

oggi ci hanno dato un passaggio quattro ragazzi di New York su una macchina sgangherata... Erano fuori di testa! Avevano i capelli lunghi come Noel, che ha fatto loro credere che io e lui venivamo dall'Alaska. Quando parlava di me mi chiamava il Feticcio. Hanno bevuto birra e gettato dai finestrini le lattine. Rimbalzavano sulla strada dietro di noi - mi rimbalzavano nel cranio - e mi facevano venire il mal di testa.

Io sono il Feticcio.

L'altra sera Noel mi ha messo in ghingheri per la spiaggia. Mi ha dipinto sul corpo strisce e cerchi rossi. Anche se aveva a disposizione solo vernice, ha lavorato di fino, con quel suo stile elaborato. Mi ha coperta da capo a piedi di spirali, riccioli, complessi intrecci di linee. Mi ha decorata con cinque o sei circoli sovrapposti, uno di denti di squalo, altri intorno alle cosce e alle caviglie, poi mi ha legata a s con un lungo filo di perline di vetro e mi ha portato in giro nuda per la spiaggia.

Quei vecchi bastardi dell'Iowa e del Michigan, quei pensionati dell'Indiana continuavano a fissarmi senza riuscire a credere ai loro occhi. Davvero non ci credevano! Noel, tutto educato, mi presentava come il Feticcio. Mi aveva dipinto sulle palpebre grandi occhi rossi, cos quando chiudevo i miei ne apparivano degli altri. Avrei voluto vedermi, ma non potevo. Mi ha stretto intorno alla fronte file di perline che poi mi hanno lasciato il segno.

Sopra la spiaggia, dove lasciavano le auto, un tizio con una pancia cos si  avvicinato a Noel. Indovina che cosa voleva. Aveva gli occhi rossi per il sole e gli uccelli continuavano a tuffarsi in acqua e la sua pancia sobbalzava. Ges, avrei voluto che Noel gli sputasse in faccia anzich limitarsi a rispondere educatamente che appartenevo a lui.

Qualcuno ha chiamato la polizia ma noi ce la siamo filata prima che arrivasse.

Dicembre 1970

Caro pap,

sto pensando al Natale del 1967, che  stato tre anni fa ma a me sembra ieri. Sto pensando alla sera in cui ci hai abbandonato.

 Noel a strapparlo da me, dai miei sogni. Io gli devo tutto. E tu devi le mie lettere a lui: dovresti essergli grato, altrimenti a quest'ora io mi sarei gi dissolta, sarei solo un filo di fumo che sale in cielo!

Qui fa molto, molto caldo. A Chicago si gela ma qui il sole ci cuoce. Ho la pelle scurissima, secca e scurissima. Anche Noel  molto abbronzato, ma gli si stanno schiarendo i capelli. Noel, biondo come un angioletto. I miei capelli rossi luccicano per il sole. Noel me li lava ogni volta che abbiamo un po' di sapone. L'acqua dell'oceano  appiccicosa e la sabbia si invischia come fango, una polvere finissima che sembra sale, tutto  leggero, leggero e invisibile.

Noel mi ama e ti strappa da dentro di me. Dice che riesce a sentire la tua forma nella mia testa. Non ha mai sentito parlare di te, mai sentito nominare la clinica Vogel, n Benjamin Cady o Roderick Perrault, ma io gli ho detto che il dottor Perrault somigliava a un pellicano come quelli che vediamo qui, con lo stesso becco furbo e il corpo tozzo, lo stesso modo di volare e di tuffarsi in acqua all'improvviso per catturare la preda. I pellicani stanno morendo. Si stanno estinguendo. Qualcuno ne parlava tutto agitato in un bar da qualche parte ma Noel gli ha risposto che non ha importanza. Ci stiamo estinguendo tutti quanti, gli ha spiegato.

Noel  il mio amore, il mio amore, il mio amore. Riconosco la sua forma dentro di me quando  lontano, persino quando non so dove sia o quando torner o addirittura se torner. Eppure lo riconosco. Lo sento. Ti sento. Mi stuzzica finch non glielo grido, non glielo urlo, non a parole ma solo con suoni e rumori; su di lui c' il segno delle mie unghie e sul mio corpo quello delle sue, i lividi, la corona stretta intorno alla mia fronte, piccoli solchi simili a denti, pulsanti di dolore.

Sto pensando ai segni che mi hai fatto intorno alla testa, piccole cicatrici regolari lasciate dalle incisioni.

Inventario per il 1967: Winnetka, dove ci hai portato. Vicino al lago. Viottoli informi che non sono n strade n vie; olmi, querce e sempreverdi giganteschi insieme ad altri sempreverdi, esili e spinosi, disposti intorno alle ville per impedire loro di fluttuare via. Ci hai portato in una vecchia e costosa casa di mattoni smussati dal tempo, alta tre piani, con graziose torrette che la fanno assomigliare a una casa di pan di zenzero e un garage grande da solo quanto un'altra abitazione. Olmi, querce, sempreverdi e tutto il resto. Ti sei levato in volo insieme a noi sopra di essa e ci hai lasciato cadere, facendoci atterrare sul prato verde brillante in un giorno di primavera. Ci hai detto: Vi piace?  vostra.

Quando avevo nove anni nonno Cady mi diede una voluminosa copia illustrata di Alice nel paese delle meraviglie e Attraverso lo specchio. Mi tenevo davanti sul tavolo quel librone pesante e leggevo i paragrafi uno dopo l'altro, cercando di non precipitarci dentro e di non perdermi, sforzandomi di non lasciarmi travolgere dal terrore,  solo un libro, mentre fissavo le immagini di questa ragazza scarmigliata con il collo lungo, smisurato e i grandi occhi spalancati, ridotta alle dimensioni di un topolino, che veniva trascinata per aria dalla mano della Regina Rossa, che sedeva a tavola mentre cosce di montone avanzavano a passo di papera verso di lei per divorarla. Chiudevo gli occhi in preda al panico e ti sentivo trascinarmi per aria, sentivo la testa allentarsi al soffio del vento e tutto il silenzioso rumore di Winnetka che gridava nel profondo di te, e il profilo del tuo volto, quel nobile volto. Noel mi ha chiesto qual  la mia paura pi grande e io gli ho risposto: Un libro cade da uno scaffale e si apre.  un tomo grandissimo, dalla rilegatura pesante. Mi cade addosso, mi butta a terra e poi tutto diventa immobile - nessuno lo sa, il libro non  animato di vita propria, non vuole farmi del male - e io resto l, paralizzata, non riesco a capire di che cosa parla il libro, vicino agli occhi ho solo una manciata di lettere, frammenti di parole....

Ho detto a Noel che il bisogno di capirti mi stava facendo impazzire.

Noel ha detto che non esiste un motivo al mondo per capire qualcuno.

Io ho detto che eri un libro che dovevo leggere, ma non ci riuscivo perch la mia mente stava svanendo. L'alfabeto era tutto scombussolato. Le lettere si potevano combinare in ogni modo per dire qualsiasi cosa, e poi mischiare di nuovo per significare qualcos'altro, ma era sempre lo stesso, le avevo troppo vicino al volto per riuscire a leggerle...

Noel ha detto che gli esseri umani non hanno bisogno di imparare a leggere. La lettura  morta. L'alfabeto  morto.

Io ho detto come si farebbe a conoscere la storia, se non si leggesse.

Noel ha detto che la storia  morta.

Io ho detto come si farebbe a conoscere la forma del proprio corpo, allora, se non si leggessero i libri che parlano di altri corpi.

Noel ha detto che non  morta solo la storia, ma anche l'anatomia.

Mi sono coperta la faccia con le mani perch non riuscivo a capirlo e mi spaventava.

Noel ha detto: La storia  morta e l'anatomia  morta. L'unico destino  la passione.

Noel non  originario dell'Alaska, ma la prima volta in cui l'ho visto era cos pallido e aveva gli occhi cos grandi e scuri e ardenti nella sua pelle bianca come latte cagliato, con la barba cos incolta e selvaggia che ho capito che proveniva da un posto dove si usa un linguaggio diverso e non capisci quel che dicono le persone.

Noel mi ha fatto amare il suo corpo, tutte le parti del suo corpo, con le dita, la bocca e gli occhi, perch non mi ritraessi mai da lui. Il Feticcio dev'essere umiliato mi ha detto Noel.

Ho detto a Noel che volevo strisciare da sotto quel libro e vedere quel che c'era scritto. Noel ha detto che era un libro che avevo scritto da sola. Mi ha detto che potevo dimenticarti sognandoti e scrivendo lettere da spedirti l a Chicago, alla clinica Vogel; i libri sono morti, dice Noel, al diavolo i libri e la lettura, al diavolo tuo padre, al diavolo il linguaggio, al diavolo l'America, al diavolo il Feticcio, tutto dev'essere umiliato e dimenticato. Guida il tuo carro sulle ossa dei morti, come dice William Blake fa Noel strizzandomi l'occhio.

Gli ho parlato della clinica Vogel. Il cristallo, il marmo, l'alluminio; le aiuole di sempreverdi e di voluminosa pietra bianca. Oh, quanto ti volevo bene laggi. Dov'eri il dottor Vogel, l'invisibile. Dov'eri il dottor Vogel, mio padre. Ho raccontato a Noel di quando ho contato le finestre di casa nostra: quarantotto, alcune altissime, strette ed elaborate. Penso che anche la mamma le abbia contate, una a una, ogni finestra un punto da cui guardare. Ho raccontato a Noel del tetto in lastre d'ardesia degradanti, pesante e bello come una nube di tempesta. Ho raccontato a Noel della tua insonnia, di come ti sentivamo aggirarti per casa, per le stanze del palazzo che avevi comprato per noi. Forse pensavi alle tonnellate di ardesia sopra la tua testa e ti chiedevi se sarebbero crollate su di te.

Una tomba perfetta.

Kennilworth Drive: l'ultimo viottolo di un dedalo di viottoli. Nessun estraneo avrebbe potuto trovarci.

Chiudi gli occhi, Shell, dice Noel, e aggirati scalza per quella casa. Vedi qualcuno? Tuo padre o tua madre? Forse proprio la piccola Shelley...? S, la vedo. Una ragazza dal viso dolce e i capelli rossi, lunghi e ricci. Guance soffici, sempre un po' colorite, come per la fatica, l'imbarazzo o l'eccitazione. Seduta al tavolo della veranda a pasticciare con gli acquarelli, a disegnare fiori e gatti ritti sulle zampe posteriori che si avvicinano impettiti l'uno all'altro con musi pelosi e sorridenti e baffi arricciati, donne che volano per aria con le gambe perse tra le gonne arruffate, come fumo, tutte sorridenti e misteriose. Non riuscivo a disegnare uomini. Non c'erano uomini nei miei dipinti.

A scuola il professore di disegno aveva appeso le mie opere tutt'intorno alle pareti dell'aula. Doveva essere una storia, un breve libro. Un gatto che si trasforma in una ragazza, in un mucchio di giallo vivace e arancio e verde, i miei colori preferiti, e poi si ritrasforma in gatto.  pi felice di essere un gatto. La mamma non lo capiva e tu nemmeno. Osservavi i dipinti. Sentivo il tuo sguardo su di loro e su di me. Ai tuoi occhi era come uno sciame d'api che cercavano di respirare nell'alveare, la tua mente si affannava per noi e non ci avrebbe lasciato sole.

Vedo il viso di Jeanne ferito da te, dal tuo amore per me. Per me. Vedo Jeanne che mi odia. La vedo socchiudere gli occhi e posarli su di me, sulla graziosa, piccola Shelley, pieni di odio odio odio, la vedo osservarmi in un tardo pomeriggio d'estate mentre risalgo in bici il vialetto, sento le tue domande strane e cariche d'ansia: Dov'eri? Con chi eri? Hai la faccia tutta rossa, stavi pedalando troppo in fretta... Non eri mai a casa, ma quando tornavi volevi trovarci l. Al tuo cospetto. Prostrate davanti a te. Non avevo il coraggio di starmene dritta, di farti vedere quanto stava crescendo il mio corpo. Non osavo rischiare di sentirmi addosso i tuoi occhi. La tua agitazione. L'amore che mi lambisce come onde, come le onde calde della piscina che hai fatto costruire per me. Poi, una volta finita, la mamma ha detto: Tuo padre vuole che la usi tutti i giorni e che non te ne vada in giro come una vagabonda. Non farlo arrabbiare. Non eri mai a casa, ma quando tornavi ti sedevi al bordo della piscina a guardarmi nuotare - oh bruciavo al sole sotto il tuo sguardo, e dopo quello per me camminare nuda davanti a qualsiasi uomo  roba da niente, nessun pericolo - Se tornavi e non c'ero, se facevo tardi a rientrare da scuola, non riuscivo mai a trovare le parole giuste per spiegarmi, dovevo spiegarmi ma non potevo, vedevo la rabbia e la paura e la preoccupazione sul tuo volto, mi facevo piccola piccola sentendo la tua voce: Che cosa? Che cosa stai dicendo? Non parlare cos, Shelley. Completa le frasi. Dacci pensieri compiuti.

Cos' un pensiero compiuto?

Io non sono un pensiero compiuto. Non nella mia testa n in quella di chiunque altro. Mentre passo accanto agli uomini per stuzzicarli mi sento sfiorare dai loro pensieri, ma non sono mai compiuti. Non lo sono perch riguardano il Feticcio e non me.

Perch ci hai abbandonate quella sera?

Per essere un pensiero compiuto devi arrivare alla fine di te stesso, devi vedere riassunte la tua nascita e la tua morte. In un libro, forse. Con un inizio e una fine. Non volevo sapere della morte ma tu ce la portavi a casa in continuazione: il suo odore sui tuoi vestiti, sulle tue mani, non importa quanto le lavassi. Certi odori non si possono togliere con acqua e sapone. Si infilano in quelle linee serie, sottili, quasi invisibili sul tuo volto, quelle linee che cominciano a rovinare il tuo viso attraente. Tuo padre potrebbe operarmi quando vuole, scherzava una delle mie amichette.

Ecco, pap, Noel dorme. Il peso del suo corpo completamente disteso sulla sabbia, il suo viso rivolto al sole, cieco e compiuto. Tu non riesci mai a dormire la notte, mentre Noel si addormenta profondamente come un bambino. Riesce ad addormentarsi dovunque. Il suo sonno somiglia a quello di un angelo.  alto, pi di un metro e ottanta - non alto quanto te - ma  magrissimo, ha la vita e i fianchi sottili, le guance strette e incavate. Dorme. Sono distesa accanto a lui e ho paura che si sciolga al sole e che io mi sciolga insieme a lui... Noel dice che sono vanitosa. A causa del mio viso, del mio corpo. Dice che le belle ragazze sono condannate a meno che non mortifichino la loro bellezza. Pap, qui affondo nella calura, alla luce di un sole eterno e implacabile. Sono abituata al cielo fuligginoso di Chicago e questo mondo  troppo limpido e silenzioso. Distesa qui osservo il cielo e potrei sprofondarci per sempre, per sempre... Devo venire mortificata, il mio viso dev'essere schiacciato a terra oppure sar condannata...

Credo che avr un bambino.

La mamma avrebbe sempre desiderato un altro bambino, un maschio, perch non l'ha avuto? Per te. Io avrei voluto che arrivasse un altro bambino, certo. Ci servivano maschi nella nostra famiglia - a te sarebbero serviti figli maschi - in modo da non lasciare sole me e Jeanne.

Adesso  troppo tardi.

 quasi Natale e ovunque sono appese decorazioni orribili: cellophane di un verde e rosso vivaci e crepitanti, fili d'argento, facce di cartone raffiguranti Babbo Natale con le guance rubizze, e nel mondo di fuori  estate, le palme sono estate, un'eterna estate calda e scintillante. Non voglio pensare a Natale. Non voglio ricordare.

Natale 1967.

Quel giorno il Sun-Times di Chicago pubblic un articolo su te e la clinica. Ti fotografarono nel tuo candido camice ospedaliero, con il tuo viso serio da santo, ed eri descritto chiaramente, stampato nero su bianco, cos capii che dovevi essere reale. Ne comprai sei copie. Aspettavo che tu tornassi a casa e intanto leggevo ad alta voce l'articolo alla mamma. Aspettavo che tu tornassi a casa. Leggevo ad alta voce quelle parole che parlavano di te, di mio padre, e ognuna di loro per me rappresentava un enigma: I colleghi lo definiscono schivo, ambizioso, lavoratore indefesso, brillante... Leggevo e rileggevo la descrizione della clinica, simile a un regno di cui mi era sbarrato l'accesso, provvista di un proprio laboratorio e di strutture diagnostiche e a raggi X, dipartimenti di radiologia, patologia e anestesia... C'era qualche segreto che non riuscivo a capire.

Quando finalmente rientrasti, non ci dicesti nulla. Ci nascondesti il tuo volto impenetrabile e andasti nel tuo studio. Cercavi di chiudere la porta ma io ti chiamavo... Mi guardasti senza vedermi. Nei tuoi occhi una luce severa e quella paura, quella paura...

Chiudesti la porta.

Gridai alla mamma: Perch si nasconde da noi?.

Non dargli fastidio disse la mamma. Lascialo in pace.

Stava seduta sola nel grande salotto dove nessuno metteva piede. Lo aveva fatto tappezzare nei toni del grigio, dell'oro e del bianco, ma nessuno lo usava o lo guardava mai. Adesso in un angolo c'era un piccolo abete con decorazioni dorate. La mamma era l, immobile e perfetta come sempre, con i suoi occhi simili a ferite. Perch ti nascondevi da noi? Piccoli solchi agli angoli delle sue labbra tirate. Rest seduta in quella stanza finch non scese il buio e io accesi le luci.

Perch si nasconde? Che cos' successo? le chiesi infuriata.

Nessuna risposta.

Perch te ne stai seduta qui?

Rimanevate chiusi nel vostro silenzio, tu e lei, ognuno in una diversa zona della casa.

A lei non volevo bene, perci riuscii a guardarla dritta in faccia. Il viso stanco, impassibile e perfetto, gli occhi dalle ciglia lunghe e sottili, con l'espressione mite di chi non pu pi venire ferito. Si era lisciata all'indietro i capelli scuri e li aveva appiattiti, in una pettinatura che non le donava, con qualche riccio sulle tempie e davanti alle orecchie. Quasi una bella donna, a parte per la tensione che le irrigidiva i lineamenti. Credo che divent bella quando si liber di te.

 per la storia del giornale? Che cosa c' che non va? le chiesi.

Lascialo in pace ripet lei.

Cominciai a piangere. Cominciai a piangere mentre mi ricordavo quello che mi ripetevi ogni volta che piangevo da bambina - La vita inizia quando cessa il pianto - e sentivo la tua voce dirmelo di nuovo.

Ci odia? Tutte noi? chiesi alla mamma.

Chiudi gli occhi, mi ordina Noel, e lascia correre le dita sul suo viso. Accarezzalo finch non scompare.

Finalmente uscisti da quella stanza. Avevi il volto teso, stanco e serrato. Mi fissavi come se non mi riconoscessi. Rivedevo la paura, quella paura, come se non mi riconoscessi, non sapessi dove ti trovavi. Sei arrabbiato per la storia del giornale? ti chiedevo impaurita. Sei arrabbiato con me? Tu mi osservavi con gli occhi spalancati, la fronte che sembrava raggrinzita dal dolore. Avevi i capelli arruffati, madidi di sudore, e l'aspetto, per te inusuale, di un uomo che cammina trasognato, con le gambe rigide. Un uomo pericoloso. La mamma si avvicin alla soglia del salotto come per venirti incontro, ma rimaneste entrambi in silenzio. Jeanne, scesa al piano di sotto, stava zitta e si premeva ansiosamente il pollice contro i denti anteriori. Solo io continuavo a piangere, a chiederti che cosa c'era che non andasse, che cosa...

Sentivo in te la paura.

Mi sei passato davanti diretto all'ingresso. Prendesti il cappotto, apristi la porta e uscisti.

Lo odio bisbigliai.

La mamma si volt verso di me. Non parlare cos.

Lo odio, lo odio! gridai.

E a quel punto sentii il mio odio gonfiarsi come una bolla. Come far scoppiare quella piccola bolla velenosa? Troppe bolle si affollano lungo i condotti che portano al cuore e lo sfiancano. Voglio far scoppiare quella bolla. Voglio il buio, il sangue che circola senza bolle di ossigeno o di memoria, voglio liberarmi di te, essere libera.

Ci lasciasti quella sera, la sera di Natale. Rimanesti fuori tutta la notte. Non voglio pensare a dove andasti, o perch ci abbandonasti cos, o perch mi sedetti - in segreto, al buio - in cima alle scale ad aspettare che tornassi, troppo spaventata per andare a letto.

Voglio essere libera.

Con affetto,

Shelley
4

Mattina presto.

Maggio 1968.

Si trovava in un letto lungo e caldo, caldo in modo malsano. Le sembrava di essere a bordo di una barca cullata piano dalle onde, dal riflusso delle invisibili maree di quella stanza. Dal pulsare del sangue.

Apri gli occhi. Ecco le finestre che ben conosceva, le quattro finestre alte e strette, e al di l di quelle il cielo che non si vedeva ancora, come il lato sottostante di un occhio.

Quando Helene si svegli i suoi sensi parvero fluire all'improvviso verso il basso, verso la bocca dello stomaco, i fianchi. Rimase cos per alcuni istanti, immobile e stupefatta. Poi si accorse che Jesse non era nel letto. Quella notte non doveva nemmeno esserci entrato.

Erano le cinque di un freddo mattino di maggio e lei se ne stava sola a letto, smarrita, con il corpo pulsante di una misteriosa e opprimente disperazione. Da ogni punto del suo corpo, da ogni remoto e sterile angolo della sua superficie, quello scorrere si spostava al centro di lei, turgido e rigonfio. Riusciva quasi a sentire le vene dilatarsi per l'aumento del flusso di sangue.

Jesse...

Si drizz a sedere. In fondo al suo cranio aveva preso forma un'oscurit simile a quella che avvolgeva la camera. Si premette la mano contro la nuca. Jesse era rimasto sveglio un'altra volta tutta la notte, intento a lavorare o seduto nello studio a osservare la finestra, il suo riflesso nella finestra. Oppure aveva trascorso quelle ore ad aggirarsi silenzioso nelle stanze al piano di sotto, senza far rumore, immerso nei propri pensieri.

A che cosa pensava?

Si alz. La stanza buia e fredda non era mai stata cos vuota. Accese la luce e rivolse un amaro assenso alla raffinatezza formale dell'arredamento che aveva scelto: il letto pi grande della norma, come inquadrato da un grandangolo, con lenzuola di lino, una coperta azzurra e un copriletto liscio e setoso, di un elegante giallo chiarissimo, accuratamente ripiegato all'indietro e cascante fino a terra; sembrava nuovo anche se l'aveva comprato anni prima. Un folto tappeto marrone chiaro; carta da parati oro cupo alternato a strisce pi chiare simili a raggi di sole. Uno scrittoio lungo e basso con un ampio specchio dove anche il suo viso riflesso aveva un aspetto curiosamente formale. La stanza sembrava disabitata, come destinata a un matrimonio ancora da consumarsi.

Si infil una vestaglia sforzandosi di non guardarsi allo specchio. Si muoveva agile e rapida. Non le serviva uno specchio dove osservarsi, lei detestava gli specchi. Detestava l'istante che precedeva l'identificarsi, il riconoscersi. Era tutta la vita che veniva osservata, che si muoveva e parlava alla presenza di altre persone che la fissavano attentamente, perci non aveva bisogno di uno specchio. Gli altri non se ne andavano mai, la scrutavano, la giudicavano. Personaggi invisibili che affollavano la camera anche adesso. Si premette di nuovo la mano contro la nuca, come se quella folla fosse da qualche parte dentro la sua testa.

Il suo corpo pulsava di dolore.

Pens al marito in un'altra parte della casa, alla sua brillante mente febbrile gi concentrata sul lavoro, come un potente fascio di luce puntato verso l'oscurit. Il suo corpo pulsava di dolore per lui o per un uomo che venisse da lei sotto forma di suo marito.

Jesse entrava nel letto sempre dopo che lei si era coricata da un po': si infilava tra le lenzuola alla maniera di un sonnambulo, incespicando esausto, senza vedere n accorgersi di nulla. Una volta che lui si era disteso rigido al suo fianco, Helene percepiva l'urgenza con cui cercava di addormentarsi. Nei confronti del sonno lui aveva un atteggiamento superstizioso: a volte dormiva per un po', a tratti, ma spesso non ci riusciva, teso ed eccitato com'era, pronto a cominciare il lavoro dell'indomani.

Il sonno di Helene, accanto a lui, era lieve e misterioso. Pensava al loro matrimonio. Al loro amore. Cos'era l'amore? Il contatto tra le persone? La loro vicinanza? Non capiva. Perch questo spingere, questo affondare, questo precipitare dentro un abisso, un abisso sacro? Lei non riusciva a tuffarsi: si era sempre tirata indietro, debole e spaventata. Aveva paura di Jesse. Al tempo stesso, per, lo amava, lo desiderava... In realt, lui l'aveva abbandonata da tempo, ancora prima della nascita di Jeanne. Erano passati sedici anni. Lo sapeva. Ne era consapevole, in un modo saggio e furente che non sarebbe riuscita a spiegare nemmeno a se stessa. Lo aveva amato, si era aperta a lui, gli aveva permesso di affondare in lei, di annegare in lei, di riplasmarsi in lei. E alla fine Jesse si era tirato indietro, la sua parte carnale si era ritratta esausta, dolcemente consumata, indifferente. Gli aveva dato due figlie. Ma cos' l'amore, avrebbe voluto chiedere a qualcuno, da comportare per forza il contatto tra due persone?

Il suo corpo pulsava di desiderio per Jesse. Per un uomo che venisse da lei sotto forma di suo marito. Eppure sapeva che non sarebbe accaduto, che si sarebbe sempre tornati a questo, alla sua fondamentale solitudine carica di risentimento. Aveva l'impressione che i propri occhi, in quel loro scrutare selvaggio e appesantito dal sonno, precipitassero verso il centro di lei. Helene, una donna disperata.  ancora una bella donna, le aveva detto senza scomporsi un uomo non molto prima, un associato di Jesse alla clinica, un medico piccolo e repellente, dal volto grinzoso, che a sua volta non doveva avere goduto dell'amore e del contatto di nessuno. Lei, irritata, si era voltata dall'altra parte: i suoi sensi, per, erano stati scossi dall'uomo, dal calore di quelle parole che sembravano pronunciate contro il suo volere.

Mia moglie  una bella donna, non  vero? le aveva chiesto tutto allegro suo padre nel presentarle orgogliosamente la sua nuova sposa.

Una bella donna. Una donna.

La nuova moglie di sua padre era di poco pi vecchia di Helene. Non voleva pensare a lei.

Di sotto Jesse stava seduto alla scrivania ingombra con il volto confuso, svuotato, di qualcuno che stesse dormendo. Stava perdendo il colorito acceso e vigoroso della giovinezza, pens Helene. Jesse si volt verso di lei di soprassalto. Helene gli scorse le guance ispide di barba, una leggera peluria tra il rosso e il biondo venata da sottili fili grigi.

Sono... sono stato alzato tutta la notte? chiese lui.

Sono le cinque del mattino.

Jesse si stropicci il viso. Le cinque. Tanto vale che mi cambi e vada in clinica.

Helene osserv i fogli sulla sua scrivania. Erano anni che aveva rinunciato a seguire il lavoro del marito. Era troppo complesso per lei, e allora perch provarci? Da qualche parte c'era una pila di riviste che lui le aveva dato da leggere, e anche se era stata lei stessa a chiederglielo, non ci aveva mai provato. Non riusciva a capire i termini neurologici.

Che cosa stavi facendo? gli chiese gentilmente.

Scrivevo la prefazione al libro di Perrault.

Si sfreg di nuovo il volto. Perrault era morto quell'anno e Jesse, in qualit di suo esecutore letterario, stava preparando la pubblicazione del suo libro. Per anni aveva aiutato Perrault in quel compito e adesso lo stava completando da solo.

Dio, sono stanco... stanco di tutto questo... disse Jesse.

Perch non vieni a letto e cerchi di dormire?

No, non ci riesco.

Jesse aveva risposto con impazienza. Helene avrebbe voluto toccarlo, consolarlo, ma temeva di vederlo rifuggire da lei. In quel periodo era sempre teso, sempre al limite, al punto che la sua stessa pelle sembrava incapace di contenerlo, i muscoli delle spalle costantemente tesi, le dita che si muovevano in continuazione, senza fermarsi mai, mai. Man mano che la sua vita pubblica veniva accolta dal successo, la sua esistenza privata, intima, segreta diventava per lei sempre pi insondabile. Jesse era un enigma oscuro. Helene lo ricordava da giovane, mentre chiamava ad alta voce suo padre per nome - ricordava quel volto, quell'uomo - e sentiva crescere in lei un'intensa vertigine erotica, il tipo di eccitazione che una donna pu avvertire solo per un estraneo.

Continuo a pensare al vecchio. A come  morto disse Jesse.

Che cosa intendi?

Ha perso le staffe per qualcosa che aveva fatto un tirocinante, ed  morto cos, in un attimo, proprio tra le sue braccia... Ci penso in continuazione. Me lo vedo davanti agli occhi. Nessuno  mai riuscito a capire che cosa stesse facendo Perrault all'ospedale a sera tardi, perch stesse andando in giro... A quanto pare  entrato in confusione e ha pensato che qualcuno avesse cambiato le disposizioni riguardo a uno dei suoi pazienti. A dire la verit stava strappando la cannula dalle narici di qualcuno quando il tirocinante lo ha fermato. Non faccio che immaginare me stesso al posto di quel tirocinante, mentre lotto con Perrault, lo tengo stretto nell'istante in cui muore...

Perch continui a pensarci?

Non lo so.

Lo tiri in ballo cos spesso...

Riesco a capire la morte da un punto di vista scientifico disse piano Jesse. Per me non  pi qualcosa di enigmatico o spaventoso. Sono queste morti... alcune morti... il modo in cui certa gente muore.  questo ad affascinarmi.

Non le offriva alcun appiglio, come un muro o la parete rocciosa di una collina. Tutto era teso sulla superficie del suo corpo, la sua pelle impenetrabile e luminosa, soffusa di una leggera lucentezza bianca che la rendeva simile all'avorio. S, era minerale, elementare nella sua opposizione a lei, ma era un'opposizione senza coscienza di s.

Lui non era un uomo: era il dottor Vogel. Non era pi Jesse, ma qualcuno di inaccessibile. Di notte, ogni notte, si teneva lontano da lei senza alcuna consapevolezza del proprio comportamento. A impedirgli di dormire era il febbrile lavorio della sua mente, sempre concentrata sull'immagine del dottor Vogel, del dottor Vogel. Non era pi Jesse, il giovane che aveva chiamato ad alta voce per nome il padre di Helene ed era entrato a grandi passi nella sua vita: il vero Jesse si trovava altrove, la sua presenza qui era una bugia. Se la sua mente si fosse rivolta verso questa casa e i beni che racchiudeva, sarebbe stato solo per assicurarsi della loro esistenza, in modo schietto e addirittura brutale, senz'anima: una moglie, una figlia, un'altra figlia.

Vorrei che provassi a dormire disse Helene invano.

Jesse si alz. La sua altezza la stupiva sempre. Suo padre era un uomo basso, alto quanto lei, e la statura di Jesse appariva come una specie di minaccia.

Adesso non sono stanco le disse.

Non pensare al dottor Perrault, ti prego...

Jesse la osserv con gli occhi spalancati. E perch non dovrei? Non posso spegnermi la mente dopo tredici anni. Altrimenti chi si ricorder di lui? Persino sua moglie non se lo ricorda con precisione... Lo sai che mi telefona sempre in clinica? Vuole che andiamo a cena da lei, noi e le bimbe, come le chiama... Ma in realt lei non si ricorda del marito, non ha mai capito il suo lavoro, mentre Perrault era un grand'uomo e si merita qualcuno che lo apprezzi... Capisci che cosa intendo?

Helene disse con un filo di voce: Il dottor Perrault  morto.

Che cosa? Morto...? S,  morto, lo so, l'ho capito disse Jesse. Ma continuo a rivederlo nella mia immaginazione. Continuo a conversare con lui. Dopo tredici anni non riesco a dimenticare. Le persone si fanno largo nelle vite degli altri, nelle loro menti. Lui vive in me, nella mia mente, in alcune cellule del mio cervello. Helene disse all'improvviso dove andranno quelle persone dopo la morte? Sembra che si allontanino da me, che mi lascino solo, e io non riesco a trattenerle... in loro c' sempre qualcosa di incompleto, in loro e in me... Voglio fare delle domande al dottor Perrault, voglio che quell'uomo mi risponda con sincerit, per una volta, che non si mostri malizioso e sardonico ma mi dica la verit, mi sveli il segreto della sua vita e della sua morte.  come se esistesse ancora da qualche parte, da dove si sta prendendo gioco di me e non far mai pi ritorno... Ho bisogno di queste persone. Voglio loro bene e ne ho bisogno... Continuo a immaginare me stesso al momento della sua morte al posto di quel tirocinante. Mi vedo aprirgli piccoli fori nel cranio, scoperchiarlo, aspirarne il sangue, rimetterlo a posto in qualche modo e salvargli la vita... disse Jesse con le mani tese davanti agli occhi di Helene. Le sue dita si contraevano a scatti come smaniose di agire, di afferrare qualcosa.

Helene non riusciva a parlare. Aveva paura di lui.

Sono molto stanco e non riesco a dormire. Scordati ci che ho appena detto.

Sal al piano di sopra e Helene rimase l a guardargli la schiena, la schiena di suo marito, stupendosi di lui. Non sapeva se lo amasse per la sua stranezza, se lo desiderasse come sempre, se ne avesse paura... Ricord com'era uscito di casa la sera di Natale, terrorizzando le bambine. Non lei, per: il fatto che se ne andasse in modo cos rapido e strano era stato una specie di sollievo.

Lui si stava facendo una doccia di sopra. Lei si attard nel suo studio a scorrere i fogli che ingombravano la scrivania. Pagine dattiloscritte, appunti, estratti di articoli... Era tutto quanto sparpagliato, e sarebbe stato inutile tentare di rimettere insieme i pezzi. Non avrebbero mai dato come risultato Jesse Vogel. Lei lo aveva sposato ma non lo conosceva. Aveva pensato che il matrimonio sarebbe stato l'inizio della vita; aveva trascorso tanti anni in qualit di figlia di un uomo famoso e non vedeva l'ora di iniziare a vivere realmente. Sarebbe stata una donna vera e appagata. Una moglie. Ma non era andata cos... Poi, confusa, aveva creduto di venire appagata dalla nascita della loro prima figlia. Tutta quell'apprensione, e poi il dolore, e la gioia... Il parto, per, l'aveva lasciata esausta e distante da se stessa, dal proprio corpo. La bambina l'aveva sopraffatta. Lei si vergognava e allora pens che avrebbe dovuto avere un altro bambino, un altro bambino che la rendesse normale, una vera donna. Dopo la seconda figlia, per, non cambi nulla. Nel suo sentirsi strana Helene avvertiva una definitiva, terribile sicurezza: non sarebbe mai diventata una vera donna.

Suo marito la stava distruggendo, pens, la stava annientando. Lui non riusciva a immaginarsi sua moglie, non aveva il tempo di immaginarne l'esistenza, e per questo la stava distruggendo.

Raccolse un foglio: sembrava quello su cui Jesse era al lavoro quando l'aveva interrotto. La pagina era coperta della sua scrittura ampia ed elegante, con le lettere ad anello, i decisi tratti orizzontali che intersecavano le t come con impazienza, i puntini sulle i simili a piccole punture nella carta.

Il dottor Roderick Perrault stava lavorando a questo libro al momento della sua scomparsa nel febbraio 1968. Per molti anni l'ho assistito nella fase preparatoria di alcuni capitoli, e lui aveva espresso il desiderio che fossi io a completare il libro qualora fosse morto. Non si  reso necessario un editing dettagliato, tranne che per il capitolo sull'otoneurologia, da me aggiornato in collaborazione con il dottor Ronald Myer. Il dottor Perrault ha apportato a questo campo un contributo di enorme importanza, per la qualit non solo dei suoi scritti ma anche del suo operato personale, per la sua dedizione, per l'esempio che ha rappresentato nei riguardi di chi tra noi ha avuto la fortuna di essergli allievo.  stato un modello di eccellenza scientifica. Tutti noi che abbiamo conosciuto il dottor Perrault siamo stati plasmati da lui e non gli sopravvivremo mai. Non sopravvivremo mai mai mai alla sua morte morte morte

L'ultima frase si perdeva nel nulla.

Helene rilesse il paragrafo.

Rimise il foglio dove l'aveva trovato. Ripieg in fretta le braccia, le mani premute contro le costole, ficcate sotto le ascelle come se avesse freddo. Dopo alcuni istanti prese la copia di una rivista in cima ad alcuni libri - Studi di neuropsichiatria - e lesse nell'indice che conteneva un articolo scritto da Jesse. Particolarit dell'amnesia retrograda. Si trov a scorrere le storie di alcuni pazienti di Jesse: un cinquantenne convinto di essere un bambino di dieci anni, che faceva in continuazione la stessa domanda sul tempo, incapace di ricordare qualunque risposta gli dessero; un altro che ascoltava sempre lo stesso disco senza rendersi conto di averlo gi sentito; una donna che ricordava particolari della propria infanzia di quarant'anni prima e si era scordata completamente tutto ci che riguardava la sua vita adulta. Lesse:

In seguito ad alcuni tipi di lesioni traumatiche sembra manifestarsi uno sbarramento tra la ricezione sensoriale e il processo ritentivo. Un'amnesia retrograda estesa, cio, denota gravi danni che impediscono il funzionamento della memoria a breve termine, cos che il paziente  in grado di richiamare alla mente con chiarezza ricordi distanti ed  convinto di essere molto pi giovane di quanto sia in effetti. Gli avvenimenti del remoto passato paiono pi saldamente radicati nella memoria, a prescindere dal relativo grado di importanza che l'individuo attribuisce coscientemente loro. Gli eventi attuali e recenti sono precari e possono venire rimossi del tutto da una lesione traumatica. Non dovrebbero essere i ricordi lontani a spegnersi pi facilmente? Eppure assistiamo al fenomeno contrario, poich questi si rivelano i pi tenaci. Possiamo ipotizzare quanto segue: che la memoria non sia un processo prestabilito e prevedibile. Un danno cerebrale pu avere come conseguenza la perdita totale dei ricordi, naturalmente, ma sembra che la semplice esistenza organica del cervello garantisca ai ricordi lontani una base stabile e in costante rafforzamento. Fa parte dunque del normale funzionamento della mente tenere in bassa considerazione il momento attuale e tributare onori solo al lontano passato?

Chiuse la rivista e la riappoggi sulla pila di libri. La voce del dottor Vogel, la sua presenza. La forza della luce che si irradiava dalla sua mente... Apr un cassetto: conteneva un blocco di piccole schede legate con degli elastici. Schede scritte in inchiostro rosso, verde, blu. Apr un altro cassetto: ritagli di giornale. Che strano. Ne prese uno: un breve articolo su un sospetto di omicidio che ricordava il nome della vittima ma non il proprio, anzi, conosceva ogni dettaglio della vita della donna che aveva ucciso, ma nulla riguardo alla propria. Lo svolgimento dei fatti era chiaro: aveva ucciso una ragazza a Tampa, Florida, aveva rubato un piccolo motoscafo e si era allontanato al largo del golfo del Messico, dov'era stato fermato dalla guardia costiera. Un altro articolo riguardava un paziente abbandonato in un ospedale di Bellevue che a poco a poco cominciava a ricordare che era, o era stato, anche lui un medico: la storia aveva un lieto fine, con l'uomo che veniva restituito alla sua famiglia a Yonkers, New York, da cui se n'era andato otto anni prima. Un altro ritaglio parlava di un minatore ventinovenne di Hazard, Kentucky, che aveva ucciso a colpi di arma da fuoco la moglie, il figlio in fasce e la propria madre, a quanto pare il giorno di Natale, aveva lasciato i cadaveri nel salotto di casa sua, era andato nel granaio e si era sparato.

Che cosa lega tutto questo? si chiese Helene.

*

Prima delle sei e mezza Jesse era gi fuori casa. Le ragazze si alzarono alle otto ed Helene prepar loro la colazione. Si sentiva ancora nervosa a causa del faccia a faccia con il marito. C'era della tensione tra le figlie, qualcosa le irritava ma lei non volle approfondire la questione.

Jeanne e Shelley erano completamente diverse: non sarebbero mai potute essere amiche, ma solo sorelle. Jeanne era abbastanza alta, sull'uno e settantacinque, molto, anzi, troppo magra e seria. Il suo sguardo era sempre attento, pronto alla critica e alla contemplazione. Aveva sedici anni e, come Jesse, mostrava un atteggiamento di dedizione verso il lavoro, cui riservava un'attenzione meticolosa in ogni dettaglio; avrebbe voluto studiare biologia al college, possibilmente al Radcliffe. La vita di tutti i giorni, per, sembrava confonderla.

Shelley, con il suo aspetto trasandato e il rumoroso modo di mangiare - divorava il toast disseminando briciole sul piatto - era distratta, sognante e molto carina. Sembrava pi grande dei suoi tredici anni. I capelli tra il rosso e il biondo le ricadevano fino alle spalle e aveva guance rosee, persino rubizze. Era sovrappeso di un paio di chili e piena di salute. Jeanne si prendeva un raffreddore dopo l'altro e si lamentava in continuazione per l'emicrania, mentre Shelley correva sotto la pioggia e d'inverno tornava dalla lezione di nuoto con i capelli umidi senza ammalarsi mai. Per lei mai nessun problema, a parte graffi, lividi e sbucciature. Teneva sempre le spalle curve, come imbarazzata dal proprio corpo, si rigirava ciocche di capelli tra le dita e le succhiava, crescendo in quel suo modo stranamente pigro, sfrontato, esasperante. Stamattina se ne stava seduta a testa bassa, con gli occhi verde chiaro puntati verso il piatto con le briciole del toast, come se avesse paura di sollevarli.

Guarda che pasticcio hai fatto disse all'improvviso Jeanne.

Shelley non rispose. Strano che non ribattesse alla sorella.

Perch non impari a mangiare in maniera decente? la incalz Jeanne.

Qualcosa non andava tra loro. Helene si accorse stancamente che si stavano scambiando colpi e spinte. Gomitate, forse.

Non infastidire Shelley di prima mattina disse Helene.

Infastidire lei? Chi infastidisce chi?  lei a infastidirmi disse Jeanne, mentre gettava occhiate di fuoco alla sorella. Alla sua et dovrebbe sapere come ci si comporta.

All'improvviso Shelley spinse via il piatto, alz lo sguardo verso la sorella e le sussurr: Puoi andartene al diavolo.

Helene osserv tra l'irritato e il divertito ora una figlia ora l'altra.

E tu, Shelley, puoi andartene in camera tua le disse.

La ragazza si alz di scatto e urt goffamente con la schiena il cassetto aperto dell'argenteria. Soffoc un singhiozzo e si mise a gridare: Aveva promesso che non l'avrebbe tirato fuori e invece ecco che lo fa!.

Chi ha tirato fuori cosa? chiese Jeanne.

Tu! Avevi promesso che non ne avresti parlato a nessuno e invece...

Jeanne sorrise stupita. Ma qui nessuno ha tirato fuori niente disse.

Non voglio starvi a sentire. Non voglio saperne nulla disse Helene.

Ecco, vedi? Ecco! grid Shelley.

Jeanne scroll le spalle, con una maligna ostilit dipinta in viso.

Parlo sul serio disse Helene.

Shelley appoggi i piatti nel lavello, fece scorrere l'acqua rumorosamente e usc dalla cucina. Sentirono i suoi passi pesanti dirigersi alla porta d'ingresso.

Shelley... cominci Jeanne.

Ho detto che non voglio saperne nulla ripet Helene senza scomporsi.

Ma...

No. Non voglio saperne nulla.

Ma Shelley...

Ho detto di no.

Jeanne la fiss stupefatta.

No, Helene non poteva starla a sentire, non voleva sapere niente di Shelley, non le servivano altre brutte notizie. Non stamattina.

Va bene disse Jeanne con voce tremante. Se non vuoi ascoltarmi, allora tu non...

Non voglio saperne nulla.

Due settimane prima Jeanne era rientrata da scuola senza fiato per raccontare a Helene che di sua sorella si parlava persino alle superiori, che il nome Shelley Vogel passava di bocca in bocca accompagnato da battute, che lei aveva fatto qualcosa di folle... Helene, terrorizzata dalla ferocia, dalla furia di Jeanne, l'aveva scrollata per le spalle per costringerla a tacere. Jeanne si era affrettata a dirle che Shelley si era lasciata rimorchiare da un branco di ragazzi del liceo e aveva permesso loro di usarla per esercitarsi al tiro al bersaglio.

Per cosa? aveva strillato Helene.

Per esercitarsi al tiro al bersaglio. Con fucili. Fucili veri.

Ma non capisco...

Alcuni ragazzi le hanno dato un passaggio e le hanno fatto reggere dei fiammiferi a cui sparare!  impazzita! Sono sprofondata dalla vergogna! Avevano fucili calibro 22 e invece di usare bersagli di carta come di solito, hanno convinto quella sciocca a tenere in mano fiammiferi a cui sparare. E alla fine, cio quando la madre di uno di loro ha guardato fuori dalla finestra, l'hanno fatta stare in piedi con una sigaretta tra le labbra e loro cercavano di fargliela saltar via dalla bocca a colpi di fucile! Dalla bocca!

Non ci credo disse Helene.

Jeanne cominci a piangere di rabbia. Che vergogna, che vergogna... Come ha potuto essere cos stupida da lasciarsi usare cos... da farsi deridere cos...

Avrebbero potuto ucciderla disse Helene.

Si sent svenire. Doveva sedersi.

Che vergogna ripet Jeanne, le guance rigate di calde lacrime di disprezzo. Tutti parlano di lei... che stupida, che stupida!

La mente di Helene era presa in un vortice: come poteva essere vero? Pens alla figlia, con quel suo visino grazioso che le invidiava anche un po', pens a quel viso esposto alle pallottole...

Quando affront Shelley con queste notizie, la figlia si limit a rispondere nervosamente: Oh, stavano solo scherzando... sono bravi ragazzi... era solo una pistola ad aria compressa e anch'io ho sparato qualche colpo... non  successo nulla.

Come hai potuto permettere a qualcuno di farti una cosa del genere? aveva chiesto la madre.

Non hanno fatto niente! protest Shelley senza incrociare il suo sguardo. Oh, Jeanne esagera sempre quando si parla di queste cose, mi odia, mi sta sempre addosso... Non hanno fatto niente, sono bravi ragazzi e amici miei, stavano solo scherzando... Non  successo nulla.

Helene la fissava a occhi sgranati.

No, non  successo nulla si accalor Shelley.

Helene non aveva osato raccontarlo a Jesse.

Adesso, questa mattina, disse piano a Jeanne: Non voglio saperne nulla. Ti prego.

*

Sola. Era un sollievo trovarsi da sola.

Si immise nel traffico dell'ora di pranzo. Si ferm presso un nuovo centro commerciale, Wonderland East, ed entr in qualche negozio a sbrigare alcune commissioni. Odiava fare acquisti, la innervosiva affrettarsi in mezzo alla folla di altre donne.

Attravers una piazza di cemento, decorata a buon mercato con moderni cubi multicolori e panchine dalle tinte sgargianti, poi sent iniziare la musica ad alto volume e si ferm di colpo. All'udire il rumore la gente che affollava i negozi (per lo pi donne, molte delle quali di mezz'et) si guard intorno confusa. In quel momento ricominci la musica: un fracasso di chitarre, tamburi e strumenti indecifrabili.

Helene voleva tapparsi le orecchie con le mani. Il baccano era quasi insopportabile.

Cerc di correre alla macchina, ma doveva attraversare questi piccoli cortili artificiali - una piazzetta dopo l'altra di cubi e panchine e piante in vaso e donne che facevano acquisti e bambini piccoli e teenager vestiti in maniera sciatta, con la musica stridente e rozzamente cadenzata che si riversava su di lei dagli altoparlanti fissati in alto su pali. Si era alzato il vento e lei doveva chiudere gli occhi per proteggersi dalla polvere svolazzante. Tutto quel rumore, il martellare di tamburi e voci, le gambe che le facevano male ma lei doveva andarsene in fretta da l, il pi in fretta possibile...

Era una presa in giro diretta a lei, si faceva beffe dell'infelicit del suo corpo.

Sei troppo vecchia, troppo vecchia. Smettila. Sei decisamente troppo vecchia.

Doveva trovarsi a pranzo con Mannie Breck. Erano giorni che si chiedeva se davvero volesse incontrarlo, ma adesso evidentemente si era decisa. Il ristorante si trovava a pochi chilometri da Wonderland East, discosto dai laterizi bianchi e dagli altri segni stridenti dei ristoranti e dei negozi di costruzione pi recente. Sorgeva accanto a un parco, e quando Helene vi pass davanti in auto si accorse che al suo interno si era radunata una piccola folla. Era in corso una specie di manifestazione, con giovani che reggevano cartelli sotto lo sguardo di un unico poliziotto a cavallo.

Troppo vecchia, troppo vecchia. Scordati. Scordati tutto quanto.

Alle dodici e mezza entr nell'ingresso in penombra del ristorante: aveva ancora in testa il suono della musica rock e si sentiva leggermente intontita, irritata, spaventata. Gett senza volerlo un'unica occhiata al riflesso del proprio volto teso in uno specchio, dopodich Mannie schizz in piedi per salutarla.

Non ero sicuro... Pensavo non venissi... disse l'uomo.

Era impaziente, formale, molto nervoso.

Si strinsero le mani come due estranei appena presentati. Sono cos felice di vederti disse lui.

Indossava un completo chiaro e una camicia di qualche tessuto scuro e grezzo che gli gettava un'ombra sulla parte inferiore del viso. Lavorava alla clinica Vogel come specialista nelle malattie del midollo spinale, soprattutto nei piccoli affetti dalla sindrome del bambino flaccido. Sembrava che ci fosse qualcosa di miniaturizzato in lui: la voce, i modi, i lineamenti. Esile e non pi alto di Helene, aveva la carnagione olivastra, segnata da un pallore malsano, e i tratti del viso tesi e corrucciati, come se fosse continuamente in lotta con l'emicrania. Sulla testolina dall'espressione saggia i capelli crescevano a ciuffi rigidi che cominciavano a ingrigire. Aveva rinunciato a un promettente studio privato a New York per lavorare qui con Jesse.

Helene gli rivolse un sorriso nervoso.

Mentre parlavano si sorprese a ripensare al centro commerciale, alle piazze spazzate dal vento, alle raffiche di musica, la musica dei giovani. Ripens alle donne che si affrettavano, alle clienti con le spese dentro borse di carta colorata e i capelli agitati da quel vento minaccioso. Il martellare ritmico delle chitarre e dei tamburi. Che cosa aveva a che fare ci con quelle donne intente a fare acquisti, con i loro volti desolati e le loro gambe chiazzate? Continuava a vedere se stessa allontanarsi rapidamente dalla musica, anche se in realt non fuggiva. Troppo vecchie. Siete tutte troppo vecchie.

Lei e Mannie, una volta insieme, si trovarono in preda alla timidezza. Parlarono della clinica. Di Jesse, naturalmente. Lui le chiese delle ragazze, della sua vita. L'ascolt educatamente e con attenzione mentre gli raccontava come stava. Le chiese di suo padre. Helene si irrigid ma riusc a rispondere: Adesso abita a Palm Beach. Probabilmente hai sentito che si  risposato.... Mannie si affrett ad annuire. Le chiese di nuovo come andavano le cose a casa con i modi premurosi e autoironici di chi non ha una casa sua e considera sacra quella parola.

Mannie chiacchier riguardo al lavoro, ai suoi problemi e ai suoi successi: le sue parole erano una specie di interludio musicale composto per metterli entrambi a proprio agio. Helene si sent meno fredda. Mentre ascoltava Mannie lo guardava chiedendosi perch fosse attratto da lei e a che cosa avrebbe portato quella situazione. Erano una coppia in un ristorante pieno di estranei, un uomo e una donna seduti da soli, insieme. Si sent affondare in un caldo, confuso, erotico torpore, al punto che la musica udita al centro commerciale fluiva smorzata, addolcita e piena di sentimento, dentro e fuori dalla sua coscienza. Mannie sembrava ispirato da lei: si piegava in avanti e parlava con tale concitazione che Helene gli vedeva le labbra imperlarsi di goccioline di saliva.

Non sei triste per qualche motivo...? chiese Mannie.

No rispose Helene.

Chi vive da solo spesso  triste perch pensa troppo. A casa non ha niente da fare a parte pensare disse Mannie con un sorriso. Ecco il mio problema. Ero molto legato alla mia famiglia, ai miei genitori... e adesso che tutto  cambiato... Che ometto disgustoso, con quel muso da scimmia! Debole, gentile, innocuo. Un fratello. Un bambino sotto forma di ometto, mascherato da uomo. Voglio Jesse, pens Helene, improvvisamente infelice.  meraviglioso che tuo padre si sia risposato, alla sua et. Immagino che ne sarai felice, no?

Helene esit. Suo padre, a sessantasette anni, aveva sposato una donna che non ne aveva pi di quarantacinque, una specialista del linguaggio di Boston, una bionda tinta con un corpo da matrona che dondolava imprigionato in un robusto corsetto, una vedova, immaginava lei. Avevano guidato fino a Chicago per venire a trovarla a bordo di un macchinone nero. Cady non aveva smesso un istante di parlare dell'auto e di una barca che stava acquistando e della casa che aveva comprato per sua moglie, con quattrocento metri di terreno affacciati sull'oceano. Esibiva un'abbronzatura da Palm Beach e portava vestiti giovanili di stile marinaresco, con bottoni in ottone. Ormai era definitivamente in pensione.

S, ne sono felice rispose Helene con voce piatta.

Mannie si accorse del suo umore e tacque imbarazzato. Infine cambi argomento: Hai visto la manifestazione contro la guerra di fronte alla strada? I ragazzi?.

Una manifestazione contro la guerra?

Non autorizzata, credo. Ci sono dei disordini.

Lui parl della guerra per un po', scuotendo la testa tristemente. Helene non gli bad. Avrebbe voluto chiedergli di Jesse, di suo marito. Chi era? Che persona era in realt? Forse un altro uomo sarebbe riuscito a risponderle. Mentre pranzavano chiusi nelle rispettive timidezze, Mannie continu a parlare delle conseguenze della guerra sull'America e sulle persone che conosceva. Il suo volto piccolo e scuro probabilmente si abbinava a un corpo piccolo e scuro: presumibilmente aveva peli ricci e neri sul petto, vortici di peli sullo stomaco. Gambe corte e pallide, piedi bitorzoluti. Sarebbe stato un amante gentile, spaventato dal pericolo di deluderla... Jesse non aveva paura di deluderla. Non pensava affatto a lei.

Anche nella mia famiglia  accaduto qualcosa che non sarebbe accaduto alcuni anni fa disse Mannie. La figlia di mia sorella, che ha solo vent'anni, ha lasciato lo Smith College per sposarsi. Ha vagabondato insieme al suo ragazzo per l'Europa e quando sono tornati avevano con s un neonato che intendevano dare in adozione. Anzi, penso che l'abbiano gi fatto. Mia sorella  a pezzi. Il suo unico nipotino. Non l'avevano nemmeno informata che sua figlia aveva avuto un bambino ed ecco che lei lo stava dando via, deliberatamente, come se niente fosse... Non ha nemmeno permesso a mia sorella di allevarlo, lo vuole affidare a degli estranei...

E perch? chiese Helene, sinceramente sorpresa.

Non lo sappiamo. Mia sorella ne sta morendo. Il bambino, un maschio, ha solo pochi mesi...

Non si dovrebbe permettere alle donne di fare cose del genere disse lentamente Helene.

Proprio cos, non dovrebbero permetterglielo, perch tra pochi anni, quando sar cresciuta, lei lo rimpianger. Lo rimpianger per il resto della vita. Ma nessuno riesce a farla ragionare.

E suo marito?

Anche lui vuole liberarsi del bambino. Nessuno dei due vuole impicci. Mia nipote dice che non  interessata a essere una madre. Non  interessata!

Helene si sent avvampare in volto per una misteriosa, astratta ferocia. Ah, quanto odiava...

Ma non sapeva esattamente che cosa odiava.

Questa notizia ti ha turbato? Non avrei dovuto parlarti di cose tanto orribili disse Mannie non troppo convinto.

Abbiamo sempre desiderato adottare un altro bambino, un maschio. Anzi, altri due. Jesse voleva altri due bambini osserv distrattamente Helene. Anch'io volevo averne un altro ma... ma c'erano dei rischi... non avrei dovuto dar retta al mio medico. Non penso che avesse ragione. E cos intendevamo adottare un altro bambino...

E? disse Mannie annuendo in segno di comprensione.

Ma non era mai il momento giusto, non so perch... Jesse era sempre cos impegnato con la clinica, e per qualche tempo Jeanne ha avuto problemi di salute... un inverno si  presa anche la pleurite... non so che cosa  successo, fatto sta che non l'abbiamo mai adottato.

Avevano finito di mangiare. Helene aveva appena toccato cibo.

Volevamo donare amore a un bambino, un bambino estraneo prosegu Helene, un po' stordita dall'intensit dell'interesse di Mannie, ma Jesse e io non riuscivamo mai a decidere quale bambino dovesse essere, n quale fosse il momento giusto... Jesse aveva sempre desiderato un figlio maschio. Ne parlava spesso. Penso che i momenti in cui mi abbia amato di pi fossero quando ero incinta. Vuole un mondo di bene alle ragazze, soprattutto a Shelley...  nato per fare il padre... potrebbe fare da padre a un esercito di bambini. Un ospedale intero di bambini. Sapevi che quando era un tirocinante intendeva lavorare nella salute pubblica?

Un lavoro necessario, ma possono svolgerlo persone dalle capacit ordinarie disse Mannie.

S, giusto disse Helene in fretta. Jesse non  un uomo ordinario. ...

S?

Il volto di Mannie si incresp come se stesse resistendo al possente sguardo di Jesse Vogel, ma continu a sorriderle intimidito in segno di incoraggiamento.

 un uomo complicato... Ha tante persone dentro di s disse Helene. Si sentiva un po' ubriaca. Il ritmo di quella musica risuonava in lei, nel profondo dei suoi fianchi. E ne vuole ancora di pi. Vuole le sue figlie, vuole me... intendo, ci vuole dentro di lui... vuole che noi diventiamo una cosa sola con lui. Non riesco a spiegarmi. Vuole possederci, essere noi... Esistono dei disordini neurologici in cui il paziente possiede una personalit multipla, vero?

Vengono considerati disordini psicologici la corresse Mannie.

No, non volevo dire quello. Non intendo malati convinti di avere dentro di s pi di una persona, ma individui che sono realmente multipli. Autentiche unit di personalit, tessuto, atomi o cellule nervose disse confusamente, come una forsennata pezzetti di carne che sono veri e non immaginari, non alienati...

Mannie le sorrise, comprensivo e confuso.

Non credo alle illusioni dello spirito disse Helene cercando di recuperare la calma. Credo ai fatti reali, ai dati statistici, a cose che si possono misurare. L'emocromo  reale, le secrezioni ghiandolari sono reali, la composizione chimica del nostro corpo  reale; le idee che abbiamo non sono reali, anzi, a volte sono pericolose... Penso che abbiamo un'inclinazione per le idee pericolose, per gli errori...

Sedevano imbarazzati e in silenzio. Helene si sentiva agitata, eppure voleva andare avanti, voleva continuare ad attrarre l'attenzione di quest'uomo confuso, se non cedergli. Anni fa trovai alcuni scarabocchi di Jesse disse semplici pezzi di carta da buttare ricoperti di strani disegni simili a volti umani e con la parola omeostasi scritta pi e pi volte, forse un centinaio... Omeostasi. Omeostasi.  un'idea o qualcosa di reale?

Non so disse Mannie cauto, quasi temesse di venire ferito da lei.

Uscirono dal ristorante. Helene cap di avergli impedito di amarla, come se gli avesse premuto in modo brusco e decisamente non femminile la mano sul petto. Eppure si sentiva eccitata, agitata, doveva andare avanti.

Omeostasi.  solo un'idea, l'idea di un uomo disse.

Lo immagino...

Equilibrio all'interno del corpo, equilibrio all'esterno del corpo. O si raggiungono entrambi gli equilibri oppure si muore, non  cos?

S disse Mannie. Equilibrio o morte.

La osserv con aria afflitta.

Non so... forse potremmo parlarne ancora un po', magari andare a fare un giro... propose.

All'improvviso Helene sorrise sorpresa. Adesso erano usciti e lei si schermava gli occhi con la mano per proteggerli dal sole.

C'era trambusto dall'altra parte della strada: un gruppetto di persone, alcune vestite in modo bizzarro, che agitavano dei cartelli, e altre in abiti ordinari. Alcuni poliziotti a piedi, uno a cavallo. Un'auto della polizia parcheggiata l accanto.

Perch gridano? disse Helene.

Sento guai nell'aria. Faremmo meglio ad allontanarci disse Mannie.

Ma... cosa sta gridando quella gente?

Helene attravers la strada seguita controvoglia da Mannie. All'esterno del gruppetto di giovani si estendeva un ampio cerchio irregolare di uomini in abiti da lavoro insieme a pochi altri in giacca e cravatta, e persino delle donne in pantaloni e vestiti da casa. Alcuni gridavano. Helene vide un cartello inclinato, qualcosa riguardo alla GUERRA, sorretto da un giovane che portava una fascia indiana intorno alla fronte e stava discutendo con un poliziotto.

E questo chi lo dice? Chi lo dice? strillava qualcuno.

Helene si avvicin affascinata alla folla. Era colpita dallo strano silenzio che cadeva tra un grido e l'altro. Un silenzio che non aveva mai sentito. Mannie le stava dicendo qualcosa ma lei non gli prestava alcuna attenzione, intenta com'era a osservare le ragazze per la strada, i loro capelli lunghi e trasandati, ragazze pelle e ossa di un'et indefinita.

Sedici anni? Venti? Venticinque? Le gettarono qualche sguardo in mezzo alla confusione. Avevano visi pallidi, pieni di rabbia e paura; bocche contratte dall'odio.

Helene lo sentiva nell'aria.

Odio. Ti odiamo. Ti odiamo.

Un'altra macchina della polizia si accost al marciapiede. Alcuni si misero ad applaudire. Helene si accorse di una ragazza dai lunghi e lucenti capelli neri, come quelli di un'indiana, con una sigaretta in bocca e un cartello che alzava e abbassava a scatti nervosi. Sul cartello erano dipinti rozzamente un teschio e delle tibie incrociate sopra le iniziali LBJ. Stava gridando qualcosa e le parole si avvolgevano intorno al mozzicone della sigaretta; indossava un vestito simile a un sacco, di un tessuto leggero quasi quanto la garza, che le metteva in mostra gran parte del torace ossuto. Si accorse per caso di Helene e la fiss con un volto carico d'odio. Sotto lo strano peso caldo di questo sguardo, sent che tutti quanti avevano gli occhi puntati su di lei mentre si avvicinava.

Anche un poliziotto parve dirle qualcosa, ma lei non gli bad: punt al centro della piccola folla, affascinata dai loro volti, dai loro vestiti sporchi e cascanti, dall'espressione vacua dei loro visi. Erano giovani e la odiavano.

Sai dove puoi mettertela la tua cazzo di guerra? gridava la ragazza.

Perch gridava contro di lei?

Helene si avvicin di qualche passo. La ragazza con il cartello rest ferma dov'era. Odiava Helene; ecco l'odio, ecco che Helene l'aveva finalmente trovato! Per te  finita, sembrava che dicessero tutti, pronti a strillare tetramente Per te  finita, finita, finita!

Con un secco colpo di mano Helene fece cadere la sigaretta dalla labbra della ragazza.

Questa grid per lo stupore e la sorpresa, mentre il mozzicone volava alto per aria.

Qualcuno applaud, qualcun altro, probabilmente Mannie, tir indietro Helene mentre uno dei ragazzi tratteneva la compagna che stava per buttarsi in avanti, verso la donna, gridando come un'ossessa. Lasciami andare, lasciami andare! Helene per si volt e si allontan rapidamente, tra le persone che si scansavano per lasciarla passare. Una volta sul marciapiede, dove stava la folla di clienti e uomini in maniche di camicia, si ferm ad aspettare Mannie.

Aveva fatto tutto da sola, pens. Bene, bene cos! Il cuore le martellava nel petto. Il calore erotico che aveva cominciato a stuzzicarle i fianchi si era diffuso lentamente attraverso il suo corpo, leggero come l'aria di maggio, innocuo. Si sentiva appagata. Era libera dall'uomo che correva accanto a lei e che adesso non sarebbe riuscito ad amarla, era libera da suo marito, dalle figlie, dalla gente nel parco, dalla sua stessa giovinezza. Era finita: la tirannia del suo corpo, il desiderio spasmodico di altri corpi con cui parlare, corpi da toccare, sognare e amare. Si era liberata. Era finita.
5

Gennaio 1971

Noel? Sei sveglio?

Non ci sono luci qui, e il chiarore del giorno al principio sbiadisce, poi si riapre e ci apre l'uno all'altra. Il giorno  sformato perch inizia cos presto, prima dell'alba, e finisce cos presto, il che mi confonde sempre. Ma i giorni in realt non esistono, pap. I giorni sono un'invenzione dei giornali, che devono mettere una data in cima a ogni pagina.

Noel?

S?

Io esisto, Noel?

No, Shell.

C' qualcuno qui?

No.

Allora perch sogno, perch il mio letto trabocca di sogni?

Perch hai delle persone che ti camminano nella testa, Shell.

Come faccio a fermarle?

Torna da loro in sogno e uccidile, Shell.

Lasciami andare, pap. Devi smetterla di pensare a me e lasciarmi andare.

Mi hai ipnotizzata. Sono come un cervo in mezzo alla strada, abbagliato dai fari di un'auto. Noel mi scuote per liberarmi da te, mi schiaffeggia - prima su una guancia, poi sull'altra - vorrebbe entrare in me e combatterti l dentro, ma anche lui ha la testa piena di gente che cammina, la sua gente.

Da quando abbiamo lasciato il Sud, Noel porta con s dappertutto un piccolo kit di attrezzatura chirurgica. Quando dorme lo infila sotto il cuscino, ossia un asciugamano arrotolato che abbiamo preso da qualche parte. L dentro non tiene solo l'ago e il cucchiaio, ma anche l'altro cucchiaio, quello dalla punta affilata che usa per aprire le serrature, una lima che in realt  un coltello e una cintura di pelle con una grossa fibbia. Adesso quando se ne va in giro per New York non diresti mai che  un forestiero.

Gli ho detto che mio padre portava con s dappertutto una pistola.

Ho saputo di quella pistola per anni. Non era certo un segreto.

Con noi viaggiava un uomo di nome Jethro, ma  stato preso dalla polizia, mentre io e Noel abbiamo girato l'angolo appena in tempo. Noel mi ha afferrato per il braccio, vicino alla spalla, e ci siamo messi a correre, correre, correre... Le lacrime mi scorrevano dagli angoli degli occhi, e qui per strada faceva cos freddo che sembravano piccole schegge che sprizzavano via. Ti voglio bene sto tornando a casa. Jethro ha inciampato e quando  successo si  infuriato. Avevo paura che Noel lo uccidesse con la sua lima, che in realt  un coltello, ma ora si trova in prigione da qualche parte e non lo rivedremo pi.

Non torner in prigione.

Stanotte sto ripensando a quel giorno del 1969 in cui sei venuto a Toledo a prendermi. Allora mi volevi bene? Perch piangevi? Ripenso a quella piovosa giornata di settembre che dur cos a lungo. Ripenso a Shelley con i blue jeans scoloriti, i capelli luridi per la mancanza di sonno e di spazzola, la faccia gonfia di pianto: tutto in lei ricordava una bambina, a parte i cerchi scuri sotto gli occhi. Ripenso a quella prigione che mi si  impressa cos a fondo nella memoria, la prigione della contea in Clinton Street, con i suoi odori intensi, stagionati, oscuri, dove le luci non si spengono mai ma vengono solo abbassate, e in realt non si riaccendono nemmeno mai, cos che possiamo dormire in continuazione e intanto sussultare tra sbuffi e gemiti. Abbiamo tutte il raffreddore. Possiamo sbattere qua e l nel sonno, possiamo afferrare le sbarre e picchiarci contro la testa - sveglia! sveglia! - ma non riusciamo lo stesso a svegliarci, anche se il cuore ci batte forte, perch  tutto un sogno, le altre ragazze che strisciano a terra in cerca di spiccioli e si lamentano e si soffiano il naso e bisbigliano e gridano l'una con l'altra in sogno, supplicando di poter telefonare o di essere rilasciate prima del tempo, implorando con spaventose vocine da bambina, senza zittirsi mai: Signorina Goldie, devo mettermi in contatto con un tipo. Mi creda, signorina Goldie,  una questione di vita o di morte.

La guardiana, la signorina Goldie,  alta, in gamba e con i capelli corti. Sembra che abbia la testa troppo piccola rispetto al corpo. Ecco perch riesce a muoverla di qua e di l cos in fretta, senza fatica. Sposta la testa di scatto e vede che cosa sta succedendo alle sue spalle. Quando volto la mia mi tiro dietro tutti i capelli, una criniera che mi sbatte a terra. La signorina Goldie me li liscia e cerca di farmi sorridere. Batto i denti. La signorina Goldie dice: Bene, se non vuoi dirci come ti chiami dovremo inventare un nome per te. Che ne pensi di Honey? Un nome dolce per una ragazza dolce.

Non riesco a sorridere. Mi battono forte i denti.

Honey! Honey!

Qualche ragazza risponde con una risatina, a qualche altra il nome piace. Una nera della mia et, in un pigiama tigrato, coglie la palla al balzo e comincia a stuzzicarmi. Alla faccia del miele!

Me ne sto seduta, scossa dai brividi e impaurita dalle altre ragazze. Saltano di qua e di l schiamazzando. La signorina Goldie mi sorride, ma ha addosso lo stesso odore della prigione, della cuccetta ammuffita, del materasso lurido. Se ne sta dritta sulle gambe tozze e sembra sul punto di cadermi addosso. Mi sfracellerebbe. La ragazza nera  magrissima e nervosa. Canticchia sempre sottovoce e si scrocchia le dita: si chiama Toddie. Il suo pigiama  nuovissimo, un regalo di sua nonna, dice, in onore del suo ritorno a Clinton Street. Vede quanto ho freddo, mi prende le mani e prova a riscaldarle strofinandole con forza e imprecando sottovoce. Alla faccia del miele, guarda che muso che hai! Sei di fuori citt, vero? No, non dirmelo. Non somigli a nessuno che ho mai visto in questa citt.

Mi allontano da lei e vado a sedermi nell'angolo della cella 5.

Le mie cosce grassocce gonfiano le gambe di questi vecchi jeans. Sopra ho un maglione giallo di cashmere macchiato di vomito. Non sto pensando a te, pap. No. Non sto pensando a te a casa, alle telefonate che starai facendo, all'aspetto che avrai, a quale sar la tua faccia... Penso a Jeanne, piuttosto, che adesso  la tua unica figlia. Jeanne, la sola ragazza Vogel rimasta a casa. Per sempre. Penso alla mamma, che mi odia. La mamma che sa perch sono dovuta andarmene, che avrebbe potuto fermarmi se avesse voluto, le sono passata davanti e le sarebbe bastato sfiorarmi e impedirmi di uscire...

Sento le palpebre stanche e pesanti. Ho paura di andare a dormire. Non mi fido di queste ragazze e ho paura ad addormentarmi. Sono cos rumorose e pettegole, se ne vanno in giro scalze o in ciabatte, ragazze della mia et, bianche, nere, mulatte, che qui si sentono a casa come figlie con tante madri (ci sono tre guardiane) e senza nemmeno un padre. Tra loro sono tutte sorelle, e chiamano la prigione la casa.

Chi c' di nuovo in casa oggi?

Che cos' tutto questo rumore in casa?

Perch la casa  cos triste? Non  mica una tomba!

A volte si alza un gridolino stridulo - Uomo in casa! Uomo in casa! - quando il dottore entra in fretta per qualche visita rapida.

 un dottore senza nome. Non c' tempo per un nome. La signorina Goldie mi accompagna nella stanza e in un attimo sento lo stetoscopio premuto al cuore, le dita veloci ed energiche del medico mi piegano la testa verso la luce al neon, lui mi guarda dritto negli occhi e nel cervello. Non vuoi rivelarci da dove vieni, eh? dice con gentilezza, ma senza interesse. Mi pizzica il braccio per cercarmi la vena, mi chiede di stringere il pugno ma ho la mano troppo debole, cos mi lega un laccio di gomma intorno al braccio e fa gonfiare una vena. Preleva il campione di sangue. Lo guardo riempire la siringa. Una volta finito, sul lettino ci sono gocce scure.

Lui non vede Shelley. La tua Shelley.

Non ti far male mi avverte, ma non ce la faccio a stare sdraiata. La signorina Goldie mi tiene ferma sul lettino. Grido ma lui non si ferma, cos come l'arnese che ha in mano.

Quando mi riportano alla cella 5 vengo accolta da risatine e occhiate incuriosite. Sanno tutte che cos' successo. Toddie mi fa l'occhiolino e si scrocchia le dita. Canta sottovoce un pezzo che in questi giorni si sente dovunque, sempre le stesse parole. Lungo il tragitto una ragazza con il volto acceso e le sopracciglia marcate come quelle di un ragazzo mi urla: Ehil, Honey! Come butta, Honey?. Indossa jeans e una camicia da uomo. Si trova a Clinton Street perch ha picchiato un'altra ragazza e ha opposto resistenza all'arresto, questa ragazzina di quattordici anni. Toddie mi ha detto che ha rotto il naso a un poliziotto prima che lui la stendesse con il culo per terra. Quella Jackie  una tosta, non ti racconto balle mi dice Toddie.

Canticchia sottovoce. Mi prende in giro. Tutte le ragazze starnazzano, le loro voci si incrociano e si interrompono a vicenda. Me ne sto seduta nell'angolo della cella 5 con le palpebre che mi bruciano. Non riesco a chiuderle. Non ce la faccio a dormire. No, non mi sdraier su quella brandina di merda. Non dormir. Sono sveglia da gioved mattina, da quando sono uscita di casa. Mercoled sul Greyhound. La notte di mercoled a vagabondare tra le lacrime. La bambinona sciocca che piange. La stazione degli autobus. Quei ragazzi che mi seguono. Gioved mattina a Toledo vomito per strada. La gente mi osserva sconvolta. Un postino sul furgone mi guarda. Dov' Toledo? Gioved, per tutto il giorno, un giorno interminabile, cammino in fretta per la citt perch nessuno mi segua, finch gioved notte non mi raccatta un'auto della polizia... E adesso siamo a venerd sera e non riesco a dormire... Non chiudo occhio da gioved mattina e non dormir mai pi...

Tesoro dice Toddie faresti meglio a sdraiarti e dormire se non vuoi che ti stendano loro.

Che cosa sei, testona? mi grida qualcuno. Una scappata di casa? Non vai all'universit, vero? ridacchia.

 una vagabonda dice Toddie dandosi arie di importanza.

C' una ragazza di cui non conosco il nome - viso lungo, capelli biondi e riccioluti, sorriso furbo e gambe svelte - che si aggrappa alle sbarre e prova a scuoterle. Ehi sussurra a me e Toddie. Ehi, voi due! Che fate l, eh? Che fate, un bel cremino, eh?

 sola nella sua cella, dove si aggira come un animale in gabbia. Non metteranno nessun'altra insieme a lei.

Vai al diavolo strilla Toddie. Tu che ne sai?

Ehi, voi due, pulci bianconere! Devo dirvi una cosa. Avvicinatevi. Qui, alle sbarre dice la ragazza schiacciandosi contro la porta della sua cella, infilando le braccia smilze tra le sbarre e allungando le dita. Pi vicine! Su, coraggio!

Vai al diavolo! Dormi! le grida Toddie.

Le altre ragazze cominciano a gridare: Zitte! Andatevene a letto!.

La nuova arrivata le prende in giro: Io a dormire alle nove e mezza non ci vado di sicuro....

Toddie si siede sul bordo della cuccetta, infuriata o fingendo di esserlo.

Non dare retta a quella boccaccia dice.

Osserva la mia faccia paffuta, la mia paura. Fa una risatina rasposa e ricomincia a chiacchierare ma io me ne sto seduta con i denti serrati, sforzandomi di non rabbrividire. Mi spiega com' finita qui. Era tutta la notte che stavamo portando roba fuori da quel magazzino prima che qualcuno se ne accorgesse dice eccitata. Scatoloni di kleenex cos grandi da poterci soffiare il naso per il resto della vita! Roba di tutti i tipi - per le nostre madri, come cerotti e dentifricio - abbiamo riempito una scatola di rossetti che pensavamo di poter vendere, e un'altra con pillole, vitamine, caramelle per la tosse e roba cos. Mia sorella dice che  stata una delle mie amiche a fare una soffiata alla polizia. Quando esco di qui le spacco il culo. Devo passare trenta giorni in questo cesso, e voi? A voi hanno fatto il test per le malattie veneree?

Shelley rabbrividisce nel ricordare quel freddo strumento che la penetra. Rabbrividisce nonostante la sua pelle sembri avvampare.

Toddie si sdraia a dormire. Shelley resta sveglia tutta la notte, con la testa che le pulsa di dolore. Sa che fino al termine dei suoi giorni si ricorder di Clinton Street: il mormorare delle ragazze nel sonno, il riaccendersi delle risate e dei litigi, il chiasso sbarazzino, provocante e sensuale prodotto dal miscuglio delle loro personalit nella vecchia prigione. Le basta pensarlo per udirlo di nuovo, come sollevare la cornetta di un telefono per sentire il segnale di linea.  sempre l. Sempre l. Il passato  sempre l, nella tua mente.

Poco prima del mattino si sente gridare in un'altra ala della prigione, dove stanno le tossiche, e Toddie schizza in piedi, puntando con la testa in quella direzione, come un animale. Buon Dio sospira. Senti un po' quelle povere stronze di fattone laggi. E pensi che siamo noi a passarcela male!

Poi viene mattina.

Sono sopravvissute tutte alla notte e si scrutano a vicenda, le orecchie tese, pronte ad ascoltare le novit. Buone o cattive notizie? Solo la ragazza dalle sopracciglia folte rimane in cella, rifiuta di muoversi. La guardiana la scrolla. Un branco di noi si dirige verso i bagni, io cammino intontita, rallentata dalla stanchezza, mentre le altre sono pronte a correre e saltellano con una strana energia, sogghignando e stuzzicandosi allegramente a vicenda. Scorgo il bagliore dei loro denti negli specchi macchiati. Chi ti credi di essere, bocca a ciabatta? ride una delle ragazze. Qualcuna spinge qualcun'altra, per scherzare. Il bianco igienico e puzzolente dei bagni non le deprime. Due ragazze basse e tozze che sembrano gemelle si stanno lavando in fretta facendo schizzare acqua dappertutto. Una racconta all'altra una storia con una voce gutturale e appassionata, che sale e che scende: Diceva di avere avuto tutte quelle altre, molto pi grandi di me, diceva, e che non mi voleva; continuava a spingermi, sai, e io l'ho mandato al diavolo, non avevo paura, era come se fosse sabato sera, sai, quando le cose possono mettersi male. Stavo l fuori e sono passati dei tizi in macchina che hanno cercato di caricarmi, lui e i suoi amici erano in un bar, sono usciti e si  scatenato l'inferno... e l'auto della polizia  arrivata a sirena spenta, senza preavvisi n niente, e sopra c'era proprio quel poliziotto - quello che aveva il mio numero e mi faceva sempre gli occhi dolci - e ce ne siamo usciti tutti e ce la siamo filata, ma loro sono venuti a prendermi a casa pi tardi... perch quel poliziotto aveva il mio numero e voleva fare il prepotente con me. Mia madre gli ha strillato di non azzardarsi a mettermi le mani addosso, ma lui si  azzardato eccome.

Colazione. Lunghi tavoli scuri e graffiati, vassoi di alluminio con gli scomparti pieni di cibo il cui odore d la nausea a Shelley mentre le altre ragazze ridono e grugniscono. Voglio andare via da loro, dalla strana felicit di questo posto. Voglio farmi piccola piccola e nascondermi dentro di me. Ai tavoli pi lontani siedono le ragazze pi grandi, le donne, che scherzano con voci roche. Alcune di loro sembrano pazze. Ridono troppo, hanno i lineamenti allentati. Forse sono ritardate. Malate. Accanto a me c' una ragazza con i capelli del mio stesso colore ma irsuti, orribili, e una pancia grossa, che mangia con gli occhi fissi sul cibo. Le sopracciglia si muovono su e gi come in una silenziosa e piacevole conversazione con il vassoio, che lei ripulisce con un pezzo di pane. Da quanto sei dentro? le chiede qualcuno, ma lei non solleva lo sguardo, anche se il suo viso mostra comprensione e una specie di piacere nel fare conversazione.  sui quindici anni. Il pane striscia sul vassoio con un leggero stridio.

Pap, voglio addormentarmi tra le tue braccia.

Ehi, perch sei scappata di casa? mi sta chiedendo una ragazza.

Guarda dritta verso di me.

Chi  stato? dice.

Scuoto la testa, non capisco.

Chi dei due, mamma o pap?

Non so rispondere. La guardo con occhi sgranati e li sento riempirsi di lacrime.

Non mi vuole dare tregua. Continua ridendo: Con me  stata mia madre,  stata lei a denunciarmi, pensa un po'! E tu?.

Non riesco a rispondere.

Lasciala in pace dice Toddie.

Crede di essere troppo buona per parlare con me? strilla la ragazza.

Dopo vanno tutte alla lavanderia a lavorare. Mi stai aspettando. La guardiana mi prepara, mi rimprovera perch sono lenta e impacciata, non  gentile come la signorina Goldie perch dice: Sei una ragazzina fortunata ad avere tuo padre che viene a tirarti fuori. Alcune di queste povere piccole bastarde hanno dei padri che se ne sbattono di loro.

Non voglio lasciare la cella 5. Ma mi sono messa i jeans e il mio lercio maglione di cashmere, tremando e rabbrividendo, tutta pronta a presentarmi a mio padre. Non voglio andarmene. Comincio a piangere. La guardiana fa un verso disgustato.

Che cosa devo fare per stare qui?

 troppo tardi. Vengo affidata a mani esperte che mi spingono a camminare in fretta lungo il corridoio. Appartengono a una donna di una novantina di chili che sa come occuparsi delle ragazzine.

Ed eccoti ad aspettarmi...

Eccoti l con la tua faccia che mi fissa, i tuoi occhi stanchi che mi osservano, mi scrutano...

E cos, un piovoso mezzogiorno di settembre, mi hai riportato a casa da Toledo.
6

Quell'autunno e quell'inverno Jesse si ammal e non riusc a dormire. Cominci ad aggirarsi per casa, tenendosi alla larga dallo studio e dalla scrivania, dato che comunque non avrebbe potuto concentrarsi: camminava a capo leggermente chino, quasi fosse in preda a una rabbia cieca e confusa, come un animale, a occhi socchiusi per sentire meglio la preda. Sembrava che non volesse vedere, non con chiarezza. Il suo udito, poi, era troppo sensibile: lo faceva soffrire il fatto di sentire chiaramente, di essere costretto a udire tutto.

Perch l'hai fatto? Perch sei scappata? le aveva chiesto.

Non lo so.

Con il viso pallido per la stanchezza e gli occhi infossati nel fondo di ombre simili a lividi, Shelley stava seduta in macchina accanto a lui, buttata contro lo sportello... Aveva guidato da Toledo a Chicago con lei in quella posizione, il respiro rasposo, somigliante a quello di un bambino, quasi ansimante, come se fosse terrorizzata. Gli torn in mente un cane che aveva avuto: quello nero, s, quello nero. Come si chiamava...? Duke. Anche Duke aveva ansimato di terrore. Un boccheggiare che gli risuonava nelle profondit del petto e dei polmoni, il suono stesso del terrore.

Perch l'hai fatto?

Il silenzio spaventato di Shelley.

Era oppresso dall'angoscia per lei. Pensava a Shelley in continuazione. In clinica c'era l'immagine del dottor Vogel che si aggirava irrequieto, a scatti, come un'ombra sulla parete del suo studio o lungo il corridoio o addirittura in sala operatoria, il dottor Vogel in preda al panico che riusciva a pensare solamente a una cosa: sua figlia. L'altro dottor Vogel eseguiva il suo lavoro con metodo e lentezza; trovava difficile concentrarsi eppure lavorava e portava sempre a termine l'incarico, pur consapevole di quell'ombra di s che vagava inquieta per la clinica alla ricerca della maniera di distruggergli la vita. L'altro dottor Vogel, tanto preoccupato di sua figlia, avrebbe voluto trascinarlo nel profondo della sua angoscia e affogarvelo.

L'altro se stesso era emerso da lui durante il viaggio di ritorno da Toledo. Aveva ghermito Shelley e l'aveva scossa con violenza, sbattendole la testa da una parte all'altra. Perch sei scappata da casa? Perch? Dimmelo! L'altro Jesse, per, continuava a guidare, imponendosi di concentrarsi sulla strada senza dare segno di agitazione. Non voleva spaventarla ancora di pi, n punirla. Bastava sentire il suo respiro roco, sapere che aveva passato la notte in una prigione di contea, averla vista avanzare verso di lui scortata da una guardiana corpulenta, con l'aria da dura, il naso come quello di un uomo e la mascella...

Ma perch sei scappata da me? voleva chiederle.

Quando arrivarono a Winnetka la fece visitare in un ospedale dove lavorava un medico di sua conoscenza. Lei non aveva protestato. Mentre camminavano sul marciapiede sembrava buttarsi in avanti, lanciare il proprio corpo davanti a s. Si era tolta i vecchi vestiti che aveva portato per giorni: ora indossava un abito, calze e scarpe con tacchi bassi di legno. Jesse gliele aveva osservate affascinato. Per un attimo si era scordato dove fossero lui e Shelley e che cosa stessero facendo: pensava che le scarpe di sua figlia fossero molto graziose e si chiese perch non le avesse mai notate prima...

Hai delle belle scarpe le aveva detto.

Grazie aveva risposto Shelley, colta alla sprovvista.

Quando si trovava a letto accanto a Helene sentiva l'irrequietezza dell'altro dottor Vogel che si aggirava per la casa immersa nel buio. Doveva alzarsi, andare da lui. L'altro se stesso, il se stesso fantasma, lo strattonava insistendo perch uscisse dal letto e scendesse al piano di sotto, dove avrebbe potuto sedersi nell'ampio salotto avvolto nell'oscurit e pensare alla notte e a sua figlia che dormiva al piano superiore, in una stanza quasi esattamente sopra la sua testa...

Il suo udito era troppo sensibile, specialmente di notte. Sentiva ogni rumore. Frenate di pneumatici in una strada lontana... il ticchettio degli orologi di casa e di quello che portava al polso... le sferzate di pioggia ghiacciata di fine novembre... i primi suoni del mattino, i passi di Helene sopra di lui. Helene avrebbe provato a confortarlo. Diceva continuamente di Shelley: Adesso  molto migliorata.  cambiata,  diventata notevolmente pi matura. Quando Jesse chiamava la moglie dalla clinica, incalzato a telefonare dall'altro dottor Vogel (in sua assenza poteva essere successo qualcosa), Helene lo rassicurava in tono gentile:  tutto a posto, Jesse, stai tranquillo. Shelley  tornata a casa subito dopo la scuola. In questo momento  nella sua stanza.  molto migliorata,  cambiata tantissimo... Lei e Jeanne non litigano pi... Non le importa di andare a letto presto. E ci va davvero, ho controllato. I suoi voti miglioreranno, ne sono certa. Perch ti preoccupi tanto?.

Lui non riusciva a credere che sua figlia fosse scappata da casa. Fuggiasca, l'avevano definita i poliziotti. Fuggiasca. Erano stati efficienti, distaccati, cortesi. La vergogna di Jesse poteva essere quella di qualsiasi padre, non del dottor Vogel. Loro non lo conoscevano. Non conoscevano Shelley. La guardiana che aveva trascinato Shelley in sala visite non la conosceva.

Non riusciva a dormire per le fitte di dolore al cervello. Si aggirava per le stanze estranee di quella grande casa. Dove si trovava? In un ampio edificio di mattoni che evidentemente adesso era casa sua. Perch camminava avanti e indietro cos, spingendosi da una stanza all'altra? Perch aveva qualcosa da stanare, una verit da scoprire. Per quale motivo aveva la testa china e i capelli arruffati? Perch doveva risolvere un enigma, venire a capo di un mistero...

Una sera, verso la fine del 1969, apr la porta d'ingresso e rimase per un po' a guardare cadere la neve. Era quasi Natale. Gli arrivava la debole luce dei lampioni di Kennilworth Drive, distanti l'uno dall'altro e da casa sua. Tutto taceva. All'improvviso prov l'impulso, un impulso quasi violento, di uscire, di andarsene da quella casa... di avventurarsi sotto la neve cadente e camminare in fretta, in fretta, prima che fosse troppo tardi, prima di esplodere... Cos scese il vialetto che portava in strada, gi ansante, con la testa piegata dalle avvisaglie di un'emicrania, nubi di fiato che gli si formavano e si dissolvevano intorno alla bocca come parole piene d'ira e mai pronunciate, come grida. Perch mi hai lasciato...? Scese fino a met della strada tortuosa. Se si fosse voltato avrebbe visto solo le proprie impronte sulla neve, la neve che cadeva sottile e cominciava ad ammucchiarsi, nascondendo delicatamente le sue orme, pochi segni strascicati che un po' alla volta diventavano invisibili. Nessuno poteva seguirlo. Acceler il passo, avrebbe voluto correre. Il cuore lo spingeva a correre. L'altro dottor Vogel, ansioso di buttarsi tra l'aria gelida, cerc di uscire da lui e di mettersi a correre...

Sent allentarsi la morsa del panico. Aveva molto freddo ed era stanchissimo. La sua paura sbiadiva con il venir meno delle forze. Si accorse che aveva girato intorno alla casa: un cerchio lungo pi di cinque chilometri, con casa sua al centro, nel nucleo esatto della sua coscienza, con sua moglie e le figlie addormentate al centro mentre la neve ricadeva tutt'intorno a loro... Si avvicin a casa sua, percependo l'acuto, intenso odore dell'inverno, l'aria umida, con sensi acuiti, bestiali, quasi non fossero pi i suoi ma appartenessero a un animale, un predatore, una creatura che agiva come una macchina, senza personalit. Riusciva a sentire ogni cosa, si disse. Vedeva con eccessiva chiarezza - le guizzanti luminarie natalizie delle poche case addobbate che si accendevano e spegnevano frenetiche tra la neve cadente erano per lui tanto vivaci da infastidirlo - e sentiva con eccessiva chiarezza. Era una maledizione, si disse. Con i sensi cos all'erta, come avrebbe potuto mai dormire?

Il mattino dopo lo attendevano due operazioni, una alle nove e mezza, l'altra a mezzogiorno, e a seguire una terza nel pomeriggio. Per quanto si sentisse esausto, avrebbe dovuto operare quei pazienti. Eppure, spossato com'era, quasi intontito dal freddo, ebbe la certezza che avrebbe lavorato bene, che non avrebbe commesso errori. Lui non ne commetteva mai.

Al pensiero di operare si dest in lui un senso di eccitazione. Avrebbe strappato quei granelli velenosi uno dopo l'altro...

Dorm.

... I grandi occhi ansiosi di Shelley. Il suo nervosismo a tavola, durante la cena. Doveva sentirsi fissata, osservata, anche quando nessuno la guardava. Jesse, che la osservava dietro un velo di piet e di apprensione, pens che stava assumendo il comportamento di un animale consapevole di non poter evitare la propria sorte. Furtiva e aggraziata, come se cercasse di sfuggire divincolandosi alla pressione dello sguardo pensoso del padre, anche quando lui non osava osservarla; la testa inclinata con indifferenza, come un ragazzo, con la pesante matassa di capelli che ora portava raccolti in una treccia gettata dietro la schiena. Sembrava molto pi giovane di prima della fuga. Doveva aver perso cinque o sei chili.

A Toledo l'avevano sottoposta a un test per le malattie veneree. Era risultato negativo. Un test per le malattie veneree.

La mente di Jesse roteava vorticosa intorno a quel fatto, incapace di distogliersene, cos come non riusciva ad allontanarsi dal pensiero di quella casa che aveva costruito per la sua famiglia, per la moglie e le due figlie, con Shelley immobile al centro.

Telefon lui stesso al preside del liceo della figlia, evitando di affidare alla segretaria il compito di prendere un appuntamento. La sua voce sembrava timida e incerta. Non era il preside, comunque, con cui avrebbe dovuto parlare: gli toccava fissare un incontro con il consulente scolastico, una certa signorina Kesey. Prese appuntamento e si stup nell'apprendere che sua moglie era andata a parlare con questa donna pochi mesi prima.

Jesse rimase deluso quando scopr che la signorina Kesey era molto giovane. Troppo giovane. Parlava scandendo nettamente le parole e si portava sottobraccio un pacco di test, trascrizioni e annotazioni tolte da uno schedario. Michele Ellen Vogel disse seria la giovane donna, inumidendosi le labbra mentre scorreva le schede in prima superiore si  distinta con una valutazione del QI di 144 (verbale 141, prestazionale 132)... Ma i suoi voti non hanno mai rispecchiato le sue vere doti... Al secondo anno ha avuto un lieve calo... S, la valutazione del QI  scesa a 140, ma qui vedo un appunto dell'esaminatrice che segnala l'estremo nervosismo della ragazza durante il test. I risultati in matematica non erano brillanti, e infatti in quel semestre  stata bocciata in matematica e in geometria piana. Mostra un'eccellente abilit nella manipolazione verbale. Al test di competenza linguistica Madden ha ottenuto un punteggio molto alto...

Posso dare un'occhiata alle schede? chiese Jesse divincolandosi sulla sedia.

Sono desolata, dottor Vogel, ma non  permesso.

Avrei molto piacere di esaminare quelle schede di persona disse Jesse teso.

 fuori discussione. Spiacente, davvero spiacente ma ci sono delle regole...

Jesse si sforz di sorridere.

Ci sono delle regole prosegu la giovane accigliata. Non possiamo non averne... i genitori si presentano qui sempre arrabbiati e... e noi abbiamo delle regole da seguire...

Capisco disse Jesse.

Si alz. La giovane stava dicendo ancora qualcosa, in tono di nuovo allegro e premuroso, quasi impaziente di compiacerlo, ma Jesse non le bad. Usc in corridoio. Era appena suonata la campanella e gli studenti passavano da una classe all'altra. Un po' ansimante e col volto accaldato, Jesse recep la presenza di decine di ragazze che sarebbero potute essere sua figlia. Gli gettavano apertamente sguardi incuriositi con quei loro occhi stranamente attenti e penetranti, occhi esagerati, dal preciso contorno nero. Occhi disegnati dentro altri occhi. Avevano tutte capelli lunghi e lisci. Erano snelle e indossavano maglioni lunghi fino ai fianchi, da cui spuntavano calze di ogni colore: rosso squillante, giallo chiaro, verde, nero. Bighellonavano in corridoio, con libri e borse stretti contro il piccolo petto. I ragazzi, che sembravano molto pi giovani delle femmine, si tuffavano in capannelli di compagni e ne riemergevano, come uccellini.

Lui adesso aveva quarantaquattro anni.

Si ferm nell'atrio come in attesa di vedere lei, sua figlia, di coglierla di sorpresa, fuori contesto. Dov'era? Si era gi accorta di lui? Queste ragazze erano cos alte e agili. Dai loro movimenti traspariva un'astuzia particolare; avevano voci e risate leggere e derisorie. Quando per caso si accorgevano di Jesse il loro sguardo si spegneva, quasi avessero avvistato un nemico. Adesso aveva quarantaquattro anni. Alcune ragazze erano vestite in modo sciatto e trasandato: strascicavano i piedi a terra e si lasciavano cadere sul volto i capelli sciolti e in disordine. Fissavano Jesse cercando di capire che tipo fosse. In questa scuola c'erano centinaia di studenti. Shelley era nascosta tra loro... tra le gambe rivestite di calze vistose, gambe di ragazzine simili a spade; tra i corpi indolenti, i sorrisi, le labbra messe in evidenza da assurdi colori luccicanti, chiari, quasi bianchi, come labbra di cadaveri... le spalle leggermente ricurve, i petti piccoli, piatti, concavi per la timidezza, quella misteriosa astuzia interna che governava i loro corpi... i piccoli stomaci vuoti, le ossa della pelvi in evidenza, come a enfatizzare la fragilit da ragazzino dei loro scheletri...

Era una scuola aperta da pochissimo e molto costosa. I corridoi erano enormi. Le pareti sembravano rivestite da multicolori e sgargianti piastrelle di ceramica. Il pavimento era ricoperto da una moquette blu scuro. Spazi aperti, saloni con mobili di plastica trasparente, sedie verdi e arancioni leggermente fluorescenti occupate da studenti che apparivano del tutto a proprio agio. Finestre dai doppi vetri, alte fin quasi al soffitto, si affacciavano sull'ampio prato qua e l chiazzato di neve e sull'immenso parcheggio asfaltato dove gli studenti avevano parcheggiato le loro auto in lunghe file con una regolarit innaturale, da adulto. All'improvviso Jesse sent il cuore stringersi per la nostalgia...

Attravers la folla di studenti, sempre meno fitta. Super i ritratti di Lincoln e Kennedy nelle loro sottili e moderne cornici di legno chiaro. Si sentiva disperato, malato di nostalgia... e d'amore.

Jesse ama...

Non c'erano sintetici messaggi d'amore scribacchiati sulle piastrelle alle pareti. Anzi, non c'era alcun messaggio, a meno che il custode non passasse a cancellarli ogni sera. Ogni cosa, ogni superficie era lustra e pulita. Non si poteva incidere nulla sui muri. Jesse ama... amava...

Da quella mattina in Wisconsin, non aveva mai pi rivisto Reva.

*

Shelley?

S, pap?

Come ti senti oggi? Ti sta passando il raffreddore?

S. Oggi ho saltato la lezione di nuoto. Mi sento molto meglio.

Parlava con la figlia dopo cena, anche quando aveva del lavoro da sbrigare. Una conversazione calma e tranquilla, senza rabbia n paura, come un momento di preghiera. Sent gli occhi riempirsi all'improvviso di amore per lei. Non riusciva a trattenersi. Il test per le malattie veneree era negativo. Fuggiasca. A Toledo lei non aveva dato il suo vero nome. Non aveva detto di chiamarsi Shelley Vogel.

Ogni pomeriggio Jesse telefonava alla moglie intorno alle quattro e mezza per vedere se Shelley fosse rientrata. Era sempre gi a casa, s. S, lo rassicurava Helene, s. Shelley era a casa. Di sopra, nella sua stanza. Se non avesse telefonato non sarebbe riuscito a concentrarsi sul lavoro, se stava parlando con qualcuno avrebbe smesso di seguire la conversazione. L'altro dottor Vogel si alzava di scatto dalla scrivania, camminava ansioso avanti e indietro per la stanza, lo obbligava a sollevare quel ricevitore e a chiamare casa.

Shelley?

S, pap.

Sono molto contento dei tuoi voti... quello che hai preso in disegno...

Grazie.

Prov a immaginarsela in camera sua - una stanza con la carta da parati bianca e rosa, la stanza di una ragazzina, dolce e fresca e piacevole a vedersi quando lui vi gettava dentro lo sguardo in sua assenza; l'immaginava seduta sul bordo del letto nella sua corta camicia da notte bianca con un motivo di boccioli di rosa sbiaditi dai tanti lavaggi, mentre si spazzolava i capelli, uno, due, tre, cento volte, duecento volte, al sicuro in camera sua ogni sera alle dieci, sua figlia che si spazzola tranquilla i capelli prima di andare a letto. Il test per le malattie veneree era negativo.

Shelley?

S, pap?

Chi sono adesso le tue amiche? Perch non le inviti qui? Non vedi pi quella ragazza alta con le lentiggini...?

Chi, Sandy? Oh, s...

Con chi stavi parlando al telefono proprio ora?

Oh, nessuno, solo Babs Baird...

Chi?

Babs Baird...

Ebbe l'impressione che gli stesse mentendo.

In clinica lavorava rapido ed eccitato. Non poteva sbagliare. I suoi pazienti in condizioni pi gravi non sempre morivano, neppure a causa dell'anestesia; incalzato dall'altro dottor Vogel, continuamente smanioso di operare, Jesse dissezionava aneurismi e correva il rischio di emorragie. Non esitava mai, lavorava come se si sentisse addosso lo sguardo cauto e penetrante del dottor Perrault in persona, come se sfidasse il vecchio a trovare un errore in tutto ci che faceva. Le lesioni cerebrali non erano mai cos gravi come avrebbero potuto. Le condizioni dei suoi pazienti non erano mai cos critiche come avrebbero potuto. Alle riunioni di reparto, gli associati di Jesse si preoccupavano e discutevano e accennavano a battibecchi di cui lui era all'oscuro, guardando di soppiatto il suo viso perplesso e sempre pi affilato e cogliendo in esso il centro di tutta la loro meraviglia, un senso di stupore sempre pi distaccato riguardo ai problemi della diagnosi, alle frequenti incisioni disperate, persino alle abitudini delle donne delle pulizie - immancabilmente Mannie Breck tirava fuori questo discorso, chiss perch - che dopo avere strofinato i lavabi li lasciavano sempre macchiati.

Breck e Ronald Myer non si trovavano mai d'accordo su quelle che chiamavano le questioni etiche. Quand'era il caso di recidere i nervi a un malato di cancro per impedirgli di provare dolore?

Per quanto concentrato, Jesse non poteva fare a meno di recepire piccoli dettagli che trovavano il modo di colpirlo, di confonderlo. I capelli ricci di Mannie e il suo visino saggio e contrito. Il faccione rubizzo di Ronald Myer. La finestra alle loro spalle che il sole d'inverno faceva apparire scura e contornata da un bagliore accecante, come se il vetro fosse stato affumicato. Il traffico per strada. Gli tornava in mente un ago ipodermico che qualcuno aveva rubato al LaSalle, anni prima, e quella giovane infermiera di cui aveva sempre sospettato.

Il silenzio in sala gli faceva capire che si aspettavano che dicesse qualcosa.

Altre volte, invece, udiva tutto, udiva fin troppo: le parole gli entravano in testa ma fluttuavano sconnesse, senza la sintassi del linguaggio ordinario a legarle tra loro. Ecco perch era smanioso di lavorare, di lavorare con le proprie mani. Le sue mani non dimenticavano nulla. In un paio di giorni riusciva a eseguire cinque, sei complesse operazioni che duravano ore; una si protrasse dalle nove del mattino fino alle undici e mezza di sera, lasciandolo rinfrancato ed eccitato dal successo, pronto per affrontare il giorno successivo e il problema che gli avrebbe riservato.

Si accorse che sprecava molti minuti con la posta che gli veniva indirizzata in clinica. Dopo un articolo apparso su una testata locale, trovava sempre lettere sparse che apriva di persona, affascinato. Sapeva che si trattava di una perdita di tempo ma aveva la sensazione che qualcuno potesse cercare di mettersi in contatto attraverso un messaggio riservato esclusivamente a lui.

Gentile dottor Vogel,

potrebbe spiegarmi questo fatto: le dita mi diventano insensibili come il ghiaccio e il freddo mi risale le braccia fino ai gomiti ma ho la faccia bollente. Mi sento ronzare le orecchie. A sedici anni ho avuto un'appendicite perforante. Il veleno  ancora dentro di me? A volte mi trovo in bocca una sostanza grumosa e verde come il veleno. Quello che voglio sapere : capita anche ad altre persone o solo a me?  qualcosa nell'aria?

Gentile dottor Vogel,

in fondo alla lettera trova il mio numero: pu chiamarmi ogni sera dopo le sette. Ho dei lunghi periodi di cecit che mi costringono a letto. Non bevo, mangio con appetito e fin da bambino ho consumato tante verdure e pochissima carne rossa. Il rischio di perdere la vista comprometter il mio lavoro. Attendo una sua chiamata.

Gentile dottor Vogel,

ho sessantadue anni e di recente ho ripreso ad avere le mestruazioni, cinque giorni di perdite abbondanti che mi hanno obbligata a restare a letto tutto il tempo. Il mio corpo sta andando all'indietro? Potr avere di nuovo un bambino? Ho paura a parlarne con un medico. La prego di rispondere per mezzo di questa cartolina che trova gi affrancata.

Poi c'era la signora Perrault, che telefonava e lasciava messaggi perch Jesse la richiamasse: in una sola settimana lui arriv a contarne undici. Temeva di risponderle finch un giorno, all'ora di pranzo, gi innervosito da una mattinata di lavoro insoddisfacente, sollev il ricevitore e compose il numero della donna. La signora rispose con voce stanca e assonnata. Oh, Jesse, la ringrazio per avermi chiamata, devo parlare con qualcuno e lei  l'unico che capirebbe disse. Si tratta di mio figlio Bruce e di sua moglie... non mi piace lamentarmi, Jesse, ma adesso sono sola e non ho nessuno che mi capisca... Ricordo come lei  sempre stato gentile nei riguardi del dottor Perrault e di quanto lui le voleva bene... certo, gliene volevamo entrambi, e... e... Per Natale, sa, mi hanno regalato una ciotola di vetro intagliato, per metterci fiori e oggetti... adesso abitano a Sacramento, capisce, e lei odia volare, perci non vengono mai a trovarmi... non vedo mai i miei nipoti... e... e, Jesse, per Natale mi hanno spedito questa ciotola di vetro intagliato comprata in un grande magazzino, imballata e incartata e spedita dal negozio disse la signora Perrault, scoppiando in raccapriccianti singhiozzi rauchi e questo mi fa capire che a loro non interessa niente di me, hanno solo ordinato qualcosa in un negozio, forse Bruce non era nemmeno l ma  stata lei a sceglierla ed  l'unico regalo che mi hanno spedito per Natale, la sola occasione che avevano di mandarmi qualcosa per Natale, quando potrei non esserci il Natale prossimo... solo quell'occasione, e quando ho aperto il regalo ed  saltata fuori quella ciotola... Adesso il dottor Perrault  morto, Jesse, morto disse la signora Perrault scossa dal pianto sa cosa significa? Sa cosa significa?

Jesse l'ascolt per mezz'ora, in preda all'angoscia, incapace di riattaccare.

Una volta, a marzo, telefon a casa per controllare come stesse Shelley, ed Helene gli spieg di averle permesso di fermarsi dopo le lezioni per un incontro di qualche gruppo, quello teatrale, pensava, o di giornalismo. Jesse cel la propria irritazione. Dopo un'ora richiam e stavolta trov Shelley a casa. Chiese alla moglie di passargliela. Come va, Shelley? le disse. Lei tacque per alcuni secondi, e lui pens che stesse per mettersi a gridare. Infine disse in fretta con quella sua vocina, la voce di una normale ragazza di liceo: Bene, pap. A che ora rientri stasera?.

Lui riagganci lentamente. Sapeva di essere sul punto di perderla.

Ma doveva essere sicuro di lei. Doveva impedire agli estranei, agli uomini, di abusare di lei. Il mondo poteva raggiungere sua figlia attraverso gli orifizi del suo corpo, infilarsi nel flusso elastico e accogliente del suo sangue, e lei avrebbe sorriso senza dire una parola, invitandolo a s. Al tempo stesso, per, aveva la clinica cui badare. Non poteva accogliere tutti i pazienti che gli venivano indirizzati per sottoporsi a esami e trattamenti. La struttura doveva essere ampliata. Servivano soldi. Una nuova ala, una nuova quipe medica. Un'ulteriore estensione della mente di Jesse, della sua energia. Anche il suo campo si espandeva in continuazione: faticava a tenere il passo con le riviste e le pubblicazioni che riceveva. Pass un'ennesima notte in bianco a cercare di venire a capo di una lunga monografia sull'encefalografia a isotopi, una scansione del cervello eseguita per mezzo di un isotopo radioattivo iniettato nel sangue, ma non riusc a concentrarsi perch continuava a pensare a Shelley addormentata al piano di sopra, o meglio, non tanto a pensarla quanto a immaginarsela. Eppure non visualizzava in realt lei, non la ragazza Shelley, ma piuttosto la spettrale scansione del proprio cervello, del cervello del dottor Vogel, una sgranata fotografia oblunga in cui l'isotopo radioattivo evidenziava nettamente una certa area che aveva la forma del volto di sua figlia, come un tumore... collocato nella regione frontale del proprio cervello. Un tumore frontale nell'encefalo del dottor Vogel.

Si sforz di leggere. Tessuti anormali mostrano scansioni anormali.

Il primo sabato di aprile a Shelley fu permesso di passare il pomeriggio da un'amica che abitava a poco pi di un chilometro da casa Vogel. Lei lasci l'indirizzo e il numero di telefono. Jesse and in clinica a visitare alcuni pazienti; poi, d'istinto, chiam il numero. Rispose una ragazza. Lui chiese di parlare con Shelley e la ragazza, con una risatina affannata, aveva detto di essere lei Shelley. Davvero non riconosceva la sua voce?

Jesse esit. S, era la sua voce, naturalmente. Sua figlia. Gli parve che qualcuno gli stesse strizzando piano la testa fino a sformargliela.

Rest alla clinica ancora un'ora, ma l'altro dottor Vogel era impaziente, ansioso di entrare in azione, di fare qualcosa, di alzarsi da dietro quella scrivania. Non c'erano operazioni in programma per l'indomani. Niente fino alle nove e mezza di luned. Apr nervosamente due o tre lettere, diede loro un'occhiata e le lasci cadere sulla scrivania... Alla fine non ne pot pi. Torn in auto a Winnetka, all'indirizzo che Shelley gli aveva dato. La casa era grande e bella, in stile Tudor, con un garage dotato di quattro posti auto. Il prato era stranamente scorticato, come se l'autunno prima fossero stati iniziati lavori di ripristino mai completati. Accanto ai gradini d'ingresso c'era un'ampia buca sul cui fondo si scorgeva una conduttura coperta in parte da foglie, detriti e mucchi di neve sporca. Quando suon il campanello non ud alcun suono all'interno: doveva essere guasto.

Attese in silenzio, cercando di resistere al panico. Il portico anteriore cominciava a cadere a pezzi. La cassetta della posta era uno scatolotto da due soldi, curvo e arrugginito, con infilati all'interno volantini pubblicitari scoloriti.

Alla fine si decise a bussare.

E adesso... adesso... stava arrivando qualcuno. Ud una voce.

La porta non si apr. Lui buss di nuovo, delicatamente. Non voleva spaventare chi c'era dall'altro lato. Sent qualcuno parlare, fargli una domanda, ma non riusc a capire che cosa gli chiedesse. Mio Dio, pens angosciato: avrebbe voluto sbattere la fronte contro la porta.

Buss un'altra volta. Delicatamente. Educatamente. Poi, dopo avere atteso ancora a lungo, sent scattare la serratura.

Sulla soglia c'era una donna della sua et che lo fissava. Indossava un accappatoio di un tessuto viola trapuntato.

S? Chi ? Che cosa vuole? chiese.

Era pallida, con ciglia e sopracciglia chiare, indefinite. Capelli in disordine. Odore di vecchio.

Signora Baird?

Mi chiamo Nancy.

Io sono Jesse Vogel...

Lei l'osserv senza scomporsi, in silenzio.

Credo che mia figlia sia venuta a trovare sua figlia...

Oh, sua figlia. Babs ha ospiti. Oh, aspetti. Vuole entrare?

L'ingresso era buio. Un pavimento di lastre di pietra, un basso lampadario di ferro battuto. La donna stava dicendo: S, Babs ha ospiti. Le ho sentite entrare. Andiamo, andiamo a vedere. Inciamp contro qualcosa, un mobile pesantemente decorato, una cassapanca spagnola coperta di un alto strato di polvere. Stavo facendo un sonnellino. Adesso mi sono trasferita nello studio, proprio vicino alla porta d'ingresso. Cos riesco a rispondere al campanello, altrimenti non lo sento. Gli operai ridono di me, non prendono mai sul serio una donna sola... Qual  sua figlia, la bionda? Siete quelli che hanno una casa alle Bahamas?

Shelley ha i capelli rossi.

Shelley. Oh, certo, Shelley. Quant' dolce. La migliore amica di Babs. Non andavano al Saint Ursula insieme prima che Babs si trasferisse...?

Deve averla confusa con un'altra rispose nervoso Jesse.

La donna lo stava guidando in un lungo salone buio con la mobilia fuori posto, tra poltrone e divani posizionati in maniera strana. Davanti al caminetto c'era un tavolo con le gambe all'aria. Gli avvolgibili erano quasi tutti abbassati, ma non alla stessa altezza. Questa stanza  una catacomba, la odio. Voglio rifarla tutta color cru, sa, tipo ostrica. Ma non posso cominciare. Questo posto  maledetto disse in fretta. Innanzitutto odio le case in questo stile. Non sono stata io a sceglierla... Oh, adesso ricordo dove sono le ragazze. Sono andate a nuotare disse scuotendo la testa come per schiarirsi le idee.

Lo condusse attraverso il salone fino a un corridoio dove la moquette si stava staccando, come se dei bambini ci avessero corso e scivolato sopra. Una maledizione grava su questa casa, creda a me disse la donna stizzita mentre portava Jesse in un'enorme stanza coperta da una cupola di vetro. La piscina era vuota, senz'acqua, e l'aria gelida. Oh, non sono nemmeno qui. E dove, allora? Pensavo stessero nuotando... Mi sembrava di averle sentite quaggi...

Jesse si avvicin al bordo della piscina e guard in basso. Il fondo era pieno di bottiglie e lattine, mozziconi e mucchi di cenere, giornali vecchi, cartoni del latte, scatole di cereali di un giallo brillante.

Jesse non riusciva ad aprire bocca.

Be', forse sono uscite. Magari sono alla pista di pattinaggio. Portano tutte queste graziose camicette con pantaloncini colorati e pattini a rotelle bianchi fino alle caviglie. Non sono carine, vestite cos? Probabilmente sono l.

Lei non  qui?

Perch non si rilassa?  nuovo da queste parti? S, ha l'aria di uno nuovo. Perch non si siede e ci prendiamo qualcosa da bere...

Non sono qui? Mia figlia non  qui?

Ma si rilassi, la prego. Preparo un drink a tutti e due cos ne parliamo...

Jesse la osserv stupefatto, con il cuore che gli martellava per il disgusto. Quel viso slavato e inebetito, gli occhi socchiusi, l'odore... Era cos difficile tenere insieme una famiglia, pens all'improvviso Jesse, che forse sarebbe stato meglio arrendersi. Meglio rinunciare, spazzarli via tutti, eliminarli, annientare loro e il loro ricordo, cancellare tutto quanto. Un padre dovrebbe avere il diritto di cancellare ci che ha fatto e sentirsi libero. Un essere puro, pulito, sgombro... un vuoto.

 sicuro di non essere nuovo del quartiere? chiese la donna mentre lo seguiva alla porta d'ingresso.

Jesse torn a casa. Helene lo guard in faccia e gli chiese che cosa fosse successo. Lui non disse nulla. Non ti sei messo a cercare Shelley, vero? Non sei andato a casa della sua amica a metterla in imbarazzo? chiese nervosa.

No rispose lui.

Quando Shelley rientr era quasi buio. Si infil dalla porta sul retro e lui la sent parlare con Helene, normalmente, come se niente fosse, a voce abbastanza alta perch lui sentisse, se lo desiderava, e capisse che in questa casa non c'erano segreti.

Lei comparve sulla soglia del salotto dove Jesse stava seduto a luci ancora spente.

Shelley lo fiss stupita. Sei... ... sono in ritardo?

No.

La vide sbottonarsi la giacca. Era di un grezzo tessuto beige, bordata di pelliccia sintetica, l'imitazione di un giubbotto da contadino o operaio. Portava jeans e stivali. Anche il suo viso sembrava un po' volgare, rosso e ansimante, come se avesse appena corso.

Che cosa c' che non va...? sussurr lei

Ti sembra ci sia qualcosa che non vada? le chiese Jesse con ironia.

Si fissarono a vicenda. Era quasi buio. La luce del corridoio alle spalle della ragazza penetrava in salotto fino a sfiorare le gambe di Jesse. Lui si alz in piedi. Non intendeva fare nulla.

Sei andato l? disse Shelley con un filo di voce.

L dove?

A casa dei Baird.

Jesse non rispose.

Tu... tu vuoi uccidermi... mormor Shelley.

Si volt e corse su per le scale.

Successe di sabato. L'indomani lei non si alz dal letto: disse che aveva il raffreddore e che le bruciava la gola. Sembrava che avesse la febbre. Jesse sal in camera sua e la trov seduta nel letto, rannicchiata, i giornali della domenica disseminati intorno. Alcune pagine erano cadute a terra. Si asciug il naso con un fazzoletto accartocciato e gi fradicio.

Come ti senti? le chiese premuroso.

 solo un raffreddore. Tutto a posto.

Si era scostata i capelli dal volto: accanto all'attaccatura c'era una fila di pustolette opache.

Il mattino dopo non and a scuola. In clinica, mentre si preparava a un'operazione, Jesse pens ai suoi occhi cerchiati di rosso e si blocc, incapace di muoversi. Si stava lavando e strofinando, in procinto di mettere piede in sala operatoria. Un minuto prima era smanioso di entrarci, di strappare le piccole, velenose perle di carne che sapeva di trovare... Non appena le avesse scovate le avrebbe strappate e distrutte... Ma adesso rimase immobile, sent qualcuno che gli stava parlando ma non riusc a compiere lo sforzo di ascoltare.

Non poteva farlo. Non poteva correre il rischio. Sarebbe stato qualcun altro a eseguire l'operazione.

Quel pomeriggio alle due il telefono squill e Jesse sapeva che sarebbe stata sua moglie. Ascolt come in un sogno, con gli occhi chiusi, la sua voce calma e prudente. Sono uscita solo per mezz'ora. Quando sono tornata era scomparsa. Nessun biglietto, niente. Niente. Proprio come l'ultima volta...
7

Jesse guid fino in piena Chicago, all'erta per non lasciarsi sfuggire nessuna ragazza di una certa et, di una certa altezza. Gli sembrava fossero dovunque. Le vedeva camminare per strada o aspettare l'autobus o ferme sulla soglia dei locali. Il suo sguardo veniva attirato immediatamente da loro. A volte si accorgevano di lui, della sua automobile che avanzava lenta, e si avvicinavano per osservarlo meglio e per farsi osservare meglio. Alcune erano pi giovani di Shelley, alcune nere, e dondolavano i fianchi con la stessa malizia sarcastica che aveva notato nelle studentesse al liceo. Non significava nulla, pens. Nulla. Oppure tutto.

Di tanto in tanto si fermava per telefonare a sua moglie, ma da casa non arrivavano notizie, nessuna buona notizia. La polizia non l'aveva trovata. I poliziotti esprimevano la loro solidariet ma erano impegnati a seguire le tracce di un migliaio di ragazze come Shelley, cos dicevano.

Torn al liceo della figlia e cerc di parlare con i suoi insegnanti e le sue amiche, sforzandosi di scoprire qualcosa sul suo conto. Sembrava che i suoi professori non la conoscessero molto bene. S, una bella ragazza, capelli rossi, non molto reattiva... Una che sognava a occhi aperti. La compassione che mostravano per Jesse lo riempiva di imbarazzo. Le amiche di Shelley non furono di maggiore aiuto. Erano intimidite e un po' astiose. Babs Baird disse freddamente: Shell aveva una testa tutta sua, non era davvero nel nostro giro. Faceva quello che voleva. Nessuno poteva comandarla a bacchetta.

Chi voleva comandarla a bacchetta? chiese Jesse.

Oh, dei tipi.

Chi?

Persone. Solo persone. Ti vogliono sempre dire che cosa fare rispose Babs.

Era una ragazza snella e dalle spalle curve, insolente in modo stanco e impersonale. Jesse avrebbe voluto darle una bella scrollata, ma le parl educatamente. Dove credeva che fosse andata Shelley?

Guardi, io non  che la conosca cos bene. Lei mi ha tipo usata, capisce? Ha usato il mio nome. Sapeva di me pi di quanto io sapessi di lei. Probabilmente torner.

Perch dici cos? Quando torner?

Chi lo sa? rispose lei stringendosi nelle spalle.

Jesse fece il giro degli altri licei della citt, sempre guidando lentamente, con lo sguardo attento. Ormai gli occhi cominciavano a fargli male. Vedeva folle di liceali, ragazze e ragazzi, una marea di entrambi i sessi che si sollevava tra i prati delle scuole e gli incroci delle strade. Vide un centinaio di ragazze che avrebbero potuto essere sua figlia. Avanzava lungo il marciapiede, lasciando che loro lo raggiungessero, lo superassero, un sobbalzo del cuore ogni volta che le loro ombre gli scivolavano davanti con destrezza e lo sfioravano audaci... Stralci di conversazione: Oh, Louise me l'ha gi detto. Che cosa c' ancora? Chi prende in giro chi?. Un misterioso e fluido amalgama di parole che a lui sembravano sacre. Se si voltava a guardare quelle ragazze si accorgeva di quanto fossero vuote, a loro agio l'una con l'altra, inconsapevoli della sacralit delle loro parole e dei loro visi... Ragazze con calze colorate, calze a losanghe e persino a cuoricini, alcune tanto strette che le cuciture non stavano a posto e cominciavano a sfilarsi. Di tanto in tanto le loro voci suonavano piatte e rauche, persino quelle delle pi graziose. Jesse, per, aveva fede nella loro musica interiore, che si interrompeva alcuni istanti per poi riprendere a deriderlo beffarda, mentre lasciavano guizzare al vento i capelli lunghi e scuotevano le teste come cavalli per levarseli dagli occhi. Ciascuna di loro poteva essere sua figlia.

Continu a chiamare la stazione di polizia. S, la stavano cercando, dicevano. Avevano un migliaio di ragazzine da acchiappare, dicevano.

Il 15 aprile Jesse torn con la macchina in centro per osservare la folla che si radunava per una manifestazione contro la guerra. Era arrivato nel primo pomeriggio in modo da non perdersi nulla. Era una giornata primaverile piuttosto fredda, ma la folla aument rapidamente. Migliaia di persone. Quasi tutti giovani, ragazzi di vent'anni, gruppi di adolescenti, ragazze con i soliti capelli lunghi, dritti e cascanti, maschi con ciocche di capelli unti che ricadevano sulle spalle, i visi terrei, stravolti, in cerca d'eccitazione. Una marea che si incamminava lentamente per strada. I poliziotti si disposero lungo i marciapiedi per trattenere gli spettatori.

Lo sguardo di Jesse vagava dappertutto alla ricerca di Shelley.

Il battere cadenzato di piedi in marcia. Canti. A volte grida. Vivaci schizzi di suono, pure voci senza parole. Jesse prov una fitta al cuore a udire quelle voci di ragazza, pure, disincarnate e rabbiose. Gli spettatori sui marciapiedi stavano perdendo la pazienza: gli davano di gomito, lo urtavano, lo spingevano. Una banda di ragazzi neri attravers di corsa la folla, ridacchiando a testa bassa. Una ragazza con un cartello venne gettata a terra e si mise a strillare. Un poliziotto a cavallo si avvi verso i manifestanti; l'animale agitava la coda con aristocratica imperturbabilit; le persone cercavano di togliersi di mezzo, qualche ragazzina grid spaventata... Stavano schiacciando qualcuno contro un edificio. Aiuto! Fermatevi! Il poliziotto prosegu senza abbassare lo sguardo. Anche Jesse era stato spinto e non riusciva a vedere che cosa fosse accaduto alle ragazze.

Una folla impetuosa che girava in tondo, batteva i piedi, faceva ondeggiare i cartelli alla luce - BASTA CON LA GUERRA IN VIETNAM! BASTA CON I MASSACRI! Jesse osserv i volti, sapeva che era necessario non gliene sfuggisse nemmeno uno. Doveva avere il viso illuminato dal desiderio come un faro, perch di tanto in tanto la gente lo guardava, colpita da qualcosa in lui. Nei giovani in marcia percep un misterioso e impersonale disprezzo nei suoi confronti, forse per via dei suoi vestiti o della sua et. Un disprezzo che non era personale, corporeo, fisico o dettato dai sensi. Quell'odio per lui era astratto, spirituale, uno spaventoso rifiuto. Un uomo come il dottor Vogel sarebbe potuto morire e per loro non avrebbe avuto alcuna importanza.

Sent il loro odio, cos intenso da dargli le vertigini, da mettergli paura. Non lo capiva. Pens al protoplasma canceroso, al suo fatale espandersi. L'aveva osservato tante volte al microscopio. Un'infiammazione che erodeva i suoi stessi confini, non tollerava limiti e si diffondeva ovunque, fino al liquido spinale, fino al cervello. Come si alzavano quei ragazzi nell'aria gelida di Chicago, quasi ridestati da uno scampanellare divino: campane di chiese sprofondate, che suonavano a distesa scandendo un ritmo avvertito solo confusamente dai vecchi come Jesse. Un ritmo che pulsava nei lombi dei giovani, traspariva dai loro volti. Avevano occhi vitrei, velati dal soffio del vento gelido, e si muovevano cos in fretta, cos in fretta! Gridavano il loro bisogno di fare in fretta! Erano talmente giovani e impazienti da spingere chiunque altro gi dal ciglio del continente!

Ragazze pi giovani di sua figlia vagabondavano per il centro insieme a questa folla, spinte, urtate, schiacciate, e sgomitavano a loro volta, si infilavano sotto le braccia delle persone, si divincolavano, correvano, cantavano, provocavano i poliziotti e gli stessi provocatori. Avevano volti arroganti, arrossati dal vento. Jesse era senza fiato, non riusciva a tenere il loro passo. Si trovava dietro il cordone della polizia, al sicuro con le persone della sua et e pi vecchie, non insieme alla folla in rivolta che si era impadronita della strada. Li osserv. Non serviva gridare loro di aspettare. Non serviva gridare affatto. Non lo avrebbero sentito, avrebbero continuato ad agitare i loro cartelli, uniti nello schiamazzo. Avevano volti di bambini: crescevano, sbocciavano, erano sul punto di esplodere. Visi tesi pronti a scoppiare. Bocche e occhi sformati, distorti, un dolce desiderio nascosto mentre si buttavano in avanti contro le schiene degli altri ragazzi...

Detestava la natura informe di questa folla. All'improvviso si ritrov in preda all'odio, quasi al disgusto. Odiava la folla, odiava chi ne faceva parte. Odiava la folla e la gioia che provava nel venire pigiata. Odiava il rumore. La comunione dei manifestanti sotto il segno del caos. Il calore sensuale e crescente dei loro volti, le forme delle loro bocche... Odiava quel sollevarsi e gettarsi alla carica... Meglio eliminarli subito, pens Jesse. Meglio morire che sprofondare in questa pazzia, che smarrirsi in questa lordura anonima. La strana coscienza mostrata dalla folla gli rivoltava lo stomaco. La odiava, odiava tutta questa gente, persino quelli che osservavano dai marciapiedi. C'era tanta di quella lordura al mondo! Ed era quasi tutta prodotta dagli umani! Gli umani che si gonfiavano, pulsavano, sospiravano, il loro sangue che si coagulava nell'aria soffocante formando un respiro caldo, fuligginoso, pieno di smog, odore di uomo e di canale di scolo, il confortante olezzo della sentina... Jesse non pot fare a meno di pensare che la folla stesse per aprirsi a mostrare qualcosa, una singola creatura, una verit. Non c'era una verit, una specifica verit, un determinato essere umano al centro di questo assembramento? Un occhio solitario che avrebbe osservato tutto e tutti per poi emettere la sentenza?

Invece niente: solo rumore, solo corpi.

Jesse si fece largo con la forza e torn dove aveva parcheggiato l'auto, a pi di un chilometro di distanza. Ansimante, senza fiato, stordito dal loro odore, l'odore di quella marea umana, di quella valanga, la testa vacillante per i loro canti, i loro passi cadenzati. Il suo sguardo, per, vagava ancora febbrile. Doveva trovarla. L'avrebbe trovata. S, aveva avuto la tentazione di perdersi in quella folla, di abbandonarsi alla sua frenesia come se gli si fosse bruciato il cervello, ma non avrebbe ceduto: sarebbe tornato in quel mondo dov'era un singolo individuo, una singola coscienza con un destino da adempiere.

La settimana dopo gli fu recapitata in clinica una cartolina con il timbro di Savannah, Georgia, con un messaggio scribacchiato a matita, in una grafia leggera che decifr a fatica. Parlava di una testa, una testa che si muoveva in fretta, di un'operazione, del cervello. Se la rigir tra le dita: un normale paesaggio cittadino, un boulevard fiancheggiato da palme a Savannah. Dunque era arrivata fin l. In Georgia.

Cap che non l'avrebbe ritrovata mai.
8

In luglio ricevette una lettera dalla Florida, una lunga lettera su un foglio di bloc-notes, coperta dalla grafia inclinata di Shelley. La busta conteneva anche un frammento di unghia spezzata.

La lesse e la rilesse. La voce deve dire ti voglio bene. Se non dice ti voglio bene non  sincera. Senza riuscire a smettere di tremare lesse di Noel, di qualcuno di nome Noel, l'amante di sua figlia.

Malgrado la lettera, ebbe la sensazione che Shelley fosse morta, che la polizia gli tenesse nascoste delle informazioni. Avevano scoperto da qualche parte il suo corpo in decomposizione, dentro un fosso, strangolato e abbandonato da un uomo, un uomo di nome Noel.

Chiam la polizia. And alla stazione e mostr loro la lettera senza consegnargliela: non voleva che la leggessero da cima a fondo. Si trova insieme a un uomo. Un uomo di nome Noel. Noel disse.

Se le scrive vuol dire che torner. Non si preoccupi gli dissero.

Se ti scrive vuol dire che torner gli disse Helene. Lo so. Ne sono certa.

Si torturava con alcuni passaggi della lettera: Noel dice, Noel sfrega la fronte contro la mia, Noel mi tiene a terra... Aspett un'altra lettera ma non ricevette nulla fino a ottobre: ancora una volta con il timbro postale della Florida, una cittadina nella parte occidentale dello Stato. Io sono il Feticcio. Noel mi ha messo in ghingheri... mi ha portato in giro nuda per la spiaggia... Lesse la lettera e una torcia accesa gli attravers il cervello, paralizzandolo. Lo provocava, lo stuzzicava. Non poteva essere vero. Disse a Helene della lettera ma non le permise di leggerla. Lei non insistette. Ripeteva gentile, senza troppa convinzione: Se ti scrive torner, Jesse. Perch lo farebbe, se no?.

Il mese seguente arriv un'altra lunga lettera, quasi incomprensibile, che Jesse lesse con un sorriso di rabbia stampato in volto, alla sua scrivania in clinica, dove trascorreva quasi tutto il proprio tempo anche se ormai non operava pi. Andava in clinica soprattutto nell'eventualit che arrivasse una lettera della figlia - lei non gli scriveva mai a casa. Ronald Myer si era preso in carico gran parte del suo lavoro. Il lavoro di Jesse. I pazienti di Jesse. Lui aspettava la posta del mattino e del pomeriggio, in attesa della lettera di Shelley, ma quando questa arriv, in un primo momento pens fosse uno scherzo, talmente era convinto che fosse morta. Era il suo assassino a scrivere queste lettere per farlo impazzire.

Infine, nel gennaio 1971, ricevette una lettera da New York City, e si chiese se sua figlia fosse sulla via di casa. Si dirigeva a nord, tornava da lui. Non si prese pi la briga di chiamare la polizia. Era inutile mostrare loro la lettera. La tenne in clinica, nel cassetto centrale della scrivania, dove poteva rileggerla con calma ogni volta che voleva. Mi hai ipnotizzata diceva Shelley, o qualcuno con la sua voce e la sua grafia infantile.

Lo provocava, lo stuzzicava. Come le ragazze per strada in quel giorno di aprile, i volti eccitati dal piacere di provocarlo, di stuzzicarlo.

La lettera successiva arriv solo pochi giorni dopo, ancora con il timbro di New York City.

Dottor Vogel: non ha mai commesso omicidio.

T.W. Monk: non  mai stato ucciso.

Non per gli occhi della mamma. T.W. Monk ha letto le sue poesie ieri sera al Saint Marks. Te lo ricordi? Ricordi l'uomo che hai quasi ucciso? Mi ha detto tutto di te.

Cos una volta hai cercato di uccidere qualcuno! Oh, quanto ti voglio bene.

L'altro giorno mi  sembrato di averti visto in piazza. Un uomo con i capelli rossi che camminava in fretta. Oh, non eri tu. Esistono migliaia di uomini che non sono te.

Voglio avere un bambino.

Ti voglio tanto tanto tanto bene

Shelley
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E quella era tua figlia? Quella ragazza era davvero tua figlia?

Monk fissava Jesse a occhi sgranati con un sorriso vuoto.

Vuoi dire che hai una figlia, che era davvero tua figlia? Pensavo fosse uno scherzo o qualcosa del genere... Ero un po' stonato quella sera... Quella ragazzina era davvero la figlia di Jesse Vogel?

Jesse annu rigido.

Bene, dottor Vogel, amico mio, ti riconoscerei, s, ma per me  stata proprio una sorpresa e un onore, un vero onore disse Monk in fretta aprire la porta e trovarti l... Sono un po' confuso, ma alla fin fine capisco perfettamente. La mia confusione ha un suo codice. E cos la stai cercando, quella ragazzina che a quanto pare era sul serio tua figlia...?

S. Pensavo che tu potessi aiutarmi.

Oh, s. S, posso aiutarti, certo disse Monk sorridendo.

Monk abitava in una stanza sopra un bar all'East Village. Jesse sedeva con la schiena dritta su una specie di poltrona mentre Monk aveva preso posto su un divano sfasciato circondato da cuscini coperti di mucchi di carte di caramelle. La stanza puzzava.

Come per te dev'essere stata una sorpresa scoprire che sono diventato famoso, dopo quell'assurdit successa ad Ann Arbor disse Monk. Era grasso e untuoso, strizzato in vita, tutto sudato malgrado la stanza gelida. Aveva il petto chiazzato di vari colori e coperto di vistosi lividi giallo, arancione e viola, con peli corti e ispidi: evidentemente si era rasato qualche tempo fa e se li era lasciati ricrescere. Esibiva tronfio un cranio completamente calvo dallo scalpo lucente. Anche quando non parlava le sue labbra umidicce si muovevano in cerchi silenziosi, come se stesse masticando chewing gum, nonostante sembrasse non avere nulla in bocca.

S, mi sono stupito di avere tue notizie. Davvero stupito ammise Jesse.

Be', viviamo in un'epoca di magie. Al giorno d'oggi pu accadere di tutto disse Monk. Il mio primo libro  uscito con il nome di T.W. Monk, non Trick Monk. Mi sono rifiutato di pubblicarlo come Trick, non mi rendeva giustizia. L'hai letto?

Temo di no.

Lo sapevo, e non me la prendo disse Monk con un rapido sorrisetto senza smettere di muovere le labbra. Si intitola Poesie senza persone. Ricordi di averlo sentito nominare?

Jesse si scur in volto. No, non se lo ricordava.

Ah, non ti ricordi... Le poesie sono scritte per gente come te, che non si ricorda nulla disse pensoso Monk. Con quel volto appariscente e rugoso sembrava di mezz'et. La pelle del cranio era molto diversa da quella floscia del viso, in certi punti rubiconda e in altri pallida, incrostata di qualcosa a tratti lucente e a tratti opaco - trucco, probabilmente - che rifletteva impietoso la luce nella stanza.

Comunque  un piacere incontrare un vecchio amico dopo tutti questi anni disse Monk, allungando la mano per stringere di nuovo, per la terza volta, quella di Jesse. Sento che sto per giungere alla sintesi di vaste aree del pensiero americano, sento di essere sul punto di ricevere la rivelazione... ed ecco che arrivi tu! Jesse Vogel che compare alla mia porta! Ti  capitato di leggere la recensione del mio secondo libro l'anno scorso su... dov'era... sul Saturday Review? Il recensore ha esaminato venticinque libri di poesia, una valanga, ma che si addice ai nostri tempi perch rispecchia la valanga che sta per abbattersi su di noi. Non mi importa di venire giudicato in mezzo a un mucchio di altre persone. Ho la sensazione, dottor Vogel disse sogghignando che in un mucchio di corpi il mio si trovi a suo agio o sbaglio? Un braccio che spunta di qui, una gamba di l, un organo esibito in pubblico, eh? Sai, quaggi vige un culto nei confronti del presidente Nixon. Ho avuto una visione: lui che scendeva dal cielo per noi. Penso che lui sia il Secondo Avvento in persona.  questa la convinzione che ho provato a esprimere nel mio libro... non era una visione facile da manifestare... Monk si alz con un grugnito e prese ad aggirarsi per la stanzetta angusta sotto gli occhi di Jesse. Il recensore del Saturday Review ha frainteso la mia poesia, ma con benevolenza. Non esiste il male, dottor Vogel, mio caro Jesse, amico mio... Si volt verso di lui e all'improvviso gli scocc un sorriso, caldo e rilassato, che Jesse non si sforz di contraccambiare. Oh, quanto ti adoravo! Seduto al primo banco alle lezioni del mattino di Cady, assonnato, angelico e pieno, pieno di attenzione, quasi che la salvezza della tua anima dipendesse dall'udire tutto, dall'apprendere tutto. La tua energia e le tue meravigliose capacit intellettuali - senza sforzo mentale non c' amore, non c' gioco sessuale, non c' niente di niente - ma tu allora avevi una specie di anima protestante, una cupa anima protestante priva di immaginazione, ed era impossibile convertirti... e... e cos sono passati decenni... Che cosa stavo dicendo...?

Mi stavi dicendo di mia figlia disse nervoso Jesse.

Tua figlia. S.  strano vederti nei panni di padre. Monk and a sedersi sul bordo di una vasca che evidentemente non serviva a farsi il bagno, piena com'era di pigne di libri, riviste, articoli e vestiti. Alle spalle di Monk avevano cominciato a picchiare forte dall'altra parte del muro, ma lui parve non farci caso. Hai seguito le sue tracce fino a me o che cosa? Voglio dire, sta ancora nevicando?

Che cosa?

Monk si alz con un altro grugnito e and a sbirciare alla finestra.

Devono averla spalata. Chi ti ha mandato qui?

Un commesso di libreria. Ho chiesto di te e mi ha detto dove abitavi.

Ma, aspetta... la ragazza non  mai venuta qui, vero? disse Monk scuro in volto. Non  mai salita in questa camera, ne sono sicuro. E allora come mai l'hai seguita qui?

Jesse osserv Monk senza che gli venisse in mente nulla da dire.

Monk guard fuori dalla finestra e rispose vagamente: La incontrai - lei o una che le somigliava - al Tupperware Corner, dove partecipo a pubbliche letture di poesie. Ho letto loro il mio sonetto in onore di Nixon una decina di volte. Me lo chiedono sempre,  un pezzo forte. Sto lavorando a un'altra poesia sul presidente, ma ho dei problemi a prendere appunti sul mio taccuino. La gente  ansiosa di vedere che cosa faccio, per cui me lo porta via. Non lo rubano, non hanno cattive intenzioni. Ma il mio taccuino non  qui, vedo. Ci sei seduto sopra? Ho un problema con l'immagine centrale. Voglio rappresentare la tradizionale gara del luned di Pasqua in cui si fanno rotolare le uova sul prato della Casa Bianca, con un enorme uovo che si schiude e da cui salta fuori il presidente, ma al tempo stesso... mi tormenta questa immagine inquietante di una patata in camicia... s, proprio una tipica patata americana in camicia che, tagliata, rivela il presidente. L'arte  allucinazione, sorge dal profondo ed  inspiegabile, istintiva. Devo seguire i miei istinti e non riesco a decidere tra queste due immagini.

Hai tenuto una lettura di poesia disse Jesse.  successo la settimana scorsa, no? E in quell'occasione mia figlia deve avere trovato il modo di incontrarti e di parlarti...

Al Tupperware Corner, una caffetteria. Sono la loro star. Hanno la mia foto appesa al muro accanto a Mae West e Calvin Coolidge. Quella che hanno pubblicato sul New York Times due anni fa, se per caso l'hai vista. Un professore della Columbia ha raccolto un'antologia di poesie contro la guerra e mi ha chiesto di contribuirvi. Be', non avevo niente sul Vietnam o su qualunque altra guerra, ma tutti quanti mi volevano in questa antologia per la mia fama qui nel Village, perch volevano farmi conoscere alla mia nazione... sono cos gentili... be', avevo scritto una poesia di quattro pagine sul sistema nervoso centrale, cos ho cambiato il titolo in Vietnam e in qualche modo  diventata la punta di diamante dell'intera antologia... il New York Times l'ha selezionata per esaminarla... Ecco, mi  capitata in mano la foto. Non pensare che io sia un arrabbiato, in realt faccio solo parte di un movimento nazionale, e nel far progredire me stesso guido l'avanzata dei miei fratelli e sorelle. Vedi, qui... Si frug nelle tasche dei calzoni dal taglio aderente. Jesse l'osserv con apprensione. Monk per aveva un portafoglio in imitazione di pelle di serpente, da cui sfil un ritaglio di giornale premurosamente coperto con nastro adesivo trasparente. A Jesse bast vedere la cura messa nel preservare quell'articolo per rendersi conto all'improvviso che poteva esserci del vero nelle parole di Monk.

Quest'ultimo gli porse il ritaglio e rimase alla finestra, imbarazzato, a mugolare e battere piano le mani.

L'articolo era piuttosto lungo, accompagnato da una foto di Monk, calvo come adesso, con un timido sorriso beato e le borse sotto gli occhi: la didascalia diceva T.W. MONK. Jesse scorse rapidamente la recensione:

... la crescente ironia della distanza tra l'oggetto percepito e l'oggetto concepito nella societ americana ha dato vita a una nuova scuola di poeti dall'animo tragico... per i quali l'unica misura di valutazione storica  la tangibilit... Uno dei poeti in questa piccola e dirompente antologia dichiara che il disegno cashmere  il braille dell'amore / ma le nostre dita devono essere santificate, e il lettore ne esce immensamente scosso, immensamente trasformato. La pi originale tra tutte le voci qui incluse appartiene a T.W. Monk e sembra raccogliere in s le istanze di un intero decennio, forse di un'intera epoca, della nostra apocalittica esperienza americana, nella sua fredda e brillante denuncia della tragedia del Vietnam. Le sue poesie, che dispiace non potere citare qui per intero, racchiudono versi come questi: nutrita nutrita nutrita da piccole arterie / un'epilessia perde i petali / elettrica nei suoi dischi / il cervello che si erge come un pene / oh rendici liberi! rendici primitivi! Ave, carcinoma / del cervello / pieno / di grazia / adesso e nell'ora della nostra nascita / Amen.

Tutto ci aveva poco senso per Jesse, che era comunque estremamente nervoso, per cui restitu il ritaglio a Monk. Questi si affrett a dire: Odio gli esibizionisti, te l'ho mostrato solo come un gesto di... di uguaglianza. Voglio risparmiarti l'imbarazzo di non sapere che io... io sono... be', sono... una specie di tuo pari, dottor Vogel, non nel mondo della realt ma in quello della poesia. Il critico  stato gentile e sensibile, non ti pare? Anche l'altra recensione, che a quanto pare  finita fuori posto, a meno che non se la sia presa qualcuno, si mostra benevola, ma mi sembra che abbia frainteso la mia presa di posizione riguardo al presidente Nixon. Chi l'ha scritta d l'impressione di credere che io attacchi il nostro presidente, quando per me  davvero una specie di eroe... quaggi  un autentico personaggio di culto, il tentativo americano di creare il superuomo... Quando mi buco chiedo solo di essere trasformato in lui durante quell'attimo di luce paradisiaco, lo sai o no? E comunque non attaccherei mai il nostro presidente.

Cos adesso passi il tempo a... a leggere e scrivere poesie? disse Jesse perplesso. Riesci a guadagnarti da vivere?

Mi sono consacrato alla purezza su tutti i fronti rispose Monk. La mia unica debolezza  un desiderio irrefrenabile di barrette di cioccolato ripieno Milky Way. A te piacciono? Scusami per tutte queste cartacce disse imbarazzato mentre gli involucri scricchiolavano sotto i loro piedi come foglie secche. Dall'ultima volta che ci siamo visti sono cambiato molto, Jesse. Completamente trasformato. Dopo Ann Arbor non ricordo molto se non una serie di ospedali... e poi la mia libert, la mia apoteosi. Davanti a te non hai un uomo ma un'astrazione, una pura essenza. Con l'unico debole delle barrette di cioccolato. Devo prendermi cura della mia testa, sai, e l'unico modo per riuscirci  occuparsi dello stelo che conduce verso l'alto. Sono molto reattivo, anche senza bucarmi. C' una battuta che circola al Village: quando T.W. Monk  sballato dovrebbero metterlo nel primo frigorifero a portata di mano. Io per tengo da conto il mio metabolismo perch  il metabolismo di un poeta. Nessun artista desidera farsi curare.

Ti fai di qualcosa? Di speed?

Fino a un terzo di grammo lo reggo bene rispose Monk con un ampio sorriso. Sono T.W. Monk, l'originale. Dovresti vedermi nel mio ambiente. Dammi un'altra chance, potresti diventare affettuoso, dopo tutto gli disse speranzoso. Ma... ma... mi sono consacrato alla purezza... non posso abbandonare il mio pubblico... Per quale motivo volevi vedermi? So che adesso sei un medico, vuoi farmi un esame di routine?

In quel momento cominciarono a battere violentemente dall'altra parte del muro.

Che cosa succede? chiese Jesse allarmato.

Qualcuno sferr un calcio alla porta, che si apr sbattendo contro la parete. Monk si rannicchi con la testa infilata sotto le braccia.

Sulla soglia c'era un ragazzo di poco pi di vent'anni che fissava Jesse.

Stavo solo controllando! strill.

Si volt e se ne and di corsa. Monk chiuse la porta.

Che cos'era... quello? chiese Jesse con un filo di voce.

Conrad. Deve averti visto salire. Non lo biasimo. Hai un'aria cos determinata e pericolosa sussurr Monk. Quando cammini tra noi, la folla si ritrae rabbrividendo. Dottor Vogel, mio caro Jesse, tu non capisci. Tu vuoi ucciderci. Non farlo. Non guardarci cos. Monk aveva cominciato a piangere. Riesco a sentire in te il desiderio di fare qualcosa, dissezionarci, operarci, reciderci i nervi, ripulirci con una paglietta abrasiva ... Oh, ce ne accorgiamo eccome! Conrad per me  come un figlio. Quando se ne va la mia anima lo segue ovunque. Non ferirci, non ucciderci...

Ma perch piangi? chiese Jesse stupito. Non voglio farti del male. Ti ho spiegato il motivo per cui ti ho cercato...

Monk scosse la testa con fare dolente, come incapace di credergli.

Vuoi camminare in mezzo a noi e dividerci, come fossimo le acque del Mar Rosso. Ci calpesti con le tue scarpe, ci fanno male. Guarda il mio povero petto... le braccia, l'interno delle mie braccia... Le tese verso Jesse: un ammasso di cicatrici, lividi, piaghe, vene indurite come cuoio. Vuoi dissezionarci con i tuoi strumenti speciali che per noi sono come rompighiaccio. Credimi. So che sei un chirurgo, ma abbi piet. Muoiono pi persone sotto anestetico che sotto un rullo compressore...

Mia figlia disse Jesse. La ragazza di cui stavi parlando. Sforzati di ricordarla, ti prego.

Tua figlia...

Una ragazza molto carina. L'avrai notata di sicuro, come tutti. Ha i capelli rossi, alta circa uno e sessantacinque, mi ha scritto una lettera e mi ha detto di averti incontrato. Sono mesi che manca da casa.  evidente che voi due avete parlato di me.  andata cos o no? disse infuriato Jesse. Cominciava a dubitare di tutto. Ti prego, Trick, aiutami... devo trovarla... Le voglio bene e devo riportarla a casa, ti prego, potresti aiutarmi se anche solo ricordassi...

Una ragazza. Di cognome Vogel. S mormor Monk. Ho capito tutto. Un ragazzo in preda alla passione che ha cercato di uccidermi disse Monk ricominciando a piangere. Le lacrime gli si raccoglievano nelle increspature del volto. Una ragazza. Ma mi servono soldi. Oggi ho la mente lucida e riesco a organizzare piani per il futuro, a parte per quanto riguarda il mio taccuino, ma mi diranno dov' se riesco a farmi vedere in strada. Mi sento molto lucido oggi. Mi servono soldi.

Soldi...?

S, soldi. Soldi.

Jesse si sfil il portafogli. Lo apr, vi frug dentro e ne prese un biglietto da cento dollari.

Grazie sussurr Monk.

Sospir. La sua testa era liscia e luccicante, gli occhi infossati ma stranamente dolci, persino innocenti, sinceri come quelli di un bambino. Non ci vedo molto bene. Ma qualunque cosa tu mi abbia dato, ti ringrazio. Sei generoso, lo so.

Sono cento dollari... rispose incerto Jesse.

Non ci vedo molto bene,  inutile disse Monk. Ripieg accuratamente la banconota, se l'infil in tasca e si sedette a terra con un profondo sospiro. Sembrava non essere pi consapevole della presenza di Jesse.

Allora? Che mi dici di Shelley? chiese lui dopo alcuni instanti.

Monk si appoggi con la schiena alla parete. I suoi occhi segnati da pesanti borse si stavano lentamente appannando.

Trick? Trick? Non ti senti bene? grid Jesse. Aspetta, non ti addormentare, mi serve il tuo aiuto. Ti prego. Mi serve il tuo aiuto...

Trick lo allontan con un cenno di mano. Una patata in camicia... distruggerebbe la vita al suo interno... si spaccherebbe e scoppierebbe... Un uovo di Pasqua  quanto abbiamo di pi simile a una divinit. Dall'uovo nasce nuova vita. Dalla patata... germogli... Scosse la testa come assediato da paure, dubbi, difficolt. No, no. Non starmi addosso.

Jesse si rialz. Non ho cercato di ucciderti... non me la ricordo cos... stavo solo tentando di proteggermi e ho provato a spingerti via da me, tutto qui... io non...

Osserv Monk mentre si addormentava o cadeva in uno stato di semi-incoscienza. Alla fine gli parve di essere solo nella stanza. Era solo. Monk se ne stava seduto con la pancia grottescamente strizzata nella camicia in lunghi crinali lardosi, con la testa riversa contro il muro, gli occhi semichiusi. Jesse cap di essere solo.

Cerc Shelley altri tre o quattro giorni a New York, alla fine si arrese e torn a casa.
10

Caro dottor Vogel,

qui  tutto antico & in rovina. Il sole ha fatto il suo lavoro, e si vede. La Terra  un unico corpo gigantesco. Siamo stati alcuni giorni a San Angelo, poi ci hanno obbligato ad andarcene. Il sole  ancora freddo. Ti sorge all'interno della testa e la riempie di preoccupazioni. Ho preso nota per te dei posti dove sono stata. Eccoli: Best, le Glass Mountains, le Christmas Mountains. Non ci permetterebbero di attraversare il Rio Grande. Sei sorpreso che sia arrivata fin qui? Sulla mappa ho trovato un nome di un posto che avrei voluto visitare, le caverne di Sonora, ma non ci siamo mai arrivati. Noel vuole tornare in California per incontrarsi con qualcuno a Best, Texas.  una citt. Ci siamo arrivati e poi ce ne siamo andati. Luth, che  nostro amico e ci sta dando un passaggio attraverso il paese mi ha preso in disparte & mi ha detto di tornare a casa. Ha detto che mi darebbe lui i soldi per il biglietto dell'autobus. Ha la pelle bruciata dal sole del deserto anche se non fa ancora caldo. Siamo in inverno.

Per un po' Noel  stato in Texas sotto il nome di Judge Roy Bean. Io ho paura del sole, mi fa lacrimare gli occhi. Ho paura che un giorno striscer in mezzo al deserto a lasciarmi morire. C' qualcosa che sgorga da me, come pus, ma  chiaro e profumato. E se lo spalmassi su un pezzo di carta e te lo spedissi per fartelo analizzare, pap? O avr un bambino oppure ricomincer a perdere sangue, non so che cosa succeder, le mie viscere dovrebbero gonfiarsi di un bambino oppure assottigliarsi e sanguinare ancora, ma non lo fanno. Noel dice di non preoccuparmi.  lui la mente superiore. Luth non ci capisce.

Sogno che voli in aria intorno alla mia testa, con becco & artigli & ali che sbattono. Se solo tu mi perdonassi, sarei libera.

Con affetto,

Shelley

Caro dottor Vogel,

 difficile trovare un posto per dormire, e la spiaggia di Venice  molto dura. Noel  stato via per una settimana che io ho trascorso in compagnia di persone fantastiche. Lui dice che dovresti bruciare tutte le mie foto insieme ai miei certificati; dice che viviamo in un'epoca di magia malvagia.

Credo di avere perso tipo una tazza di sangue tutta in un colpo - mi  uscita in un giorno solo, poi nient'altro. Adri, una ragazza di qui, dice che dovrei prendermi cura della mia salute, le ho detto che mio padre  un dottore famoso & non dovevo fare altro che scrivere a casa per avere una diagnosi gratis. Ho i vestiti macchiati di pus.

Non venire a Venice Beach perch me ne sar gi andata da qui & continuer a spostarmi.  passato un anno da quando ho lasciato casa? Quaggi non riesci a distinguere le stagioni. Non so mai qual  il giorno della settimana e nemmeno il mese. Credo che sia gi marzo.

Hai bruciato le mie cose come ti ho detto?

Mi fa male il cuore per il sole che ho preso in tutti questi mesi & perch continuo a vedere uomini come te. Ne ho visto uno per strada, giusto stamattina. Non eri tu. Oppure s. Noel se ne va perch io lo deprimo ma non posso farci niente. Dice che mi ama, ma che io lo butto gi di morale. Adora i miei capelli e me li lava, me li strofina con un asciugamano. Ho visto uno camminare per strada, credevo fossi tu. Tu. Non eri tu. Non so. Volevo inseguirlo e gridargli di lasciarmi in pace. Tutti mi chiedono che cosa mi hai fatto per spingermi a odiarti tanto e io provo a raccontare loro di come fossi io la cattiva di famiglia, della magia malvagia che viveva dentro me, e non dentro te o la mamma. Io sono la cattiva di famiglia con le persone che mi camminano dentro la testa. Non posso smettere di pensare. Sono stata sballata per otto giorni & non riuscivo a tornare in me, e alla fine sono crollata di colpo.

La mia pancia, dove dovrebbe esserci il bambino,  vuota. Pap, spiegami esattamente come pu esserci abbastanza posto qui perch cresca un bambino. Noel se ne sta sdraiato con la testa appoggiata al mio stomaco ma non sente niente. Adesso non sono pi il Feticcio. Dice che in me si  esaurito tutto.

Non venire a cercarmi altrimenti Noel ti uccider.

Con affetto,

Shelley

Caro dottor Vogel,

ti sei chiesto dove mi sono cacciata per tutto questo tempo? Pensavi fossi morta?

Il Bianco Angelo della Morte.

Indovina come siamo arrivati a Yonge Street, indovina come abbiamo superato il confine!!!!

A Toronto la gente sembra moltiplicata, perch  una strana citt o io adesso sono esausta. Siamo in aprile e comincia a far caldo. Qui incontro persone che conoscevo a casa, credo: non sono le stesse, ma ci somigliano. Perch? Al mondo c' solo un certo numero di facce disponibili e vengono usate pi e pi volte? Pap, dovresti vedere che faccia ha Noel quando  arrabbiato. In lui c' tutto. La sua testa incombe su di noi come il sole. Mi ha detto di non scriverti pi, ecco perch non ti ho scritto per cos tanto, lui pensa che tu tragga forza dalla nostra malattia. Noel  stato via per tre giorni, non so dove. Non mi importa per quanto se ne sta via. Quando se ne va io non ho fame e non penso a niente. Quando se ne va non ho alcun problema, perch riesco a ricordarmi chi sono solo quando lui  con me. Da sola me ne sto a fissare il muro & non voglio niente.

Se tu venissi adesso non mi riconosceresti. La mia faccia adesso non  pi la stessa. Mi sono liberata di te. Mi ricordo di te solo a sprazzi, quando nella mia testa le cose vanno male.

Io qui sono l'Angelo della Morte, sono caduta da un davanzale ma non mi sono fatta niente. Niente sangue. Adesso in me non c' sangue. Ho visto arrivare la strada & mi sono lasciata andare, mi sono abbandonata a lei, non esiste opposizione tra spirito e materia se sei in grado di dominarti. Me l'ha insegnato Noel.

Piangevano per me, persino Noel. Il Bianco Angelo della Morte. Ma non sono morta. Mi sono risvegliata. Ho pensato che saresti venuto da me & mi avresti portato a casa, cos ho provato ad alzarmi e ad allontanarmi, ma Noel mi ha detto no, no, di sdraiarmi & riposare. Sei il mio angelo dice Noel, non aver paura. Sfrega la fronte contro la mia & le nostre lacrime si incontrano. Siamo nati con la stessa paura, di venire divorati da te.

Noel non parla di suo padre ma io lo vedo: scorgo la sua ombra, la sua forma, nella nuca di Noel.

Io sono il Bianco Angelo della Morte e adesso nessuno pu uccidermi, nemmeno tu.

Hanno ucciso un membro della nostra famiglia. Randall, il soldato con le fossette. Non te ne ho mai parlato?  uno dello Iowa che ha disertato, ma i renitenti alla leva di qui lo snobbano. Sono cos chiassosi e sempre cos arrabbiati. La rabbia non va bene. Randall ha mollato calci dappertutto & con la mano per sbaglio ha sfondato una finestra & per la sorpresa  morto. Non  colpa di nessuno. Qualcuno ha lasciato una scopa sul pianerottolo. Scarafaggi. Schegge di vetro dappertutto. Ho cominciato a piangere, dovevo sdraiarmi nel vetro ma Noel mi ha afferrato per la nuca & ha detto Prega per noi! Aiutaci! Randall  rimasto sballato per tanto di quel tempo che il suo cuore ha ceduto. Avresti dovuto vedere gli angoli della sua bocca rossi di sangue & il sangue che gli usciva dal naso & dalle orecchie. Saint John, che  venuto a stare da noi, ha cominciato a piangere. Sul pianerottolo c' la scopa che ha lasciato qualcuno ma non ce l'ho fatta a spazzare i vetri. Sono troppo stanca. Noel  stato via tre giorni ma Saint John  qui. Di fuori, per la strada, ti sei moltiplicato, pap, mille volte. Non posso uscire a causa tua. Hanno trascinato Randall gi per le scale dicendo che era ancora vivo, ma io ho capito che lo portavano all'ospedale, per stava arrivando la polizia e l'hanno lasciato gi, sulla soglia dell'Hacienda, ma se  morto non  colpa di nessuno. Noel  infuriato con qualcuno dell'Hacienda. Se Randall  morto non  colpa di nessuno. Lo giuro.

Con affetto,

Shelley
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Che cosa vuoi farle?

Riportarla a casa.

Come?

Riportarla a casa.

S, ma come? Come ce la riporterai?

Guid da Chicago a Detroit ripensando all'ultima conversazione con sua moglie - alla sua espressione prudente, incredula, impaurita - al modo in cui continuava a fissarlo. S, ma come?

Ce l'avrebbe fatta. Avrebbe riportato a casa Shelley.

Anche se aveva trascorso gli ultimi mesi quasi in letargo, come se avesse esaurito le forze, anche se all'ospedale si era ritirato nei compiti di amministrazione, sentendosi troppo stanco e insicuro per trattare con i pazienti, ora si sentiva energico, persino giovanile. Aveva l'impressione che nulla potesse fermarlo. Avrebbe guidato fino a Toronto, trovato sua figlia e l'avrebbe riportata a casa.

Vuole che io la trovi, disse a sua moglie.

Helene si era premuta le mani contro il viso. A che cosa pensava? Che cosa vedeva? Sarebbe meglio considerarla morta, aveva detto stancamente Helene.

Jesse invece guid da Chicago a Detroit, dove si ferm a riposare mezz'ora, dopodich, mosso da un'energia che non provava da anni, aveva attraversato la galleria tra gli Stati Uniti e il Canada. Lo fermarono alla dogana. Nazionalit? Che cosa trasporta in Canada? Con s aveva solo una valigetta e la sua borsa di pelle, una lettera da parte di un docente della McGill Medical School e la pistola che si era comprato anni prima, nascosta nella tasca della giacca, all'interno, cos da sentirsela sul lato del petto. Il doganiere canadese si sporse nel finestrino dell'auto, una Cadillac nera dai vetri oscurati, e osserv con aria rispettosa il sedile nero.

Niente da dichiarare? chiese.

No rispose Jesse. Si sentiva perfettamente calmo.

Con un cenno il doganiere gli fece cenno di andare.

Cos attravers il confine con il Canada senza alcun problema. Una bella fortuna. Lui aveva sempre avuto fortuna.

Arriv a Toronto in prima serata. Gli occhi gli bruciavano per tutto quel guidare e per l'aria acre, pervasa da una labile sfumatura giallognola, ma si sentiva tranquillo. Era il peso stesso della sua auto costosa e rispettabile a renderlo tranquillo. Cinque, sei lettere di Shelley stavano aperte sul sedile del passeggero, e quando doveva fermarsi a un semaforo gettava loro un'occhiata, scorrendo quelle righe familiari. In loro udiva la voce di sua figlia che lo chiamava. Lo stava chiamando di sicuro. Indovina come siamo arrivati a Yonge Street... Quella lettera gli era arrivata solo il giorno prima: lei lo stava chiamando, non aveva dubbi.

Era una sera d'inizio aprile. Jesse sent la brezza fresca soffiare dal lago e si immagin che questa citt del Nord fosse pi pura di quelle che aveva conosciuto negli Stati Uniti. Invece sembrava una qualsiasi citt americana: le strade affollate, le luci al neon, le svolte a destra bloccate, i camion, gli autobus, la gente che attraversava agli incroci e, quando finalmente arriv a Yonge Street, la confusione di colori e vestiti; giovani con coperte avvolte intorno alle spalle, pantaloni e camicie sfrangiate, ragazze che potevano essere sua figlia sedute con la schiena appoggiata agli edifici che fissavano la strada con volti pallidi, vuoti ed esausti, eppure in attesa, come se aspettassero proprio Jesse. Come se aspettassero qualcosa.

Tutte quelle persone lo confondevano. Era venuto fin qui solo per perderla un'altra volta, in un'altra folla? Sent la propria energia vacillare. A che cosa serviva, si chiese tristemente, una vita dedicata a spiegare, a trovare un ordine nel caos, a esaminare, analizzare, diagnosticare, correggere, curare? A che cosa serviva ora che si trovava in una strada come questa, ad affrontare la folla e il traffico, e avrebbe dato tutto solo per un po' di aria fresca? La sua vita, la sua stessa identit, non significavano nulla per queste persone. Vagabondavano smaniose, come una trib di nomadi inebetiti, una valanga umana che scivolava ottusa per le strade del centro quasi alla ricerca di una folla pi ampia, un'immensa e dolce moltitudine, una gigantesca coscienza da cui lasciarsi accogliere...

Rinunci a cercare un albergo dove fermarsi. Non c'era tempo. Sentiva che doveva trovarla prima che passasse un'altra notte. Di notte poteva accadere qualsiasi cosa. Parcheggi l'auto e and a Yonge Street a osservare la folla. Dunque era questa Yonge Street? Il centro della citt? Il centro del mondo per lui, per Shelley? Il mondo si era ridotto a questa strada. Avrebbe cominciato cos, percorrendola in una direzione... Camminava in fretta, un uomo alto con un cappotto scuro molto leggero, e osservandosi riflesso nel mucchio di vetrine si accorse che avanzava troppo rapidamente, quasi correva, era uno dei pochi per strada a muoversi a passo spedito. Qualcuno gli si avvicin: un ragazzo con i capelli lunghi e ricci, sulle stampelle, che con voce frignante gli fece capire che gli serviva un dollaro. Odore rancido di carne non lavata. Jesse scosse severo la testa, no, vattene, lasciami in pace, e pass oltre. Si rese conto, per, che vestito cos doveva avere un'aria fuori luogo, da straniero. Era evidente che non apparteneva a questa parte della citt.

Senza smettere di camminare si sfil la cravatta e se la ficc in tasca. Poi fu il turno del cappotto, per cui comunque faceva troppo caldo, che si appoggi al braccio. Aveva un'aria meno sospetta? Dagli occhi vitrei e annebbiati dei giovani che gli passavano davanti cap che non aveva ancora l'aspetto giusto. Era troppo vecchio.

Dunque era questa Yonge Street?

Si avvent a capofitto tra odori di cibo, vapori, folate rancide e intime e accoglienti. Una zaffata di profumi esotici da un mercato di frutta a cielo aperto. Un mercato della carne con oggetti penzolanti, spennacchiati, raggrinziti, decapitati. Piccole ali rinsecchite. L'odore di sangue e segatura. E tutti i ristoranti: pizzerie, caffetterie, posti che servivano hamburger, praticamente dei semplici banconi. Jesse sbirci esitante nei locali. La strada era invasa dal frastuono della musica proveniente da negozi di dischi in concorrenza tra loro. Squilli di altoparlanti. Il rumore era tale, pens Jesse, che nessuno sarebbe riuscito davvero a sentire o persino a vedere qualcun altro; il baccano e la ressa avrebbero confuso persino qualcuno che osservasse dalle finestre dei palazzi, in attesa di Jesse.

Allo scattare del semaforo, un gruppo di persone gli venne incontro attraversando la strada: prese una per una, apparivano pi dure, irritanti e minacciose. Da lontano, invece, la folla sembrava scorrere fluida e gentile, nonostante il fracasso. Si sent rianimato da una sensazione di sicurezza: tra tutta quella gente, lui era l'unico a sapere esattamente, esattamente, che cosa voleva. Gli altri giravano in tondo impotenti. I gruppi di persone si muovevano seguendo una specie di ritmo, respirando all'unisono con la musica degli altoparlanti. Temendo di perdersi qualcosa, Jesse fissava i volti che gli passavano accanto e all'improvviso sent un confuso dolore tra gli occhi. La riconoscerai dopo tutto questo tempo? aveva mormorato sua moglie con un gemito. Lui per continuava a camminare. Osservava i gruppi di persone senza riuscire a individuare un centro, un punto preciso in cui fissare lo sguardo. Ecco il problema: forse lo percepivano persino i giovani stessi, queste sconcertanti creature asessuate con le lunghe gambe fasciate nei pantaloni, i capelli crespi e i volti laconici e gradevoli che gli passavano davanti senza sforzo, come in un sogno, senza un centro, un nucleo, una meta. Jesse sentiva che se avesse allungato la mano per toccare uno di loro non avrebbe sentito nulla, le sue dita avrebbero brancolato perdutamente nell'aria.

Questa era Toronto: una citt in un paese straniero, ma che sembrava come tutte le altre. Di tanto in tanto scorgeva uomini simili a lui, uomini in completo e cravatta, s, vestiti in abiti convenzionali; coppie, turisti benestanti con macchine fotografiche, persino un giovane marinaio che all'improvviso gli ricord dolorosamente suo cugino Fritz... anche se erano decenni che non lo vedeva e non pensava a lui. In fondo sembrava una citt degli Stati Uniti. Le facce di Chicago e New York. La stessa marea di frammenti, le stesse conversazioni captate di sfuggita, forse qui c' persino un altro Jesse da qualche parte, nascosto nella folla, sull'altro lato della strada, a caccia... un Jesse sovrappeso e sudato, che si affretta a tenere il passo con questo Jesse scarno e divorato dall'ansia? Un giovane Jesse terrorizzato, tutto pelle e ossa, incalzato da questa ondata confusa?

Jesse prov a distinguere l'orizzonte, ma era nascosto da alti edifici, oscurati a loro volta da una foschia di insalubre luce dorata. Anche l, in quel cielo invaso dall'ombra, c'era un'altra variante di se stesso che lo osservava, smaniosa di attirare a s la vuota, radiante, smaniosa identit di Jesse? Desiderosa di purificarsi finalmente dopo tutti quegli anni?

Si scontr con un ragazzo grasso che usciva da una caffetteria. No, era una ragazza, mostruosa nei suoi pantaloni bianchi a zampa di elefante. Lei gli rivolse una smorfia ghignante e lui mormor una scusa, sentendosi avvampare. Aveva urtato un'estranea. Aveva toccato la sua carne. Superato un altro quartiere sent il bisogno di sedersi: entr in un bar e prese posto a un tavolo vuoto, sopra una sedia con una gamba pi corta delle altre. Il locale era gi affollato, nonostante fosse sera presto, ragazze e ragazzi con le gambe in costante movimento e le voci che si alzavano come scoppi di musica stridula... Ordin un bicchiere di birra. Una ragazza con un volto glaciale e brillante gli pass accanto e si chin come per scrutarlo in volto. Lo fiss rude: indossava un costume simile a una tenda, numerosi strati di pizzo bianco che la fasciavano come una specie di sudario. Il Bianco Angelo della Morte. Jesse le sorrise freddamente e si allontan. L'alcol poteva placare quella pressione che avvertiva sempre pi forte sulla sommit del cranio. Non voleva essere precipitoso n lasciare carta bianca all'ansia. Sarebbe stato imprudente dimostrarsi troppo ansiosi riguardo a qualsiasi cosa. Cos si commettevano errori fatali.

La ragazza vag fino a un altro tavolo e fiss in volto un altro uomo.

Jesse fin la birra e torn alla toilette. Si lav la faccia e i polsi. Dovette appoggiare il cappotto su un sudicio bidone della carta straccia. Sulle pareti della toilette le solite parole e i soliti disegni, la curiosa rappresentazione del cadavere di una donna con il cuore e i polmoni esposti; il sacco dello stomaco, le volute degli intestini e l'utero resi con grande accuratezza. Jesse si trov a esaminare il disegno, stupito della sua qualit. Gli organi erano raffigurati secondo le proporzioni corrette. E al centro esatto del piccolo utero c'era un occhio, elaboratamente inchiostrato.

Jesse spost la pistola dalla tasca della giacca a quella dei calzoni. Era voluminosa, ma adesso se la sentiva pi vicina, compatta e rassicurante.

Bevve un'altra birra e quando torn in strada si sent rinvigorito. L'acqua fresca e la birra l'avevano rinfrancato. Questa parte della strada aveva un aspetto pi rassicurante: negozi di lusso e gallerie erano inframmezzate da negozi squallidi, negozi di armi e attrezzature da campeggio, negozi di dischi che strombazzavano musica assordante, immensi negozi dalle vetrine gremite di costosi stereo e apparecchi hi-fi. Si trov accanto alcuni ragazzi che mendicavano. Chiedevano la carit senza imbarazzo ma anche senza insistenza, allungando la mano fino a sfiorare i gomiti dei passanti ma non arrivando a toccarli davvero. Un giovane emaciato con uno zaino di tela sulle spalle stava in piedi sul bordo del marciapiede con la mano tesa in silenzio. Nessuno gli badava. Una ragazza con il petto e il ventre piatti si aggirava scalza, lo sguardo impietrito come quello di una statua. Impossibile mettere incinta una femmina del genere, pens Jesse d'istinto. Lei gli gett un'occhiata ma parve non vederlo. Non era nemmeno pi una femmina, capace di accorgersi del maschio in lui. Non ti vedo, sembrava dirgli. Jesse si rese conto che sarebbe stato inutile rivolgere la parola a uno qualsiasi di questi giovani, persino cercare di avvicinarli... Mentre camminava si accorse di edifici pi recenti: acciaio, vetro, cemento, murali, mosaici che riflettevano l'intrico delle luci al neon, e anche sui gradini di questi nuovi e bellissimi palazzi erano sedute persone con la stessa espressione esausta e ciecamente rassegnata che Jesse aveva visto nel volto dei suoi pazienti allo stadio terminale.

Un ragazzo dai capelli lunghi vendeva giornali. Li reggeva in alto per mostrarli ai passanti, ma pochi lo degnavano di uno sguardo. Aveva un viso selvaggio e sfinito, una ridicola capigliatura irsuta. Non mostr alcun segno di sorpresa quando Jesse si ferm a dargli un quarto di dollaro per un giornale.

Era di piccolo formato, con una copertina a strisce rosse, bianche e blu. Il nome della testata era La Voce del Buco e il titolo principale dichiarava NIXON PREPARA CAMPI DI CONCENTRAMENTO. Gli altri articoli riguardavano le attivit di agenti dell'FBI, la lista dei ricercati negli Stati Uniti, un picnic di gruppo organizzato da freak e renitenti alla leva che a quanto pare era stato interrotto con la forza alcuni giorni prima e il primo ministro Trudeau, definito il burattino canadese degli imperialisti guerrafondai. All'interno una vignetta sbavata mostrava un ciccione di mezz'et che puntava una pistola alla testa di un bimbo dai capelli lunghi, presumibilmente suo figlio. MORIREMO TUTTI PER IL NOSTRO PAESE, diceva la didascalia.

Jesse scorse il resto del giornale e lo gett in un cestino. Sentiva i suoi sensi accelerare in un'ansiosa anticipazione impaziente. L'avrebbe trovata e riportata a casa. Non avrebbe fallito. L'altro Jesse lo incalzava, sembrava tendergli le gambe in avanti, sempre avanti. Cos stava sprecando tempo. Perch si era distratto con quel giornaletto? Tempo perso, tempo perso! Pass davanti a negozi di tappezzeria con sedie di antiquariato rivestite di broccato o seta costosa; gallerie con enormi dipinti sgraziati, pi che altro sferzate di colore; squallide librerie di tascabili; negozi che vendevano cibi naturali; un negozio di abbigliamento a buon mercato... Jesse vi entr d'impulso: compr una camicia scura di un jersey scadente da infilarsi sopra e chiese al commesso di togliere spille e targhette. Poi, mentre il ragazzo batteva sul registratore il prezzo del suo acquisto, gli venne in mente qualcos'altro: dei pantaloni nuovi. Scelse un paio di calzoni kaki per 3 dollari e 98, con risvolti standard. In un camerino piccolo, pieno di scatole e carta velina dappertutto, si disse che erano della lunghezza giusta - un po' corti, forse, ma potevano andare. Perci trasfer l'intero contenuto delle proprie tasche in quelle dei nuovi pantaloni, pistola compresa, si infil la camicia e chiese al commesso di mettergli i vestiti di prima in una borsa di carta. Una volta per strada la scaravent in un bidone della spazzatura, sollevato di essersene sbarazzato tanto facilmente... Ma c'era dell'altro... ancora qualcosa di cui liberarsi... Si sfil il portafoglio, ne tolse i soldi e lo mise nella borsa. In questo modo non avrebbe avuto documenti con s qualora fosse successo qualcosa. Sarebbe stato impossibile identificarlo. Se invece tutto fosse andato liscio, pens distrattamente, sarebbe potuto tornare a piedi per questa strada e recuperare il tutto dal bidone della spazzatura... doveva solo imprimersi nella mente la sua posizione...

Adesso si sentiva agile e pieno di energia. Non poteva fallire. Entr in una cabina telefonica e scorse l'elenco alla ricerca del Ristorante Hacienda. Alla voce RISTORANTI trov un locale detto Yonge Hacienda. Bene. Doveva essere quello. Si trovava solo a pochi isolati. Mentre si avvicinava, sul lato opposto della strada vide un grosso caseggiato: probabilmente era l che viveva Shelley. Lass, dietro una di quelle finestre sudicie, sua figlia stava aspettando. Lo osservava? L'edificio di cinque piani in stile vittoriano era decrepito eppure ancora notevole, nel suo stile uniforme e severo. Il pianterreno, per, almeno lungo la strada, era stato migliorato con una nuova facciata. C'era un emporio con la parte anteriore di piastrelle bianche, una pizzeria all'aria aperta, tutta in vistoso legno rosso; un negozio di abbigliamento con una facciata bianca e nera e un'insegna penzolante sulla soglia con un ragazzo o una ragazza con un filo di campanelline tintinnanti appeso al collo. La Hacienda era un ristorante ordinario che aveva come insegna un vivace sombrero arancione. Jesse attravers la strada. Alcuni giovani erano seduti sui gradini che conducevano a una porta socchiusa da cui Jesse scorse vagamente parte di una scala. Un ragazzo allung un piatto con dentro pochi spiccioli. Jesse si avvicin al gruppetto, consapevole di quanto dovesse apparire loro alto. Anche se faceva piuttosto freddo, un ragazzo era a torso nudo, con i capelli raccolti in un'unica treccia spessa che saliva proprio dalla cima del cranio, legata con degli elastici. Nel suo volto tutto tendeva verso l'alto. Le sopracciglia sembravano permanentemente inarcate. Non doveva avere pi di vent'anni, ma i suoi occhi infossati avevano lo sguardo confuso e infantile che Jesse aveva colto in quelli di Monk. Tese il piatto verso Jesse.

Tutta quelle gente avviata alla morte!

Accanto al ragazzo stava seduta una ragazza, abbandonata a terra come se non avesse pi energia. Doveva essere sui diciott'anni e portava un abito verde sbiadito, forse un sari, gettato con noncuranza sulle ginocchia. Allungava i piedi sporchi, piccoli, graziosi e dalle punte arrotondate, dentro sandali ornati di perline. A colpire Jesse fu il suo volto sonnolento e macchiato, con sbaffi di un grasso unguento blu sulle palpebre e un puntolino dello stesso colore al centro della fronte. Aveva capelli castani lunghi fino alla vita.

Il ragazzo gli chiese qualcosa; Jesse riusc solo a cogliere la parola nutrizione. Si sfil una banconota di tasca e la mise sul piatto. Sorrise loro educatamente. Sto cercando qualcuno che forse voi conoscete disse. Loro lo fissarono con sguardo vuoto. Jesse sent il cuore allargarsi per la speranza che la sua astuzia andasse a buon fine. Un giovane di nome Noel. Non gli devo dare brutte notizie. Niente di grave.

La ragazza l'osserv senza battere le ciglia.

Conoscete qualcuno di nome Noel? chiese Jesse. Vive qui?

Quelli scossero nervosamente la testa, no, non lo conoscevano, non conoscevano niente. Jesse ebbe l'impressione che avessero paura di lui. Avrebbe voluto consolarli: rimase fermo l a guardarli confuso e pensoso, mentre un'altra parte di lui lo incalzava a rimettersi in marcia.

Scusate, vi dispiacerebbe lasciarmi passare? chiese Jesse.

Si mossero subito. La ragazza si rialz goffamente mentre il ragazzo con il piatto si spost piano sul fianco, puntandosi sulle cosce. Un altro ragazzo - Jesse pensava fosse un ragazzo - scivol dai gradini e si accovacci sul marciapiede, fissando Jesse attentamente. I loro visi non mostravano vera preoccupazione ma solo un momentaneo disagio. Avevano l'aspetto delle vittime di guerra, fotografate per illustrare l'anonimato della guerra.

Quando mise piede nell'atrio buio, avvert un'intensa e spensierata felicit. Gli parve di tornare a casa. Le scale buie che salivano ripide davanti a lui potevano essere un trucco, un fasullo ostacolo di cartapesta che si sarebbe afflosciato sotto il suo peso. Lui, per, sarebbe giunto fin dove si era prefisso di arrivare. Era buio: bene. Aveva bisogno di oscurit in cui respirare a fondo, da solo. Le luci della strada alle sue spalle sfarfallavano proiettando una grande e confusa ombra di Jesse sulle scale. L'ombra si mosse in fretta, increspandosi mentre saliva rapida i gradini.

Il caseggiato era vecchio, trascurato e maleodorante. Jesse non se ne stup. Rifiuti sul pavimento, un mucchio di cartacce e spazzatura. Nessuna luce sul pianerottolo. Nessuna chiave nella porta d'ingresso. Chiunque poteva entrare nell'edificio. Chiunque poteva salire senza problemi le scale. Sarebbe stata la fine se ogni cosa al mondo avesse aperto le proprie porte in modo cos servizievole, come in un sogno! Sentiva il sangue pulsargli con decisione nelle vene. Era cos pieno di forze, con la schiena all'improvviso cos salda e vigorosa... Non si ferm finch non arriv al terzo piano. Si avvicin a una porta socchiusa dal cui interno proveniva la musica di una radio. Jesse buss educatamente. Una ragazza in abito corto, o forse era una camicia da uomo portata come un vestito, sporse la testa.

Sto cercando un ragazzo di nome Noel.  biondo...

Oh, quelli. Al piano di sopra disse allegra la ragazza.

Jesse la ringrazi.

Al piano superiore si avvicin a una porta dipinta rozzamente con una specie di arcobaleno mentre il resto del corridoio era di un verde spento, monotono. Sulla porta era raffigurata una coda di pavone. Era stata Shelley a dipingerla? Stava per aprire senza bussare quando qualcosa dentro di lui lo ferm. Aveva cominciato a sudare. Non serviva a nulla essere troppo agitati, troppo nervosi: cos si rischiava di commettere errori fatali... Quella porta era avvolta da un significato profondo. Una volta aperta, non avrebbe mai potuto richiuderla. Una volta aperta, sarebbe dovuto entrare.

In corridoio una lampadina bruciata. Nessuno in giro. Nessuno a guardarlo.

Gir la maniglia.

Non era chiusa a chiave. Apr la porta lentamente, di soppiatto. Si trov in una stanza che doveva essere stata una cucina, ma per qualche motivo era stata privata dei fornelli. C'erano buchi nell'intonaco dove erano stati strappati. Invece era rimasto il frigorifero, coperto di sporco e di graffi, con lo sportello decorato da una versione in scala ridotta della coda di pavone. Uno spettro di colori vivaci, sbavato come se l'avesse dipinto un bambino. Jesse storse il naso per la puzza. Gli scarafaggi si aggiravano liberamente nel lavello e lungo le tavole del pavimento di legno.

C' nessuno? chiese.

In un'altra stanza qualcuno schizz in piedi e gli corse incontro. Jesse lo vide fermarsi sulla soglia e guardarlo a bocca aperta. Era alto pi o meno quanto lui. I capelli ricci, di un biondo argenteo, gli cadevano sul viso in boccoli umidi.

Chi sei? Che cosa vuoi? chiese l'uomo.

Jesse stim che fosse sui trent'anni. Era magrissimo. Aveva il petto emaciato, le scapole che sembravano vacillare in avanti e un viso cos scarno da apparire severo, ascetico.

Sono un amico... disse Jesse con il volto impietrito in un sorriso rigido, appena abbozzato. Alz le mani come a mostrare che non portava nulla con s, che era disarmato.

Vieni dalla clinica della pace? domand dubbioso l'uomo.

S rispose Jesse.

 venerd sera, allora? disse l'uomo osservando disorientato Jesse. No, non  venerd sera. Non  venerd sera.

Gli cadde lo sguardo sui calzoni di Jesse, che si abbass la camicia senza smettere di sorridere. In quanti abitate qui? chiese guardando oltre la spalla dell'uomo. La stanza accanto non era molto pi ampia della cucina. C'era qualcuno seduto accanto alla finestra, il viso rivolto verso di lui. Altre due figure erano sdraiate su un materasso steso sul pavimento. La stanza era piena di scatole e cianfrusaglie, mucchi di vestiti, asciugamani. Jesse vide l'intera stanza in quel primo istante, ma poi gli parve di non riuscire pi a metterla a fuoco e rimase l, con gli occhi sgranati, impotente.

Che cosa vuoi? chiese serio l'uomo con i capelli biondo-argentei.

Ti chiami Noel?

L'uomo non si tir indietro. Aveva il viso smunto, ma duro e rude, la mascella come un pugno.

Che cosa..? Chi...? Io sono Saint John disse con un inchino ironico.

Tu non sei Saint John! grid la persona accanto alla finestra, schizzando in piedi. Sono io Saint John!

Noel se n' andato. Ha tagliato la corda. Sparito. Non  a Toronto stanotte disse il biondo guardando Jesse con occhi spalancati. Un sorriso nervoso comparve sulle sue sottili labbra insolenti.

Il ragazzo accanto alla finestra corse di l e prov ad afferrare la mano di Jesse. Non  lui Saint John, sono io Saint John. Non mi molla da quando sono arrivato. Vuole impadronirsi della mia identit. Saint John sono io, nessun altro ha il diritto di affermare di essere Saint John... Il ragazzo era pi giovane dell'altro, ma non di tanto; a dire il vero non era affatto un ragazzo. La sua faccia butterata brillava di angoscia. Jesse non gli bad e torn a osservare la coppia sul materasso - due ragazzi, uno, seduto, con i capelli arruffati e i baffi scuri incolti, l'altro disteso inerme sulla schiena, le braccia incrociate sullo stomaco come se qualcuno gliele avesse collocate in quella posizione.

Jesse si sent martellare il cuore. Non poteva avere fatto tutta quella strada solo per fallire...

Tu non sei Saint John! grid il ragazzo. Perch mi perseguiti, Noel? La tua anima non ti basta? Perch vuoi impadronirti di noi?

Si aggrapp al braccio di Jesse e cominci a piangere. Noel vuole impossessarsi della mia identit. Vuole spacciarsi per l'autore delle Rivelazioni, il lavoro di tutta la mia vita, vuole attribuirlo a s...

Stanotte Noel non  in citt disse il biondo. Non lo troverai.  a Montral per lavoro.

Quando dovrebbe tornare? chiese Jesse.

Noel  malvagio. Noel non esiste. Noel non ha un'anima sua grid rabbiosamente il ragazzo.

Vuoi lasciargli un messaggio o consegnargli qualcosa? chiese il biondo.

Jesse stava tremando. Quei due se n'erano accorti? Il ragazzo, per, era troppo fuori di s, continuava a gemere e a saltellare intorno cercando di tirare Jesse per il braccio, mentre il biondo, con le mani sui fianchi, aveva un aspetto severo e una luce davvero violenta, selvaggia e brutale negli occhi, come se anche lui nascondesse il proprio terrore.

No, nessun messaggio. Niente disse Jesse.

E allora perch sei qui?

Non ci hai portato niente? strill il ragazzo seduto sul materasso. Anche se la sua voce mostrava delusione, schizz in piedi come una molla e si avvicin a stringergli la mano. Mi chiamo Wolcott e vengo da Peoria. So che sei americano, lo capisco dall'accento. Di Chicago? Voglio notizie da casa, notizie autentiche, non quello che leggi sul giornale. Voglio degli agrumi. Ho bisogno di cibo, di cibo sano e genuino, e di qualcuno che mi prenda sul serio disse strofinandosi i baffi. Non come questo pagliaccio di Noel, Noel  solo una barzelletta... oh, Noel  malvagio, ma si pu ridere anche della malvagit... Io rido di lei, rido in faccia anche alla morte. Mister, che ci fai qui? Che cos'hai in ballo?

Qui con voi vive qualcun altro? chiese Jesse.

Oh, nessuno, nessuno! La gente va e viene, non possiamo tenere il conto. Quello laggi  il mio fratellino. Siamo tutti accampati qui, ci aiutiamo a vicenda, come una volta nei boy scout... Qualcuno muore anche nei boy scout, ma lo tengono segreto. Tende che crollano, ragazzi inceneriti dal fuoco dei bivacchi o annegati durante le escursioni in canoa. Quelle morti sono tenute segrete, mentre quando capita qui strillano la notizia dai campanili...

Chiudi il becco disse il biondo.

Wolcott schizz via da Jesse, ridacchiando.

Allora sei tu Noel? chiese Jesse al biondo.

L'uomo scroll le spalle.

Il ragazzo sul materasso si mosse irrequieto come se il rumore lo infastidisse. Si terse la fronte con il dorso della mano, proprio come faceva spesso Jesse. Quella stanchezza, quella riluttanza... Nonostante la luce fioca della stanza, Jesse si accorse della sua pelle giallastra.

 malato? chiese.

No. Oh, forse l'influenza, niente di che mormor Noel.

Quale influenza? disse Jesse.

L'influenza. Una qualsiasi. Sta bene.

L'Angelo si riprender non appena arriver il tipo con il cibo disse allegramente Wolcott. Cibo sano che ci ripulir l'organismo. Noel non pu pi farcela. Noel si sta spegnendo, eh, Noel? Ha perso i suoi contatti. A dire il vero si sta nascondendo. Gli piacerebbe essere a Montral, certo, ma come fa ad arrivarci senza farsi vedere per strada...?

Jesse si avvicin al ragazzo sul materasso. Abbass lo sguardo - il suo cuore martellava in quel modo lento, pesante, convulso - e vide che non era affatto un ragazzo, ma una ragazza, con i capelli rasati irregolarmente fino al cranio, il volto giallo, devastato, le labbra incrostate di una sostanza secca e irrancidita.

Shelley...? disse.

Le serve qualcosa per ripulire il suo organismo disse Wolcott con ansia.

Lei sollev lo sguardo verso Jesse. Lentamente, con fatica, si drizz a sedere e lo fiss.

Chi sei? gli chiese in tono piatto.

Questa era Shelley?

La ragazza mormor qualcosa e strisci dall'altra parte del materasso. Indossava jeans e una canottiera da uomo che le penzolava addosso. Era incredibile come fosse diventato gracile il suo corpo: sembrava una bambina di nove, dieci anni.

Jesse si allung verso di lei. Shelley...

No! No! grid la ragazza, alzandosi goffamente e correndo alla finestra. Non ti avvicinare o mi butto di sotto! So chi sei! Ho sentito la tua voce! So chi sei, vuoi uccidermi...

Lei scosse piano la testa per schiarirsi le idee. Aveva la voce rauca e impastata, e sembrava che pronunciasse ogni parola dopo averla cercata a lungo. Jesse si guard intorno attonito. Quest'uomo con i capelli biondo-argentei - Noel, il Noel di tutte quelle lettere che adesso lo fissava con occhi da folle, anche lui in preda all'ansia - sembrava pronto a darsi alla fuga, con i ricci ancora bagnati e la barba ispida che pareva dipinta su una maschera.

E cos tu... tu saresti suo padre, eh? disse Noel. Il dottor Vogel, eh? A quel punto, come tornando in s, scoppi a ridere e allontan Jesse con un cenno. Oh, diavolo, non ti aspetterai che ci crediamo cos! Questa  buona! Tu sali qui dalla strada e... e ti aspetti che noi ci crediamo, come se fossi Dio... Il nostro piccolo angelo non ha niente a che fare con te,  la nostra ragazza, la nostra piccola. Ci prendiamo cura noi di lei.  la nostra sorellina, nostra moglie, la nostra piccola madonna, ancora pochi giorni e le faremo eliminare quel giallo con il sudore. Sar di nuovo bellissima. E chi saresti tu, mister, tu disse infuriato battendo i denti che piombi qui dentro e cerchi di fare a pezzi la nostra famiglia? Ti sei presentato con l'inganno! Pensavo che avessi qualcosa da vendermi! Tutte quelle chiacchiere di Noel, come osi anche solo nominarlo, Noel  al di sopra di tutti i vostri complotti, di tutti gli spioni e i traditori della CIA...

Noel non... non vuole che lui mi si avvicini... mormor Shelley. Si era coperta la faccia con le mani e osservava Jesse tra le dita. Le sue labbra si muovevano a fatica. Se riesce a toccarmi dovr morire...

 gi saltata da una finestra una volta disse infuriato Noel a Jesse, come se fosse colpa di quest'ultimo e adesso siamo al terzo piano! Faresti meglio a lasciarci tutti in pace, ad andartene al diavolo e a lasciarci tutti in pace!

Shelley, ti prego disse Jesse. Non riusciva a crederci: il suo corpo devastato, il suo visino emaciato e raggrinzito... Avanz di qualche passo e lei si schiacci contro la finestra, tendendo le braccia. Qualcuno le aveva rasato quasi a zero i capelli, che ora crescevano irregolari, a ciocche unte color rosso scuro. Questa era Shelley? Quello era il suo volto? Se l'avesse vista per strada non l'avrebbe riconosciuta. Adesso aveva un viso da ragazzo, asessuato, con le guance incavate e gli occhi infossati, segnati da ombre nere simili a lividi. La sua pelle mostrava una decisa e malsana sfumatura giallastra.

Non so chi sei. Non volevo che venissi qui. Non so perch l'hai fatto balbett Shelley. Io vivo qui, questa  la mia famiglia. A loro devo tutto. Noel  mio marito, non tu - non lo sarai mai - e quando avr un bambino sar figlio di tutti loro, e non tuo. Perch mi hai cercata? Non posso tornare. Sono prosciugata. Completamente inaridita. Guarda... Si sollev la canottiera per mostrargli il petto - i suoi piccoli seni avvizziti, le costole, il giallo agghiacciante della sua pelle. Sono spenta, una maledizione mi ha spenta del tutto, non so che cosa sia successo al mio corpo - non ha sangue e non ha neanche un bambino - la colpa  di un'apparecchiatura radar della polizia che ci rinsecchisce tutti....

La stai agitando troppo disse Noel. Faresti meglio ad andartene.

Statemi lontani disse Jesse.

Si avvicin alla figlia, che si appiatt di nuovo contro la finestra osservandolo a bocca aperta. Valut la distanza: sarebbe riuscito ad afferrarla se lei avesse cercato di buttarsi...

Io non sono qui. Non c' nessuno qui bisbigli Shelley.

Shelley, ti prego... disse Jesse.

No. Qui non c' nessuno. Non puoi prendermi. Io non esisto e tu non puoi prendermi.

Shelley, non stai bene e lo sai. Devi permettermi di aiutarti le disse lui cauto.

Sono prosciugata, non funziona niente disse Shelley senza levargli gli occhi di dosso. Non ti odio per quello. Non odio Noel. Dentro di me  tutto inaridito. Tu cercavi Shelley con la faccia che lei aveva a casa; bene, Shelley  morta e al posto suo non c' nessuno. Non ho un passaporto. Volevamo andare a Cuba per la raccolta della canna da zucchero. Noel voleva portarci tutti laggi. Non ho nemmeno un certificato di nascita. Ti ho scritto dalla California di distruggere ogni documento. Puoi avere un altro bambino che prenda il mio posto, puoi adottarlo...

Erano rimasti solo Noel e Jesse; tutti gli altri ragazzi si erano dati alla fuga. Noel si strofin il naso con l'indice e inspir. Sembrava spaventato. Era scalzo e aveva le dita dei piedi lunghe, ossute e sporchissime. Portava dei normali calzoni da lavoro e una canottiera bianca tutta rovinata. Ehi, ascolta disse a Jesse con calma. Ha cominciato a sclerare ieri sera.  stata sballata per sette, otto giorni. Adesso tu l'hai spaventata a morte. Lo senti? Senti l'odore della sua paura? Pensa che tu stia per ucciderla.

Non intendo lasciarla qui.

Non sta bene rispose Noel, triste e infuriato. Ha bisogno di ripulire la mente! Non ha bisogno di te!

Noel pu prendersi cura di me insistette Shelley. Non mi serve nessun altro. Mi dispiace di averti scritto. Noel mi ha reso pura come una madonna, come un angelo... Ha condotto tanti uomini a me per rendermi pura, per annullarmi. Mi ha liberata, non capisci? Ha fatto fluttuare il mio corpo, liberandolo da tutto... Ma tu, tu disse confusa te ne stai l a farti guardare da me, e conosci il mio nome e... devi capire che io sono la moglie di tutti quelli che vivono qui, ma non la tua...

Lasciala in pace disse Noel.

Tu non stai bene, Shelley. Lascia che ti riporti a casa disse Jesse.

Non  malata, ha solo l'influenza...

 molto malata, invece.

 solo influenza! Qui hanno tutti l'influenza, non  niente di grave! mormor Noel.

Si  presa l'itterizia. Forse ha l'epatite. Morir, morir per insufficienza epatica... disse lentamente Jesse, come parlasse in un sogno. Continuava a fissarla... era Shelley questa bambina? Questa bambina emaciata?

Urt qualcosa sul pavimento che lo fece incespicare. Shelley si mise a strillare. Jesse disse con la stessa voce lenta, impastata e sognante, quasi che ogni sua parola affiorasse a fatica attraverso un elemento denso, un'atmosfera pervasa da gas ripugnanti: Tu vuoi venire con me, Shelley.  tutto finito. Tu vuoi venire con me. Torna a casa.

Shelley si tapp le orecchie con le mani. Non permettergli di parlami, Noel... mi rientrer nella testa...

Noel respirava a fatica. Si avvicin a Jesse un centimetro alla volta, agitando le mani nervosamente, selvaggiamente, come se volesse ghermirlo ma non osasse toccarlo. Non puoi dividerci cos! grid. Quella ragazza mi appartiene, si  donata a me - ci siamo sposati con una cerimonia solenne - mi ha detto come hai cercato di ucciderla per tutta la vita! Adesso basta! La scorsa notte ha cominciato a dar fuori di matto, ci siamo messi in due a tenerla ferma, e stasera tu spunti nella nostra cucina, cazzo,  troppo per la mia testa, dottore, vuoi farmi scoppiare? Non reggo tutta questa tensione! Non mi fido di te, potresti lavorare per la CIA, potresti essere malvagio, malvagio! A quel punto Noel, dapprima cos truce e razionale, cominci a strillare come un ossesso. Cerc di far cadere Jesse all'indietro, verso la porta, ma lui riusc a liberarsi e a spingerlo da parte. Si stup di quanto fosse debole Noel. In fondo non era proprio nulla, il famoso Noel di tutte quelle lettere!

Shelley! grid Noel. Quest'uomo  il diavolo in persona! Salta dalla finestra, salvati!

Jesse corse ad afferrarla prima di darle il tempo di muoversi. Il braccio di Shelley era esile come un fiammifero. Non farmi male, non uccidermi... mormor lei.

Lui  il diavolo disse Noel dall'altra parte della stanza, sbracciandosi come rivolto a un immaginario pubblico di osservatori solidali.  qui per rimetterla in schiavit. Lei, l'Angelo, qui era libera, non le ho fatto niente, non l'ho sfinita, l'ho liberata! Non conosceva nemmeno il suo nome, quando ho finito con lei! Io l'ho liberata e lui se l' ripresa, lei gli si sta concedendo come una puttana,  pronta a sdraiarsi e ad aprire le gambe per lui, la puttanella, questa troietta che puzza di marcio, dopo che l'ho liberata e ho fatto di lei mia moglie...

Jesse prov un impulso di gioia. Aveva vinto.

... tutto ci che ti serve  un bagno nella vasca di Laverne, immagino! Sei gi pronta, vero? la derise Noel.

Jesse tenne ferma Shelley con una mano e con l'altra cerc la pistola. Era perfettamente calmo, consapevole del proprio trionfo. Aveva vinto. L'odio proruppe dentro di lui, gli gonfi i cordoni del collo, riemp di calore ogni vaso sanguigno del suo orgoglioso corpo virile... doveva solo premere il grilletto e sparare in faccia a quell'uomo! Che gioia sarebbe stato sparargli in faccia! Shelley, per, si appoggiava a lui con tale abbandono, come la bimba che era stata anni prima, e lo stesso Noel adesso appariva cos abbattuto, con le labbra umide di saliva, che Jesse ne ebbe piet e si ferm... Se avesse sparato a quest'uomo, a questo estraneo, che cosa avrebbe ottenuto? Un cadavere. E poi? Una pozza di sangue gocciolante dal suo volto sfracellato. E poi? E poi?

Noel lo guardava a occhi sgranati.

Vuoi ucciderci tutti e due disse.

Jesse tenne stretta la figlia in modo da non permetterle di allontanarsi, n di saltare fuori dalla finestra... Si infil la mano in tasca, sent la pistola. E in quell'istante gli parve di vedere esplodere il viso beffardo e spaventato di Noel, esplodere la vita che lo abbandonava, esplodere la sconfitta e il terrore che si dissolvevano per sempre.

Tuttavia non si mosse.

La testa di Noel cominci ad annuire al rallentatore in una serie di movimenti atterriti. Tu vuoi... vuoi... Hai una pistola, non  vero? Sei venuto qui per ucciderci...? Tu...

Si scrutarono a lungo l'un l'altro.

Infine Jesse disse: Vattene.

Noel stava annuendo ancora. Cominci a indietreggiare verso la porta, lentamente, molto lentamente.

Tu... tu non... non... balbett.

Vattene.

Arrivato alla porta esit. Si lecc le labbra. Se apro la porta... tu non... Hai una pistola? Tu... tu non...?

In un lampo di memoria, Jesse rivide il sangue sgorgare dal volto di Noel, e a quel pensiero sent il proprio sangue riscaldarsi e sobbalzare. Ma non si mosse.

No. Per favore, vattene disse.

Nessuno morir stanotte. Niente morti.

Non per mano mia.

Noel balz all'improvviso verso la porta e l'apr di scatto. In quell'attimo Jesse strinse la pistola.

Ma non la sfil dalla tasca.

Nessuno morir stanotte disse ad alta voce. Ascolt Noel correre di fuori, darsela a gambe... Si sent nuovamente gonfiare il sangue, carico di energia frustrata. Quando Shelley si spinse contro di lui la scosse e percep l'enorme potere dei propri muscoli, del proprio sangue, della propria mente. Il potere di tenere ferma sua figlia e impedirle di morire.

Se n' andato...? Noel dov', se n' andato...? grid Shelley.

Jesse aspett che il proprio cuore si calmasse. Aspett che il battito rallentasse, che la sua mente riprendesse il controllo di se stessa. Quanto amava questo controllo, questa sicurezza!

Se n' andato al diavolo, spero rispose Jesse con voce tremante.

No. Non credo che lui... lui...

Jesse cominci a condurla verso la porta.

Lei esit, gli si spinse contro. Si guard intorno sconvolta e Jesse si stup della forza del suo corpo, quasi una specie di furia, un delirio a lui ostile.

Noel ... Aspetta... Noel  ancora con me, lui...

No.

Noel ...

Noel se n' andato al diavolo una volta per tutte disse Jesse.

Shelley si guard in giro per la stanza, volgendo lentamente la testa da una parte all'altra. Era come una bambina, eppure il suo corpo possedeva quella forza misteriosa, cocciuta, quasi demoniaca.

Se n' andato ripet Jesse.

Dopo un attimo la sent che si arrendeva, che la tensione tra loro stava scemando.

Nessuno morir stanotte disse di nuovo.

Shelley cammin insieme a lui fino alla porta, poi in corridoio e sul pianerottolo. Si ferm vacillante e lui la sorresse sussurrando con rabbia: No, nessuno morir. N Noel, n te.

Ma tu resti comunque il diavolo disse con un filo di voce Shelley. Si copr il volto con le mani. Lui ha detto... ha detto che eri il diavolo e io gli credo... io...

No, tu non gli credi.

Gli credo... Io... lo amo e gli credo...

No.

... ha detto che eri il diavolo e io... io penso che tu lo sia... sei venuto a prendermi per riportarmi a casa...

Davvero?
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FINE.
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Postfazione.
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Ritorno al Paese delle meraviglie.
Molto della scrittura di un romanziere si svolge nell'inconscio. In quelle profondit  scritta l'ultima parola prima che una sola di queste appaia sulla carta. Ricordiamo i dettagli della nostra storia, non li inventiamo.
GRAHAM GREENE.
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Siamo portati a stimare maggiormente ci che ci  costato di pi. Tra i miei primi romanzi, Il paese delle meraviglie, il quinto a essere pubblicato ed evidentemente il pi bizzarro e ossessivo, spicca nella mia memoria per essere stato il pi doloroso da scrivere, da concepire e da realizzare. Il pi doloroso persino adesso che lo guardo a posteriori. Indubbiamente mi ha imprigionata con uno sforzo cos tormentoso ed estenuante che, nell'inaccessibile limbo normativo dell'inconscio, avrei voluto fosse finito prima del tempo. Graham Greene lo esprime in maniera perfetta: ricordiamo i dettagli della nostra storia, non li inventiamo. Quando ho riletto Il paese delle meraviglie dopo la sua pubblicazione, ho capito che il finale che avevo scritto non era il vero finale: nei mesi intercorsi tra la conclusione della stesura del dattiloscritto e la sua comparsa in libreria, continuavo a essere ossessionata dal romanzo, a sognare la sua traiettoria pi autentica. Capii allora che dovevo cambiare il finale, almeno per l'edizione tascabile e le successive ristampe. Ho gettato fuori bordo il finale originale, insieme a un breve prologo allucinato che con esso fungeva da cornice ai trent'anni in cui si sviluppa il romanzo, e l'ho sostituito con il finale vero. Il paese delle meraviglie non poteva concludersi con una barchetta alla deriva, smarrita tra le onde del mare (che, nella fattispecie, era il lago Ontario), ma doveva terminare con un gesto di controllo demoniaco-paternale. Questa  stata la tragedia dell'America degli anni sessanta: la storia di un uomo che si trasforma nella figura cui cerca di sfuggire fin da ragazzo; un figlio di Crono che, senza saperlo, diventa Crono a sua volta.
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Fino alla composizione di un romanzo altrettanto ossessivo, Son of the Morning, pubblicato nel 1978, affrontavo un libro tuffandomi a testa bassa nella scrittura finch non completavo la prima stesura; per questo, anche se forse non ne ero consapevole, mi ritrovavo immersa nelle esperienze dei miei personaggi quasi quanto loro. Giungevo al termine della prima bozza sentendomi esausta, talvolta sopraffatta da un senso di deragliamento psichico: la cruda descrizione della fuggiasca Shelley al termine del Paese delle meraviglie - devastata, asessuata, gialla in volto per l'itterizia -  un autoritratto dalle tinte caricate, forse allo scopo di esercitare un controllo autoriale sulla torrenziale esperienza della scrittura di un romanzo, che costituisce il lato formale, disciplinato e diurno rispetto al lato passionale rappresentato dall'immaginarlo. Una volta completata la prima bozza l'accantonavo per settimane o mesi e, dopo un interregno durante il quale intraprendevo progetti pi circoscritti, tra cui, per chiss quale consolazione dell'anima, leggere e scrivere una grande quantit di poesie, riscrivevo sistematicamente l'intero dattiloscritto, dalla prima all'ultima parola. Questo mi sembrava il trionfo dell'arte: la riscrittura, la rielaborazione, la rivisitazione di ci che era stato uno sprofondare estatico e ininterrotto. Un romanzo  prosa accuratamente strutturata. Struttura imposta alla prosa, controllo imposto alla passione. Il tema del Paese delle meraviglie, un protagonista che sembra senza identit (Tu non esisti dice a Jesse il dottor Pedersen) se non quando si trova coinvolto in esperienze significative (chi  pi qualificato di un neurologo a determinare il punto in cui si fondono corpo e mente?)  anche un ritratto indiretto del romanziere.
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Questo libro  dedicato a tutti noi che perseguiamo la fantasmagoria della personalit... con che coraggio, con che fiducia, la dedica del Paese delle meraviglie rivela il proprio cuore segreto! Nel senso pi ampio del termine, la letteratura pu essere di due generi: quella che ci offre un distillato di esperienza e quella che ci offre l'esperienza stessa. Il mio metodo di composizione in quegli anni era perfetto per l'obiettivo che mi ponevo: presentare, per quanto si possa dire che la letteratura presenti qualcosa di palpabile, tangibile, reale, non un freddo e cerebrale distillato delle esperienze di personaggi fittizi, ma l'esperienza stessa, mediata dalla forma e dal linguaggio. Invece di esplorare la fantasmagoria della personalit (il mistero dell'identit all'interno della specie) in modo indiretto, seguendo la rotta pi facile, Il paese delle meraviglie ci immerge dalla prima frase all'ultima nel vortice dell'esistenza: si apre con un quattordicenne terrorizzato che sa che qualcosa di terribile sta per succedergli, o  gi successo e lo attende a casa; e noi lo seguiamo, come in una replica psichica, insieme alla moglie e alla figlia minore, tutti travolti dal vortice dell'essere che affronta il non essere, perch  questo l'orrore celato all'interno del costoso microscopio che il dottor Cady regala al genero Jesse. Noi esistiamo? Che cos' la personalit?  permanente o effimera? Si pu distruggere facilmente, come si vanta il dottor Perrault, con un semplice spillo tra le mie dita?
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Il romanzo procede verso queste domande, che ne costituiscono il cuore, tramite convulsi salti narrativi: passano mesi e persino anni, ma solo le azioni che possiedono un significato psichico sono messe in scena. Dopo essersi aperto con un gesto di disperazione che ci appare cos tragicamente americano - il massacro di una famiglia da parte di chi dovrebbe esserne il capo, il quale poi si uccide - Il paese delle meraviglie si sposta dall'epoca della Depressione alla Seconda guerra mondiale, attraversa la guerra di Corea, la guerra fredda, il conflitto in Vietnam e gli anni pi turbolenti (all'incirca dal 1963 al 1973, dall'assassinio del presidente John F. Kennedy alla fine della tragedia del Vietnam) di quel decennio conosciuto sotto il nome di anni sessanta. Lo sfondo passa in primo piano, in un certo senso, solo durante la Depressione, che ha devastato il padre di Jesse Harte, con l'assassinio di Kennedy, vissuto dalla famiglia Vogel in un momento cruciale della loro vita, e con le orrende visioni autodistruttive, eppure ancora capaci di irradiare sprazzi di luce, degli anni sessanta, di cui cadono vittima tanto il grottesco fratello di Jesse, Trick Monk, quanto sua figlia Shelley. Come praticamente tutti i miei romanzi, Il paese delle meraviglie ha una genesi politica, per quanto siano caratterizzati i suoi personaggi e le sue ambientazioni. Non poteva essere concepito, e tanto meno scritto, in nessun altro momento se non nell'America all'indomani del 1967, quando l'odio che scavava un varco tra le generazioni rispetto alla guerra in Vietnam, insieme a quella che, forse ottimisticamente,  stata chiamata controcultura, impazzava ogni giorno. Per lo stesso motivo anche loro, il romanzo che precede immediatamente Il paese delle meraviglie, non avrebbe potuto essere scritto prima della lunga estate calda degli scontri razziali del 1967. Come  specificamente radicato nel tempo e nello spazio Il paese delle meraviglie, dalla meticolosa ricostruzione dell'Erie Canal, con le sue cascate e le sue chiuse viste da Jesse dall'angolo di osservazione di un certo ponte a Lockport, alla desolata scena di strada a Toronto, trent'anni pi tardi, dove il giovane tossicodipendente moribondo, asessuato e insensibile, che chiede soldi ai passanti ha l'aspetto delle vittime di guerra, fotografate per illustrare l'anonimato della guerra. (S, cos era Yonge Street, a Toronto, in quei giorni. Una strada di giovani in qualunque grande citt nordamericana di quell'epoca.)
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Perch Il paese delle meraviglie, come titolo, si riferisce tanto all'America quanto al cervello umano, entrambi pieni di meraviglie che possono essere sogni o incubi.
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Dopo aver riscritto il finale del Paese delle meraviglie per la sua ristampa in brossura nel 1972, ho smesso di pensarci, non volevo pensarci; tra i miei primi romanzi  stato quello di cui i lettori parlavano a volte in termini strani, tra l'estatico e l'accusatorio. Avevo diciotto anni, me l'ha passato il mio compagno di stanza al college e sono stato sveglio tutta la notte, non riuscivo a metterlo gi. Perch non scrive pi romanzi del genere? Non ho proprio pi voglia di scrivere romanzi del genere, e nemmeno di rileggere questo in particolare, il solo pensiero mi fa tremare le gambe, quasi mi ricordasse un antico pericolo cui sono scampata per un soffio. Forse dovrei menzionare per inciso che il mio interesse per la neurologia, cos evidente nella lunga e speculativa sezione centrale del Paese delle meraviglie, fu la conseguenza di un'apparente patologia che rese necessarie alcune visite presso un neurologo di Windsor, Ontario, dove mio marito e io vivevamo al tempo: la patologia, per, si rivel non di natura fisica, o comunque non prevalentemente fisica, ma una temporanea confluenza di sintomi causati da quello che oggi viene comunemente chiamato stress. Avvicinandomi al romanzo ora, ventidue cavernosi anni dopo la sua composizione, a colpirmi di pi  probabilmente quella che si potrebbe chiamare la sua esuberanza cinetica. Intendo questa espressione come del tutto neutra, n di elogio n di condanna, per dire che, sia nella sua concezione epica sia nella sua esecuzione, Il paese delle meraviglie mi lascia un po' senza fiato: la narrazione stessa sembra senza fiato, travolta in quel vortice dell'esistenza che  la nostra condizione umana.
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In effetti, l'energia che alimentava Il paese delle meraviglie fu tale da riversarsi in una rappresentazione teatrale, Ontological Proof of My Existence, una drammatizzazione ampliata della visita di Jesse a Toronto per riconquistare o riacquistare la figlia dal suo amante spacciatore, nonch in racconti dell'epoca quali How I Contemplated the World from the Detroit House of Correction, and Began My Life Over Again, un analogo dell'esperienza di Shelley come fuggiasca a Toledo. Col senno di poi, sembra che Shelley Vogel reclamasse a gran voce un romanzo tutto suo, una storia che non fosse una semplice appendice di quella del padre, ma quello era un romanzo che non ho potuto o voluto scrivere. Il materiale era semplicemente troppo devastante.
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Molto nel Paese delle meraviglie ha a che fare con la memoria. La fuga dalla memoria, la resa alla memoria, le teorie sulla memoria. L'invenzione della memoria. Tra tutte le forme d'arte, il romanzo  la pi naturalmente attrezzata a condurre il popolo dei suoi personaggi attraverso uno spazio di tempo delimitato, puntellando la memoria tanto in essi quanto nei lettori, cos che a un certo punto, come per magia, il ricordo del romanzo  condiviso dagli uni e dagli altri. Cos, nel Paese delle meraviglie, quando l'adulto Jesse ricorda o non riesce a ricordare, il lettore attento  parte della sua coscienza; percepiamo le avvisaglie del suo crollo quando figure isolate e schegge di memoria emerse dal suo passato soffocato nel profondo cominciano a penetrare nel presente che egli ha sottoposto a un controllo cos rigido. Nessun'altra forma d'arte si basa tanto necessariamente sulla memoria quanto il romanzo, imitando in ci, come suggerisce il dottor Cady, la personalit stessa, dato che nessuno pu esistere senza memoria. Nessun'altra forma d'arte, inoltre,  dipendente dalla memoria e ne  infatuata a tal punto quanto il romanzo: si potrebbe definire il romanziere una persona coinvolta, dietro l'apparenza della finzione, in una commemorazione senza sosta del passato. Il paese delle meraviglie racchiude, in un certo senso, un'istantanea postmoderna quando, nelle pagine conclusive della prima sezione, lo sconvolto Jesse, fermandosi nella sua disperata corsa in auto da Lockport a Buffalo, osserva di nascosto una giovane famiglia su un'altalena verde dietro una fattoria: Carolina e Frederic Oates insieme alla loro figlia di tre anni, Joyce. Vedete come usiamo la nostra nostalgia di casa!
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Perch la malinconia che proviamo nel momento in cui completiamo un romanzo  affine a quella che ci prende quando, per l'inesorabile processo del tempo, ci troviamo scacciati per sempre da casa.
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Joyce Carol Oates. Gennaio 1992.
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FINE.